venerdì 22 aprile 2022

Crisi della Chiesa: 'Presentazione' di P. Pasqualucci a : R. Kaschewski, "Tendenze nelle orazioni del Nuovo Messale".


 

‘Presentazione’ di P. Pasqualucci a: R. Kaschewsky, Tendenze nelle orazioni del Nuovo Messale – I cambiamenti nel testo latino delle orazioni domenicali e festive.

 

 

N o t a    p r e v i a

Pubblico in anteprima la breve ‘Presentazione’ che ho scritto all’importante studio del periodo 1980-82 elaborato dal prof. Rudolf Kaschewski (1939-2020), sulle variegate manipolazioni subite dai testi latini liturgici tradizionali utilizzati dagli artefici della Messa del Novus Ordo.  Il saggio completo apparirà tra breve sul blog ‘Chiesa e Postconcilio’.

 

* *

 

La Nuova Messa in vernacolo, costruita a tavolino dopo il Concilio Vaticano II grazie anche alla “consulenza” di esperti protestanti, al fine di consentire una maggiore partecipazione dei fedeli al rito trasformandolo in senso “comunitario”; al fine di improntarlo ad uno spirito cosiddetto “ecumenico” o di apertura ai non-cattolici e persino ai non-cristiani, si è servita anche dei testi tradizionali in latino che da tanti secoli intessono il rito romano antico, modificandoli ampiamente: rito il cui Canone risale ai tempi apostolici, secondo l’opinione costante dei Romani Pontefici.  Questa manipolazione è per forza di cose passata inosservata presso la gran parte dei fedeli. Ma non possiamo e non dobbiamo ignorarla. Al contrario, dobbiamo renderla nota a tutti, in modo che il tradimento della fede che essa testimonia resti agli atti:  non solo per documentare l’intenzione perversa che animava i responsabili del nuovo rito, ma anche per render i fedeli edotti della necessità di abbandonare un rito così manipolato, niente affatto in armonia con la bimillenaria tradizione liturgica della Chiesa. 

Pertanto, si pubblica qui la traduzione italiana della prima parte del magistrale saggio (scritto tra il 1980 e il 1982) del professore tedesco Rudolf Kaschewski (1939-2020), che per l’appunto dimostra la frequente trasformazione degli antichissimi testi  delle Orazioni incluse nella S. Messa domenicale e festiva, attuata in vari modi:  con manipolazioni annacquanti o stravolgenti il testo originario, omissioni, tagli a passi dei Vangeli da leggere nelle chiese in quelle stesse Messe.

Nell’incipit del suo accuratissimo studio, il prof. Kaschewski si riallaccia ad una documentata denuncia delle trasformazioni e manipolazioni già fatta da mons. Georg May, teologo e canonista tedesco, professore di diritto canonico all’Università di Mainz, nato nel 1926, prelato pontificio (nominato protonotario apostolico sopranumerario da Benedetto XVI), in un suo libro che risale addirittura al 1975: Die alte und die neue Messe [L’antica e la nuova Messa], Düsseldorf, 1975.  Mons. May esortava ad “un confronto letterale della Nuova Messa con la Santa Messa Cattolica”.  Questo confronto il prof. Kaschewski lo ha fatto cominciando con l’indagare sulle “orazioni domenicali e festive”.  Questo il quadro da lui messo a fuoco: 

“L’analisi delle orazioni si articola su tre livelli:  1. Alcune orazioni sono state trasportate dal Missale alla Nuova Messa; tuttavia, già nel testo latino [come appare nel Nuovo Messale] sono state apportate modifiche molto tendenziose, che devono essere analizzate.  2.  Si possono collazionare e confrontare da una parte le orazioni completamente cancellate e dall’altra quelle introdotte ex novo.  3.  Infine, la “traduzione” in lingua vernacolare costituisce un vasto campo per un’indagine sua propria, a causa di una distanza dall’originale così totale da farsi beffe anche delle basi più elementari di ogni elaborazione filologica del testo.  Ciò dimostra  non solo  che le (poche) orazioni trasposte immutate dal vecchio Missale  al nuovo Messale latino , sono state tradotte reinterpretandole  in parte in modo quasi grottesco; dimostra inoltre che le nuove orazioni latine sono state tradotte in modo da apparire talvolta spogliate anche dell’ultimo residuo delle credenze originarie“.[1]

Ma chi era il prof. Kaschewski?  Mi sembra doveroso illustrare brevemente la sua notevole figura di studioso, pur disponendo solo di scarni dati.

Nato il 16 aprile 1939 a Colonia, morto il 4 dicembre 2020 a Sankt Augustin, presso Bonn, fu soprattutto “mongologo e tibetologo”.  Eccezionale conoscitore delle lingue antiche, inclusi ebraico e arabo, si specializzò nelle antiche lingue mongole e tibetane, senza trascurare il cinese e l’antica cultura indiana.  Ottenne anche il diploma in teologia cattolica nel 1963.

“Il suo campo specifico era costituito dai problemi connessi alle traduzioni di testi mongoli e tibetani (terminologia, sintassi), dal rapporto tra antiche e moderne traduzioni in lingua mongola, confrontate con la formazione delle traduzioni greche e latine dei Salmi ebraici (varianti al testo nei Commentari ai Salmi di Agostino); dai paralleli fra la Scolastica medievale cristiana e la Scolastica buddistico-tibetana”.[2]

Come si vede, uno studioso dall’eccezionale cultura e preparazione filologica, anche dal punto di vista del metodo, campo nel quale gli studiosi tedeschi sono sempre stati molto ferrati.  Ma il prof. Kaschewski seguì attentamente anche la crisi apertasi nella Chiesa con il Concilio Vaticano II.  Quest’aspetto della sua personalità fu illustrato nell’omelia tenuta da Padre Franz Schmidberger della FSSPX in occasione del suo funerale.  Cattolico praticante, devoto padre di famiglia, il prof. Kaschewski, iniziatasi la devastante crisi postconciliare, si è subito distinto nella difesa della vera liturgia cattolica.  Dal 1983 al 2009 redasse e pubblicò Una Voce-Korrespondenz, sezione tedesca della rivista mensile plurilingue della benemerita associazione internazionale Una Voce costituitasi nel 1966 per impulso di autorevoli personalità della cultura europea,  dedita alla difesa e conservazione della Liturgia cattolica tradizionale.  Egli vi si distinse per alcuni articoli scientificamente critici della nuova liturgia.  Nel 1988,  sostenne pubblicamente le Consacrazioni episcopali fatte da mons. Marcel Lefebvre senza mandato pontificio a fine giugno di quell’anno, unico rinomato intellettuale tedesco a farlo.[3]

Da parte mia voglio ricordare il valido contributo da lui offerto, in campo canonistico, con un breve ma incisivo articolo sul concetto dello stato di necessità, pubblicato nel numero di marzo-aprile 1988 di Una Voce -  Korresponenz, nel quale dimostrava, a mio avviso in modo inoppugnabile, come, proprio secondo il diritto vigente della Chiesa, la scomunica latae sententiae non potesse applicarsi a una consacrazione vescovile fatta senza mandato pontificio ma nella convinzione di trovarsi in stato di necessità.[4]    

         L’opera qui tradotta, come si è detto, costituisce la prima parte di uno studio sulle “tendenze nelle orazioni del Nuovo Messale”.  Lo studio si divide in due parti:  I.  Cambiamenti nel testo latino delle orazioni domenicali e festive;  II.  Le traduzioni in tedesco delle orazioni domenicali e festive.

Questa seconda parte, che non viene al momento pubblicata, si presenta più complessa da rendere in italiano, dedicata com’è alle traduzioni in tedesco delle orazioni.  Tuttavia, anche qui emergono dati molto interessanti, non solo nel testo ma anche nelle tre Appendici, nelle quali il prof. Kaschewski raccoglie : 

(I) le parole latine la cui traduzione letterale è stata eliminata (adorare, aeternus, arcanum, caelestis, devotio, gratia, maiestas, propitiatio, etc., per un totale di 100); 

(II) le parole tedesche inserite nelle traduzioni, prive di ogni equivalente nel latino (pane [Brot] al posto di mysterium, sacramentum; pienezza dello Spirito [Fülle des Geistes]; tavola [Tisch];  Casa del Padre [Vaterhaus]; segno [Zeichen] nel senso di mysterium, etc., per un totale di 31); 

(III) I 22 tagli apportati ai passi di Vangeli letti nelle Messe domenicali e festive. Ad esempio, di Matteo non vengono più letti:  l’ammonimento sui falsi profeti; i Figli del Regno saranno gettati nelle tenebre esteriori, ove saranno pianto e stridor di denti; la tempesta sedata; indissolubilità del matrimonio; Cristo Figlio di Davide, etc.; ---  di Marco, la moltiplicazione dei pani; --- di Luca, la profezia su Giovanni Battista; la parabola del seminatore; la cacciata di uno spirito maligno; la predizione della Passione; il pianto sopra Gerusalemme; la parabola del fico che mette i germogli, concludentesi con le parole “il cielo e la terra passeranno ma le mie parole non passeranno”, etc. ; --- di Giovanni, la guarigione del figlio di un dignitario di corte; fare la volontà del Padre per esser risuscitati l’ultimo giorno; “questo linguaggio è duro, chi lo può ammettere?”; chi è il principe di questo mondo; il c.d. “discorso d’addio” del Signore agli Apostoli (Giov 16, 23-30); etc.  

I tagli e le omissioni erano, evidentemente, necessari per poter far leggere nelle chiese brani dei Vangeli  m u t i l a t i, indispensabili  al fine di confezionare l’immagine edulcorata, irenica, caramellosa e in definitiva del tutto falsa ed ingannevole del Cristianesimo che piace allo spirito neo-modernista affermatosi nel Concilio.

 

* *

Il riferimento ai 22 tagli scoperti dal prof. Kascewski l’ho trovato diversi anni fa in Iota Unum di Romano Amerio, nel cap. XXXVIII, dedicato alla riforma liturgica.  Nel § 288 Bibbia e liturgia, Amerio critica giustamente la pretesa conciliare di mettere tutti a contatto diretto, più ampio con la Bibbia (costituzione Sacrosanctum Concilium  sulla liturgia,  artt.  35, 51; costituzione Dei Verbum sulla Divina Rivelazione, artt. 22, 25), intendendosi con Bibbia soprattutto l’Antico Testamento, che infatti nella Messa Novus Ordo viene sempre letto in terza battuta, appesantendo enormemente e senza motivo la cosiddetta “liturgia della Parola” .  Amerio annota che in tal modo si è capovolta l’impostazione secolare della Chiesa, volta sempre ad un lettura “ristretta” del Testo Sacro, comunque sempre mediata dall’interpretazione costruita nei secoli dalla Chiesa, diffusa già nella sua omiletica intessuta di citazioni bibliche.[5]    

“La disciplina della Chiesa in questa materia poggia sopra una qualità innegabile della Bibbia.  La Bibbia è un libro difficile e contiene e celebra fatti che esigono molte cognizioni per essere riconosciuti nel loro significato morale e che riescono scandalosi alla comune degli uomini.  Tali sono la meretrice di Osea, Oolla e Ooliba in Ezechiele, la gesta proditoria di Giuditta, l’incesto di Thamar, l’adulterio di Davide, gli sterminii dei herem […]  Che difficile sia la Bibbia e per ragioni filologiche e per ragioni storiche e per ragioni morali, lo si può provare ad apertura di libro, e lo attesta di sé la Bibbia medesima.  In Eccle., I, 8 si annuncia la difficoltà generale del linguaggio:  “Cunctae res difficiles; non potest eas homo explicare sermone”.  Ma II Petr., 3, 16 afferma in particolare la difficoltà di alcuni luoghi di san Paolo e in universale di tutta la Bibbia, sempre possibile a stravolgersi:  “in quibus sunt quaedam difficilia intellectu, quae indocti et instabiles depravant sicut et caeteras Scripturas”.

Peraltro la prova perentoria che la Scrittura è difficile e non universalmente divulgabile, è data paradossalmente dalla presente riforma medesima.  Essa invero ha fatto nei testi biblici quello che fu fatto per i classici latini nelle edizioni espurgate ad usum Delphini, ma che non fu mai osato per il sacro testo.  La riforma ha infatti stralciato dai Salmi cosiddetti imprecatorii i versicoli che sembrano incompatibili colle vedute ireniche del Concilio, mutilando il sacro testo e sottraendolo per così dire furtivamente alla cognizione di tutti, chierici e laici.  Ha inoltre espunto interi versicoli dai testi del Vangelo nelle Messe in 22 punti che toccano il giudizio finale, la condanna del mondo, il peccato”.[6]

 E continuava Amerio, ribadendo una verità che oggi sembra essersi smarrita:  “Per le difficoltà linguistiche e storiche, per la molteplicità dei sensi, teorizzata dalla teologia, e per il principio cattolico che la Chiesa possiede le Scritture e (a differenza della Sinagoga) anche il senso delle Scritture, la disciplina della Chiesa prescriveva che la Bibbia si porgesse al popolo di Dio per la mediazione del sacerdozio; che si discernessero le parti da divulgare e quelle da riservare; che in generale la cognizione del sacro testo avvenisse solo attraverso la liturgia, la catechesi e l’omiletica; che per testo ufficiale e autentico fosse ritenuta la sola Vulgata e su di essa si fondassero le traduzioni; e infine che le volgarizzazioni fossero tutte autorizzate e accompagnate da chiose interpretative secondo il senso della Chiesa.  Questa disciplina è stata variata…”.[7]

Variata, con le disastrose conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti.

 

* *

Le mutazioni nelle antiche preghiere liturgiche della domenica e dei giorni festivi nonché il significato sottilmente ammodernante delle novità introdotte, sono documentate in modo impressionante nel saggio del prof. Kaschewski.  Ne offro qui una breve silloge.

La “nascita di Nostro Signor Gesù Cristo” diventa “la nascita del Redentore”.  Tende di fatto a scomparire l’espressione antichissima:  “Nostro Signor Gesù Cristo”.  Così si attenua il concetto che il Redentore è nello stesso tempo il Signore, che un giorno verrà nella sua Gloria a giudicarci tutti.  Gesù è il Redentore senza esser più il Signore.

“Signore Gesù, facci imitare la Tua Santa Famiglia” (forma antica) diventa:  “Padre clementissimo, facci seguire l’esempio della Sacra Famiglia”.  In questo, come in altri luoghi, si tende ad attribuire al Padre l’azione salvifica del Figlio, oscurando pertanto la nozione della S.ma Trinità.

“Omnipotens Deus” diventa “misericors Deus”.

“ I doni dei tuoi popoli”diventa “i doni del tuo popolo”.

“Tuo Figlio, l’autentica pietra angolare”, diventa semplicemente: “Tuo Figlio”.  Scompare il “profondo simbolismo” secondo il quale Cristo è diventato la "pietra angolare”, che regge tutto l’edificio.

“Che Egli sottometta ad essa [ossia alla Chiesa]  Principati e Potestà” : questa parte dell’antica orazione è stata semplicemente cancellata.

“Ci guidi e ci protegga”, diventa:  “e diventi causa di ricompensa eterna per coloro che agiscono obbedendo alla Tua volontà”.

“Hai concesso ai Tuoi servi la grazia, nella confessione..” diventa: “dacci [la grazia] nella confessione..”.  Il “tuoi servi” viene sostituito da un banale “noi”.

Nella “preghiera di benedizione” del Venerdì Santo, è stato omesso il riferimento alla passione; infatti, “che…la passione e la morte di Tuo Figlio…ha ottenuto”  diventa “che…la morte di Tuo Figlio…ha ottenuto”. 

Da notare in particolare questa variazione, ottenuta cambiando una sola parola:  “affinché, per opera della Tua bontà paterna, noi diventiamo un cuore solo” (tua facias pietate concordes)  diventa: “affinché noi diventiamo un cuore solo all’interno dello stesso amore” (una facias pietate concordes). Il mutamento di significato avviene passando da tua pietate a una pietate. Sottolinea il prof. Kaschewski: “mentre nel testo antico originale si intende la bontà paterna di Dio (attraverso la quale e in cui anche gli uomini devono essere uniti tra loro), nel nuovo testo è l’affetto reciproco che dovrebbe realizzare l’unità:  il livellamento da una relazione verticale a una relazione orizzontale è qui particolarmente chiaro”.

Si è abbandonata la “richiesta di perdono per i nostri peccati” perché considerata troppo “generica”, idea del tutto assurda, osserva il prof. Kaschewski.  Per cui:  “e purificaci dalle macchie dei nostri peccati” diventa: “mostrandoci la vita nella verità e promettendoci la vita del Regno dei Cieli”.

“Ci hai salvati dal cadere nella morte eterna” diventa “ci hai salvati dalla schiavitù del peccato” – l’idea della “morte eterna” ossia della eterna dannazione del peccatore impenitente viene silenziata.   

“Ci hai restaurati attraverso la sofferenza e la morte del Tuo Cristo” diventa “ci hai restaurati per mezzo della morte e risurrezione salvifica del Tuo consacrato”.  La sofferenza di Cristo viene cancellata.

“disprezzare le cose terrene e amare quelle celesti” (terrena despicere et amare caelestia) diventa “valutare saggiamente le cose terrene e connettersi a quelle celesti” (terrena sapienter perpendere et caelestibus inhaerere):  il compromesso con il mondo, l’infame “apertura” ai suoi falsi valori.

“Alla nostra pace eterna” diventa “alla vera pace e alla liberazione di tutti”.

“L’invocazione del Tuo Santo Nome” diventa “ l’invocazione del Tuo Nome”.   Dall’invocazione del Santo Nome di Gesù scompare dunque il “santo”. 

Le preghiere di intercessione per la conversione dei non-credenti di tutte le specie vengono trasformate in modo incredibile, facendo capire che non si vuole più convertire nessuno.  Continua il prof. Kascewski:

“Se prima si pregava per “tutti i falsi maestri e scismatici” (pro haereticis et schismaticis) ora lo si fa eufemisticamente “per tutti i fratelli che credono in Cristo”.  Pertanto, Dio non avrebbe più bisogno di “salvarli da tutti i loro errori” (eruat eos ab erroribus universis), ragion per cui si prega che Egli “raccolga e conservi” in una sola Chiesa “coloro che compiono la verità” (veritatem facientes)”.  Osservo: cosa significhi “compier la verità” non si saprebbe esattamente dire.  Comunque, è chiaro che questo “raccogliere e conservare” eretici e scismatici in uno con i cattolici “avviene a favore  di una Chiesa che non può essere quella cattolica ma solo una Chiesa che non si può definire con maggior esattezza (una ecclesia)”.

Dell’azione del Demonio si vuol far perder ogni traccia:

“E mentre in passato le anime degli erranti erano considerate “ingannate dalle astuzie di Satana”(animas diabolica fraude deceptas), questo riferimento è ora del tutto assente; si afferma solo, in modo molto ottimista, che tutti sono stati “santificati” da un “unico battesimo” (quos unum baptisma sacravit)”.

Particolarmente grave lo stravolgimento delle preghiere di conversione per gli ebrei.

“La preghiera per gli ebrei non afferma più di chiedere la loro conversione (conversione), affinché “Dio Nostro Signore tolga il velo dai loro cuori”(Deus et Dominus noster auferet velamen de cordibus eorum).  Tutto ciò è stato rimosso. Si è solo ribadito – di nuovo, in modo assai ottimista – che “Dio ha parlato a loro per primi” (ad quos prius locutus est).  Ciò è assolutamente vero, ma gli ebrei non accettano il fatto decisivo che Cristo è il Messia, ed è per questo che dovremmo pregare affinché lo facciano!”.

Ovviamente, “non si prega più nemmeno per la conversione dei non credenti ma in generale “per tutti coloro che non credono in Cristo”, senza nominare la conversione.  Il testo antico originale diceva : “affinché abbandonino i loro idoli e si rivolgano al Dio vivo e vero” (ut relictis idolibus suis convertantur ad Deum vivum et verum).  Oggi, in un momento in cui sono già molti coloro che stanno introducendo idoli e testi pagani nel culto (e lo chiamano acculturazione del Vangelo), questa preghiera non viene più recitata ma si chiede, in modo più astratto, “che anche i non-credenti, illuminati dalla luce dello Spirito Santo, siano capaci di entrare nella via della salvezza”(ut luce sancti spiritus illustrati viam salutis et ipsi valeant introire), senza menzionare concretamente quali sono le conseguenze logiche e morali, ossia che ciò presuppone come condizione l’abbandono della loro religiosità pagana!”

L’illustre autore scriveva queste cose agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso, quarant’anni fa.  La pratica perversa d’introdurre “idoli e testi pagani” nel nostro culto, solo  occasionalmente e blandamente censurata, è andata tanto oltre da costringerci ad assistere alle oscene, blasfeme cerimonie pagane addirittura nella stessa Basilica di S. Pietro, tre anni fa, quando papa Francesco, con gran codazzo di dignitari ecclesiastici, sciamani e sciamane, fece celebrare, prendendovi parte, il culto dell’idolo andino ligneo detto Pachamama, nel silenzio complice della quasi totalità della gerarchia!    

   



[1] Rudolf  Kaschewski, Tendenze nelle orazioni del Nuovo Messale, I, Cambiamenti nel testo latino delle orazioni domenicali e festive; tr. it. di Antonio Marcantonio, pp. 1-2;  da :  Una Voce-Korrespondenz, Deutschland e.V., 10.Jahrgang, Heft 5 – September/Oktober 1980. Titolo dell’originale:  Tendenzen in den Orationen des Neuen Missale, I – Änderungen im lateinischen Text der Sonn-und Feiertagsorationen.  Si ringrazia la direzione di UVK-Deutschland per aver gentilmente autorizzato la presente traduzione.  Il testo consta di un articolo di 35 pagine formato A4, preceduto da una ‘Premessa’ (Vorbemerkung) della Redazione della rivista, di una pagina.

[2] Rudolf Kaschewski, de.wikipedia. org.

[3] Ansprache zur Beerdigung von Herrn Dr. Rudolf Kaschewsky, 15. Dezember 2020 in St. Augustin/Bonn; gloria.tv/post-de.news.

[4] Rudolf Kaschewski, Au sujet de la consécration épiscopale sans mandat pontifical, tr. fr. in Courrier de Rome (a cura di), La tradition ‘excommuniée, Paris, 1989, pp. 51-57.  Si tratta di una raccolta di articoli e saggi.  L’identica tesi fu sostenuta nel 1995 dall’allora giovane canonista americano, P. Gerald Murray in una “tesina di licenza” in diritto canonico presentata alla Pontificia Università Gregoriana e approvata dai suoi professori.  Il P. Murray, sempre in base al diritto canonico vigente, negava anche il “significato scismatico” attribuito da Giovanni Paolo II alla disobbedienza di mons. Lefebvre.   

[5] Romano Amerio, Iota Unum. Studio delle variazioni della Chiesa nel secolo XX,  Riccardo Ricciardi Editore, Milano-Napoli, 19862, pp.  537-538.  Ricordo che la numerazione dei paragrafi nel libro di Amerio è progressiva dall’inizio.

[6] Op. cit., pp. 538-539.  In nota, Amerio rinviava per l’appunto all’articolo del  prof. Kaschewski, qui tradotto (UVK, 1982, n. 2/3).  Si trattava tuttavia della seconda parte di esso, che speriamo di poter tradurre  in un prossimo futuro.

[7] Op.cit., p. 539.

Nessun commento: