lunedì 5 aprile 2021

Letture Cattoliche - 4 La vera devozione cristiana

 

 

 

Letture  Cattoliche 

A  cura  di  Paolo  Pasqualucci

 

4 -  La  vera devozione  cristiana

 

N o t a  -  Dopo aver riportato due capitoletti della Filotea, la cui redazione definitiva è del 1619, mi sembra opportuno esporre le pagine nelle quali san Francesco di Sales (savoiardo, 1567-1622, canonizzato nel 1665, dichiarato Dottore della Chiesa da Pio IX nel 1877) espone il giusto concetto della devozione cristiana ossia di come debba effettivamente intendersi una vita devota.

Nella Prefazione dell’opera (vedi Letture Cattoliche 2) il Salesio dichiara di non voler scrivere un testo per monaci o comunque mistici bensí un testo per le persone comuni, alla portata di tutti.  Nel cap. I della I parte, intitolato In che consista la vera divozione, egli espone il concetto della vera devozione.  Giova ricordare che l’opera nacque per iniziativa di “un’anima veramente ricca di onore e di virtù”, come scrive egli nella Prefazione, senza darle un nome: si trattava, ci informano gli studiosi, di Madame de Charmoisy, il cui marito era parente del Santo e gentiluomo del Duca di Nemours.  La nobildonna, molto religiosa, aspirava alla vita devota e aveva richiesto al Salesio di dirigerla sul modo retto di attuarla.  Ciò comportò da parte di quest’ultimo l’elaborazione di una serie di appunti e memorie, dalle quali nacque il presente, classico testo (Filotea, cit., Prefazione, pp. XVII-XVIII).

 

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“Tu, o carissima Filotea, aspiri alla divozione, perchè sei cristiana e sai che questa è una virtù sommamente gradita a nostro Signore:  ma per evitare quei piccoli sbagli che sono facili a commettersi sul principio di un affare e ingrossano poi a mano a mano che si va avanti, sinchè alla fine diventano quasi irreparabili, è necessario prima di tutto che tu conosca bene che cosa sia la virtù della divozione; poichè una sola essendo la vera e trovandosene un gran numero di false e vane, se non hai subito un’idea precisa della vera divozione, potresti cadere in errore e perderti dietro a qualche pratica futile e superstiziosa.

Arelio in tutte le figure che dipingeva, dava alle facce la fisionomia delle donne da lui amate [Plin., Hist. nat., XXXV, 10 (37)]; così ognuno si rappresenta la divozione conforme alle sue tendenze e alle sue fantasie.  Chi è dedito al digiuno si crederà, digiunando, di essere un gran divoto, quand’anche abbia il cuore pieno di risentimenti;  sicchè, mentre per sobrietà non osa bagnare la lingua nel vino e fin nell’acqua, non ha  poi scrupolo d’immergerla nel sangue del prossimo con la maldicenza e la calunnia.  Un altro s’immaginerà di essere divoto, perchè recita ogni giorno una filza di preghiere, sebbene poi la sua lingua si lasci andare a parole dure, arroganti e ingiuriose con quei di casa e con i vicini.  Quell’altro tira fuori volentieri dal borsellino la limosina da dare ai poveri, ma non è buono a cavare dal cuore un tantino di dolcezza con cui perdonare i suoi nemici;  altri, invece, perdonerà ai nemici, ma perchè soddisfaccia a’ suoi creditori, ci vorrà tutta la forza della giustizia.  Questi tali passano comunemente per divoti;  ma non sono divoti niente affatto.  I soldati di Saulle cercavano Davide in casa sua; Micol, presa una statua, le mise addosso gli abiti di Davide, e, adagiatala sul letto, fece credere che quello fosse Davide ammalato che dormisse [I Reg., XIX, 11-16].  Allo stesso modo tanti e tanti si ammantano di certe esteriorità che sogliono accompagnare la santa divozione, e subito il mondo li piglia per gente divota e spirituale, mentre in realtà non sono altro che simulacri e fantasmi di divozione.

La vera e viva divozione, o Filotea, vuole prima di tutto l’amore di Dio, anzi non è altro che vero amor di Dio; ma non è però un amore mediocre.  Devi sapere che l’amore divino, in quanto abbellisce le anime nostre, si chiama grazia, perchè ci rende graditi alla divina Maestà; in quanto ci comunica la forza di operare il bene, dicesi carità; ma quando è arrivato a tal grado di perfezione, che, oltre a farci fare il bene, ce lo fa fare con diligenza, assiduità e prontezza, allora piglia il nome di divozione.  Gli struzzi non volano mai; le galline volano, ma a stento, basso basso e di rado; invece le aquile, le colombe e le rondini volano sovente, spedite e alto.  Così i peccatori non s’innalzano mai a Dio, ma vanno sempre terra terra; i buoni, che non sono giunti ancora alla divozione, si sollevano a Dio con le loro buone opere, ma raramente, con lentezza e sforzo; le persone divote volano a Dio con frequenza e agilità e volano molto alto.  A dirla in breve, la divozione è un’agilità e vivacità spirituale, con cui la carità opera in noi e noi operiamo nella carità prontamente e con trasporto, cosicchè, mentre è ufficio della carità farci osservare i comandamenti di Dio, è poi ufficio della divozione farceli osservare con prontezza e diligenza.  Dunque chi non osserva tutti i comandamenti di Dio, non può essere giudicato nè buono nè divoto;  non buono, perchè a essere buono si richiede la carità; non divoto, perchè a essere divoto, oltre la carità, ci vuole anche ardore e speditezza a fare le azioni proprie della carità.

 Ma vi è ancora di più.  Quando la divozione va unita ad una carità eminente, allora non solo ci rende pronti, agili ed esatti nell’osservanza di tutti i precetti divini, ma inoltre ci stimola a fare tosto e di cuore il maggior numero possibile di opere buone, ancorchè non sieno comandate, ma di semplice consiglio o ispirazione.  Infatti, come chi si è alzato di fresco da una malattia, cammina quel tanto che gli fa bisogno, ma adagio e con sforzo, così il peccatore, guarito appena della sua iniquità, va solamente sin dove Dio gli comanda, a stento però e a rilento prima che non sia arrivato alla divozione;  ed arrivatovi, non solo cammina, ma, a guisa di persona interamente sana, corre e spicca salti nella strada dei divini comandamenti [Ps., CXVIII, 32], anzi valica di corsa i sentieri dei consigli e delle ispirazioni celesti.  Insomma, la carità e la divozione  differiscono frar loro soltanto come il fuoco e la fiamma, perchè la carità, che è fuoco spirituale, quando diviene molto infiammata, si chiama divozione; sicchè la divozione non aggiunge al fuoco della carità altro che la fiamma, la quale rende la carità pronta, operosa e diligente non solo nell’osservanza dei comandamenti divini, ma anche nella pratica dei consigli e delle ispirazioni celesti.”

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