venerdì 26 marzo 2021

Letture Cattoliche 2 - La Pazienza cristiana.

 

 

Letture  Cattoliche 

A  cura  di   Paolo  Pasqualucci

 

2 -  La  pazienza   cristiana

 

[ Da :  S. Francesco di Sales, La Filotea ossia introduzione alla vita devota,  tr. it. del Sac. Eugenio Ceria,  6a ediz. riveduta, Torino, S.E.I., 1945;  Parte Terza, Le virtù, cap. III, La pazienza, pp. 191-199 ]

A  cura  di  Paolo  Pasqualucci

 

N o t a -- La Filotea è neologismo con il quale il santo Autore indica “colei che ama Dio”, “l’anima che ama dio” [phylos, caro, amante, amico + theos, il dio, Dio] alla quale è indirizzata l’ Introduzione.  L’opera  non si rivolge a persone che vogliano esser “segregate” o “isolate” dal mondo, agli aspiranti monaci, insomma al clero regolare.  Come spiega l’ Autore nella Prefazione , “io invece ho in animo d’istruire coloro che vivono nelle città, tra le faccende  domestiche, nei pubblici impieghi, e che dalla propria condizione sono obbligati a fare, quanto all’esterno, la vita che tutti fanno. Costoro, d’ordinario, sotto pretesto di un’immaginaria impossibilità, non vogliono nemmeno pensare a intraprendere la vita divota, dandosi a credere che, come nessun animale osa gustare i semi dell’erba chiamata Palma Christi, così nessun uomo debba aspirare alla palma della pietà cristiana fin tanto che vive nella ressa degli affari temporali.  Ebbene io mostrerò a questi tali […] che un’anima energica e costante può vivere nel mondo senza imbeversi di umori mondani, può trovare sorgenti di dolce pietà nelle onde amare del secolo, può volare tra le fiamme delle concupiscenze terrene senza lasciarvi le ali dei santi desideri della vita divota.  L’impresa è ardua al certo, e per questo appunto mi piacerebbe che molti vi dedicassero il pensiero con più ardore che non siasi fatto sin qui:  io intanto nella mia pochezza mi studierò di portare con questo scritto un qualche aiuto a chi di buona voglia si accingerà in seguito ad un’opera sì degna” ( op. cit., pp. XV-XVII )].

 Ho conservato alla traduzione il suo carattere antiquato, di un italiano ancora ottocentesco.  Gli inserimenti miei nel testo sono accompagnati dalla sigla “ndr”, nota del relatore.  Le citazioni dei Testi Sacri, tutte dell’Autore, sono lasciate nel vecchio stile, che si serviva ampiamente dei numeri romani.

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La pazienza è a voi necessaria, affinchè, facendo la volontà di Dio, entriate in possesso delle sue promesse”,  dice l’Apostolo [Hebr., X, 36].  Sì, è così; perchè , come aveva già dichiarato il Salvatore [Luc., XXI, 19], nella vostra pazienza possederete le anime vostre.

 Il possedere l’anima  propria è la più gran fortuna di un uomo, o Filotea, e quanto più perfetta sarà la nostra pazienza, tanto più perfettamente noi possederemo le nostre anime.  Ricòrdati spesso che, come il Signore ci ha salvati soffrendo e patendo, così dobbiamo anche noi operare la nostra salute per mezzo delle sofferenze e dei patimenti, sopportando le ingiurie, le contraddizioni e le croci con la maggiore soavità possibile.

Non limitare la tua pazienza a qualche offesa o a qualche pena determinata, ma estendila a tutte quante quelle che a Dio piacerà di mandarti o di permettere.  Vi sono certuni che non vogliono soffrire se non pene che rechino onore, come per esempio essere feriti in battaglia, cadere prigionieri di guerra, ricevere maltrattamenti per la religione, rimanere impoveriti a motivo d’una lite vinta da essi;  ora questi tali non amano già la pena ma l’onore che ne deriva.  Il vero paziente e vero servo di Dio piglia senza distinzione croci ignominiose e croci onorate.  Il soffrire disprezzi, riprensioni, accuse e maltrattamenti dai malvagi, è cosa gradita a un uomo di animo forte; ma a tollerare di essere rimproverato, calunniato, trattato male da persone a modo, dagli amici, dai parenti, ci vuole del buono e del bello!  Io stimo più la dolcezza del grande san Carlo Borromeo in soffrire lungo tempo le pubbliche riprensioni fattegli sul pulpito da un insigne predicatore d’un Ordine assai osservante, che non per tutte le persecuzioni da lui patite in altre circostanze.  Perchè, siccome le punture delle api sono più cocenti che quelle delle mosche, così il male che si riceve da parte di gente rispettabile, e le contraddizioni che vengono da parte d’uomini dabbene, sono più insopportabili d’ogni altra cosa, avvenendo purtroppo sovente che due persone dabbene abbiano entrambe ottime intenzioni, e tuttavia per diversità di vedute si perseguitino e si facciano guerra a vicenda.

Nelle afflizioni che ti sopraggiungono, sii paziente non solo riguardo alle afflizioni per se stesse, ma anche riguardo alle circostanze accessorie che ordinariamente le accompagnano.  Molti vorrebbero, sì, avere qualche cosa da soffrire, ma purchè non ne venisse loro nessun incommodo.  Non mi rincrese, dice uno, d’essere diventato povero; mi dispiace solamente che questo m’impedisca di servire gli amici, di allevare i figli e di vivere con quel decoro che vorrei.  Un altro dirà:  non me ne importerebbe niente, se non fosse che il mondo penserà che questo mi sia succeduto per mia colpa.  Un terzo sarebbe contentissimo che si parlasse male di lui e lo soffrirebbe in pace, a patto però che nessuno prestasse fede al maldicente.  Altri accettano volentieri una parte degl’incomodi cagionati da qualche malattia, ma tutti no:  non s’inquietano già, dicono loro, di essere ammalati, ma perchè non hanno danaro per farsi curare o perchè quei di casa ne restano incomodati.  Invece io dico, o Filotea, che bisogna tollerare con pazienza non solo d’essere ammalati, ma anche d’essere malati della malattia che Dio vuole, nel luogo ch’egli vuole, tra le persone che vuole, e con i disagi che vuole;  e dico il medesimo delle altre sofferenze.

Quando ti verrà del male, adopera pure tutti i rimedi possibili, a te e conformi al volere di Dio, perchè il fare diversamente sarebbe un tentare il Signore; ma poi, fatto questo, attendi con piena rassegnazione quell’effetto che a Dio piacerà.  Se a lui piacerà che i rimedi vincano il male, ne lo ringrazierai umilmente; se invece gli piacerà che il male vinca i rimedi, benedicilo con pazienza.

Io sono del parere di san Gregorio [S. Gregorio Magno, papa - ndr]:  quando verrai accusata giustamente per una colpa da te commessa, umiliati profondamente, e confessa che meriti l’accusa contro di te [Moral., in Iob, XXII, 30-34].  Se invece l’accusa mossa è falsa, scùsati in bel modo, dicendo che non sei colpevole, perchè devi questo riguardo alla verità e all’edificazione del prossimo; ma se dopo la tua vera e legittima scusa continuano ad accusarti, allora non ti turbare nè affannarti più in volere  che siano menate buone le tue scuse:  perchè, fatto il tuo dovere con la verità, lo devi fare anche con l’umiltà.  Così non verrai meno nè alla sollecitudine che sei obbligata di avere per il tuo buon nome, nè all’affetto che hai da nutrire per la pace e la dolcezza del cuore e per l’umiltà dello spirito.

Lamèntati meno che puoi dei torti ricevuti;  poichè è certo che d’ordinario chi si lameneta cade in qualche peccato, facendoci sempre il nostro amor proprio comparire più grandi che non siano le ingiurie; ma soprattutto non fare i tuoi lamenti con persone facili a sdegnarsi e a pensare male.  Nel caso che ti paresse conveniente dolerti con alcuno o per rimediare all’offesa o per calmare il tuo spirito, devi procurare che sia con anime molto tranquille e davvero amanti del Signore; perchè altrimenti, invece di sollevarti il cuore, te lo getterebbero in maggiori inquietudini, e invece di cavarti dal piede la spina che ti punge, te la ficcherebbero dentro più di prima.

Certuni, quando cadono malati o sono afflitti o ricevono un’offesa, evitano bensì di querelarsi e di mostrarsi permalosi, perchè questo, a parer loro (ed è proprio così), darebbe chiaramente a vedere che mancano di fortezza e di generosità;  ma hanno tuttavia una gran voglia, e lo procurano con cento artifizi, che ognuno si dolga con loro, li compassioni, li stimi non solo afflitti, ma anche pazienti e coraggiosi.  Cotesta è, sì, una specie di pazienza, ma pazienza falsa, la quale in ultima analisi non si riduce ad altro che a una finissima ambizione e vanità; costoro hanno di che gloriarsi, dice l’Apostolo, ma non dinanzi a Dio [Rom., VI, 2].  Il vero paziente non piange il suo male, nè desidera di essere compianto dagli altri, ma ne parla con un linguaggio schietto, verace e semplice, seenza lamenti, senza rammarichi, senza esagerazioni:  se lo compatiscono, si lascia compatire in pace, tranne quando lo compatiscono di un male che non ha; in tal caso dichiara modestamente che non ha quel male, e se ne sta tranquillo fra la verità e la pazienza, dicendo il male che ha e non movendone alcuna lagnanza.

Nelle ripugnanze e difficoltà, che, praticando la divozione, non mancherai di provare, abbi a mente il detto di Nostro Signore:  la donna, allorchè partorisce, è in tristezza, perchè è giunto il suo tempo, ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell’affanno a motivo dell’allegrezza, perchè è nato al mondo un uomo.” [Ioann., XVI, 21].   Tu hai concepito nell’anima tua il bambino più bello che vi sia, cioè Gesù Cristo, e prima del mistico parto il travaglio ti è inevitabile; ma fatti coraggio, chè, passati i dolori, ti resterà la gioia eterna di aver dato alla luce un uomo di tal natura.  Ora egli sarà per te ben partorito, quando lo avrai ben formato nel tuo cuore e nelle tue parole, cosa che otterrai con lo studiarti d’imitarne la vita.

Quando cadi malata, offri a Gesù tutti i tuoi dolori, pene e miserie, e supplicalo di unirli ai tormenti da lui sofferti per te.  Obbedisci al medico, piglia le medicine, gli alimenti e ogni sorta di rimedio per amore di Dio, richiamandoti alla memoria il fiele ch’egli bevette per nostro amore.  Desidera di guarire per servirlo; non ricusare di patire per obbedirgli e sii disposta anche a morire, se così piace a lui, per andarlo a lodare e a godere in cielo.  Le api, nel tempo che fanno il miele, vivono mangiando un cibo amarissimo; e così noi non possiamo assolutamente fare atti di maggiore dolcezza, nè comporre bene il nostro miele di belle virtù, se non mangiando il pane dell’amarezza e vivendo in mezzo alle angosce.  E come il miele ricavato dai fiori di timo, erba piccola e amara, è il migliore di tutti, così la virtù praticata nell’amarezza delle più vili, basse e abbiette tribolazioni è più eccellente d’ogni altra.

Mira sovente con i tuoi occhi interni Gesù Cristo crocifisso, nudo, bestemmiato, calunniato, derelitto, e curvo sotto un gran peso di tedii, tristezze e travagli d’ogni maniera, e considera che tutte le tue pene non si possono nè per qualità nè per numero paragonare alle sue, e che per quanto tu soffra, sarà sempre un nulla a petto di quanto egli ha sofferto per te.  Considera le pene già sofferte dai Martiri e quelle patite ora da tanti e tanti, pene senza confronto più gravi di quelle che provi tu, e poi di’ così:  Eh, che i miei travagli sono consolazioni, e le mie spine rose, a confronto di coloro che senza soccorso, senz’aiuto, senza sollievo vivono in una morte continua, oppressi da tribolazioni  infinitamente più gravi delle mie!

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