mercoledì 2 febbraio 2022

Stato e Nazione -- Appunti per un chiarimento dei concetti di P. Pasqualucci - 1.

 

 

Stato  e  Nazione

Appunti per un chiarimento  dei concetti --- di  Paolo  Pasqualucci

 

1 – Sulla supposta  costante artificiosità dello Stato rispetto alla nazione.  Critica  di un’astratta antitesi.

 

Sommario :  Il pensiero politico cattolico da rifondare e il richiamo alla Tradizione – Rigida  contrapposizione tra Stato e Nazione – Lo Stato Moderno prodotto dall’Arte politica solamente? – Critica del dualismo Stato-Nazione – Lo Stato come realtà anteriore alla Nazione, che concorre a costruire – Esempi storici a sostegno di questa tesi – Secondo Aristotele le comunità naturali e lo Stato costituiscono un’unità oganica, quando lo Stato agisce secondo il bene comune. 

 

*  *

[Il pensiero politico cattolico da rifondare e il richiamo alla Tradizione] Nella crisi politica e di valori dell’Unione Europea, emersa in modo clamoroso  nella complessa vicenda della Brexit e in questioni di carattere etico (per esempio l’opposizione degli organi europei al tentativo polacco ed ungherese di proteggere la famiglia naturale e di salvaguardare la gioventù dalla propaganda omosessualista), quale posizione prende il pensiero politico cattolico?  Mi riferisco non a quello per così dire ufficiale, di politici ed intellettuali, laici ed ecclesiastici, appiattiti sull’ideologia ugualitaria, europeista e mondialista dominante; sulla retorica dei “diritti umani” per tutti, anche di quelli impropriamente pretesi in nome della Rivoluzione Sessuale,  bensí a quegli intellettuali cattolici che contestano tale ideologia in nome di una concezione che si definisce “organica”della nazione (e quindi dello Stato e della politica).  Essi ribadiscono giustamente la necessità di riconoscere l’esistenza di una nazionalità spontanea, di natura per l’appunto organica al modo di vivere socialmente naturale dei popoli. Un modo di vivere  anteriore allo Stato e  comunque da esso indipendente, che lo Stato avrebbe solo il dovere di riconoscere e proteggere, mantenere.  Nazionalità spontaneo-tradizionale i cui costumi sono ovviamente in antitesi a quelli perversi sanzionati dalla sopra citata legislazione europea (ed anche americana). 

  La riscoperta o riproposizione della nazione spontaneo-organica – professante i valori tradizionali :  Dio, Patria e Famiglia –  viene dunque giustamente contrapposta alla ultrasecolarizzata costruzione superstatale che è l’attuale Unione Europea.  Su questo non si può che esser d’accordo e non solo (credo) dal punto di vista dei cattolici fedeli alla Tradizione della Chiesa.  Di fronte a legislazioni che distruggono la famiglia naturale accettando i modelli immorali o contronatura imposti dal femminismo e dalla Rivoluzione Sessuale; che autorizzano l’aborto volontario come diritto della donna addirittura tutelato dallo Stato, riconoscendo in tal modo alla madre naturale un inaudito ed inaccettabile diritto di vita e di morte sul suo nascituro;  queste ed altre aberrazioni, è addirittura doveroso respingerle in blocco e contrapporvi non solo la morale cristiana (cattolica) tradizionale ma anche la semplice morale fondata sul diritto di natura.  

Dove allora  il possibile disaccordo?  Sul fatto di espungere, come sembra, il concetto stesso dello Stato dalla proposta di ricostruzione dei valori umani autentici.  In altre parole:  sul fatto di voler concepire la nazione spontanea come entità sempre e comunque prestatale alla quale lo Stato si sovrapporrebbe in modo sostanzialmente artificioso perché istituzione comunque derivata, sussidiaria, della quale alcuni penserebbero anche di poter fare a meno.   Che di per sè il soggetto collettivo “nazione” non sia la stessa cosa dello Stato, è indiscutibile;  che tuttavia sia esistito ed esista storicamente sempre e comunque  p r i m a dello Stato, come se l’autorità statale, intervenuta sempre   d o p o ,  non avesse mai concorso alla sua formazione e ai suoi fini, ciò non si può a mio avviso sostenere, se si vuol cogliere “la natura effettuale della cosa”.     

La contestazione del presente, iniquo ordinamento viene opportunamente ancorata  alla speculazione dei classici del pensiero conservatore e “reazionario” di un tempo, già rivelatisi acuti critici della società borghese e democratica impostasi con la  Rivoluzione Francese.  Ed innervata dagli opportuni richiami alla nostra tradizione classica, quale appare nel pensiero politico di impostazione aristotelico-tomistica.

Questa prospettiva più ampia la vediamo  emergere, a mio giudizio, soprattutto negli intellettuali che pubblicano nella collana De Re Publica, edita dalle Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, diretta dal prof. Danilo Castellano.  E negli autori moderni più rappresentativi del pensiero cattolico “conservatore” che questa collana pubblica, quali ad esempio  Francisco Elías de Tejada (1917-1978), filosofo della politica spagnolo che ha rinverdito, con toni originali, la tradizione di pensiero carlista ovvero della monarchia tradizionale ispanica contro la monarchia liberale, importata in Ispagna nel XIX secolo.   Questa collana rappresenta a mio avviso il tentativo oggi scientificamente più valido di ridar vita ad un pensiero politico-filosofico cattolico che sia capace di elaborare una visione del mondo coerente con la tradizione più autentica del pensiero cattolico  e nello stesso tempo adatta a  rispondere alla peculiari e assai complesse esigenze del nostro drammatico tempo.   Non si può che felicitarsi di questo tentativo, indubbiamente coraggioso, se si pensa al clima di odio che oggi circonda il cattolicesimo, alimentato anche dalla fazione neo-modernista al potere nella Chiesa visibile sin dai tempi dello sciagurato Concilio Ecumenico pastorale Vaticano II.  Per amor del vero, vanno tuttavia affrontate certe difficoltà teoretiche che, a mio parere, emergono là ove concezioni tendenzialmente manichee del passato e in ogni caso portate ad astrarre dalla storia concreta, sembrano riaffiorare, in particolare quando si vuol sostenere una vera e propria antitesi tra Stato e Nazione.  

[Rigida contrapposizione tra Stato e Nazione] Abbiamo dunque che la nazione, come valore e realtà organica, viene contrapposta allo Stato in quanto tale, voglio dire al concetto e all’ideale stesso dello Stato, così come si contrappone ciò che è naturale a ciò che è artificioso.  Lo Stato sarebbe sì una realtà sociologicamente definita ma figlio dell’intellettualismo e del volontarismo, all’opposto della nazione, appunto realtà spontanea di usi e costumi, tradizione conservatasi nelle generazioni.  Avremmo qui un’antitesi paragonabile a quella tra natura e cultura, ove la “natura” sarebbe costituita da ciò che è spontaneo, organico, conforme alla natura umana e quindi codificato nei liberi e buoni usi e costumi di un popolo, mentre la  “cultura” rappresenterebbe il risultato di una costruzione volontaristica ed intellettualistica, prona alle deviazioni dell’ideologia, non conforme o conforme solo in parte alle esigenze della “natura”, organicamente attuantesi nella “nazione”.  L’antitesi tra “natura” e “cultura” ha una lunga storia.   Qui mi limito ad usarla per meglio esporre questa rappresentazione dello Stato come un’entità per definizione artificiale (rappresentazione, è superfluo dirlo, che non mi trova affatto d’accordo).  Come se l’idea dello Stato, per realizzarsi, si dovesse servire di un’arte politica sempre incline a prevaricare sulla autentica “natura” dell’uomo in società, ulcerandola mediante istituzioni per definizione estranee od ostili all’indole dei popoli.

 La contrapposizione tra ciò che si suppone naturale e ciò che si suppone artificioso è intesa in modo rigido.  Ne consegue una concezione che possiamo definire riduttiva dello Stato in quanto “istituzione di ordine secondario e successivo rispetto alla famiglia e al municipio”.[1]   Tende inoltre a risolvere il concetto dello Stato in quello dello  Stato-Nazione uscito dalla Rivoluzione Francese e dalle istituzioni napoleoniche, attribuendo pertanto un carattere universale ed eterno ad una forma di Stato che invece deve considerarsi storicamente condizionata perché risultato di un derterminato processo storico.  Quel processo che, nell’Europa continentale, si estese dall’assolutismo monarchico, impostosi dalla  fine della Guerra dei Trent’anni (trattati di Westphalia, 1648), allo Stato costituzionale di tipo liberale, per entrare in crisi con la I gm, la Rivoluzione Russa e l’avvento dello Stato comunista ovvero totalitario, preso a modello in tutto o in parte da numerose  nazioni.  Lo Stato liberale costituzionale basato sul parlamentarismo, certi diritti “civili” costituzionalmente garantiti, la tutela della proprietà privata, il principio del “giusto processo”, la certezza del diritto; caratterizzato da un caratteristico stile, fatto di correttezza politica e comportamentale impersonata dal principio di tolleranza e dal dominio della legge, di fronte alla quale siamo tutti uguali – stile tipico di quella che si chiamava la civiltà liberale, fondata sul rispetto dell’opinione dell’altro e sullo Stato di diritto – si affermò a partire dall’Inghilterra,  nazione nella quale ebbe luogo la prima rivoluzione moderna, la prima del ciclo borghese delle rivoluzioni.  E quindi, solo “dopo che un re era stato decapitato ad un crocicchio”, come ricordava Leone Trotskij ai detrattori della Rivoluzione Bolscevica, ossia dopo anni di torbidi, una sanguinosa rivoluzione e una feroce guerra civile.  Ed ugualmente, solo dopo una sanguinosa rivoluzione e la decapitazione di un altro re,  si affermò in Francia. 

[Lo Stato moderno prodotto dell’Arte politica solamente?] Era “artificioso” questo tipo di Stato, per molti aspetti ancora esistente, a livello delle istituzioni, nell’Occidente imbarbarito di oggi?  Più realisticamente, bisognerebbe forse dire che nella sua istituzione inizialmente rivoluzionaria e violenta si mescolarono esigenze concrete (politiche, economiche, culturali, imposte dall’emergente borghesia), che il vecchio ordine di origine feudale non riusciva più a soddisfare, ed esigenze dottrinarie, frutto di ideologie ispirate ad astratti ed utopistici quanto esaltati ideali -- addirittura convinti, i loro settatori, di poter ricostruire da zero la società e lo Stato in base ai principi della ragione come da loro intesa; incarnati per antonomasia, questi ideali,  dai Giacobini, che comunque hanno rappresentato un momento estremo, quello più violento e appunto dottrinario, con le note venature totalitarie, della rivoluzione borghese, rapidamente eliminato dalla rivoluzione stessa.     

Ma vengo al dunque, cioè all’affermazione apodittica del dualismo tra Stato e Nazione.  Ho letto in un articolo dedicato al problema nazionale apparso su un quotidiano cattolico on-line, che da anni difende valorosamente  i principi tradizionali della religione, della morale, della politica cattoliche :  “Una nazione è data dalla volontà generale di difendersi, dalla lingua, religione, tradizioni, stirpe, temperamento, arte, territorio comune. Lo Stato invece è ente monopolista tendenziale della violenza ed è un costrutto artificiale affermatosi nell’età degli assolutismi.  Fra Stato e nazione non c’è mai stato un matrimonio perfetto”.[2]

Più articolata ma anche più radicale l’opinione espressa da Padre Samuele Cecotti, in un articolo riproducente un suo intervento ad un Convegno milanese del 2019.  Al “globalismo” dominante attraverso le istituzioni europee e non solo, egli contrappone la realtà del popolo costituente una nazione, natio, incarnante una patria “con il compreso vincolo morale tra le generazioni nella tradizione”.  E questo “vincolo morale” non può esser altro che quello che si è stabilito nei secoli grazie alla religione cattolica come insegnata dalla Chiesa, fondamento dell’etica e dei costumi di tante generazioni.  Bisogna quindi, continua, “recuperare il significato vero di popolo, la sua essenza.  Tornare alla realtà dell’ordine socio-politico così come colto dalla classicità e dalla cristianità.”  Tuttavia, questo  necessario “ritorno” ai giusti concetti politici fondamentali per avviare la ricostruzione del nostro disastrato mondo, sembra escludere del tutto il concetto dello Stato, di per sé inteso come realtà estranea e in sostanza ostile ai valori immutabili della Tradizione, impersonata dalla nazionalità spontanea.

“La risposta al globalismo/europeismo, di tutta evidenza, non può essere dinque la riaffermazione dello Stato moderno, prodotto artificiale uscito dalla Rivoluzione (qui tutta l’ingenuità di certa leadership sovranista), sarebbe come voler curare una metastasi cancerosa con una fase precedente della stessa neoplasia”.[3]   E difatti, per il P. Cecotti, sono soprattutto la famiglia, la  natio, il popolo, la patria ad esser stati messi in crisi dal “globalismo” figlio della Rivoluzione.  Della situazione dello Stato nazionale contemporaneo, ugualmente messo in profonda crisi dal “globalismo” predominante, egli non  sembra preoccuparsi.  E anche per lui, lo Stato, poiché nato dalla Rivoluzione, è un “prodotto artificiale”.  Ma proprio questo modo di intendere lo Stato è, per me, inaccettabile, cogliendo esso solamente una parte del fenomeno storico concreto rappresentato dallo Stato, Stato moderno incluso.  

[Critica del dualismo Stato-Nazione]  Mi sembra inevitabile far presente in primo luogo che lo Stato, come realtà politico-istituzionale dotata di una sua propria individualità – nei fatti, voglio dire, anche se non ve n’era ancora un concetto definito -  esiste ben anteriormente all’“età degli assolutismi”.  Nel Medio Evo, età dell’oro delle supposte nazionalità spontanee e dell’autogoverno locale, non esisteva lo Stato?  Il Sacro Romano Impero non era e non voleva essere uno Stato? Stato feudale, appunto, ma pur sempre Stato, con la struttura istituzionale di quello che chiamiamo Stato e non nazione, rappresentato in genere da monarchi (Romano Pontefice incluso) sempre in lotta (spesso vana) contro le soverchianti tendenze centrifughe della nobiltà feudale, delle libere città, di intere regioni.  

Quando il 27 luglio 1214, le Dimanche de Bouvines, l’esercito del Re di Francia, Filippo Augusto, sconfisse completamente nelle vicinanze del villaggio di Bouvines, presso Lilla, l’esercito imperiale di Ottone IV, i suoi alleati inglesi e i baroni feudali francesi loro associati, celebrando, come si disse, “il battesimo della nazione francese”, perché la vittoria fu sentita ed esaltata, nei domini già vasti della Corona capetingia, come affermazione della libertà e indipendenza della nazione francese, che si salvava da un’invasione incombente - questa “nazione francese” che stava nascendo nelle coscienze dei francesi (al tempo, prevalentemente del Nord del Paese), questa coscienza di appartenere ad un’entità organicamente unita  grazie soprattutto all’opera, accentratrice ma di buon governo, della Corona, non era già uno Stato?  Voglio dire:  l’organizzazione feudale che faceva capo al re di Francia vincitore, monarca fin allora elettivo ma di diritto divino, capo militare e civile,  giudice supremo, non era solo quella di una società più o meno organica; era anche quella di ciò che chiamiamo S t a t o , con le sue tipiche istituzioni (capo politico sovrano, governo, giudici, amministrazione centralizzata [prevosti o siniscalchi, baglivi], esercito) che si stava costruendo intrecciato alla nazione.  Mi sembra perciò errato voler stabilire tra Stato e Nazione una contrapposizione rigida, quasi ontologica.  Contrapposizione che sembra nutrirsi della convinzione di  una successione cronologica costante fra Nazione e Stato:  prima la Nazione, poi lo Stato.

[Lo Stato come realtà anteriore alla Nazione, che concorre a costruire] La realtà è più complessa, tant’è che storicamente lo Stato appare esser anche anteriore alla Nazione, nel senso che quest’ultima, se non creata ex novo, venne promossa e sviluppata grazie all’opera delle istituzioni statali e cioè della burocrazia del re, della magistratura del re, della milizia del re; grazie all’operare del governo civile in generale e in accordo con l’azione ugualmente costruttiva della Chiesa, irradiantesi mediante una organizzazione centralizzata e capillare, estesa su tutto il territorio.  Insomma, promossa e mantenuta la nazione, preesistente in usi e costumi e attività locali e particolari, ad opera del  buon governo del potere sovrano del re, sempre in lotta con le ribelli autonomie dei grandi feudatari - il quale buon governo contribuiva anche a creare spiritualmente oltre che materialmente  la nazione stessa.   A mio avviso,  la si può occultare, questa sostanziale interdipendenza fra Stato e Nazione, solo  ricorrendo ad arbitrarie semplificazioni. 

“In nessuna parte d’Europa la nazione è stata l’elemento primario e lo Stato l’elemento derivato.  Più antico della nazione francese è lo Stato francese – i suoi fondatori sono la monarchia e l’episcopato, non la nazione.  Più antico della nazione tedesca è l’Impero tedesco d’impronta franco-orientale e sassone, che anche nelle sue radici più recenti – quella prussiana e quella austriaca – è germogliato assai meno da linfe nazionali che da elementi dinastici e militari.  Più antico della nazione spagnola è lo Stato spagnolo, e nella misura in cui dietro la pluralità degli Stati pirenaici del Medioevo c’è l’idea di una unità, si tratta di una idea religiosa, non nazionale, dell’idea della lotta contro gli infedeli, sorretta da una pluralità di leghe cavalleresche.   L’Italia, che sembra smentire sotto più d’un aspetto la nostra tesi, poiché in essa è possibile riconoscere – cinque secoli prima della nascita del moderno Stato nazionale – una effettiva coscienza nazionale priva di forma politica, costituisce un unicum singolare.  Anche qui, in realtà, una creazione politica primaria è alla base della coscienza nazionale: lo Stato romano, che – certo – per secoli visse soltanto nel ricordo, ma anche in questa forma ideale esercitò un’influenza così forte che gli abitanti della penisola recalcitrarono a qualsiasi ordinamento imposto loro dall’esterno, fosse gotico, longobardo, franco, degli Ottoni e degli Staufen, ispano-asburgico.  Ma anche nel secolo XIX quel ricordo di Roma, che viene inteso come idea nazionale, non è in grado – da solo – di dar vita a una nuova, effettiva fondazione:  accanto alla culla dello Stato nazionale c’erano la dinastia dei Savoia, l’esercito piemontese e un sorprendente diplomatico, Cavour”.[4]

Così Werner Kaegi, illustre storico svizzero (1901-1979), che, tra altre cose, ha dedicato fondamentali studi all’importanza del piccolo Stato nella storia europea.  Prescindiamo  per il momento da quello che dice sull’Italia: più che “gli abitanti” in generale furono elementi dell’élite ad opporsi, sul piano culturale e politico-culturale (la “nazione culturale” in assenza di quella “politica”) all’imposizione di modelli stranieri, a vagheggiare la libertà e a volte l’unità d’Italia in termini più che altro ideali, poetici; a tener vivo, anche con ampio uso della retorica, l’ideale di uno Stato unitario e sovrano, rappresentato dall’antica Roma.   Importa, io credo, il concetto essenziale espresso dallo storico svizzero. 

A mio avviso, egli vuol sottolineare soprattutto come lo Stato, inteso come istituzione, apparato civile e militare, amministrazione e governo, spesso in simbiosi con l’organizzazione ecclesiastica, sia stato, ad un certo punto, il creatore della nazione: il trono e l’altare sono stati gli artefici della nazione francese.  Si intende:  non dal nulla, ma mediante un’opera graduale di organizzazione e comando che ha fatto venire in essere un’unità, innanzitutto spirituale e di costumi, in quegli elementi spontanei già formatisi, a livello locale, come “la famiglia e il comune”, ma non costituenti ancora come tali una “nazione”.  Se la nazione è coscienza collettiva di un’unità di stirpe, valori, tradizioni e interessi, si può dire che, storicamente, quest’unità raramente si forma compiutamente prima dello Stato ad essa corrispondente, per quanto primitivo quest’ultimo possa essere.  Potremmo dire che  essa da  un lato concresce allo Stato, dall’altro è da esso prodotta, grazie all’azione di amministrazione e governo tipica delle istituzioni statali, agenti sulla base di un potere  sovrano cioè mediante comandi e tendenzialmente poco inclini a lasciar giudicare il proprio operato da eventuali istanze superiori. 

[Esempi storici a sostegno di questa tesi]    Se vogliamo esempi storici, ne troviamo più d’uno, ben prima della nascita dello Stato-nazione, prodotto dalla Rivoluzione Francese.  Pensiamo ad esempio allo Stato monarchico accentrato creato dagli Svevi nel Meridione dell’Italia, che continuò quello normanno.  Il Meridione d’Italia non conobbe il fenomeno dei Comuni né quello delle Signorie per il semplice fatto che, a partire da una certa epoca, vi dominò sempre il Regno, un regime monarchico accentrato e accentratore.  Ora, la nazione meridionale, con i suoi usi e costumi comuni, compattamente cattolica e monarchica,  preesisteva forse al Regno o non nasce assieme ad esso ed  anche (e forse soprattutto) per opera di quest’ultimo?  

Il Regno nasce con i Normanni, razza conquistatrice tra le più astute e spietate.  Arrivati in loco nel 1010, all’inizio come pellegrini (armati) che volevano andare in Terra Santa, videro che era più utile e interessante vendersi come mercenari al miglior offerente, nel coacervo di lotte che caratterizzava i piccoli potentati nei quali era diviso il Sud.  Data la loro superiorità militare (le battaglie le decideva la cavalleria pesante, nella quale eccellevano, rispetto ai locali), cominciarono  ad accrescere le loro forze e a mettersi in proprio, per così dire.

“Nell’Italia meridionale, agli inizi del secolo XI, si avevano nove Stati :  il Catapanato bizantino (gran parte delle Puglie e della Basilicata e la Calabria), l’Emirato musulmano di Sicilia, i Principati longobardi di Benevento, Salerno e Capua, i quattro ducati bizantini di Napoli, Gaeta, Amalfi e Sorrento :  i quali tutti erano perennemente in guerra tra loro, oltre alle lotte esterne contro il Papato e il S.R. Impero.  Tra questi nove Stati si inseriscono, quale decimo elemento, i Normanni, cioè alcuni nuclei di quel popolo avventuriero che, proveniente dalla Scandinavia [pirati ferocissimi, terrore delle coste nel Nord-Europa e delle Isole Britanniche], nell’886, aveva ottenuto da Carlo il Grosso [uno degli ultimi sovrani franchi, che non riusciva a vincerli] la Normandia in Francia e di là aveva invaso l’Inghilterra [nel 1066, ma si erano già abbastanza civilizzati, diventando francesi di lingua e costumi].”[5]  

 Tralasciamo le imprese italiane dei Normanni, “un’opera di vero e proprio brigantaggio”, quanto ai metodi impiegati, e limitiamoci a ricordare l’importanza storica della loro conquista del Sud, per noi italiani:  “essi vietarono ai Bizantini la riconquista delle nostre regioni, impedendo una nuova dominazione orientale che sarebbe stata ben grave all’Italia”[anche, aggiungo io, per motivi religiosi, di difesa dalle eresie], “così come avevano troncata in modo definitivo in Sicilia quella musulmana” e impedirono una travolgente potenza di Venezia per almeno un secolo.[6]  L’aver ostacolato la potenza veneziana fu un fatto della storia contingente.  Fondamentale, invece, e destinato a durare, l’arresto della dominazione bizantina nel nostro Paese e soprattutto l’eliminazione di quella musulmana.  In Sicilia c’era la guerra civile tra gli arabi: alcuni di loro fecero l’errore di assoldare contingenti normanni, i quali misero tutti d’accordo impadronendosi dell’isola.

Ai fini del discorso che qui interessa, bisogna chiedersi:  nel Mezzogiorno prima dei Normanni c’era una evidente diversità di religioni e costumi, e non si poteva dire che esistesse una “nazione meridionale italiana” unitaria nel suo modo di vivere e nei suoi valori, come si è costruita ed affermata successivamente.  E questa “nazione” non comincia forse a prender forma grazie all’azione dello Stato normanno, una monarchia tendenzialmente assoluta, accentratrice?  Voglio con questo dire che il rigido schema:  prima la Nazione, poi lo Stato, qui non sembra affatto possibile applicarlo. 

Un altro esempio, vorrei dire classico, di nazionalità creata dallo Stato è rappresentato dalla monarchia asburgica.  Stato multinazionale, contenente popoli diversissimi tra loro (tedeschi, ungheresi, cèchi, polacchi, slovacchi, ucraini, russi, romeni, croati, sloveni, bosniaci, italiani).  Qui la “nazionalità spontanea” di ciascun popolo  non attizzava forse le peggiori tendenze centrifughe?  Eppure queste nazionalità, superato il periodo delle rivoluzioni e ribellioni, per un lungo arco di tempo si amalgamarono in una sorta di “Austria dello spirito”, si sentirono una nazione grazie alla fedeltà all’imperatore, alla dinastia, all’amministrazione austriaca, all’esercito imperiale, insomma grazie all’opera dello Stato asburgico, al “buon governo” delle sue istituzioni, alla civiltà “mitteleuropea” che esse erano riuscite a creare;  Stato che rimase in vita finché le forze centrifughe rappresentate dalle varie “nazionalità” non presero il sopravvento, con la grave crisi provocata dalla sconfitta finale nella I gm.

Se in un impero, realtà quasi sempre multinazionale, ci deve pur essere il sentimento di appartenenza all’impero in quanto nazione che tutti i sudditi abbraccia nei suoi valori comuni, trascendenti quelli delle nazionalità locali per quanto autonome possano essere: ebbene, questa nazione, questa nazionalità imperiale,  chi altri se non lo Stato imperiale stesso la costruisce?  E la costruisce soprattutto quando governa bene o comunque in modo da soddisfare le esigenze fondamentali dei governati.  Nell’impero ottomano il vincolo di fedeltà al Sultano si esprimeva in un patriottismo osmanlı, che faceva sentire i sudditi quali appartenenti ad un’unica nazione, non quella turca pur numericamente prevalente ma appunto quella fondata da Osman, capotribù di una delle tante schiatte turche dell’Asia centrale, iniziatore con le sue conquiste  dell’impero e quindi dello Stato multinazionale che portava il suo nome (ottomano, nella forma occidentale).  

  [Secondo Aristotele le comunità naturali e lo Stato costituiscono un’unità organica, quando lo Stato agisce secondo il bene comune]    Non si tratta, quindi, di rovesciare completamente la tesi del pensiero tradizionalista, che, se l’ho ben  interpretata, limita lo Stato (non solo quello partorito dalla Rivoluzione Francese) ad un ruolo secondario, quasi notarile, rispetto alla “nazione” formatasi indipendentemente.  Si tratta, invece, di riconoscere (e proprio guardando alla storia) quella che si può chiamare fattiva interdipendenza tra il costruirsi dello Stato e il crescere e il mantenersi della Nazione.   Credo che questo dovrebbe  essere un primo punto da tener fermo.  A riprova, possiamo verificare nel pensiero di Aristotele, che resta, sino a prova contraria, uno dei classici di riferimento del pensiero cattolico tradizionalista, il rapporto tra le istituzioni di formazione spontanea, richiamate da de Tejada, quale la famiglia e il municipio (“il villaggio”), e la comunità politica più ampia, quella che per i Greci era la polis (lo Stato) con la sua costituzione (politeia).  Già nel I libro della Politica viene affermato il carattere organico del loro nesso.

“Riguardo poi al marito e alla moglie, ai figli e al padre, alla virtù di ciascuno di essi e alle loro reciproche relazioni, quale è giusta, quale non è giusta, in che modo bisogna cercare il bene e fuggire il male, è necessario esaminarlo nei discorsi sulle forme di costituzione.  Perché, siccome ogni famiglia è parte dello Stato [epei gar oikia men pâsa meros poleōs] e le persone di cui si parla sono parte della famiglia e siccome si deve considerare l’eccellenza della parte in rapporto all’eccellenza del tutto, bisogna educare figli e mogli tenendo d’occhio la forma di costituzione, se è vero che ha importanza per la perfezione dello Stato che i ragazzi e le donne siano moralmente perfetti.  E, in realtà, deve avere importanza, perché le donne sono la metà degli esseri liberi e dai ragazzi vengono su quelli che parteciperanno alla vita politica”.[7]

 L’uomo, ci insegna Aristotele, è un “animale socievole” ma la vita in comune che egli si sente portato a condurre con i suoi simili non vorrebbe essere la vita in generale o qualsiasi vita ma quella “vita felice” che gli consenta di realizzare, oltre ad un giusto benessere materiale, anche i valori nei quali crede.  Riporto il famoso passo:

“La comunità che risulta di più villaggi è lo Stato [polis], perfetto, che raggiunge ormai, per così dire, il limite dell’autosufficienza completa: formato bensì per render possibile la vita, in realtà esiste per render possibile una vita felice [eû zên].  Quindi ogni Stato esiste per natura [physei], se per natura esistono anche le prime comunità; infatti esso è il loro fine e la natura è il fine: per es. quel che ogni cosa è quando ha compiuto il suo sviluppo, noi lo diciamo la sua natura [physis], sia d’un uomo, d’un cavallo, d’una casa”.[8]   

Nel libro III della Politica, lo Stagirita illustra più ampiamente il punto, dopo aver definito il concetto di costituzione.  Essa è “l’ordinamento [taxis] delle varie magistrature [archōn] d’uno Stato e specialmente di quella che è sovrana e suprema di tutto:  infatti, sovrana suprema è dovunque la suprema autorità [políteuma] dello Stato e la suprema autorità è la costituzione [politeía]”.[9]  Questo “ordinamento” si articola nelle tre “forme di costituzione”, rimaste classiche, del governo della cosa pubblica e quindi dello Stato: monarchia, aristocrazia, democrazia.  Ma ognuna di esse, quando è retta (ossia, quando non degenera in tirannide, oligarchia, governo della massa incolta e vendicativa) persegue il medesimo fine, che è il “bene comune”, obbiettivo ideale e pratico, nel quale si realizza il fine per cui gli uomini si associano, a partire appunto dalla “famiglia” e dal “villaggio”:  il “viver bene” (eû zēn)   non il semplice vivere o in qualche modo sopravvivere, anche se in determinate circostanze vivere comunque e sopravvivere costituisce elemento sufficiente per associarsi.  Il “viver bene”o “viver felice” [eû zên] e il “viver bello” [zên kalōs], insomma la vita in comune nella sua pienezza, sia da un punto di vista materiale che spirituale e morale, si può realizzare solo nella perfezione di un’unità che racchiude e trascende le sue parti nel Tutto rappresentato dalla polis, cioè dallo Stato come l’istituzione che esiste unicamente per il bene comune e a questo patto, grazie a questo fine, è “secondo natura” allo stesso titolo della “famiglia” e del “villaggio”.  La natura dell’ente si determina in relazione al suo fine intrinseco.  

  Gli uomini sono socievoli per natura e aspirano sempre e comunque a vivere insieme ma tendono a realizzare questa comunanza di vita in modo sempre più perfezionato, mirando ad un’armonia  che trascenda il dato bruto ed immediato delle necessità della sopravvivenza.  

“Anche se non hanno bisogno d’aiuto reciproco, desiderano non di meno vivere insieme:  non solo, ma pure l’interesse comune li raccoglie, in rapporto alla parte di benessere [tou zên kalōs] che ciascuno ne trae.  Ed è proprio questo il fine e di tutti in comune e di ciascuno in particolare:  ma essi si riuniscono anche per il semplice scopo di vivere e per questo stringono la comunità statale.  C’è senza dubbio un elemento di bellezza nel vivere, anche considerato in se stesso, a meno che non sia gravato oltre misura dai mali dell’esistenza.  È chiaro del resto che i più degli uomini sopportano molte avversità perché attaccati alla vita, come se racchiudesse in se stessa una qualche gioia e dolcezza naturale”.[10]

Dunque:  per poter vivere nel modo migliore, per quanto possibile, e quindi per realizzare il “viver bene” (che non è solo materiale) di una sana comunità di “famiglie” e “villaggi”,  queste “comunità” non sono sufficienti da sole:  pertanto, gli uomini fondano lo Stato, la polis, secondo una determinata forma, ordinamento nel quale la famiglia e il villaggio trovano la loro compiuta, organica sistemazione.

“È chiaro perciò che lo Stato non è comunanza di luogo né esiste per evitare eventuali aggressioni e in vista di scambi:  tutto questo necessariamente c’è, se dev’esserci uno Stato, però non basta perché ci sia uno Stato:  lo Stato è comunanza di famiglie e di stirpi nel viver bene:  il suo oggetto è una esistenza pienamente realizzata e indipendente. Certo non si giungerà a tanto senza abitare lo stesso e unico luogo e godere il diritto di connubio.  Per questo sorsero nelle città rapporti di parentela e fratrie e sacrifici e passatempi della vita comune.  Questo è opera dell’amicizia, perché l’amicizia è scelta deliberata di vita comune.  Dunque, fine dello Stato è il vivere bene e tutte queste cose sono in vista del fine.  Lo Stato è comunanza di stirpi e di villaggi in una vita pienamente realizzata e indipendente:  è questo, come diciamo, il vivere in modo felice e bello.  E proprio in grazia delle opere belle e non della vita associata si deve ammettere l’esistenza della comunità politica.  Perciò quanti giovano sommamente a siffatta comunità hanno nello Stato una parte più grande di coloro che sono ad essi uguali o superiori per la libertà e per la nascita ma non uguali per la virtù politica, e di coloro che li superano in ricchezza e ne sono superati in virtù”.[11]

Data la natura dello Stato, che porta di per sè a compimento il fine intrinseco alla famiglia e al villaggio, costituenti per noi emblematicamente la “nazione spontanea”, che si innalza dal particolarismo della vita rustica al bene comune grazie all’opera dello Stato,  dovrà lo Stato esser governato dai migliori “in virtù politica”, cioè da veri statisti, preoccupati solo del bene comune.  Dalla acquisizione della natura organica e quindi secondo natura del nesso tra le istituzioni naturali e lo Stato, scaturisce anche la definizione preliminare del Politico come individuo che deve valere ed esser giudicato solo per i suoi meriti ovvero per l’autentica “virtù politica” che mostra di possedere. 

Ma quando il Politico cercherà di imporre una delle forme degenerate di Stato, incapace quindi di attuare il bene comune ed anzi ad esso contraria, il nesso tra le forme naturali della vita sociale e quelle statali si spezzerà e tutta l’opera dello Stato apparirà come una sovrapposizione innaturale alla “nazione spontanea”,  che inevitabilmente vedrà nell’autorità statale un nemico che la vuole soffocare e distruggere.  Ma questo accade quando appunto si diffonde una decadenza generalizzata, morale e politica, e una forma di Stato, ma anche un’intera società se non di civiltà appaiono addirittura prossime al tramonto.   Se la reazione a questo stato di cose vuole essere efficace deve, a mio modesto avviso, tralasciare dualismi e antitesi validi solo per descrivere situazioni patologiche, e recuperare invece, nella teoria politica innanzitutto,  il carattere “spontaneo” ovvero “naturale” dello Stato, del vero concetto dello Stato, già intuito e anticipato dal pensiero dei nostri Classici antichi.           

 

 



[1] Francisco Élias de Tejada, La famiglia e il municipio come basi dell’organizzazione politica, in:  ID., Europa, tradizione, libertà.  Saggi di filosofia della politica, tr. it. e introduzione e note a cura di Giovanni Turco, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 2005, pp. 91-114; p. 105.

[2] Stefano Magni, La Catalogna e il risveglio delle nazioni, in ‘La Nuova Bussola Quotidiana’, 15 ottobre 2019.

[3] Samuele Cecotti, Popolo e nazioni realtà naturali e perciò osteggiate, in ‘Chiesa e Postconcilio’, post del 6 maggio 2019, contenente l’intervento completo dell’Autore alla II Giornata della Dottrina Sociale, organizzata a Milano il 9 aprile 2019 da La Nuova Bussola Quotidiana e L’Osservatorio van Thuan.  

[4] Werner Kaegi, Il piccolo Stato nel pensiero europeo, 1938,  in:  ID., Meditazioni storiche, tr. it. dal tedesco a cura e con presentazione di Delio Cantimori, Laterza, Bari, 1960, pp. 33-90; pp. 38-39.

[5] Gennaro Maria Monti, Lo Stato normanno svevo. Lineamenti e ricerche, Napoli, Miccoli Editore, 1934, p. 3.

[6] Op.cit., pp. 5-6.

[7] Aristotele, La Politica, tr. it., introduzione, note e indici di Renato Laurenti, Laterza, Bari,  1966, pp. 44-45 (I (A), 13, 1260 b).  Per l’originale greco:  Aristotelis Politica, ed. W.D. Ross, Oxford Classical Texts, 1957,  rist. 1978.

[8] Op. cit., p. 8 (I (A), 2, 1252 b.

[9] Op. cit., p. 125 (III (Γ), 6, 1279 a).                                                                                                    

[10] Op. cit., pp. 125-126,  (1278 b).

[11] Op. cit., pp. 133-134 (1280 b – 1281 a).

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