venerdì 20 agosto 2021

Parva Philosophia 5 - Se il principio di identità e non-contraddizine comporti l'esistenza del tempo come realtà fuori di noi...

 

 

PARVA  PHILOSOPHIA  5

Se il principio di identità e non-contraddizione comporti l’esistenza del tempo come realtà fuori di noi,  nella durata dell’Essere che ci circonda da ogni lato.

 

* *

1.  Il principio di identità e non contraddizione (A = A; B = B; A non è B; A non può essere nello stesso tempo B; idem per B) comporta necessariamente l’esistenza del tempo come realtà a noi esterna, indipendente da ogni misurazione?  La domanda scaturisce dal fatto che tale principio, per esser credibile, ha bisogno di un riferimento temporale,  sempre presente nella sua formulazione.

Non posso pensare che A nello stesso tempo sia e non sia: che una determinata realtà sia nello stesso tempo il contrario di se stessa.  Questa evidente verità va verificata sul piano dell’esistenza spazio-temporale degli enti e su quello del loro significato, quale risulti dalle loro dichiarazioni ed azioni.

L’essere e il non-essere non esistono contemporaneamente, se riferiti al medesimo ente.  Quando sarò morto, il mio corpo sarà entrato nel non-essere rispetto a ciò che era, corpo di un individuo esistito in carne e ossa.  Mentre ero vivo, tuttavia, il mio corpo apparteneva esclusivamente all’essere poiché non poteva nello stesso tempo non essere.  Mentre sono vivo non posso simultaneamente esser morto.  E viceversa.

L’avverbio di tempo gioca dunque un ruolo essenziale per la comprensione del principio.

2. Perché allora K a n t , nelle Lezioni sulla metafisica, in una sezione nella quale discute del rapporto tra “possibile” e “impossibile” ha detto:

Impossibile est, simul esse ac non esse.  Simul  significa: nello stesso tempo; ma il tempo non è ancora spiegato.  Si può anche dire, piuttosto: nulli subjecto competit praedicatum ipsi oppositum.  Nihil negativum è ciò che non può in alcun modo esser pensato”[1].

Il tempo espresso dall’avverbio simul non sarebbe “ancora spiegato”. Il riferimento al tempo rimarrebbe sostanzialmente oscuro, secondo Kant.  Vediamo allora di spiegarlo.  

3.  Il principio di identità (A=A) contiene in sé, possiamo dire, il principio di non contraddizione:  A, in quanto sia se stesso, non può simultaneamente esser identico a ciò che A non è:  se A è A, non può essere simultaneamente B.  Chi è nato maschio non può esser simultaneamente femmina.  Le caratteristiche sessuali in senso biologico sono normalmente definite dalla natura in modo marcato ed immutabile nel singolo individuo, tanto da appartenere alla sua essenza, mostrando quindi un carattere ontologico, visto che non si può oggettivamente passare da un sesso ad un altro, come pur si ritiene stoltamente oggi, né con uno sforzo della volontà, che non incide affatto sul sesso naturale dell’individuo, non potendo mutarlo nel suo opposto, né con interventi chirurgici e ormonali che in realtà si limitano ad alterare e mutilare il sesso esistente, senza affatto trasmutarlo nell’altro.

 L’impossibilità di cui al principio di non-contraddizione deve dunque esser simultanea nel tempo.  Posso essere in questa stanza, dove sto scrivendo, o non esservi, ma solo in una successione temporale:  vi entro poi ne esco.  Ma non posso entrarvi ed uscirvi contemporaneamente: le due azioni devono esser scalate nel tempo, posso compierle solo in successione.  L’impossibilità dell’esistenza simultanea di due atti simili ma tra loro opposti da parte dello stesso soggetto risulta quindi dall’esperienza dei nostri sensi.  Per restare all’esempio proposto, l’entrare e l’uscire da una stanza, in quanto attuato da un medesimo soggetto, può avvenire solo in momenti successivi.  Questa constatazione è di una certezza assoluta.  

 Ora, siffatta successione di eventi non è posta dal soggetto pensante, non risulta dall’applicazione di una categoria mentale che il soggetto possieda prima di ogni esperienza, apriori, ma appartiene alla natura della cosa, alla conformazione stessa della realtà esteriore: l’osservatore si limita a registrarla.  Ciò significa che il tempo è qui un dato obbiettivo, perché  questa impossibilità dell’attuarsi di modi tra loro opposti nell’azione temporalmente determinata dello stesso individuo si configura all’esterno del soggetto che la osserva e registra, ha cioè luogo nella realtà effettiva, che è la realtà costituita dal succedersi nel tempo degli eventi appartenenti al mondo fisico; degli eventi che esistono ed accadono nello spazio a noi esterno, a seconda dei casi o contemporaneamente tra loro o appunto in successione:  il prima e il dopo, la successione nel tempo dell’agire mio o di altri, lo registro unicamente mediante l’osservazione empirica. Il verificarsi esplicito di un “prima” e un “dopo” nei movimenti nostri o di soggetti a noi esterni, in relazione per esempio ad un “dentro” e un “fuori”, dimostra la presenza del tempo come realtà in sé, obbiettiva.  L’impossibilità fisica di entrare e uscire simultaneamente in una stanza da parte di uno stesso soggetto (o entra o esce, nello stesso tempo) non deriva quindi da un’impossibilità che sia stabilita a priori, dal nostro raziocinio, che la applichi alla realtà come categoria mentale capace di sussumere ogni esperienza prima ancora di ogni esperienza.  Quest’impossibilità è innanzitutto fisica, dovuta al fatto, oggetto d’esperienza quotidiana, che queste due azioni un qualsiasi soggetto, non avendo normalmente il dono dell’ubiquità, può attuarle solamente una dopo l’altra, in successione.  Esse possono per noi susseguirsi unicamente nel tempo, oltre che nello spazio, un tempo pertanto esistente come durata al di fuori del nostro io che lo misura.  Sulla base dell’esperienza, elaboriamo qui il concetto, che poi applichiamo ad ogni simile esperienza futura, quale categoria che la ricomprenda.  

Il tempo è qui dunque la durata, nel cui àmbito avvengono certe azioni.  Esse durano nel tempo ossia accadono nel tempo ma non sono il tempo, la durata che esiste e si mantiene indipendentemente da queste azioni:  quando esse cessano, non per questo viene meno il tempo, la durata che ci ha permesso di misurarle in quanto eventi temporali oltre che spaziali.  Lo stesso dícasi per lo spazio.  Quando sono entrato ed uscito dalla stanza, quest’ultima non cessa di esistere in conseguenza del fatto di esser rimasta vuota:  continua ad esistere come spazio che dura nel tempo, finché dura, essendo uno luogo nello spazio ricavato dalla congiunzione fatta ad arte di materiali deperibili, per quanto solidi possano essere.  E se elimino la stanza come luogo nello spazio e poi la casa, la città, la nazione, il mondo stesso come luogo dello spazio nel quale si trova questa stanza; alla fine, dopo questa totale annihilatio mundi, mi trovo forse ad aver eliminato anche lo spazio e il tempo?  No.  Se anche eliminiamo tutto l’universo (tutto ciò che costituisce l’immenso universo, ossia milioni di galassie e tutta la materia e l’energia che costituiscono per l’appunto il cosmo o universo), resta sempre lo spazio vuoto precedentemente occupato da tutti gli enti e corpi celesti che ora sono scomparsi.  E il vuoto, lo spazio inteso come pura estensione tridimensionale vuota, è pur sempre una realtà fisica che, in quanto effettiva realtà,  dura e si mantiene nel tempo.   

Sulla base di queste considerazioni, mi sembra si possa legittimamente affermare che il principio di identità e non contraddizione implica necessariamente un concetto del tempo come  durata della realtà a noi esterna, concetto che non viene dato a priori ma dedotto dall’esperienza nostra sensibile, percepita ed acquisita nel suo accadere obbiettivo, ragion per cui  tale concetto costituisce una dimostrazione dell’esistenza del  tempo come realtà effettiva fuori di noi, quella nella quale gli enti durano (finché durano) e gli eventi si succedono.  

4.  A questo punto, chi contesta il principio in questione, potrebbe dire che esso non si può applicare ai significati e ai valori, al mondo spirituale e morale dell’uomo, visto che ogni essere umano appare esser contemporaneamente sia buono che cattivo.  Qui non abbiamo a che fare con impossibilità derivanti dalla struttura stessa fisica della realtà in cui viviamo.  Il bene e il male coesistono in ogni singolo individuo, che ora fa il bene ora il male.  E non dobbiamo dire, allora, che in lui essi coesistono simultaneamente quali opposti mai domati?  E se contemporaneamente, allora ognuno di noi non è forse buono e cattivo nello stesso tempo, di continuo agitato interiormente nella stessa unità di tempo tra l’essere e il non-essere, tra l’esser buono e il non esserlo?

Ma il principio si applica ugualmente, a mio avviso.  Il bene e il male, come tendenze, coesistono nel nostro animo, lottano in noi in quelle che si considerano le nostre passioni:  esistono quindi simultaneamente dentro di noi ma ancora solamente in potenza.  Quando si passa dalla potenza all’atto si esce dalla situazione di interiore (potenziale) contraddizione.  Ciò avviene quando  una di queste due fondamentali tendenze si quantifica in un distinto moto dell’animo, successivamente in un pensiero consapevole, poi in una volontà d’agire ed infine in una nostra determinata azione. Tutti questi nostri successivi modi di essere caratterizzanti il nostro passare dalla potenza all’atto, non possono certamente considerarsi nello stesso tempo buoni e cattivi.  Infatti, noi non possiamo pensare a due o più cose simultaneamente – il contenuto determinato dei nostri pensieri, ma anche dei nostri sentimenti, è sempre in successione nel tempo.   Provare, per credere.  Pertanto, il nostro singolo stato d’animo o pensiero potrà essere buono o cattivo ma non potrà essere contemporaneamente buono e cattivo.  Idem, per le nostre azioni.  Quando una nostra azione viene valutata in modo difforme – buona per alcuni, cattiva per altri – ciò non significa che in se stessa sia bifronte.  Il giudizio discordante su di essa proviene dall’esterno e semplicemente riflette le differenti opinioni di terzi su di essa, confliggenti (quando lo sono) per i più diversi motivi, non appartenenti all’azione stessa – opinioni che non mutano la sostanza della cosa.   La quale è ciò che è – la nostra azione – in relazione alle sue premesse e al suo fine, posti dal nostro intelletto e dalla nostra volontà, vale a dire secondo le quattro categorie della causalità così ben delineate da Aristotele (Phys., B, 3. 194b-195a). Essa si caratterizza quindi nel suo proprio esserci esistenziale (per esprimermi alla maniera del linguaggio filosofico corrente), finito e determinato nello spazio e nel tempo,  in modo tale da impedire che possa simultaneamente esser inclusa in tutto l’Altro-da-sè.

5.  Il  B u d d i s m o , che affascina a quanto sembra parte sempre più ampia delle persone sensibili in Occidente, in cerca ormai affannosa di alternative spirituali di fronte alla perdurante e spaventosa crisi e del Cristianesimo e delle filosofie profane sue nemiche, sembra escludere completamente dal suo orizzonte il principio di identità e non contraddizione.  Al posto dell’anima esso pone la mente.  Ma cosa intende  esattamente con mente?  Possiamo distinguere per i Buddisti la mente da tutto ciò che essa non è, come risulta già dalla chiara intuizione del significato del nous (mens) avuta nel V secolo a.C. da Anassagora?[2]   Vediamo l’insegnamento del Maestro tibetano Gendün R i n p o c h e  (1918-1997), del quale è stata tradotta recentemente un’importante opera in italiano.

“La mente non si lascia definire, si sottrae all’analisi e alla descrizione.  Non possiamo dire che la mente esiste, poiché lo stesso Buddha non riesce a trovarla.  Allo stesso modo non possiamo sostenere che la mente non esiste, poiché è la fonte di tutti i fenomeni, del samsāra ma anche del nirvana.  Tutt’al più si può dire che essa va oltre tutte le immaginazioni, oltre la natura di tutte le cose animate e inanimate e della stessa realtà; oltre i pensieri e le immaginazioni, è incomprensibile e indescrivibile.  Se si vede, non è vista, non ha né colore, né forma e neppure caratteristiche.  Se si riconosce, non è veramente riconosciuta perché non è paragonabile a nessun oggetto riconoscibile.  Se si realizza, diventa non realizzata, poiché non c’è niente e nessuno  che realizzerebbe qualcosa.  Non possiamo trovare nessuna definizione per designare la “mente” […]  La mente va oltre tutte le immaginazioni intellettuali, è “esistente” e anche “non esistente”, oppure esistente e non esistente allo stesso tempo, o nessuno dei due.  Essa è oltre il pensiero, dal quale non può esser catturata.  Si dice che sarebbe “il grande centro”, oltre ogni fissa estrema concezione; oltre ogni riferimento concettuale…”.[3]

L’indefinibile mente può dunque essere o non essere nello stesso tempo.  Che significato bisogna dare a simile affermazione?  E a quella secondo la quale né può essere né può non-essere (“nessuno dei due”)?  Non ci troviamo qui in una dimensione di tipo mistico assai peculiare, nient’affatto religiosa in senso proprio, che sembra situarsi completamente al di fuori delle categorie fondamentali del pensiero razionale?  Questa mente che resta indefinita, sfuggente al logos, non inquadrabile nell’autentica Rivelazione religiosa, sarebbe tuttavia l’origine di tutto ciò che appare realtà per noi (il mondo) che in effetti non sarebbe altro che illusione, un’illusione che dobbiamo riconoscere e superare nel momento della morte.  Nella morte, “non c’è una vera interruzione:  la mente continua a essere com’è per natura, percepisce con le stesse tendenze di quando il corpo era ancora in vita.  Il riferimento di base delle percezioni però cambia, anche se fondamentalmente resta lo stesso processo di prima, questo vale anche per le percezioni della mente.  In verità la morte è simile alla vita:  un’illusione; uno stato intermedio temporaneo, un bardo [“stato intermedio”], con il quale non si ferma semplicemente tutto come forse supponiamo.   La morte è il proseguimento della vita: un cambio di scena nel continuo processo del cambiamento…”.[4]

 Mi chiedo:  come può essere la mente “per natura” se, per natura, essa nello stesso tempo esiste e non esiste?  Comunque sia, che la morte prosegua nella vita, attuandosi con essa solo un “cambio di scena”, è affermazione che si spiega solo nell’ambito della fede nella reincarnazione: la nostra mente trapasserebbe, per così dire, in un altro corpo o altro essere, molte volte, fino ad ottenere, grazie alla giusta gnosi finale, la liberazione definitiva, nel nirvana; annientamento ed estinzione del proprio liberato da tutte le passioni, e quindi dal dolore di ogni esistenza, nel “corpo della Potenzialità assoluta”, corpo di luce o della “coscienza luminosa”, che si dissolve in un “Là indefinibile” subentrato al Qui immerso nel dolore.[5]  Il Buddismo non ha il concetto della creazione, vi manca anche quello di Dio, in senso proprio, né esiste un Giudizio dopo la morte.  Tutto sembra risolversi in una illusione della mente – dal punto di vista dei non iniziati esso appare una sorta di panpsichismo cosmico nel quale al posto dell’ellenica psiche bisogna invece mettere l’asiatica mente.   Le distinzioni tra la vita e la morte, tra il finito e l’infinito, l’umano e l’animale, l’umano e il divino, ed anzi la possibilità stessa di distinguere, tipica della recta ratio e dell’intelletto, qui sembrano non solo attenuarsi ma addirittura scomparire, navigando così la nostra mente in un indistinto, in una gnosi che non può evidentemente ammettere un principio razionale dal significato assoluto e fondamentale come quello di identità e non contraddizione, valido di per sè, indipendentemente dalla nostra mente, perché inerente alla natura immutabile delle cose.

6.  Torniamo per un momento a  K a n t .  

Nel testo citato egli spiega le categorie del “possibile” e dell’”impossibile”.  Pur senza negare che la coesistenza simultanea di essere e non-essere nel medesimo ente o atto sia da ritenersi del tutto impossibile perché di per sè impossibile a concepirsi, egli sembra tuttavia voler ridurre la portata del “principio di non-contraddizione” (Satz der Widerspruchs, principio di contraddizione).  Ridurla, nel senso di proporre anche un altro criterio per valutare la suddetta impossibilità, il criterio della contradddizione, figura logica indipendente dalla determinazione del tempo.  Difatti, per Kant, bisogna dire che “impossibile è ciò che si contraddice”.[6]   Scambiando definizione e definito, sottolinea, si ottiene lo stesso risultato, quindi la definizione è buona.  Pertanto: “ Ciò che si contraddice è impossibile”.  Ne consegue che “ciò che non si contraddice non è impossibile.  E ciò che non è impossibile, è possibile.”[7]  Questo è un criterio valido, secondo Kant, per stabilire la verità (in relazione alla possibilità o meno di essere in modo coerente alla natura di ciò che è).

 Ma qual’è allora la differenza con il modo tradizionale di esprimere il principio di non-contraddizione, quello che si appoggia sul simul?  Non contiene anch’esso il concetto della contraddizione quale elemento qualificante?  Lo contiene ma ha il torto, agli occhi di Kant, di far riferimento (con il simul) al tempo come realtà obiettiva, conoscibile in modo indipendente dalle categorie a priori del nostro intelletto. Kant vuole pertanto trovare un criterio che si basi sulla pura logica dell’esser in contraddizione, senza alcun riferimento alla dimensione temporale.  E difatti non fa forse capire che il principio sarebbe meglio formulato nella frase latina:  “a nessun soggetto compete [si può attribuire] un predicato ad esso opposto”, cioè che sia, con ogni evidenza, in contraddizione con la natura specifica, particolare di questo soggetto, quale essa sia?

 Il “principio di contraddizione” tradizionale non viene tuttavia escluso, non sarebbe possibile.  Viene ribadito, ma in questo modo:

“Il Principium contradictionis è un criterium della verità, che nessuna conoscenza può contraddire.    Criterium veritatis è il segno distintivo della verità.  Il Principium contradictionis è il più alto negativum criterium della verità.  È una conditio sine qua non di ogni conoscenza; ma non è il criterium sufficiente [per stabilire] ogni verità.”[8]

La “conditio sine qua non” si applica dunque al principio di identità e non-contraddizione come il massimo “criterio negativo” per determinare la verità. Il criterio negativo è quello, si è visto, denominato “nihil negativum”, cioè il criterio in base al quale nulla può esser pensato.  Questo criterio, per Kant, è una “conditio sine qua non” e tuttavia non è “sufficiente” per determinare ogni verità.  Potremmo forse dire:  condizione necessaria ma non sufficiente? E perché non sufficiente?  Perché, possiamo interpretare, si limita ad imporre l’impossibilità di pensare la cosa, giocando sull’elemento del tempo, lasciando quindi fuori altri aspetti, a cominciare dall’impossibilità di essere derivante dall’ esser in contraddizione tra soggetto e predicato, modus in quanto tale scisso da ogni determinazione temporale.

Il tema è complesso e richiede approfondimenti che ci porterebbero lontano.  Intanto mi basta aver messo in rilievo, spero in modo chiaro ed evidente, un fatto a mio avviso di fondamentale importanza ossia che il principio di identità e non-contraddizione implica l’esistenza del tempo come durata effettiva, indipendente dal soggetto pensante:  l’implica e a ben vedere  la dimostra.

Paolo  Pasqualucci 

20 agosto 2021

 



[1] I. KANT, Vorlesungen über die Metaphysik, ediz. postuma, Erfurt, 1821, rist. anast. WBG, Darmstadt, 1975, p. 21:  Impossibile est simul esse ac non esse.   Simul bedeutet zu gleicher Zeit; die Zeit ist aber noch nicht erklärt. Man kann also lieber sagen:  nulli subjecto competit praedicatum ipsi oppositum.  Nihil negativum ist das, was gar nicht gedacht werden kann.”  Le kantiane Lezioni sulla metafisica risultano dai manoscritti del filosofo.  Hanno pertanto un aspetto schematico.  Sono comunque ritenute attendibili, quale espressione del genuino pensiero kantiano.

[2] Anassagora, Testimonianze e framenti, introduz. tr. it. e commento a cura di Diego Lanza, La Nuova Italia, Firenze, 1966, con testo a fronte:  “Tutte le altre cose hanno parte di ogni cosa, ma l’intelligenza [vous] è illimitata, indipendente e non è mescolata ad alcuna cosa ma sta sola in sé.  Se, infatti, non stesse sola in sé, ma fosse mescolata a qualche cosa d’altro, parteciperebbe di tutte le cose, se fosse mescolata a qualcuna.  In tutto si trova infatti parte di ogni cosa, come ho detto prima, e le cose mescolate le sarebbero d’ostacolo, sí che non avrebbe potere su alcuna cosa, come lo ha stando da sola in sé.  È infatti la più sottile e la più pura di tutte le cose e possiede piena conoscenza di tutto e ha grandissima forza. E quante cose hanno vita, le maggiori e le minori, tutte domina l’intelligenza…” (op. cit., pp. 224-229).  Questo nous è stato sempre inteso dalla tradizione occidentale come primeva intuizione dell’esistenza della Mente divina, ontologicamente separata (intellectus immixtus – san Tommaso d’Aquino) da tutta la realtà visibile nel suo complesso, natura e uomini;  Mente che tutto domina e governa.  Di essa la nostra mente è solo un pallido e limitato riflesso.

[3] Gendün Rinpoche, Istruzioni spirituali. Dal cuore di un Maestro Mahāmudrā, ediz. italiana a cura di Vincenzo Noja, Le Lettere, Firenze, 2021, p. 118.  Si tratta di una traduzione dal tedesco dello stesso Noja.  L’edizione tedesca opera di un Maestro tedesco, Lama Sönam Lhündrup (Tilmann Borghart).  Corsivi miei.  Il samsāra è il divenire della nostra esistenza, di reincarnazione in reincarnazione, dominato dal dolore.  Mahāmudrā significa “grande sigillo” e designa un tipo particolarmente elevato di meditazione.

[4] Op. cit., p. 205, nella sezione intitolata “Prepararsi alla morte”, pp. 199-220. 

[5] Giuseppe Tucci, Premessa a Il libro tibetano dei morti (Bardo  Tödöl), a cura di Giuseppe Tucci, con Introduzione dello stesso, UTET, 1972, pp. 12-13.  Ma vedi, Rinpoche, cit., p. 207 ss., più in dettaglio.

[6] Kant, op. cit., p. 22:  “Unmöglich ist das, was sich widerspricht”.

[7] Kant, op. cit., ivi.

[8] Kant, op. cit., ivi.  La parte finale del periodo recita in tedesco:  “…aber nicht das hinreichende Criterium aller Wahrheit.”

giovedì 29 luglio 2021

Crisi della Chiesa : Mons. A. Schneider critico della Messa Novus Ordo

Crisi della Chiesa :   Mons. Athanasius Schneider critico della  Messa Novus Ordo.  Estratti da un recente libro-intervista.

 

La casa editrice Fede  & Cultura ha pubblicato nel novembre del 2020 la traduzione in un unico volume di tre corpose interviste della giornalista  americana Diane Montagna a mons. Athanasius Schneider, tenutesi dal gennaio 2018 al marzo 2019, il cui manoscritto è stato rivisto e completato dall’illustre prelato:  Athanasius Schneider in conversazione con Diane Montagna, Christus vincit.  Il trionfo di Cristo sulle tenebre del nostro tempo, pp. 381, € 25, tr. it. di Stefano Chiappalone.  Le interviste coprono un’ampia gamma di argomenti, dando modo a mons. Schneider di approfondire da par suo i molteplici aspetti della perdurante e grave crisi della Chiesa, che, egli lo sottolinea più volte, è in primo luogo crisi di fede. Si tratta di un libro importante, soprattutto sul piano strettamente religioso, poiché rappresenta la sintesi approfondita di praticamente tutti gli interventi di mons. Schneider in difesa del Deposito della Fede.

Data l’angosciata e nello stesso tempo indignata e determinata reazione dei  cattolici rimasti fedeli alla Tradizione della Chiesa al recente motu proprio di papa Francesco Traditionis custodes, che di fatto mira a far sparire la celebrazione della Messa di rito romano antico, “sdoganata” da Benedetto XVI nel 2007 con il motu proprio Summorum Pontificum, mi sembra opportuno riportare alcuni fra i giudizi negativi espressi da mons. Schneider sulla Nuova Messa di Paolo VI.  Riporto anche la spiegazione del mistero della Transustanziazione da lui fornita, secondo la dottrina tradizionale della Chiesa, esemplare per chiarezza e precisione:  la Transustanziazione di Nostro Signore è un altro dei dogmi oggi impunemente calpestati.  Tutte le parti del presente testo fra parentesi quadre sono mie, oltre a quelle che raccordano gli estratti fra loro.  

 

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1. La crisi della Chiesa si origina dal suo interno e ha il suo centro nel grave indebolimento della Celebrazione Eucaristica.

 

“Domanda : Lei crede che l’attuale crisi nella Chiesa sia in qualche misura provocata dalla Santa Sede stessa?

Risposta :  È un fatto che la Santa Sede abbia posto in atto una serie di misure che hanno indebolito considerevolmente l’integrità della regola della preghiera (lex orandi), della fede (lex credendi) e della regola di vita (lex vivendi).  Il drastico cambiamento del millenario rito della Messa attuato da papa Paolo VI ha senza dubbio attenuato il carattere essenzialmente sacrificale, cristocentrico e latreutico della Messa, spostandolo più nel senso di un banchetto fraterno e di un incontro di preghiera incentrato sulla comunità, che dal punto di vista fenomenico è più simile ai servizi di preghiera protestanti.”  (Op. cit., p. 187)

[Osservazione del relatore, ossia di PP :  non mi sembrano bordate da poco, anche se dette in tono pacato e con un linguaggio misurato. Praticamente egli accusa la Santa Sede di aver “indebolito l’integrità” della preghiera, della fede, del modo di vivere cattolico: insomma, di tutte le componenti essenziali del nostro quotidiano esser cattolici praticanti.

Per ciò che riguarda la Messa, il concetto che mons. Schneider ha voluto esprimere è chiarissimo: la Nuova Messa in volgare ha spostato il significato della vera Messa cattolica, facendovi emergere il banchetto fraterno tipico dei Protestanti, incentrato sulla comunità.  La quale in realtà, mi permetto di aggiungere, la Domenica e le Feste comandate si riunisce, sotto la semplice presidenza di un sacerdote, soprattutto per celebrare l’attesa del ritorno del Cristo glorioso, un’attesa cui tutta l’umanità, nonostante sia e resti irredenta, è invitata a partecipare.  Ciò si deduce anche dalle modifiche apportate al testo della Consacrazione, dal quale è stato tolto il misterium fidei, separandolo dalla misericordia per i nostri peccati ottenutaci dalla Croce e connettendolo ad un’attesa escatologica sulla venuta di Cristo, proclamata dai fedeli e dal celebrante subito dopo la Consacrazione.  Insomma, uno “spostamento” che implica o non una “alterazione” del significato genuino della S. Messa di sempre?  E questo, senza che si possa accusare il Novus Ordo di aver modificato le formule della Consacrazione in modo tale da renderle invalide. L’alterazione si è insinuata in modo sottile, opera di alta iniziazione, da far invidia agli Eresiarchi protestanti del passato.]

“Domanda :  C’è un’immagine specifica di cui si servirebbe per descrivere la situazione della Chiesa nell’attuale crisi?

Risposta :  Astenia cardiaca – un cuore malato, indebolito.  La Chiesa è il Corpo Mistico di Cristo e l’Eucaristia ne è il cuore.  Il cuore fornisce sangue ed energia al corpo.  A oltre 50 anni dal Concilio, specie con la nuova forma della Messa, che grazie alla sua struttura indeterminata ha aperto la porta a una varietà di celebrazioni soggettiviste e specialmente alla pratica della comunione sulla mano, stiamo soffrendo una sorta di malattia cardiaca spirituale nella Chiesa.  C’è un’espressione medica che indica il cuore debole:  mancamento, astenia cardiaca.  Ai nostri giorni la Chiesa soffre di una violenta “cardiopatia” eucaristica e così l’intero corpo si ritrova anemico e privo di energia.

Mai nella bimillenaria storia della Chiesa erano state perpetrate analoghe orribili offese contro il Santissimo Sacramento, tante banalizzazioni del sacrificio della Messa da parte del clero e dei fedeli, come al nostro tempo.  La “riforma” della liturgia e la sua applicazione hanno avuto l’effetto di desacralizzare e indebolire la fede nella Presenza reale e nella natura sacrificale della Messa.  Lo vediamo soprattutto nella pratica di ricevere la Santa Comunione nella mano e in piedi, che rivela questa profonda ferita e malattia nella vita della Chiesa odierna.

Durante una conferenza a Parigi, alcuni anni fa, ho evidenziato cinque ferite nella vita liturgica della Chiesa.  Queste cinque ferite sono espressione della cardiopatia eucaristica di cui soffre la Chiesa.  Dobbiamo rinnovare da capo il cuore della Chiesa, che è il culto eucaristico – vale a dire, prendere sul serio Nostro Signore eucaristico e rinnovare il modo di adorare e celebrare la Santa Messa e di trattare l’Eucaristia, che è Nostro Signore stesso, specie nel momento sacro e intimo della Santa Comunione.”  (Op. cit., pp. 188-189).  

[Osservazione di PP :  si può “rinnovare” il nostro modo di adorare e celebrare la Santa Messa senza ritornare a celebrarla unicamente nell’unico modo veramente cattolico, ossia secondo il Rito Romano Antico, impropriamente detto “tridentino”, sempre celebrato dai Papi per tanti secoli, il cui canone essi hanno sempre affermato risalire ai tempi apostolici?  Dal momento che la costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium sulla riforma liturgica ha introdotto i princìpi rivoluzionari dell’adattamento, della sperimentazione, della creatività, sottoposti al vaglio puramente teorico e in sostanza inane della Santa Sede,  tale “rinnovamento” appare del tutto impossibile in regime di Messa montiniana.]

 

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2. Esemplare esposizione del dogma della Transustanziazione.

Vengo ora all’illustrazione del dogma della Transustanziazione, cosa che spinge mons. Schneider a denunciare ancora una volta la pratica sacrilega della Sacra Ostia data sulle mani dei fedeli, frutto di un “archeologismo” che più falso non potrebbe essere.

Rispondendo ad una domanda di Diane Montagna “sulla presenza reale e la sua importanza”, mons. Schneider afferma innanzitutto che noi “non possiamo esimerci da segni corporali di riverenza e rispetto, perché Egli è presente corporalmente:  il Dio-uomo è veramente presente.  Concreti gesti di culto, adorazione e stupore sono le logiche conseguenze della nostra fede.”

“Domanda :  E quando tralasciamo questi gesti, la fede nel mistero è indebolita?

Risposta :  Sì, quando diminuiamo i segni esteriori di stupore, sacralità e riverenza, di pari passo diminuisce quasi inesorabilmente la nostra fede nella Presenza reale di Nostro Signore e nella Sua Incarnazione.  Queste sono unite tra loro.  Ogni volta che in noi vengono meno il rispetto e la consapevolezza della presenza di Cristo nel sacramento dell’Eucaristia – la Presenza reale, piena, sostanziale e divina – viene meno anche la nostra fede nell’Incarnazione stessa.  La fede nell’Eucaristia e la fede nell’Incarnazione sono inseparabilmente connesse.  Quindi, è un continuo atto di fede nell’Incarnazione e nel soprannaturale perché esso è soprannaturale, perché la divinità è così vicina a noi.  Nel Sacramento dell’Eucaristia, Nostro Signore si è degnato di nascondersi sotto i deboli, esteriori elementi materiali.  In nessun luogo del mondo intero, in tutta la storia del mondo, in tutto l’universo, Dio è tanto vicino, la divinità è tanto vicina alle Sue creature come nel mistero dell’Eucaristia.

Nell’Eucaristia persistono solo gli elementi esteriori della materia, definiti “accidenti”[secondo la terminologia della Scolastica – PP], mentre la sostanza degli elementi è trasformata nella sostanza del Corpo e del Sangue, della sacra umanità di Cristo e, attraverso l’umanità, è presente la stessa Sua divinità.  Nell’Incarnazione, Dio ha inseparabilmente unito la Sua divinità alla nostra natura umana [Nota di PP : si è unito alla nostra natura umana, ma non “in certo modo ad ogni uomo” come recita assurdamente la costituzione conciliare Gaudium et spes, all’art. 22.2, riecheggiando un errore già condannato da S. Giovanni Damasceno, m. nell’AD 749, e dall’Aquinate, Summa Theologiae, III, q. 4, a. 5].  Entrambe le nature sono unite nel Figlio, nella Seconda Persona della Santissima Trinità:  è ciò che definiamo l’unione ipostatica.  Nell’Eucaristia questa unione ipostatica riceve un nuovo aspetto.  Gli accidenti del pane e del vino sono uniti alla sostanza del Corpo e Sangue di Cristo e quindi alla Sua divinità in modo misterioso ed ineffabile.  San Tommaso d’Aquino dice che la divinità di Cristo, per reale concomitanza, è presente nel sacramento: “non avendo la divinità mai lasciato il corpo che aveva assunto, ovunque si trovi il corpo di Cristo, necessariamente c’è anche la Sua divinità; quindi in questo sacramento, necessariamente, c’è anche la divinità di Cristo, in concomitanza del suo corpo.  Pertanto nella professione di fede di Efeso leggiamo:  “Siamo resi partecipi del Corpo e del Sangue di Cristo, non come se prendessimo una carne comune, né quella di un uomo unito a Dio in dignità, ma la vera Carne vivificante del Verbo medesimo””, Summa theologiae, III, q. 76, a. 1, ad 1).

E il Concilio di Trento ha insegnato:  “sotto le specie del pane e del vino c’è la divinità in forza dell’ammirabile unione ipostatica con il Suo corpo e con la Sua anima” (sess. XIII, 3).” (Op. cit., pp. 262-263).

“Domanda :  La prescienza del disonore e del rifiuto che avrebbe subito da coloro che amava non ha contribuito alle Sue sofferenze durante la Sua Sacra Passione?

Risposta :  Credo che nella Sua agonia nell’Orto del Getsemani, Egli abbia visto in anticipo gli incredibili e orrendi sacrilegi contro la Sua Presenza eucaristica.  Credo, soprattutto, che i peggiori sacrilegi siano perpetrati dai sacerdoti, dai Suoi “amici”.  Quando ti ferisce qualcuno che ami, qualcuno che è tuo amico o comunque molto vicino a te, soffri molto di più che se lo avesse fatto un estraneo.  Quando i comunisti e i pagani hanno profanato l’Eucaristia, Cristo non ha sofferto così tanto come quando Egli viene profanato dai Suoi figli, dai Suoi sacerdoti e vescovi.  Non c’è mai stato un periodo storico in cui, all’interno stesso della Chiesa, Nostro Signore eucaristico sia stato trattato in un modo così terribile, profanato e oltraggiato dai Suoi stessi fedeli e sacerdoti, come ai nostri giorni.

Questa situazione è causata principalmente dalla comunione sulle mani.  Secondo un mito diffuso, forse intenzionalmente, dai preti progressisti, nei primi secoli si amministrava la comunione sulle mani per cui dovremmo tornare alla primitiva prassi della Chiesa. È una menzogna, un mito, è propaganda sotto mentite spoglie.  Perché?  L’intento di ritornare a una specifica prassi liturgica antica e non ancora sviluppata è definito “arcaismo liturgico”.  Papa Pio XII ha condannato questa mentalità nella sua Enciclica Mediator Dei, in quanto contraria al senso perenne della Chiesa.  L’archeologismo liturgico è uno degli errori di base dei modernisti, all’interno della Chiesa, e dei protestanti.  Tornare, sostengono, a un’epoca “ideale” della Chiesa, saltare indietro di mille anni.” (op.cit., pp. 264-265).

A questo punto mons. Schneider dimostra la falsità dell’archeologismo penetrato nel rito, grazie alle “riforme” del Vaticano II.

 

3.  Le falsità propugnate dallo “archeologismo liturgico”:  la comunione sulla mano non c’era nella Chiesa primitiva, fu un’invenzione di Calvino.

“È questo  l’errore dei liturgisti:  vogliono tornare al IV o al V secolo.  Ma ne sono passati altri 15 da allora! [Nota di PP :  che la prassi iniziale del Sacro Convivio fosse confusa e desse luogo ad abusi, risulta già dalla I Lettera di san Paolo ai Corinti, ove egli condanna fermamente gli abusi e spiega il significato autentico dell’Eucaristia – 11, 17-31].

Ma anche concretamente c’era un errore nel mito diffuso da loro, perché quella pratica avveniva in modo differente nei tempi antichi rispetto ad ora:  la Santa Eucaristia era ricevuta sul palmo della mano destra e ai fedeli non era concesso toccare la Santa Ostia con le loro dita, ma dovevano chinare la testa sulla mano e assumere il Sacramento direttamente con la bocca, quindi non stando ritti ma profondamente inchinati.

L’attuale prassi consiste nel ricevere l’Eucaristia ritti, prendendola con la mano sinistra.  È qualcosa che i Padri della Chiesa, sul piano simbolico, avrebbero considerato orribile:  come si può prendere il Santo dei Santi con la mano sinistra?  Quindi oggi i fedeli prendono e toccano l’Ostia direttamente con le dita e la portano alla bocca:  questo gesto non era mai stato contemplato in tutta la storia della Chiesa, ma fu inventato da Calvino  - neanche da Martin Lutero.  I luterani ricevevano l’Eucaristia normalmente inginocchiati e sulla lingua, benché ovviamente non avessero la Presenza reale, per la mancanza del sacerdozio valido.  I calvinisti e altre libere chiese protestanti, che non credevano affatto nella Presenza reale di Cristo nell’Eucaristia, inventarono un rito privo di pressoché tutti i gesti di sacralità e adorazione esteriore, per esempio, ricevendo la “comunione” in piedi e toccando l’”ostia” con le dita per portarla alla bocca come si faceva con il pane comune.  Tuttavia gli anglicani, nonostante l’influenza dottrinale dei calvinisti, solitamente ricevevano la Santa Comunione in ginocchio, ma potevano toccare l’ostia con le dita e metterla in bocca da se stessi.  Naturalmente anche gli anglicani, le cui ordinazioni erano invalide, mancavano della Presenza reale e del sacerdozio.

Domanda :  La maggior parte dei protestanti non crede alla Presenza reale.  Per loro la comunione è pane ordinario che ha un valore soltanto simbolico.

  Per loro era solo un simbolo, come testimonia il loro atteggiamento esteriore verso la comunione.  Durante il Concilio Vaticano II, i cattolici modernisti – soprattutto in Olanda – hanno preso questo rito di comunione dai calvinisti, attribuendolo erroneamente alla Chiesa delle origini, per diffonderlo più facilmente nella Chiesa.  Dobbiamo smantellare questo mito e queste tattiche insidiose iniziate nella Chiesa oltre mezzo secolo fa e che aattualmente si sono riversate a valanga pressoché in tutte le chiese del mondo intero, con la sola eccezione di alcuni Paesi cattolici dell’Europa orientale e di alcuni luoghi dell’Asia e dell’Africa.

C’è un altro elemento in questo errore.  Nella Chiesa primitiva le donne non potevano ricevere l’Ostia Santa direttamente sul palmo della mano:  dovevano usare un panno di lino candido.  Gli uomini, a loro volta, dovevano lavarsi le mani prima di accostarsi alla comunione:  era impossibile ricevere il Santo dei Santi con le mani che in precedenza avevano toccato porte e monete.  Oggi la gente va a ricevere il Santo dei Santi dopo aver toccato porte, monete e soldi e chissà cos’altro, con le mani sporche.  Conosco l’obiezione per cui è necessario avere l’anima pulita, non le mani.  Ma, ancora, rifiutare ciò che è corporeo e naturale come irrilevante è un argomento gnostico.  Il lato esteriore e corporeo è importante!  Una persona provvista di buona educazione e senso comune sicuramente saluterà qualcuno di grande importanza con le mani pulite.”  (Op. cit., pp. 266-267).

 

* *

[Osservazione di PP :   Queste lucidissime, preziose messe a punto di mons. Schneider inducono a qualche spontanea riflessione.  Per esempio, sulle mani sporche dietro le quali si nasconderebbe sempre un’anima pulita.  Certamente, conta la pulizia dell’anima per la salvezza non quella delle mani.  Tuttavia, le cronache ci dicono che alla Messa NO i fedeli ormai solo raramente si confessano. La confessione sacramentale, quella auricolare per intenderci, è in pratica caduta in desuetudine per un gran numero di fedeli.  Di tutti coloro che si accostano a ricevere il Signore sulle mani e in piedi, “con le mani sporche” e senza confessarsi, cosa dobbiamo pensare se non che si accostano al Signore spesso e volentieri anche con l’anima sporca, e fors’anche sozza dei peggiori peccati?   La sciatteria, il tratto irrispettoso e mondano affermatisi nel rito NO favoriscono una partecipazione ugualmente sciatta, irrispettosa, sorda al Trascendente.  Ad esempio, da parte di certi importanti uomini politici, come il Presidente Joe Biden, che fa mostra di esser cattolico praticante  e nello stesso tempo promuove ufficialmente l’abortismo e l’omosessualismo in tutte le sue forme, insomma tutta una serie di comportamenti che l’etica cristiana ossia la dottrina perenne della Chiesa ha sempre considerato non solo peccaminosi ma persino aberranti.  Un servizio su LifeSiteNews del 26 luglio 2021, del giornalista Michael Haynes, commentava una foto che ritraeva Biden intento a ricevere la Comunione quel giorno stesso  nella chiesetta prossima alla sua residenza privata nel Delaware, da lui regolarmente frequentata.  Si vede Biden di spalle, di tre quarti, in camicia, mentre il sacerdote gli dà l’Ostia consacrata sulle mani, che non si vedono.  Il comunicante, in piedi, porta pure gli occhiali da sole, di tipo sportivo.  Il tutto ha un’aria piuttosto casual, incredibilmente sciatta, anche nell’atteggiamento del prete.  Il giornalista ci informa che Biden, arrivato in ritardo di 17 minuti sull’inizio della Messa, fissato per le 16:00, se ne è andato dopo 22 minuti.

Ora, questo modo trasandato e irrispettoso di assistere alla Messa e di comportarsi di fronte all’Ostia Consacrata non dimostra forse che la fede nella Presenza Reale non c’è più?  Se ci fosse ancora, il comportamento eucaristico di  tanti fedeli e sacerdoti sarebbe ben diverso, ne sono convinto. 

[Su dogma e scienza, una breve riflessione]  Il dogma della Transustanziazione è stato preso di mira da agguerrite schiere di teologi “progressisti”.  Già appena dopo il Concilio si voleva sostituire il concetto con quello della “trans-significazione”, ispirandosi in qualche modo al fenomenologismo di Edmund Husserl: la “transustanziazione” fenomeno reale ma ineffabile e miracoloso, doveva esser intesa solo come un “significato”, il significato della Consacrazione.  Ridotta quindi a simbolo, in modo da non dispiacere alla scienza del nostro tempo.  Arzigogolati contorcimenti intellettuali al posto delle chiare nozioni aristoteliche di “sostanza” e “accidente”, giustificanti razionalmente la relazione tra essere ed apparire e la loro reciproca differenza, solo perché la Fisica contemporanea, scoprendo il mondo delle particelle, ha reintrodotto l’atomismo nella visione del mondo, facendo ritenere a molti insostenibile la nozione stessa di sostanza. Con la quale si intende l’essenza degli enti, quel carattere intrinseco che li fa essere ciò che sono in modo assolutamente distinto da tutto ciò che non sono (l’humanitas, la cavallinitas, etc. degli Scolastici).

  Il mondo delle particelle sarebbe regolato dal caso, pur costituendo le particelle la materia ordinata che cade sotto i nostri sensi.  Il nesso di materia ed energia (ma la materia sarebbe solo una più densa concentrazione di energia e tra le due non ci sarebbe vera differenza) verrebbe spiegato in modo matematico, con il calcolo infinitesimale e il probabilismo della fisica quantistica:  al posto della sostanza delle cose dobbiamo mettere una “funzione d’onda”, dell’onda costituita dalle varie forme di energia in perenne movimento, le cui proprietà sono modellate su quella elettromagnetica. Insomma, invece dell’essenza delle cose, della loro sostanza voluta da una Mente superiore come loro natura, e quindi in relazione all’idea del fine (l’esistere, non per caso ma per il fine di esser proprio l’ente, l’individuo che si è), troviamo un’equazione matematica, unica e astratta chiave di lettura di un mondo chiuso in se stesso e inteso come figlio del caso. Già nel 1910 il neokantiano Ernst Cassirer, storico della filosofia e filosofo egli stesso di tutto rispetto, scrisse un libro rimasto classico sull’argomento: Concetto della sostanza e concetto della funzione. Ricerche sulle questioni fondamentali della critica della conoscenza [Substanzbegriff und Funktionsbegriff.  Untersuchungen über die Grundfragen der Erkenntniskritik].  Egli mostrava come la tendenza del pensiero contemporaneo fosse nel senso di eliminare il concetto della sostanza servendosi di quello di “relazione”, di tipo appunto “funzionale”.

Non posso ovviamente approfondire qui siffatto argomento. Mi limito ad alcune osservazioni. I cattolici soffrono attualmente di un complesso d’inferiorità nei confronti della scienza, al punto da accettarne le tesi più estreme, potenzialmente distruttive delle nostre verità di fede.  All’immagine del mondo che vuole eliminare il concetto della sostanza e il conseguente rapporto sostanza-accidenti quale rapporto vitale, costitutivo, causalmente connesso, dell’essere stesso degli enti, in quanto entità finite, nello spazio e nel tempo, bisogna replicare che:   dissolvere la realtà della materia nelle particelle di energia dominate dal caso significa ridurre la natura ad una realtà incomprensibile, nel suo modo di essere e operare; significa costringersi ad affermare che l’ordine che pur dobbiamo constatare nella natura, è l’opera del caso!  Ma dal caso, quale ordine può nascere?  Noi vediamo, tanto per fare un esempio, che la crescita di tutto ciò che è organico ha luogo secondo leggi e forme precise, che si arrestano quando l’individuo è cresciuto ossia ha raggiunto la dimensione che (evidentemente) doveva raggiungere.  L’idea compiuta della pianta, possiamo dire, non è già racchiusa nel seme da cui essa si sviluppa, per gradi, metodicamente, secondo una dinamica governata dalle leggi della geometria e della matematica?  Se così non fosse, ogni crescita resterebbe perennemente affidata al caso e sarebbe disorganica al massimo, del tutto priva di forma; anzi, a ben vedere, di crescita non si potrebbe nemmeno parlare, la realtà resterebbe in eterno quella caotica di una materia primigenia, dominata dal caos  dell’energia saettante disordinatamente in ogni direzione.  Non saremmo mai usciti dalla “zuppa cosmica” primordiale, se è esistita.  

Questa riflessione potrebbe essere (credo) utile a chi volesse controbattere i fallaci argomenti del neoatomismo contemporaneo contro la concezione razionale della natura, garantita dalle categorie aristoteliche tradizionali, rielaborate dalla Scolastica.  Nello stesso tempo, non dobbiamo spaventarci del mondo delle particelle naturali, scoperto dalla scienza contemporanea.  Dobbiamo invece cercare di spiegarlo alla luce di una filosofia che non conduca ad una visione in definitiva ganz sinnlos, del tutto priva si senso,  come quella propugnata dalla fisica e dalla filosofia contemporanee.  E forse che la struttura particellare della materia, può impedire a Nostro Signore di esserci come Presenza Reale nell’Ostia consacrata?  Non c’è struttura o forma della materia-energia che possa impedire al Verbo di essere come vuole nella materia-energia, indipendentemente e al di là delle leggi che la regolano, come da noi conosciute, leggi da Lui stesse create (Col  1, 16).]

4.  Ugualmente, non c’era nella Chiesa primitiva la “celebrazione verso il popolo”.

Mons. Schneider demolisce un altro dogma fasullo, imposto dai Novatori con la Nuova Messa: il recupero di una supposta celebrazione verso il popolo nella Chiesa primitiva.

Domanda :  In altri termini, data la nostra natura corporea, per cui conosciamo attraverso i sensi, non possiamo evitare di conformarci a una mentalità antropocentrica se la liturgia è celebrata con il sacerdote e la gente rivolti l’un l’altro mentre Gesù rimane velato e celato nella Santa Eucaristia.

Risposta :  Esattamente.  La forma esteriore del circolo finisce per plasmare la mente. Se continui a dire: ‘ Abbiamo messo Cristo al centro’, ma la realtà fisica non corrisponde a questa affermazione, sei semplicemente incoerente e contraddici la psicologia umana.

Volgersi insieme nella stessa direzione durante la preghiera è un’espressione naturale in tutte le religioni, incluse quelle false [false, perché non rivelate dal vero Dio, Uno e Trino – PP].  Questo fenomeno riflette la sana percezione di un naturale senso religioso.  La grazia presuppone la natura (gratia supponit naturam), tanto più questa espressione esteriore di preghiera è valida nella vera religione.   Sin dal tempo dell’Antico Testamento e poi nel corso dell’intera storia della Chiesa, nella liturgia ufficiale si è sempre pregato con l’intera assemblea rivolta al Signore, rappresentato nell’Antico Testamento dal Santo dei Santi e nel Nuovo dall’Oriente geografico, dalla Croce del Signore, e poi dal tabernacolo in cui Egli è realmente presente.  Anche in alcune basiliche romane con l’abside non orientato in questa direzione, era il celebrante che era rivolto ad Oriente.  Uno studioso di liturgia superficiale prende quest’ultimo dato come prova della prassi di una celebrazione versus populum, rivolti al popolo.  Tuttavia, una simile conclusione è un segno di superficialità e di miopia ideologica.  In un’opera eccellente e davvero magistrale, padre Stefan Heid ha dimostrato in modo convincente, con ampia documentazione, che la prassi costante della Chiesa sin dai tempi apostolici consisteva nel celebrare la Santa Messa ad orientem, cioè con il celebrante e i fedeli rivolti nella stessa direzione.  Raccomando caldamente il suo libro, recentemente pubblicato, Altar und Kirche.  Prinzipien christlicher Liturgie [Altare e Chiesa. Principi di liturgia cristiana].

Domanda :  La basilica di san Pietro non è un esempio di basilica romana con l’abside che geograficamente non è orientato a est?

Risposta :  Sì, poiché la struttura geologica del colle Vaticano ha reso impossibile costruire la Chiesa in altro modo.  La Chiesa romana era sempre molto conservatrice e si atteneva letteralmente alla norma di pregare verso est.  Da studi storici ed archeologici, abbiamo l’evidenza che le chiese del primo millennio avevano l’abside rivolto a est, all’incirca nel 90% dei casi.  Erano rivolte a est anche quando l’altare non era addossato alla parete.  Un altare staccato non è una prova contro l’orientamento, poiché il sacerdote stava comunque davanti a esso rivolto a est, come si fa tuttora nelle chiese orientali.” (Op. cit., pp. 283-284).

Mons. Schneider ricorda poi come l’idea della Messa quale commemorazione dell’Ultima Cena provenga da Lutero, negatore accanito del carattere sacrificale della Santa Messa.

“Domanda :  Il pensiero principale era, dunque, volgersi a est?

Risposta :  Sì.  A Roma c’era una mentalità molto tradizionale, conservatrice.  Anche oggi le Chiese ortodosse si attengono alla norma dell’orientamento dell’abside di una chiesa.  La Chiesa latina ha iniziato nel XVI secolo a permettere eccezioni riguardo all’orientamento dell’abside di una nuova chiesa.  È sempre rimasta la tendenza a volgersi al crocifisso sull’altare, su cui l’abside era incentrato, che sostituiva l’est geografico.

Dobbiamo volgerci al Signore per convertirci a Lui.  L’intera Chiesa deve voltare le spalle al secolarismo, all’immersione nel naturalismo, alla perdita di senso del soprannaturale, alla tendenza antropocentrica.  L’intera Chiesa deve convertirsi una volta ancora e volgersi al Signore durante la liturgia, anche in modo visibile.  La celebrazione della Messa ad Deum (possiamo anche dire ad orientem, ad crucem, ad apsidem) sarebbe il primo e indipensabile passo nel processo di riforma della riforma.  Sostanzialmente rimodulerebbe il modo di pensare del clero e dei laici su quale sia la vera preghiera e il senso della Messa – che è un sacrificio, il divino sacrificio del nostro Redentore sulla Croce e non semplicemente un banchetto religioso o un’istruzione religiosa in stile protestante.

La celebrazione verso il popolo finisce per distruggere la verità centrale che la Messa è sostanzialmente lo stesso sacrificio del Calvario.  La Santa Messa non è la perpetuazione dell’Ultima Cena.  È la perpetuazione sacramentale del mistero della Croce.  Questa verità deve plasmare il nostro atteggiamento e la nostra posizione esteriore. È stato Martin Lutero a iniziare la diffusione dell’eresia eucaristica per cui la Messa  sarebbe una sorta di ripetizione e commemorazione dell’Ultima Cena e non il sacramento del sacrificio della Croce.  L’eresia eucaristica di Lutero che nega il carattere innanzitutto sacrificale della Santa Messa è entrata nell’insegnamento di facoltà teologiche e seminari e nella predicazione di un gran numero di sacerdoti e vescovi.” (Op. cit., pp. 284-285; corsivi miei)

[Conclusione  di PP :  si tenga bene a mente la gravità estrema di quanto affermato da mons. Schneider e sicuramente rispondente al vero, lo dobbiamo constatare ogni giorno, sul dilagare della “eresia eucaristica luterana” nel clero cattolico a tutti i livelli.  Questi sono i risultati del falso ecumenismo promosso dal Concilio e attuato dai papi successivi al Concilio, nessuno escluso!]