venerdì 2 aprile 2021

Letture Cattoliche - 3 Necessità della castità

 

Letture  Cattoliche 

A  cura  di  Paolo  Pasqualucci

 

3 -  Necessità della castità

[ Da  S. Francesco di Sales, La filotea ossia introduzione alla vita devota,  tr. it. del Sac. Eugenio Ceria, 6a ediz. riveduta, Torino, S.E.I.,  1945 , Parte III, Le virtù, pp. 250-256 ]

 

“La castità è il giglio delle virtù e rende gli uomini quasi eguali agli Angeli; niente è bello se non è puro, e la purità degli uomini è la castità.  La castità si chiama onestà, e la professione di essa onore; chiamasi integrità, e il suo contrario corruzione; a dir breve, essa ha una gloria tutta sua particolare, di essere cioè la bella e candida virtù dell’anima e del corpo.

Non è mai lecito procurarsi in qualsivoglia modo dal proprio corpo alcun piacere impudico, fuorchè nel legittimo matrimonio, la cui santità ripara con giusto compenso il discapito che si riceve nella dilettazione carnale. E anche nel matrimonio bisogna avere l’onestà dell’intenzione, sicchè, se vi è qualche cosa di sconveniente nella voluttà a cui si dà opera, tutto nondimeno sia onesto nella volontà che vi attende.  Il cuore casto è come la madreperla, che non può ricevere goccia d’acqua, se non viene dal cielo:  esso infatti non può ricevere alcun diletto che non sia quello proprio del matrimonio, ordinato dal Cielo; fuori di lì non si fa lecito di neppure pensarvi con un pensiero voluttuoso, volontario e trattenuto.

Il primo grado di questa virtù sarà, o Filotea, di astenersi da tutti i piaceri vietati, quali sono tutti quelli che si prendono fuori del matrimonio o che nel matrimonio si prendono in maniera non conforme alle regole matrimoniali.  Il secondo grado sarà di scemare, quanto più potrai, il numero dei diletti inutili e superflui, benchè leciti e permessi.  Il terzo sarà di non afferzionarti a quelli comandati; perchè, quantunque bisogni praticare quegli atti sensuali, che hanno per iscopo il fine del matrimonio, non si deve però mai attaccarvi il cuore.

Di questa virtù, peraltro, tutti hanno gran bisogno.  Coloro che vivono nello stato di vedovanza, debbono avere una castità coraggiosa, la quale non solo non disprezzi gli oggetti presenti e futuri, ma resista anche alle immaginazioni che i piaceri lecitamente goduti nel matrimonio possono in loro suscitare, essendo essi per tal motivo più facili a lasciarsi adescare dalla disonestà.  Di qui nasce l’ammirazione di sant’Agostino per la purità del suo caro Alipio, che aveva messo affatto in oblìo e in non cale i diletti sensuali, sperimentati già più d’una volta nella sua giovinezza.   Invero, come le frutta ancora intatte si possono conservare o sulla paglia o nella sabbia o entro le proprie foglie, ma appena tocche non è più possibile conservarle se non confettate con miele e zucchero;  così la castità ancora integra e inviolata si custodisce in vari modi, ma una volta offesa non è più mantenuta altrimenti che con una divozione esimia, la quale, come ho già detto e ripetuto, è il vero miele e zucchero degli spiriti.

Le anime vergini hanno bisogno d’una castità pura all’estremo e delicata, per bandire da sè ogni pensiero curioso e disprezzare in modo assoluto tutti i piaceri immondi, che, a dire il vero, non meritano proprio d’essere desiderati dagli uomini, giacchè gli asini e i porci vi hanno più attitudine di loro.  Queste anime pure siano sempre ben persuase, che la castità vale incomparabilmente più di quelle cose che sono inconciliabili con essa, perchè come osserva il grande san Girolamo [Epist., CXVII, ad Matrem et Filiam, 6], il nemico acuisce nelle persone vergini la brama di assaggiare i piaceri della carne, rappresentandoli loro come infinitamente più dilettevoli e squisiti che non siano in realtà; la qual cosa le travaglia moltissimo, essendochè, dice quel santo Padre, “credono più dolce qello che non conoscono.”

La farfalla, appena vede la fiammella, si mette a svolazzarle intorno, curiosa di sapere se sia dolce com’è bella, e spinta da tale velleità, non si ferma, finchè alla prima prova ci resta; e così i giovani si lasciano spesso talmente infatuare dalla falsa e folle idea dei piaceri contenuti nelle fiamme sensuali, che dopo una serie di cuoriosi pensieri finiscono per cadervi e perdersi, più stolti in ciò delle farfalle, poichè queste almeno, vedendo il fuoco sì bello, han qualche motivo di figurarselo anche buono, mentre gli altri, pur sapendo che la cosa da loro bramata è una schifezza, non lasciano tuttavia di esagerarne a se stessi il pazzo e animalesco diletto.

Riguardo poi ai coniugati, è cosa certa (eppure la maggior parte di essi nemmeno se lo sogna) che la castità è loro necessarissima; per essi infatti questa virtù consiste non nell’astenersi assolutamente dai godimenti carnali, ma nel contenervisi.  Ora, come il precetto – Adiratevi e non fate peccati! [Ps., IV, 5] – è, a parer mio, più difficile dell’altro di non adirarsi punto, e torna più comodo l’evitare la collera che non il regolarla; così riesce più agevole astenersi affatto dai piaceri sensuali che non serbare in essi la moderazione.  Quella santa libertà del matrimonio ha, sì, una forza speciale per attutire il fuoco della concupiscenza; ma l’infermità di chi ne gode, passa facilmente dal licito al libito e dall’uso all’abuso.  Come infatti certi ricchi si vede che rubano non per bisogno ma per avarizia, così tanta gente maritata fa vita dissoluta per mera incontinenza e lussuria:  poichè, sebbene costoro abbiano il legittimo oggetto, di cui potrebbero e dovrebbero contentarsi, pure la concupiscenza che hanno dentro, è a guisa d’un fuoco instabile, il quale divampa in qua e in là senza mai fissarsi in alcuna parte.  A pigliare medicine violente vi è sempre pericolo, poichè, inghiottendone più del bisogno o non preparandole bene, se ne riportano gravi danni; orbene, il matrimonio è stato benedetto e destinato anche a rimedio della concupiscenza, ed è senza dubbio un ottimo rimedio, ma violento, e quindi pericoloso, se non si piglia con discrezione.

Aggiungerò ancora una cosa.  Diverse occupazioni umane, come anche le lunghe malattie, separano spesso i mariti dalle mogli, e in tali casi bisognano ai mariti due specie di castità:  una per la continenza assoluta, finchè vivono separati, nelle occasioni anzidette, e l’altra per la moderazione, quando vivono uniti nel loro stato ordinario.  Purtroppo santa Caterina da Siena vide nell’inferno molte anime in preda a gravi tormenti per avere violato la santità del matrimonio:  il che era accaduto, diceva ella, non già per la gravezza del peccato, essendo peccati ben più enormi l’omicidio e la bestemmia, ma “perchè chi commette questo peccato, non se ne fa coscienza” e quindi sèguita a commetterlo per anni e anni [B. Raym  de Cap., Vita di S. Cath. Sen., II, 6].

Dunque, come vedi, la castità è necessaria ad ogni genere di persone.  Cercate la pace con tutti, dice l’Apostolo [Hebr., II, 14], e la santità, senza di cui nessuno vedrà Dio.  Ora per santità egli intende qui la castità, come fanno osservare san Girolamo [In h. locum], e san Giovanni Crisostomo [Homil. XV in Matth., 4].  No, Filotea, nessuno vedrà Dio senza la castità, nessuno abiterà nel suo santo Tabernacolo [Ps., XIV, 1], se non è mondo di cuore [Ps., XXII, 4];  e, come dice il Salvatore medesimo, i cani e gl’impudichi ne saranno sbanditi [Apoc., XXII, 15], e beati sono i mondi di cuore, perchè essi vedranno Dio [Matth., V,8].   


 

  

 

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