mercoledì 21 luglio 2021

Crisi dei valori: No al ddl Zan, immorale e liberticida, che si inventa i reati di "omotransfobia" e "misoginia"!

 

 

 

Paolo   Pasqualucci  :  NO AL DISEGNO DI LEGGE ZAN, IMMORALE E LIBERTICIDA, CHE SI INVENTA I REATI DI “OMOTRANSFOBIA”  E  “MISOGINIA”!

 

Al Senato della Repubblica è cominciata ieri 13 luglio 2021 la discussione sul ddl Zan, fortemente voluto dai (Post)comunisti del Partito Democratico, dal partito dei 5Stelle e dai partitini e movimenti loro affini; in pratica, dall’intero e variegato spettro della sinistra italiana, includentte anche quote di cattolici.  Ad esso si oppongono, anche se non all’unanimità, i partiti del Centro-Destra e parte del mondo ecclesiastico.  Questa opposizione fa onore all’Italia, considerando che in altri Paesi simile perversa legislazione già esiste da tempo senza aver trovato la dovuta resistenza.  Tuttavia, l’opposizione non è forte e compatta come dovrebbe:  essa sembra mirare ad una soluzione di compromesso che attenui la portata “liberticida” del decreto, sino a renderla innocqua, più che ad un affossamento dello stesso.  Soluzione a ben vedere illusoria, che sembra tuttavia condivisa dalla Gerarchia cattolica, la quale in tutta questa angosciosa vicenda ha tenuto un profilo piuttosto basso, concentrandosi sulla violazione della libertà (di espressione) della Chiesa più che sulla violazione di principi fondamenentali dell’etica cristiana  -- cosa disdicevole e negativa per la ripulsa di un progetto di legge così apertamente contrario alla legge di natura e divina, che gli Stati non possono in alcun modo permettersi di violare, se vogliono esser graditi al vero Dio e non incorrere nella sua ira.

Grazie all’ospitalità generosamente concessami da Maria Guarini, ripropongo qui, su Chiesa e Postconcilio, a futura memoria, opportunamento adattate,  parti del mio saggio:  Il “regno della donna” ha distrutto i valori tradizionali, Solfanelli, Chieti, 2020, di 98 pagine, € 10,00 – parti tratte dai capp. 7 e 8 rispettivamente, nelle quali mi ero soffermato ampiamente sull’iniquo ddl Zan, inconcepibile senza l’affermarsi del “regno della donna” ossia della ginecocrazia femminista, che ci sta opprimendo dall’esplodere della Rivoluzione Sessuale, dissolutrice degli autentici valori morali e quindi della società e del tessuto stesso etnico delle nazioni.  L’articolo è diviso in due parti.  Nella prima, espongo  il carattere liberticida e moralmente perverso di questo disegno di legge.  Nella seconda, illustro sinteticamente la mancanza di fondamento della pretesa normalità delle tendenze omosessuali e del cosiddetto “transgenderismo”, riportando le dimostrazioni di autorevoli medici e studiosi. 

 

 

 

1.  Il ddl Zan impedisce di condannare il peccato contro natura, che invece mira a propagandare nella scuola e nella società.   

Questo progetto è stato giustamente bollato, da più parti, inclusa la Conferenza Episcopale Italiana, come “liberticida” perché prevede durissime condanne e persino lavoro nei servizi sociali a favore delle comunità lgbt, non solo per chi compia atti discriminatori o violenti o inciti a compierli  nei confronti degli omosessuali o dei bisessuali o dei transgender, ma anche per chi manifesti opinioni considerate “odio” o incitanti all’odio nei loro confronti. 

Il disegno di legge Scalfarotto-Zan (relatore)-Boldrini unifica cinque diverse proposte, presentate negli anni.  Si tratta di un Testo Unico che estende a tutela del mondo lgbt le sanzioni inflitte dalla c.d. Legge Mancino a chi avesse compiuto o istigato a compiere mediante opportuna “propaganda” atti discriminatori o violenti nei confronti delle minoranze per motivi razziali, etnici, religiosi.  Dopo l’introduzione di un articolo detto “salva-idee”, su richiesta del partito Forza Italia di Silvio Berlusconi, dal ddl viene esclusa la sanzione della c.d. “propaganda” per rispettare la libera espressione delle idee anche in questa materia, a norma dell’art. 21 della Costituzione repubblicana.

L’attivista omosessuale Zan, un ingegnere patavino deputato del Partito Democratico, nella sua Relazione, giustifica la necessità delle legge proposta al fine di proteggere “gay, lesbiche, bisessuali e transessuali” dalle minacce,  aggressioni e dai pestaggi, a suo dire numerosi, se non qualificando questi ultimi come “reati d’odio” ossia prodotti dalla cosiddetta omofobia.  Ma, come sottolineato dall’opposizione, egli non ha saputo fornire cifre che giustificassero le sue affermazioni, restando nel generico, trincerandosi dietro l’affermazione che molte aggressioni non vengono denunciate, che le statistiche in materia non sono possibili.  Se non vengono denunciate, lui come fa a sapere che le aggressioni e i pestaggi sono numerosi?  In realtà le cifre ufficiali in proposito mostrano numeri notoriamente bassi:  26,5 segnalazioni in media all’anno dal settembre 2010 al dicembre 2018 (come riportato dal Centro Studi Rosario Livatino).  L’Italia resta un paese civile. Per di più, nel clima di lassismo morale pervadente da decenni tutto l’Occidente, anche da noi c’è oggi ampia tolleranza per il fenomeno omosessuale.

Tanto più ingiustificata appare dunque la pretesa di stabilire il reato di “omofobia”.  La normativa esistente, come fatto rilevare da più parti, è del tutto sufficiente a proteggere il mondo lgbt da insulti, minacce e percosse.  Ma tant’è.  Si vuole dunque punire chi compie o istiga a commettere cosiddetti “atti di discriminazione”, oltre che “per motivi razziali, etnici, nazionali, religiosi” anche per quelli “fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere”;  oppure chi compie o istiga a commettere “atti di violenza” o “atti di provocazione alla violenza” oltre che “per motivi razziali, etnici, nazionali, religiosi” anche per motivi fondati “sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere”.  Dove però la normativa attuale (o Legge Mancino) sanziona “la propaganda di idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico” non vengono aggiunti “il sesso, il genere, l’orientamento sessuale e l’identità di genere”.  Anzi, come si è detto, nel ddl è stato aggiunto l’art. 3, che tutelerebbe la libertà d’opinione in relazione alla proposta normativa.  In tale articolo si afferma che:  ai sensi della presente legge sono consentite la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee e alla libertà delle scelte”.  Si tratta tuttavia, come ognun può vedere, di una dizione alquanto generica che non fuga per nulla le forti preoccupazioni suscitate da questo ddl.

Come hanno notato gli studiosi del Centro Studi Rosario Livatino, il disegno di legge e la Relazione acclusa dall’On. Zan, non specificano le categorie usate, non ne tentano una definizione.  Non ci illuminano, per esempio, sulla natura degli “atti discriminatori”.  Quali sarebbero?  Ciò significa lasciare al giudice “il potere più ampio, oltre il limite dell’arbitrio, per riempire di senso e di contenuto le categorie adoperate”.[1]  Il quale giudice si troverebbe di fronte, come basilare categoria ermeneutica da applicare, “anche la dimensione multipla o intersezionale della discriminazione e della violenza”; espressione oscura, che viene dal relatore così chiarita:  “la dimensione, cioè, che investe diversi aspetti della personalità allo stesso tempo:  ad esempio, una donna lesbica può subire discriminazione o violenza in quanto donna e in quanto lesbica, o viceversa”.[2]

Ma qual’è la logica di un criterio del genere?  Cerchiamo di fare degli esempi, ricavati, del resto, da situazioni del tutto verosimili, di fatto verificatesi:  1. Una signora non assume una donna come istitutrice per le sue figlie perché viene a sapere con certezza che è lesbica non perché sia una donna, dato che proprio un istitutore di sesso femminile va cercando.  Se si applica la “dimensione multipla e intersezionale” bisogna dire che la lesbica è stata discriminata anche perché donna?  E quindi aumentare la pena?  L’” intersezione” delle discriminazioni appare del tutto assurda, dato che, nel caso di specie,  a) è solo l’omosessualità la causa della sua non-assunzione, non il suo sesso; b) solo una donna può evidentemente essere lesbica.  Oppure:  2. se una madre prende a schiaffi in pubblico (come pure è successo) la lesbica trentenne che le ha sedotto la figlia diciottenne, questa madre può esser condannata per aver compiuto “atti di violenza” sulla donna oltre che sulla lesbica?  Ma una lesbica è per forza una donna e quindi questo raddoppiamento della discriminazione o dell’atto di violenza, appare anche qui pleonastico  ed anzi del tutto incomprensibile.  A meno che la logica che ispira questo ddl non sia quella di spargere il terrore minacciando il maggior danno possibile.

Ha stupito, infatti, la durezza delle pene previste, assai più gravi di quelle contemplate dalla Legge Mancino, alla quale sono state aggiunte sanzioni accessorie, costituite da attività sociali a favore di comunità lgbt, un’imposizione particolarmente umiliante per le persone normali, costituenti ancora la gran maggioranza della popolazione.  Si può esser condannati sino a due a quattro a sei anni di carcere.  Se la condanna è inferiore a due, si può esser costretti ad andare a lavorare gratis per le comunità lgbt, come forma di “rieducazione” evidentemente!   Giustamente, gli studiosi del Centro Livatino sottolineano che un “canone esegetico” come quello della cosiddetta “dimensione multipla e intersezionale” della “discriminazione” farà in modo che “il tot capita tot sententiae” da parte dei giudici “divenga la regola.  E ciò in un contesto non già di accademia, al cui interno dilettarsi su come intendere “l’identità di genere” o l’”orientamento sessuale”:  bensì in un contesto di giustizia penale, che prevede sanzioni fino a un massimo di sei anni di reclusione; sanzioni che, oltre a essere in sé pesanti, permettono di utilizzare strumenti di indagine come le intercettazioni (per le quali è sufficiente un limite sanzionatorio massimo di cinque anni) e imporre misure cautelari restrittive della libertà, fino al carcere.”[3]

La senatrice Laura Boldrini ha affermato che, con l’ articolo cosiddetto “salva-idee”, le legittime opinioni dissenzienti verrebbero salvaguardate, ragion per cui non c’è da aver paura di questa legge.  Ma per l’onorevole senatrice il ddl antiomofobico e antimisoginia andava evidentemente bene anche senza quest’articolo, visto che esso è stato imposto da pressioni esterne; le andava bene che contemplasse anni di galera per chi avesse, putacaso, osato menzionare le severe condanne neotestamentarie dell’omosessualità o semplicemente criticato il carattere delle donne, in quanto tali!  In ogni caso, l’ottimismo della senatrice appare alquanto prematuro, per non dire:  superficiale. 

  Andiamo, infatti, nel particolare.  Limitandoci alla categoria degli “atti discriminatori” interpretabili come “atti di odio” (omofobici o hate crimes) da parte di un giudice in base a questo ddl,  quali potrebbero essere questi atti? Per forza di cose opinioni coinvolgenti i valori fondamentali, opinioni che di per se stesse sempre irritano la controparte, anche se espresse in maniera cortese.  Se dico o scrivo che per me, come cattolico e persona normale, l’omosessualità maschile e femminile, turpibus adflicta conubiis, è in sé un disordine grave che rovina gli individui che ne soffrono e crea il deserto nelle società dove prenda piede, perché, oltre ad altri aspetti negativi (per la morale e la salute pubblica, a causa della diffusione di una malattia come l’AIDS), distrugge la famiglia e non fa più nascere bambini,  quest’opinione dovrebbe esser considerata “omofobica” ossia piena di odio per gli omosessuali e meritevole di condanna ad anni di galera? Ma i nostri politici e legislatori lo possiedono ancora il “senso del diritto”? E, comunque, anche se questa opinione può causare inevitabile irritazione, dove sarebbe qui l’odio?  Se si vogliono ammettere solo opinioni che non irritano nessuno, allora si dica apertamente che si può parlare solo del tempo, o di varia letteratura, o di giardinaggio e simili.  Gli attivisti lgbt non distinguono la condanna del peccato da quella del peccatore, fanno di ogni erba un fascio.  Ma Cristo Nostro Signore e la Chiesa da Lui fondata hanno sempre distinto.  Il Verbo si è incarnato proprio per salvare i peccatori (Mc 2, 17), proprio per questo Egli è sempre severo col loro peccato, affinché se ne rendano conto e tornino sulla retta via.

Se poi affermo che per me questo disordine o vizio, secondo la dizione tradizionale, è una patologia meritevole di cure appropriate, sul  piano strettamente clinico (soprattutto psichiatrico e psico-analitico) e anche su quello, più profondo, dei valori, dello spirito, con l’auspicare la conversione a Cristo del peccatore, per il bene della sua anima:  anche qui, ripeto, dove sarebbe l’odio?  Ma se queste opinioni, che riflettono quanto sempre insegnato dalla Chiesa cattolica sull’argomento nonché l’opinione di moralisti e pensatori, come l’ultimo Platone ad esempio, e l’opinione della gente normale di tutti i tempi, possono rientrare negli “atti discriminatori”, allora l’art. 3 c.d. “salva-idee” altro non è che un inutile orpello, un’autentica presa in giro.

Ma su che base si può affermare che le opinioni, laiche o religiose, di critica e condanna morale del fenomeno omosessuale in tutti i suoi aspetti possono esser fatte rientrare negli “atti discriminatori” del ddl, visto che il contenuto di questi atti è stato lasciato all’interpretazione del giudice?  Su questa base: la maggioranza dei giudici si conformerà inevitabilamente ad una certa prassi sociale nel determinare il carattere “discriminatorio” o meno di questi “atti”.  E nel sociale troverà che questi atti, che le opinioni anche rispettosamente ma fermamente critiche del fenomeno omosessuale, sono proprio quelle che i grandi media, la blogosfera lgbt e omofila condannano nel modo più radicale e non poche volte anche violento, con derisioni, sbeffeggiamenti, insulti, a volte seguìti da azioni fisiche di disturbo, generalmente impunite.  Senza arrivare agli attacchi massicci delle lesbiche organizzate quali forsennate Menadi per devastare e bruciare le chiese in Argentina e in altri paesi sudamericani, difese le chiese (a volte) da passive catene umane di fedeli, quasi tutti uomini; senza arrivare (ancora) a questo, un esempio di intolleranza anticattolica da parte della comunità lgbt lo abbiamo di recente avuto nel noto episodio accaduto nel paese di Lizzano (TA), il 14 luglio 2020.

Il locale parroco aveva consentito ad un gruppo di preghiera di organizzare dentro la sua chiesa una veglia di preghiera per invocare l’aiuto divino affinché venisse bloccato l’iter del ddl Zan.  Scopo perfettamente lecito per dei cattolici, dal momento che la figura di reato ipotizzata dal ddl trasformerebbe in fattispecie criminosa anche l’insegnamento del Catechismo sull’omosessualità.  Ma, come è noto, attivisti con la bandiera dell’arcobaleno hanno cominciato a disturbare rumorosamente dalla piazza prospiciente la chiesa.  Allora il parroco, preoccupato, ha chiamato  a protezione i carabinieri che hanno proceduto, come da prassi, a identificare i disturbatori.  Ciò ha provocato l’intervento polemico del sindaco, di sesso femminile, che ha invitato i carabinieri a schedare piuttosto chi era dentro la chiesa, come se la veglia di preghiera regolarmente autorizzata e in un luogo chiuso fosse un’attività che disturbasse l’ordine pubblico!  Questa stessa persona ha poco dopo emesso comunicati on line dichiaratamente omofili nei quali eccepiva sui contenuti di questa veglia di preghiera.  Ma l’atteggiamento del sindaco è stato superato dal commento in rete di un attivista lgbt, membro di una “piattaforma” gay cattolica (ci sono anche queste, evidentemente, a riprova del fatto di quanto sia oggi tollerata l’omosessualità nella nostra società, persino dalla Gerarchia cattolica).

Mi dispiace per il parroco di Lizzano, ma questa è precisamente una di quelle azioni che giustamente la legge Zan potrebbe punire.  Perché sfido chiunque a credere che si tratti davvero di una preghiera da non considerare come gesto provocatorio e di istigazione all’odio.  Fateli pure, i vostri rosari blasfemi.  Saranno gli ultimi”.[4]   

Dunque:  l’attivista glbt può permettersi di apostrofare noi cattolici in maniera arrogante e offensiva, e di dileggiare in maniera questa sì blasfema la recita del S. Rosario.  Ma la cosa che colpisce è che, secondo l’autentica dello spirito del ddl Zan fornita da costui, ci si deve rifiutare di credere che quei Rosari fossero preghiere e non invece “un gesto provocatorio e di istigazione all’odio”.  Quella veglia di preghiera si limitava a supplicare il Signore, tramite l’intercessione della Santissima Vergine, di non lasciar passare un decreto il cui contenuto non poteva essere accettato da chi fosse rimasto cattolico credente e coerente, in quanto giustificante il peccato contronatura, secondo la dizione tradizionale, ossia un comportamento di per sé gravememente contrario alla morale cristiana, alla legge divina e naturale. Ora, una tale supplica, che si effettuava in luogo chiuso e di proprietà della Chiesa, era o no perfettamente lecita secondo l’art. 21 della Costituzione?  Impetrata per non far passare un disegno di legge proponente una normativa a difesa di quelli che per i cattolici sono e restano peccati gravi e tale da impedire praticamente l’insegnamento dell’etica cristiana, racchiuso nel Catechismo della Chiesa Cattolica. Dove stanno qui la provocazione e l’istigazione all’odio?  La realtà è che, come si è detto, ogni osservazione loro rivolta sul piano dei valori, ribadente princìpi non negoziabili, è sentita dagli attivisti lgtb come cosa insopportabile, vera e propria istigazione all’odio nei loro confronti.   Ma valga il vero: nel caso di specie, l’unica istigazione all’odio è stata quella dell’attivista lgbt il quale si augura in toni sprezzanti che la futura legge Zan possa chiudere la bocca, infliggendo loro anni di galera, a tutti quei devoti che pregano affinché non siano violati i divini comandamenti e la Chiesa non sia perseguitata.  Abbiamo qui un invito piuttosto esplicito alla persecuzione dei cattolici, tipico di un “attivismo” che applica sistematicamente il linciaggio mediatico e morale contro le opinioni ad esso sgradite.  Grida sempre più alte della comunità lgbt inveiscono contro la nostra religione perché essa inciterebbe all’odio contro gli omosessuali in generale, in tutte le loro varie configurazioni, per così dire.  Ma è vero il contrario:  il ddl Zan è il tentativo di coagulare in una legge dello Stato l’odio sempre più forte che  la galassia gay e omofila attiva sui social media sembra manifestare ogni giorno di più nei confronti del cattolicesimo.

Ma in questo disegno di legge nuota anche l’avversione delle femministe per il maschio, per l’uomo, in generale.  Non si spiegherebbe altrimenti l’inclusione della misoginia tra le figure di reato da punire. Di questa, i critici del disegno di legge non sembrano tener particolarmente conto, anche perché non emerge in modo distinto dal contesto.  Da dove risulterebbe?  Forse dalle voci sesso”, o “genere”  inserite nella lista delle possibili figure di reato? Atti di discriminazione  o violenti nei confronti di una donna perché donna?  E per ciò che riguarda le opinioni, considerate come “atti di discriminazione”: le critiche alle donne, in quanto tali? Ci rendiamo conto, se questo è il caso, di dove ci stanno portando, recitando sempre la parte delle vittime :  anni di galera per aver detto, poniamo, che le donne non sono portate per il mestiere delle armi né per fare tutti i mestieri degli uomini; sono tendenzialmente isteriche, assai più degli uomini; o bisbetiche; o poco portate all’astrazione, alla speculazione, più intuitive che razionali  e via discorrendo? Ma i misogini non costruiscono stereotipi? Anche ammettendolo, in una certa misura, condannarli come reati non significa  cadere nella farsa?

Volete, dunque, ammettere solo opinioni che non diano fastidio a nessuno e soprattutto ai signori del “politicamente corretto”?

Non ci si accorge del ridicolo nel voler far rientrare la  “misoginia” fra i reati di opinione?  Chi è il misogino se non colui che manifesta un’opinione,   in vario modo e a volte ridicolmente negativa sulle donne e la mantiene? Le preziose ridicole, commedia nella quale Molière mette alla berlina le donne intellettuali, dovremo cassarla dalla letteratura mondiale sotto l’imputazione di esser affetta da “misoginia”?  E La bisbetica domata di Shakespeare?  E la truce Lady Macbeth, è forse un personaggio “politicamente corretto”? E che dire de Le donne in assemblea di Aristofane, satira feroce delle donne al governo degli Stati? In ogni caso, non dovrebbe anche l’opinione del misogino esser protetta dall’art. “salva-idee”?  Anche qui, sarà il magistrato a decidere, interpretando liberamente, se criticare certi aspetti del carattere delle donne o farne la satira meriti anni di galera o meno.

Nessun cattolico che sia veramente tale, ma anche nessun laico di sani princìpi, può condividere un documento come il ddl Zan. E, bisogna pur dirlo, nessuna persona di buon senso.  Dietro l’apparenza di difendere dei poveri perseguitati per tendenze che sarebbero “innate”, bisognosi di “compassione”, di “inclusività”, di “rispetto”, esso promuove una ampia strategia offensiva: mira chiaramente a promuovere, diffondere, accreditare e persino imporre l’omosessualità in tutta la società.   Infatti, come è stato sottolineato dai suoi critici, il progetto di legge chiede l’istituzione di una “Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia al fine di promuovere la cultura del rispetto e dell’inclusione nonché di contrastare i pregiudizi, le discriminazioni e le violenze motivati  dall’orientamento sessuale etc.” (art. 5 del testo unico).  E per questa giornata, che dovrebbe aver luogo il 17 di maggio di ogni anno, si dovrebbero organizzare  “cerimonie, incontri e ogni altra iniziativa utile, anche da parte delle amministrazioni pubbliche, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado..” (art. 5, co. 3). Riappare dunque lo spettro della c.d. “educazione gender” nelle scuole “di ogni ordine e grado”; in sostanza, la corruzione della gioventù sin dalle scuole elementari con l’omosessualismo e l’erotismo, promuovendo tra i fanciulli e le fanciulle la c.d. “esplorazione della loro vera identità sessuale” [sic]:  con il far loro praticare la nudità, la masturbazione, i giochi che invitano a scambiare l’identità sessuale, etc.; pratiche infami e ripugnanti frutto di menti torbide, di spiriti malati e deviati, già in fase di attuazione in vari Stati – in Germania le chiamano “educazione alla diversità”; cose  che gridano vendetta di fronte a Dio e agli uomini, suggerite ora anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, un’istituzione che ormai promuove apertamente la corruzione dei costumi su scala mondiale.   

Sono richiesti (all’art. 8 del ddl) anche finanziamenti statali alle comunità lgbt, (le quali già ne godono), nonché statistiche ISTAT almeno ogni tre anni per rilevare “gli atteggiamenti della popolazione” nei confronti della problematica trattata dal ddl Zan. Questo riferimento agli “atteggiamenti” conferma, come sottolineano gli studiosi del Centro Livatino, la “genericità che attraversa l’intero articolato”, cioè l’intero documento, relazione Zan compresa. Che vuol dire, infatti, “atteggiamenti della popolazione”? Quali “atteggiamenti”?[5]  Sono gli “atteggiamenti”, regno del vago e dell’ondivago, cosa della quale dover prender nota  in sede scientifica?

2.  Le menzogne a monte del ddl Zan: che l’omosessualità sia conforme a natura, innata; che il c.d. “transgenderismo” corrisponda ad un orientamento sessuale naturale e consenta cambiare di sesso.

Per completare il discorso in modo organico e completo dal punto di vista della documentazione indispensabile al lettore, vengo ora al secondo punto della mia esposizione, ovviamente strettamente collegato al primo.

Dobbiamo qui confrontarci con le due  f a l s i t à , che oggi tengono campo,  illustrate nel titoletto di questo paragrafo. 

2.1 Il gene gay non è mai stato trovato, l’orientamento sessuale appare fluido e mutevole.

Innanzitutto, la menzogna implicita nel ddl secondo la quale la scienza avrebbe dimostrato che l’omosessualità è in certi soggetti innata, come se fosse un “orientamento sessuale” naturale, da “includere”, “rispettare”, incrementare e proteggere nei confronti dei terzi persino con sanzioni penali particolarmente pesanti.  La scienza fonda le sue certezze biologiche sui cromosomi e sui geni: il cromosoma e il gene dell’omosessualità non sono mai stati trovati.  Le pretese “scoperte” in questo campo, anni fa strombazzate con grande clamore dalla stampa internazionale, non hanno nessuna base scientifica, sono state demolite dagli scienziati seri.  

Nessuno è mai riuscito a dimostrare l’esistenza di un “gene gay” né di un “cervello gay”, nonostante i ripetuti tentativi in questo senso di ricercatori, a loro volta gay dichiarati o notori. Le loro ipotesi non hanno retto all’analisi.  Il mondo scientifico sa benissimo che non si è in alcun modo riusciti a dare consistenza al concetto di “orientamento sessuale” innato, da applicarsi all’individuo praticante l’omosessualità al fine di giustificarlo su base biologica.  A che titolo, allora, l’omosessualità è stata derubricata dalle patologie dalla American Psychiatric Association, nel 1973?  Di sicuro, senza alcuna giustificazione scientifica ma solo sulla base di ingiustificati impulsi emotivi, dovuti ad un malriposto senso di compassione (che, come dice l’antica saggezza, deve rivolgersi al peccatore ma mai al suo peccato).

 Come ha ricordato il dr. Gerard  J.M. van den Aardweg, psicoterapeuta olandese di fama internazionale, specializzato nella cura delle persone omosessuali, “nonostante la presenza dominante dell’ideologia gay nelle istituzioni politiche e accademiche, il British Royal College of Psychiatrists  ha emesso nel 2014 una Presa di posizione ufficiale, che sostiene non esser l’omosessualità una variante innata della sessualità.  Si pensa, invece, che essa sia causata, affermano gli psichiatri britannici, da una combinazione di fattori biologici (fisici) e ambientali.  Ma la Presa di posizione non indica quali siano tali fattori biologici e ambientali, quindi la spiegazione offerta rimane una vaga intuizione senza fondamento scientifico.  Probabilmente, menzionando i fattori biologici essi avevano in mente la vecchia teoria – ostinatamente riproposta – di una certa qual femminizzazione ormonale o cerebrale negli omosessuali, e di una maschilizzazione nelle lesbiche.  Ma il punto è che essi non hanno studiato la mole considerevole dei documenti di ricerca in proposito, nei quali non si trova alcuna prova dell’esistenza di fattori biologici, mentre si possono chiaramente identificare prove riguardanti i fattori ambientali.  Il Royal College non ha nemmeno menzionato i fattori ambientali concreti:  non si conoscevano i documenti che li definiscono o si aveva paura di avventurarsi in un territorio troppo politicamente scorretto?  Infatti, parlare di cause psicologiche sociali dell’omosessualità avrebbe esposto gli psichiatri alle ire della consorteria “pro-gay”.  Ma logicamente, il riconoscimento del fatto che gli elementi ambientali sono necessari affinché sorga un’attrazione nei confronti di persone dello stesso sesso, comporta la negazione della predeterminazione all’omosessualità:  in assenza di fattori ambientali, il desiderio contro natura non prende piede.  Quest’ultimo punto di vista apre quindi prospettive per la prevenzione e il cambiamento.  Ciò che non è innato bensì è la conseguenza di influssi ambientali mediante ciò che si definisce [con termine tecnico] “apprendimento” (esperienze, abitudini, traumi), è in linea di principio suscettibile di cambiamento.  Pertanto, la Presa di posizione respinge uno dei due presupposti chiave della propaganda degli attivisti gay, quello che suona:  “sei nato in quel modo”.  Inoltre, essa mina anche – indirettamente – il loro secondo presupposto:  “l’omosessualità non si può cambiare (o prevenire)”.[6]   

Il dr. van den Aardweg è cattolico, di un orientamento che possiamo definire tradizionale o comunque conservatore.  Se qualcuno ritiene che egli neghi il supposto carattere biologico ossia innato dell’omosessualità perché cattolico “puritano”, “bigotto”, si vada a leggere quanto scrive il celebre neurobiologo inglese Steven Rose, israelita ateo dichiarato e militante, di tendenze che possiamo definire liberal  in senso radicale sul piano etico-politico.  In uno dei suoi ben noti testi divulgativi sul funzionamento del cervello, irride senza tanti complimenti alle ricerche volte a scoprire il gene o il cervello “gay”, affermando che non sono scienza ma pura fantasia, “speculation”, oltretutto imbarazzanti perché, in certi passaggi, sembrano rivelare le “bizzarre fantasie sessuali” che ossessionano la mente del ricercatore.[7]

Anche un illustre psichiatra statunitense, il dr. Paul McHugh, MD, Distinguished Professor of Psychiatry nella Facoltà di Medicina della Johns Hopkins University, ovviamente bestia nera dei “liberals” e “radicals” imperversanti nelle Facoltà di Medicina americane, ha ribadito, con ineccepibili argomenti, l’impossibilità di dimostrare un’origine biologica dell’omosessualità ovvero di considerarla una “orientamento sessuale” naturale.  Data la sua grande competenza, fu prescelto nel ruolo di Amicus Curiae o “amico della Corte”, persona autorevole che informa la Corte Suprema su questioni in discussione che appaiano incerte. Si tratta di un istituto tipicamente americano, al fine di  richiamare l’attenzione della Corte su di un punto che potrebbe risultare trascurato. La Lettera dello Amicus Curiae mira a provvedere la Corte con la conoscenza necessaria per decidere in modo congruo.  In questo ruolo, il prof. McHugh, cattolico praticante, presentò alla Corte Suprema degli Stati Uniti una Lettera invitando quel Consesso a non prendere in considerazione l’orientamento sessuale quale motivo sufficiente ad includere i gay in una categoria meritevole di essere protetta nei suoi “diritti”, incluso quello di contrarre “matrimonio” con persone dello stesso sesso.  Purtroppo, come sappiamo, la Corte decise altrimenti, nel giugno del 2015, durante la Presidenza dell’omofilo e abortista Barak Obama, con una maggioranza di 5 a 4, stabilendo che nessuno Stato dell’Unione potrà rifiutarsi di riconoscere a quelli che abbiano celebrato il cosiddetto “matrimonio” omosessuale gli stessi diritti dei quali godono le persone regolarmente sposate.

Come sosteneva il suo argomento il prof. McHugh?  Estraggo dalla Lettera:  “Egli compare in veste di amicus per discutere se l’orientamento sessuale, allo stesso modo della razza e del genere, sia una categoria chiaramente definibile (discreta) oppure una caratteristica immutabile e definita.  Questi fattori sono rilevanti se questa Corte dovesse dichiarare l’orientamento sessuale una possibile nuova classe da prendere in considerazione.  Basandosi sullo stato corrente della ricerca scientifica, ne conclude che l’orientamento sessuale non rientra in nessuno dei due [fattori]”.[8]     

E perché il cosiddetto “orientamento sessuale” non rientra?  Prosegue l’Autore:  “L’individualizzabilità [discreteness] necessaria a costituire una classe ben definita richiede come minimo che un gruppo o un tratto sia chiaramente definito.  Ciò non è possibile per l’orientamento sessuale.  Una rassegna degli studi scientifici [sul tema] dimostra che non vi è consenso tra gli studiosi su come definire l’orientamento sessuale, sicché le varie definizioni proposte dagli esperti danno in sostanza vita a classi diverse.  Mentre la razza e il sesso sono ben definiti e capiti come tali, nonostante la credenza popolare in contrario l’orientamente sessuale resta una classificazione contestata e indeterminata”.[9] 

  Circa l’altra caratteristica invocata dalla propaganda degli attivisti gay, ovvero che il tratto omosessuale debba potersi considerare immutabile dalla nascita, come se fosse per l’appunto innato e immodificabile da fattori esterni, diversi autorevoli studiosi (sto citando sempre il prof. Paul McHugh) sono giunti alla conclusione che “i fattori genetici hanno un’influenza piccola o del tutto nulla sull’orientamento sessuale”.  Anzi, “ci sono sostanziali prove indirette dell’influenza di un modello sociale nei confronti degli individui coinvolti”.  Diversi studi, “hanno trovato forti correlazioni tra l’orientamento sessuale e fattori esterni quali la situazione familiare, l’ambiente, le condizioni sociali, elementi tutti la cui azione è impossibile inquadrare nelle teorie sull’origine biologica dell’omosessualità.”[10]

Pertanto, continua la Lettera alla Suprema Corte, la convinzione diffusa popolarmente (soprattuto dai media, sottolineo, quasi tutti massicciamente omofili) secondo la quale il cosiddetto orientamento sessuale è “biologically determined”, è del tutto “semplicistica”. In realtà, “non c’è nessuna solida prova a sostenerla, solo indimostrate teorie.”  Anzi, la American Psychiatric Association ha ribadito in modo ufficiale, nel 2012, “che non vi sono studi scientifici confermati che dimostrino una specifica eziologia [causalità] biologica per l’omosessualità.”[11]

 Molti e accurati studi hanno invece dimostrato che l’orientamento sessuale muta.  Si nota nella società americana d’oggi la presenza di un “bisessualismo” sempre più diffuso.  Si è potuto dimostrare che il 50% di appartenenti ad una “minoranza sessuale” come gli omosessuali (che sarebbero il 3,5% della popolazione, ma l’1,8% di loro si considera “bisessuale”), “una volta abbandonata la loro identità eterosessuale, abbiano cambiato l’etichetta della loro identità più di una volta.  Tale elasticità si nota soprattutto nelle donne.”[12]  Il dato in questione risulta da interviste fatte a  30 donne che “avevano speso circa metà della loro vita come eterosessuali, si erano sposate, avevano avuto bambini, per poi darsi al lesbismo una volta raggiunta la mezz’età.  Alcune di loro spiegarono  il loro lesbismo come risultato di un processo di scoperta di se stesse.  Ma un altro gruppo considerava la mutazione più che altro come una semplice scelta tra l’esser lesbica o bisessuale, casta o eterosessuale.”[13]  Osservo:  tutto lo stesso, a quanto pare, dal punto di vista della libera scelta!  Il prof. McHugh non poteva dirlo, in una epistola di quel tipo, ma la c.d. “bisessualità” diffusa tra tutte queste donne (ed anche la pretesa, tardiva “scoperta” dei rapporti saffici), da dove provenivano se non dalla generale corruzione dei costumi ovvero dall’influenza del modo sempre più depravato di vivere che caratterizza le nostre società, afflitte da un morboso e perverso pansessualismo,  nelle quali pertanto si è smarrito il senso del peccato e si mette tutto sullo stesso piano, come se tra il vizio e la virtù non vi fosse differenza alcuna?  Ed anzi, la corruttela viene esaltata e la virtù derisa, in particolare nell’immagine della donna, che si vuole obbligatoriamente “emancipata”, “liberata”, “trasgressiva”, “aggressiva”…

Ma ciò che conta, per chi vuol capire, è che dall’esposizione esatta dei risultati della vera scienza risulta dimostrata la totale infondatezza del concetto base delle pretese degli attivisti omosessuali, quello dell’esistenza di un orientamento sessuale omosessuale dalla nascita ed immutabile (“sono nato/a così”).  La lucida analisi dell’accademico americano lo scardina completamente, dimostrando che esso è del tutto insostenibile alla luce degli studi scientifici degni di questo nome.  Il prof. McHugh e la metodologia  prevalente mettono in rilievo soprattutto i fattori esterni  come causa del fenomeno omosessuale; il metodo terapeutico del dr. Aardweg li completa con l’individuazione dei fattori interni che contribuiscono a provocarlo: le nevrosi cioè il disturbo mentale che prende piede soprattutto nel periodo dell’adolescenza, allorché il soggetto che ne è vittima, per una serie di motivi dovuti solo in parte a rapporti squilibrati con uno dei due genitori, si forma complessi d’inferiorità, di esclusione, di autocommiserazione, che finiscono con il coinvolgere la percezione dellla sua identità sessuale.[14]  

 

2.2  La menzogna dell’effettiva possibilità del cambiamento di sesso (“transition”)

  La seconda grande menzogna che il disegno di legge Zan viene di fatto ad accreditare è quella dell’effettiva esistenza biologica di quello che chiamano “transgenderismo”, esistenza che meriterebbe di essere protetta dalla “transfobia” mediante leggi come quella che si sta appunto cercando di varare in questi giorni al Parlamento italiano.  In verità, è stato giustamente obiettato all’on. Zan che gli atteggiamenti incivili nei confronti dei transgender costituiscono fattispecie di reato già in base alle leggi esistenti.

Che l’omosessualità non abbia un’origine nella natura umana in quanto tale ma sia il frutto di un sentire malato o vizioso (vi sono infatti anche libertini che praticano l’omosessualità per vizio, esemplificati  dalla famosa figura del proustiano Barone di Charlus, trasfigurazione letteraria di un personaggio realmente esistito), ciò sembra evidente anche da quella forma di disturbo deviato nota come transgenderismo.  Anche qui ci illumina un essenziale contributo del prof. McHugh, in un importante articolo divulgativo di sei anni fa.  Oltre che professore universitario per quarant’anni, egli è stato per ventisei Primario del reparto psichiatrico dell’Ospedale della Johns Hopkins.  Ciò gli ha permesso, scrive, “di osservare [scientificamente] persone che affermavano di essere dei transessuali”.[15]

All’inizio erano solo uomini, sia omosessuali che eterosessuali, alcuni dei quali volevano esser operati perché “si eccitavano eroticamente all’immagine di se stessi come donne.”  Poi il fenomeno ha cominciato a coinvolgere le donne.  Negli ultimi quindici anni “è cresciuto in modo esponenziale” tanto che anche adolescenti maschi e femmine “hanno cominciato a presentarsi come appartenenti al sesso opposto” rispetto a quello nel quale sono nati.  Per questi adolescenti, precisa l’Autore, la motivazione non sarebbe erotica. Sono al contrario “spinti da una varietà di conflitti e preoccupazioni giovanili di natura psicosociale.”[16]

Ha dunque preso piede l’idea bislacca secondo la quale il sesso sarebbe appunto “una scelta” dipendente dall’individuo, “una disposizione o un modo di sentire più che un fatto naturale [a fact of nature].  In tal modo, lo si concepisce come una realtà fluttuante, che può cambiare ogni momento per qualsivoglia ragione.”[17]  Ora, ribadisce con estrema chiarezza il prof. McHugh, “l’idea che sia possibile cambiare sesso è del tutto falsa.  Gli uomini transessuali non diventano donne nè le donne transessuali diventano uomini.  Diventano tutti o uomini femminizzati [feminized] o donne mascolinizzate [masculinized].  La loro è una contraffazione poiché in realtà essi non fanno altro che imitare il sesso nel quale “si identificano.””[18]  Questo grave fenomeno, prosegue egli, ha sempre trovato ampia comprensione in Isvezia.  Ma proprio da accurate analisi effettuate in Isvezia, risulta che dieci o quindici anni dopo la “ristrutturazione chirurgica” del loro corpo, molti transessuali si suicidano.  Infatti, “la loro percentuale di suicidi è superiore di venti volte a quella dei loro coetanei [non transessuali].”[19]  L’unico modo corretto, conclude il Nostro, di affrontare questa deviazione è la psicoterapia, anche “di gruppo”, non la chirurgia.  Bisogna convincere i transessuali del grave errore nel quale sono caduti, quello di credere che il sesso non sia un fatto biologico ma solo un modo di sentire individuale, un “orientamento” scelto dal soggetto. “Il transessualismo – o gender dysphoria in termini tecnici – è un fatto psicologico non biologico.” Nella terminologia di psicoterapeuti (aggiungo) come il dr. Aardweg: un disturbo della psiche, una nevrosi, che va trattata con la psichiatria e la psicoanalisi, possibilmente integrate dalla conversione a Cristo.  “La cura dovrebbe proporsi di correggere la natura falsa e indimostrabile della convinzione dei “transessuali” e di risolvere i conflitti psicologici che la provocano.  Con gli adolescenti, il modo migliore sarebbe quello di una cura nell’ambito della famiglia [family therapy].”[20] 

Sull’effettiva possibilità di rovesciare la disastrosa tendenza dominante, il prof. McHugh di dimostrava tuttavia piuttosto pessimista, essendo il “feticcio transgender” protetto e imposto dai Governi, dai Media, dalla grande distribuzione, dalla grande industria.  E oggi, sei anni dopo, nonostante una assai più ampia presa di coscienza del problema grazie anche all’attività di gruppi cattolici conservatori e fedeli alla Tradizione della Chiesa fortemente impegnati sui social media e non solo, attività che ha portato alla denuncia degli orrori della chirurgia transgender, che ha mutilato e rovinato per sempre uomini e donne che vi si sono sventuratamente sottoposti,  non è che la situazione sia molto migliorata. 

Tuttavia noi non disperiamo, spes contra spem, e ci affidiamo alla protezione della Divina Provvidenza per continuare la battaglia in difesa della vera fede cattolica e contro le deviazioni, sempre più aberranti, di un mondo secolare che sembra avere letteralmente perso “il ben dell’intelletto.” 

 

Paolo   Pasqualucci, filosofo  cattolico.

Martedì 14 luglio 2021, S. Bonaventura, Vescovo e Dottore



[2] Op. cit., p. 3/8.

[3] Op. cit., ivi.

[4] Citato dal sito Corrispondenza Romana, che riprende un articolo di Giuseppe Rusconi, apparso sul blog Rossoporpora il 26 luglio 2020, col titolo : Legge omofobia: ancora [non] c’è, ma è come se ci fosse già, p. 3/4.  Mi sono servito anche di Manuela Antonacci, Lizzano, un anticipo del regime Lgbt voluto dal Ddl Zan, sul blog: La Nuova Bussola Quotidiana, del 16 luglio 2020.

 

[5] www.centrostudilivatino.it/ testo-unificato-zan etc., cit., pp. 6-7/8.

[6] Gerard J.M. van den Aardweg, La scienza dice NO.  L’inganno del “matrimonio” gay, 2015, tr. it. di Antonio Marcantonio,  con Presentazione  di  Paolo Pasqualucci, Solfanelli, Chieti, 2016, pp. 32-33. Corsivi miei.  Sul “golpe” che nel 1973 provocò la cancellazione dell’omosessualità dall’elenco delle patologie, vedi il medesimo autore, pp. 34-35.

[7] Steven  Rose, Lifelines.  Life Beyond the Gene, 1997, ediz. interamente riveduta, Vintage, London, 2005, pp. 210-211; pp. 288-291.  A p. 211 l’Autore cita i nomi di altri due scienziati che condividono le sue sferzanti critiche.  Per i tentativi scientificamente inconsistenti agli inizi degli anni Novanta del XX secolo di trovare il “cervello gay” dall’analisi di reperti cerebrali di uomini morti di Aids, pubblicizzati in libri di cassetta, con titoli accattivanti del tipo: The Sexual Brain, o addirittura il “gene gay”: pp. 289-291.  Precise e puntuali critiche ai metodi scientificamente insufficienti di queste pretese scoperte del “gene gay” o del  “cervello gay”, si trovano anche in: Gerard J.M. van den Aardweg, Selbst-therapie von Homosexualität. Leitfaden für Betroffene und Berater, Hännsler, Neuhausen/Stuttgart, 1996, il paragrafo: Homosexualität in den Genen? Im Gehirn?[L’omosessualità nei geni, nel cervello?]”, pp. 34-41.  

[8] Brief Amicus of Dr. Paul McHugh in Support of Respondents, Cockle Law Brief Printing Co., diffusa in rete a cura della American Bar Association www.supremecourtpreview.org., di pp. 29 di testo, precedute da XI pp. con l’indice e la bibliografia. I “respondents” o convenuti in giudizio erano i governatori del Tennessee, del Michigan, del Kentucky, i quali si opponevano alle illegittime richieste “matrimoniali” dei gay, che li avevano pertanto citati in giudizio presso la Corte Suprema.

[9] Brief Amicus Curiae, cit., p. 2.

[10] Op.cit., pp. 15-17.

[11] Op. cit., p. 19.  Cinquant’anni di ricerche in questo senso non sono approdati a nulla (op. cit., pp. 19-20)..

[12] Op. cit., p. 21.  Le stime provenivano da un noto Istituto specializzato dell’Università della California (UCLA) ed  erano frutto della media effettuata su cinque recenti studi sulla popolazione (op. cit., p. 26). 

[13] Op. cit., p. 27. La “castità” va qui intesa come semplice astinenza dai rapporti sessuali, di qualunque tipo, non come virtù cristiana o comunque valore morale.

[14] Sul punto, vedi: Gerard J.M. van den Aardweg,  La scienza dice NO. L’inganno del “matrimonio” gay, cit., capp. 1-4 e le pubblicazioni dell’Autore citate nella Presentazione di questo stesso volume.

[15] Paul McHugh, Transgenderism: a pathogenic meme.  Gender dysphoria should be treated with psychotherapy, not surgery, 18 giugno 2015, www.mercatornet.com/articles/view/transgenderism-a-pathogenic-meme, di tre pagine; p. 1.

[16] Op. cit., pp. 1-2.

[17] Op. cit., p. 1.

[18] Op. cit., p. 2.  Corsivi miei.

[19] Op. cit., ivi.

[20] Op. cit., p. 3.

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