lunedì 5 aprile 2021

Letture Cattoliche - 4 La vera devozione cristiana

 

 

 

Letture  Cattoliche 

A  cura  di  Paolo  Pasqualucci

 

4 -  La  vera devozione  cristiana

 

N o t a  -  Dopo aver riportato due capitoletti della Filotea, la cui redazione definitiva è del 1619, mi sembra opportuno esporre le pagine nelle quali san Francesco di Sales (savoiardo, 1567-1622, canonizzato nel 1665, dichiarato Dottore della Chiesa da Pio IX nel 1877) espone il giusto concetto della devozione cristiana ossia di come debba effettivamente intendersi una vita devota.

Nella Prefazione dell’opera (vedi Letture Cattoliche 2) il Salesio dichiara di non voler scrivere un testo per monaci o comunque mistici bensí un testo per le persone comuni, alla portata di tutti.  Nel cap. I della I parte, intitolato In che consista la vera divozione, egli espone il concetto della vera devozione.  Giova ricordare che l’opera nacque per iniziativa di “un’anima veramente ricca di onore e di virtù”, come scrive egli nella Prefazione, senza darle un nome: si trattava, ci informano gli studiosi, di Madame de Charmoisy, il cui marito era parente del Santo e gentiluomo del Duca di Nemours.  La nobildonna, molto religiosa, aspirava alla vita devota e aveva richiesto al Salesio di dirigerla sul modo retto di attuarla.  Ciò comportò da parte di quest’ultimo l’elaborazione di una serie di appunti e memorie, dalle quali nacque il presente, classico testo (Filotea, cit., Prefazione, pp. XVII-XVIII).

 

* * *

 

“Tu, o carissima Filotea, aspiri alla divozione, perchè sei cristiana e sai che questa è una virtù sommamente gradita a nostro Signore:  ma per evitare quei piccoli sbagli che sono facili a commettersi sul principio di un affare e ingrossano poi a mano a mano che si va avanti, sinchè alla fine diventano quasi irreparabili, è necessario prima di tutto che tu conosca bene che cosa sia la virtù della divozione; poichè una sola essendo la vera e trovandosene un gran numero di false e vane, se non hai subito un’idea precisa della vera divozione, potresti cadere in errore e perderti dietro a qualche pratica futile e superstiziosa.

Arelio in tutte le figure che dipingeva, dava alle facce la fisionomia delle donne da lui amate [Plin., Hist. nat., XXXV, 10 (37)]; così ognuno si rappresenta la divozione conforme alle sue tendenze e alle sue fantasie.  Chi è dedito al digiuno si crederà, digiunando, di essere un gran divoto, quand’anche abbia il cuore pieno di risentimenti;  sicchè, mentre per sobrietà non osa bagnare la lingua nel vino e fin nell’acqua, non ha  poi scrupolo d’immergerla nel sangue del prossimo con la maldicenza e la calunnia.  Un altro s’immaginerà di essere divoto, perchè recita ogni giorno una filza di preghiere, sebbene poi la sua lingua si lasci andare a parole dure, arroganti e ingiuriose con quei di casa e con i vicini.  Quell’altro tira fuori volentieri dal borsellino la limosina da dare ai poveri, ma non è buono a cavare dal cuore un tantino di dolcezza con cui perdonare i suoi nemici;  altri, invece, perdonerà ai nemici, ma perchè soddisfaccia a’ suoi creditori, ci vorrà tutta la forza della giustizia.  Questi tali passano comunemente per divoti;  ma non sono divoti niente affatto.  I soldati di Saulle cercavano Davide in casa sua; Micol, presa una statua, le mise addosso gli abiti di Davide, e, adagiatala sul letto, fece credere che quello fosse Davide ammalato che dormisse [I Reg., XIX, 11-16].  Allo stesso modo tanti e tanti si ammantano di certe esteriorità che sogliono accompagnare la santa divozione, e subito il mondo li piglia per gente divota e spirituale, mentre in realtà non sono altro che simulacri e fantasmi di divozione.

La vera e viva divozione, o Filotea, vuole prima di tutto l’amore di Dio, anzi non è altro che vero amor di Dio; ma non è però un amore mediocre.  Devi sapere che l’amore divino, in quanto abbellisce le anime nostre, si chiama grazia, perchè ci rende graditi alla divina Maestà; in quanto ci comunica la forza di operare il bene, dicesi carità; ma quando è arrivato a tal grado di perfezione, che, oltre a farci fare il bene, ce lo fa fare con diligenza, assiduità e prontezza, allora piglia il nome di divozione.  Gli struzzi non volano mai; le galline volano, ma a stento, basso basso e di rado; invece le aquile, le colombe e le rondini volano sovente, spedite e alto.  Così i peccatori non s’innalzano mai a Dio, ma vanno sempre terra terra; i buoni, che non sono giunti ancora alla divozione, si sollevano a Dio con le loro buone opere, ma raramente, con lentezza e sforzo; le persone divote volano a Dio con frequenza e agilità e volano molto alto.  A dirla in breve, la divozione è un’agilità e vivacità spirituale, con cui la carità opera in noi e noi operiamo nella carità prontamente e con trasporto, cosicchè, mentre è ufficio della carità farci osservare i comandamenti di Dio, è poi ufficio della divozione farceli osservare con prontezza e diligenza.  Dunque chi non osserva tutti i comandamenti di Dio, non può essere giudicato nè buono nè divoto;  non buono, perchè a essere buono si richiede la carità; non divoto, perchè a essere divoto, oltre la carità, ci vuole anche ardore e speditezza a fare le azioni proprie della carità.

 Ma vi è ancora di più.  Quando la divozione va unita ad una carità eminente, allora non solo ci rende pronti, agili ed esatti nell’osservanza di tutti i precetti divini, ma inoltre ci stimola a fare tosto e di cuore il maggior numero possibile di opere buone, ancorchè non sieno comandate, ma di semplice consiglio o ispirazione.  Infatti, come chi si è alzato di fresco da una malattia, cammina quel tanto che gli fa bisogno, ma adagio e con sforzo, così il peccatore, guarito appena della sua iniquità, va solamente sin dove Dio gli comanda, a stento però e a rilento prima che non sia arrivato alla divozione;  ed arrivatovi, non solo cammina, ma, a guisa di persona interamente sana, corre e spicca salti nella strada dei divini comandamenti [Ps., CXVIII, 32], anzi valica di corsa i sentieri dei consigli e delle ispirazioni celesti.  Insomma, la carità e la divozione  differiscono frar loro soltanto come il fuoco e la fiamma, perchè la carità, che è fuoco spirituale, quando diviene molto infiammata, si chiama divozione; sicchè la divozione non aggiunge al fuoco della carità altro che la fiamma, la quale rende la carità pronta, operosa e diligente non solo nell’osservanza dei comandamenti divini, ma anche nella pratica dei consigli e delle ispirazioni celesti.”

venerdì 2 aprile 2021

Letture Cattoliche - 3 Necessità della castità

 

Letture  Cattoliche 

A  cura  di  Paolo  Pasqualucci

 

3 -  Necessità della castità

[ Da  S. Francesco di Sales, La filotea ossia introduzione alla vita devota,  tr. it. del Sac. Eugenio Ceria, 6a ediz. riveduta, Torino, S.E.I.,  1945 , Parte III, Le virtù, pp. 250-256 ]

 

“La castità è il giglio delle virtù e rende gli uomini quasi eguali agli Angeli; niente è bello se non è puro, e la purità degli uomini è la castità.  La castità si chiama onestà, e la professione di essa onore; chiamasi integrità, e il suo contrario corruzione; a dir breve, essa ha una gloria tutta sua particolare, di essere cioè la bella e candida virtù dell’anima e del corpo.

Non è mai lecito procurarsi in qualsivoglia modo dal proprio corpo alcun piacere impudico, fuorchè nel legittimo matrimonio, la cui santità ripara con giusto compenso il discapito che si riceve nella dilettazione carnale. E anche nel matrimonio bisogna avere l’onestà dell’intenzione, sicchè, se vi è qualche cosa di sconveniente nella voluttà a cui si dà opera, tutto nondimeno sia onesto nella volontà che vi attende.  Il cuore casto è come la madreperla, che non può ricevere goccia d’acqua, se non viene dal cielo:  esso infatti non può ricevere alcun diletto che non sia quello proprio del matrimonio, ordinato dal Cielo; fuori di lì non si fa lecito di neppure pensarvi con un pensiero voluttuoso, volontario e trattenuto.

Il primo grado di questa virtù sarà, o Filotea, di astenersi da tutti i piaceri vietati, quali sono tutti quelli che si prendono fuori del matrimonio o che nel matrimonio si prendono in maniera non conforme alle regole matrimoniali.  Il secondo grado sarà di scemare, quanto più potrai, il numero dei diletti inutili e superflui, benchè leciti e permessi.  Il terzo sarà di non afferzionarti a quelli comandati; perchè, quantunque bisogni praticare quegli atti sensuali, che hanno per iscopo il fine del matrimonio, non si deve però mai attaccarvi il cuore.

Di questa virtù, peraltro, tutti hanno gran bisogno.  Coloro che vivono nello stato di vedovanza, debbono avere una castità coraggiosa, la quale non solo non disprezzi gli oggetti presenti e futuri, ma resista anche alle immaginazioni che i piaceri lecitamente goduti nel matrimonio possono in loro suscitare, essendo essi per tal motivo più facili a lasciarsi adescare dalla disonestà.  Di qui nasce l’ammirazione di sant’Agostino per la purità del suo caro Alipio, che aveva messo affatto in oblìo e in non cale i diletti sensuali, sperimentati già più d’una volta nella sua giovinezza.   Invero, come le frutta ancora intatte si possono conservare o sulla paglia o nella sabbia o entro le proprie foglie, ma appena tocche non è più possibile conservarle se non confettate con miele e zucchero;  così la castità ancora integra e inviolata si custodisce in vari modi, ma una volta offesa non è più mantenuta altrimenti che con una divozione esimia, la quale, come ho già detto e ripetuto, è il vero miele e zucchero degli spiriti.

Le anime vergini hanno bisogno d’una castità pura all’estremo e delicata, per bandire da sè ogni pensiero curioso e disprezzare in modo assoluto tutti i piaceri immondi, che, a dire il vero, non meritano proprio d’essere desiderati dagli uomini, giacchè gli asini e i porci vi hanno più attitudine di loro.  Queste anime pure siano sempre ben persuase, che la castità vale incomparabilmente più di quelle cose che sono inconciliabili con essa, perchè come osserva il grande san Girolamo [Epist., CXVII, ad Matrem et Filiam, 6], il nemico acuisce nelle persone vergini la brama di assaggiare i piaceri della carne, rappresentandoli loro come infinitamente più dilettevoli e squisiti che non siano in realtà; la qual cosa le travaglia moltissimo, essendochè, dice quel santo Padre, “credono più dolce qello che non conoscono.”

La farfalla, appena vede la fiammella, si mette a svolazzarle intorno, curiosa di sapere se sia dolce com’è bella, e spinta da tale velleità, non si ferma, finchè alla prima prova ci resta; e così i giovani si lasciano spesso talmente infatuare dalla falsa e folle idea dei piaceri contenuti nelle fiamme sensuali, che dopo una serie di cuoriosi pensieri finiscono per cadervi e perdersi, più stolti in ciò delle farfalle, poichè queste almeno, vedendo il fuoco sì bello, han qualche motivo di figurarselo anche buono, mentre gli altri, pur sapendo che la cosa da loro bramata è una schifezza, non lasciano tuttavia di esagerarne a se stessi il pazzo e animalesco diletto.

Riguardo poi ai coniugati, è cosa certa (eppure la maggior parte di essi nemmeno se lo sogna) che la castità è loro necessarissima; per essi infatti questa virtù consiste non nell’astenersi assolutamente dai godimenti carnali, ma nel contenervisi.  Ora, come il precetto – Adiratevi e non fate peccati! [Ps., IV, 5] – è, a parer mio, più difficile dell’altro di non adirarsi punto, e torna più comodo l’evitare la collera che non il regolarla; così riesce più agevole astenersi affatto dai piaceri sensuali che non serbare in essi la moderazione.  Quella santa libertà del matrimonio ha, sì, una forza speciale per attutire il fuoco della concupiscenza; ma l’infermità di chi ne gode, passa facilmente dal licito al libito e dall’uso all’abuso.  Come infatti certi ricchi si vede che rubano non per bisogno ma per avarizia, così tanta gente maritata fa vita dissoluta per mera incontinenza e lussuria:  poichè, sebbene costoro abbiano il legittimo oggetto, di cui potrebbero e dovrebbero contentarsi, pure la concupiscenza che hanno dentro, è a guisa d’un fuoco instabile, il quale divampa in qua e in là senza mai fissarsi in alcuna parte.  A pigliare medicine violente vi è sempre pericolo, poichè, inghiottendone più del bisogno o non preparandole bene, se ne riportano gravi danni; orbene, il matrimonio è stato benedetto e destinato anche a rimedio della concupiscenza, ed è senza dubbio un ottimo rimedio, ma violento, e quindi pericoloso, se non si piglia con discrezione.

Aggiungerò ancora una cosa.  Diverse occupazioni umane, come anche le lunghe malattie, separano spesso i mariti dalle mogli, e in tali casi bisognano ai mariti due specie di castità:  una per la continenza assoluta, finchè vivono separati, nelle occasioni anzidette, e l’altra per la moderazione, quando vivono uniti nel loro stato ordinario.  Purtroppo santa Caterina da Siena vide nell’inferno molte anime in preda a gravi tormenti per avere violato la santità del matrimonio:  il che era accaduto, diceva ella, non già per la gravezza del peccato, essendo peccati ben più enormi l’omicidio e la bestemmia, ma “perchè chi commette questo peccato, non se ne fa coscienza” e quindi sèguita a commetterlo per anni e anni [B. Raym  de Cap., Vita di S. Cath. Sen., II, 6].

Dunque, come vedi, la castità è necessaria ad ogni genere di persone.  Cercate la pace con tutti, dice l’Apostolo [Hebr., II, 14], e la santità, senza di cui nessuno vedrà Dio.  Ora per santità egli intende qui la castità, come fanno osservare san Girolamo [In h. locum], e san Giovanni Crisostomo [Homil. XV in Matth., 4].  No, Filotea, nessuno vedrà Dio senza la castità, nessuno abiterà nel suo santo Tabernacolo [Ps., XIV, 1], se non è mondo di cuore [Ps., XXII, 4];  e, come dice il Salvatore medesimo, i cani e gl’impudichi ne saranno sbanditi [Apoc., XXII, 15], e beati sono i mondi di cuore, perchè essi vedranno Dio [Matth., V,8].   


 

  

 

venerdì 26 marzo 2021

Letture Cattoliche 2 - La Pazienza cristiana.

 

 

Letture  Cattoliche 

A  cura  di   Paolo  Pasqualucci

 

2 -  La  pazienza   cristiana

 

[ Da :  S. Francesco di Sales, La Filotea ossia introduzione alla vita devota,  tr. it. del Sac. Eugenio Ceria,  6a ediz. riveduta, Torino, S.E.I., 1945;  Parte Terza, Le virtù, cap. III, La pazienza, pp. 191-199 ]

A  cura  di  Paolo  Pasqualucci

 

N o t a -- La Filotea è neologismo con il quale il santo Autore indica “colei che ama Dio”, “l’anima che ama dio” [phylos, caro, amante, amico + theos, il dio, Dio] alla quale è indirizzata l’ Introduzione.  L’opera  non si rivolge a persone che vogliano esser “segregate” o “isolate” dal mondo, agli aspiranti monaci, insomma al clero regolare.  Come spiega l’ Autore nella Prefazione , “io invece ho in animo d’istruire coloro che vivono nelle città, tra le faccende  domestiche, nei pubblici impieghi, e che dalla propria condizione sono obbligati a fare, quanto all’esterno, la vita che tutti fanno. Costoro, d’ordinario, sotto pretesto di un’immaginaria impossibilità, non vogliono nemmeno pensare a intraprendere la vita divota, dandosi a credere che, come nessun animale osa gustare i semi dell’erba chiamata Palma Christi, così nessun uomo debba aspirare alla palma della pietà cristiana fin tanto che vive nella ressa degli affari temporali.  Ebbene io mostrerò a questi tali […] che un’anima energica e costante può vivere nel mondo senza imbeversi di umori mondani, può trovare sorgenti di dolce pietà nelle onde amare del secolo, può volare tra le fiamme delle concupiscenze terrene senza lasciarvi le ali dei santi desideri della vita divota.  L’impresa è ardua al certo, e per questo appunto mi piacerebbe che molti vi dedicassero il pensiero con più ardore che non siasi fatto sin qui:  io intanto nella mia pochezza mi studierò di portare con questo scritto un qualche aiuto a chi di buona voglia si accingerà in seguito ad un’opera sì degna” ( op. cit., pp. XV-XVII )].

 Ho conservato alla traduzione il suo carattere antiquato, di un italiano ancora ottocentesco.  Gli inserimenti miei nel testo sono accompagnati dalla sigla “ndr”, nota del relatore.  Le citazioni dei Testi Sacri, tutte dell’Autore, sono lasciate nel vecchio stile, che si serviva ampiamente dei numeri romani.

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La pazienza è a voi necessaria, affinchè, facendo la volontà di Dio, entriate in possesso delle sue promesse”,  dice l’Apostolo [Hebr., X, 36].  Sì, è così; perchè , come aveva già dichiarato il Salvatore [Luc., XXI, 19], nella vostra pazienza possederete le anime vostre.

 Il possedere l’anima  propria è la più gran fortuna di un uomo, o Filotea, e quanto più perfetta sarà la nostra pazienza, tanto più perfettamente noi possederemo le nostre anime.  Ricòrdati spesso che, come il Signore ci ha salvati soffrendo e patendo, così dobbiamo anche noi operare la nostra salute per mezzo delle sofferenze e dei patimenti, sopportando le ingiurie, le contraddizioni e le croci con la maggiore soavità possibile.

Non limitare la tua pazienza a qualche offesa o a qualche pena determinata, ma estendila a tutte quante quelle che a Dio piacerà di mandarti o di permettere.  Vi sono certuni che non vogliono soffrire se non pene che rechino onore, come per esempio essere feriti in battaglia, cadere prigionieri di guerra, ricevere maltrattamenti per la religione, rimanere impoveriti a motivo d’una lite vinta da essi;  ora questi tali non amano già la pena ma l’onore che ne deriva.  Il vero paziente e vero servo di Dio piglia senza distinzione croci ignominiose e croci onorate.  Il soffrire disprezzi, riprensioni, accuse e maltrattamenti dai malvagi, è cosa gradita a un uomo di animo forte; ma a tollerare di essere rimproverato, calunniato, trattato male da persone a modo, dagli amici, dai parenti, ci vuole del buono e del bello!  Io stimo più la dolcezza del grande san Carlo Borromeo in soffrire lungo tempo le pubbliche riprensioni fattegli sul pulpito da un insigne predicatore d’un Ordine assai osservante, che non per tutte le persecuzioni da lui patite in altre circostanze.  Perchè, siccome le punture delle api sono più cocenti che quelle delle mosche, così il male che si riceve da parte di gente rispettabile, e le contraddizioni che vengono da parte d’uomini dabbene, sono più insopportabili d’ogni altra cosa, avvenendo purtroppo sovente che due persone dabbene abbiano entrambe ottime intenzioni, e tuttavia per diversità di vedute si perseguitino e si facciano guerra a vicenda.

Nelle afflizioni che ti sopraggiungono, sii paziente non solo riguardo alle afflizioni per se stesse, ma anche riguardo alle circostanze accessorie che ordinariamente le accompagnano.  Molti vorrebbero, sì, avere qualche cosa da soffrire, ma purchè non ne venisse loro nessun incommodo.  Non mi rincrese, dice uno, d’essere diventato povero; mi dispiace solamente che questo m’impedisca di servire gli amici, di allevare i figli e di vivere con quel decoro che vorrei.  Un altro dirà:  non me ne importerebbe niente, se non fosse che il mondo penserà che questo mi sia succeduto per mia colpa.  Un terzo sarebbe contentissimo che si parlasse male di lui e lo soffrirebbe in pace, a patto però che nessuno prestasse fede al maldicente.  Altri accettano volentieri una parte degl’incomodi cagionati da qualche malattia, ma tutti no:  non s’inquietano già, dicono loro, di essere ammalati, ma perchè non hanno danaro per farsi curare o perchè quei di casa ne restano incomodati.  Invece io dico, o Filotea, che bisogna tollerare con pazienza non solo d’essere ammalati, ma anche d’essere malati della malattia che Dio vuole, nel luogo ch’egli vuole, tra le persone che vuole, e con i disagi che vuole;  e dico il medesimo delle altre sofferenze.

Quando ti verrà del male, adopera pure tutti i rimedi possibili, a te e conformi al volere di Dio, perchè il fare diversamente sarebbe un tentare il Signore; ma poi, fatto questo, attendi con piena rassegnazione quell’effetto che a Dio piacerà.  Se a lui piacerà che i rimedi vincano il male, ne lo ringrazierai umilmente; se invece gli piacerà che il male vinca i rimedi, benedicilo con pazienza.

Io sono del parere di san Gregorio [S. Gregorio Magno, papa - ndr]:  quando verrai accusata giustamente per una colpa da te commessa, umiliati profondamente, e confessa che meriti l’accusa contro di te [Moral., in Iob, XXII, 30-34].  Se invece l’accusa mossa è falsa, scùsati in bel modo, dicendo che non sei colpevole, perchè devi questo riguardo alla verità e all’edificazione del prossimo; ma se dopo la tua vera e legittima scusa continuano ad accusarti, allora non ti turbare nè affannarti più in volere  che siano menate buone le tue scuse:  perchè, fatto il tuo dovere con la verità, lo devi fare anche con l’umiltà.  Così non verrai meno nè alla sollecitudine che sei obbligata di avere per il tuo buon nome, nè all’affetto che hai da nutrire per la pace e la dolcezza del cuore e per l’umiltà dello spirito.

Lamèntati meno che puoi dei torti ricevuti;  poichè è certo che d’ordinario chi si lameneta cade in qualche peccato, facendoci sempre il nostro amor proprio comparire più grandi che non siano le ingiurie; ma soprattutto non fare i tuoi lamenti con persone facili a sdegnarsi e a pensare male.  Nel caso che ti paresse conveniente dolerti con alcuno o per rimediare all’offesa o per calmare il tuo spirito, devi procurare che sia con anime molto tranquille e davvero amanti del Signore; perchè altrimenti, invece di sollevarti il cuore, te lo getterebbero in maggiori inquietudini, e invece di cavarti dal piede la spina che ti punge, te la ficcherebbero dentro più di prima.

Certuni, quando cadono malati o sono afflitti o ricevono un’offesa, evitano bensì di querelarsi e di mostrarsi permalosi, perchè questo, a parer loro (ed è proprio così), darebbe chiaramente a vedere che mancano di fortezza e di generosità;  ma hanno tuttavia una gran voglia, e lo procurano con cento artifizi, che ognuno si dolga con loro, li compassioni, li stimi non solo afflitti, ma anche pazienti e coraggiosi.  Cotesta è, sì, una specie di pazienza, ma pazienza falsa, la quale in ultima analisi non si riduce ad altro che a una finissima ambizione e vanità; costoro hanno di che gloriarsi, dice l’Apostolo, ma non dinanzi a Dio [Rom., VI, 2].  Il vero paziente non piange il suo male, nè desidera di essere compianto dagli altri, ma ne parla con un linguaggio schietto, verace e semplice, seenza lamenti, senza rammarichi, senza esagerazioni:  se lo compatiscono, si lascia compatire in pace, tranne quando lo compatiscono di un male che non ha; in tal caso dichiara modestamente che non ha quel male, e se ne sta tranquillo fra la verità e la pazienza, dicendo il male che ha e non movendone alcuna lagnanza.

Nelle ripugnanze e difficoltà, che, praticando la divozione, non mancherai di provare, abbi a mente il detto di Nostro Signore:  la donna, allorchè partorisce, è in tristezza, perchè è giunto il suo tempo, ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell’affanno a motivo dell’allegrezza, perchè è nato al mondo un uomo.” [Ioann., XVI, 21].   Tu hai concepito nell’anima tua il bambino più bello che vi sia, cioè Gesù Cristo, e prima del mistico parto il travaglio ti è inevitabile; ma fatti coraggio, chè, passati i dolori, ti resterà la gioia eterna di aver dato alla luce un uomo di tal natura.  Ora egli sarà per te ben partorito, quando lo avrai ben formato nel tuo cuore e nelle tue parole, cosa che otterrai con lo studiarti d’imitarne la vita.

Quando cadi malata, offri a Gesù tutti i tuoi dolori, pene e miserie, e supplicalo di unirli ai tormenti da lui sofferti per te.  Obbedisci al medico, piglia le medicine, gli alimenti e ogni sorta di rimedio per amore di Dio, richiamandoti alla memoria il fiele ch’egli bevette per nostro amore.  Desidera di guarire per servirlo; non ricusare di patire per obbedirgli e sii disposta anche a morire, se così piace a lui, per andarlo a lodare e a godere in cielo.  Le api, nel tempo che fanno il miele, vivono mangiando un cibo amarissimo; e così noi non possiamo assolutamente fare atti di maggiore dolcezza, nè comporre bene il nostro miele di belle virtù, se non mangiando il pane dell’amarezza e vivendo in mezzo alle angosce.  E come il miele ricavato dai fiori di timo, erba piccola e amara, è il migliore di tutti, così la virtù praticata nell’amarezza delle più vili, basse e abbiette tribolazioni è più eccellente d’ogni altra.

Mira sovente con i tuoi occhi interni Gesù Cristo crocifisso, nudo, bestemmiato, calunniato, derelitto, e curvo sotto un gran peso di tedii, tristezze e travagli d’ogni maniera, e considera che tutte le tue pene non si possono nè per qualità nè per numero paragonare alle sue, e che per quanto tu soffra, sarà sempre un nulla a petto di quanto egli ha sofferto per te.  Considera le pene già sofferte dai Martiri e quelle patite ora da tanti e tanti, pene senza confronto più gravi di quelle che provi tu, e poi di’ così:  Eh, che i miei travagli sono consolazioni, e le mie spine rose, a confronto di coloro che senza soccorso, senz’aiuto, senza sollievo vivono in una morte continua, oppressi da tribolazioni  infinitamente più gravi delle mie!

lunedì 22 marzo 2021

Letture Cattoliche 1 - Il dono di sè a Dio Onnipotente

 

 

Letture   Cattoliche

(a cura di Paolo  Pasqualucci)

 

1 – Il dono di sè a Dio Onnipotente.

[Da :  G. Schryvers, C. SS. R,  Il  dono  di  , versione italiana pubblicata da  Marietti  nel 1926, successivamente ristampata più volte anche da altri editori.]

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[Che significa “darsi a Dio”]

“ Darsi a Dio vuol dire affidargli anima e corpo, vuol dire abbandonargli tutte le proprie potenze, le proprie aspirazioni e i propri sentimenti, i propri desideri e i propri timori, le proprie speranze e i propri progetti per l’avvenire, riservandosi solo la cura di amarlo.

Darsi a Dio vuol dire dimenticar se stesso, deporre nel Cuore di Gesù tutte le preoccupazioni, tutte le sollecitudini e le mille noie della vita quotidiana, confidargli i propri interesssi, incaricandolo di provvedere a tutto, di rimediare a tutto.

Darsi a Dio vuol dire non occuparsi più di sè e non pensare ad altro che a Dio; vuol dire consacrarsi alle opere che si riferiscono alla sua gloria, dilatare, nella misura delle proprie forze, il regno del vero e del bene; vuol dire dedicarsi ai propri fratelli per amore del Maestro, vuol dire istruire, confortare, aiutare, vuol dire, soprattutto, convertire e condurre a Dio.

[…]  Dio è il nostro principio.  Egli ci ha creati, ci conserva, partecipa a tutte le nostre azioni; opera continuamente in ciascuna nostra facoltà, in ciascun nostro senso, in ciascuna delle cellule che compongono il nostro corpo.  Riconosciamo con amore il suo sovrano dominio.  È questo il dono di sè.”

(Parte I, Cap. I, È giusto darsi a Dio; Art. I, Dio è il principio di tutte le cose, ediz. con imprimatur del 1945, pp. 3-4; 6).

[L’unica vera nostra guida è lo Spirito Santo]

“Oh, quanto devo diffidare di me stessa e appoggiarmi alla mia guida!

Questa guida è lo Spirito divino, il Paracleto, il Consolatore nella tristezza e negli scoraggiamenti, il sostegno nelle difficoltà della vita, la luce nella notte.

Egli fa della santificazione delle anime il suo unico affare.   Che gl’importa la sorte degl’imperi, quando le anime che guida raggiungono la santità?  La sua provvidenza governa il mondo, dispone delle corone, conferisce o toglie il potere, e tutto secondo la sua volontà e per il bene delle anime.  Perchè le rivoluzioni, le guerre, l’epidemie, le grandi sventure sociali?  Perchè le persecuzioni, l’oppressione dei paesi deboli, il trionfo della brutalità?  Perchè i flagelli pubblici, i lutti delle famiglie, l’ecatombe di vite umane, le lacrime delle madri?  Oh!  quanto è corta la vista della ragione umana!  Vi sono anime elette, numerosissime forse, le quali saranno purificate e santificate da queste prove.  Vi sono anime che senza di esse non si salverebbero mai.  Il mondo intero non vale una sola di tali anime.   Per avere un atto di amore di più da una piccola anima nascosta in fondo a qualche casolare, Dio permetterebbe sconvolgimenti terribili.

O savi e potenti del secolo!  credete di essere gli arbitri del mondo, di poter dettare la pace o la guerra, e Dio si ride della vostra potenza di un giorno.  Siete strumenti di cui si serve un istante e poi sparite.  E l’opera divina si compie, le anime di buona volontà si santificano.”

(Op. cit., Parte I, cap. II, È cosa savia darsi a Dio, Art. VIII, Guidata dallo Spirito divino, tutto concorre al progresso dell’anima semplice, pp.  50-51).

 

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[La pratica perfetta del “dono di sè”]

“La vita dell’uomo è una successione non interrotta di doveri da compiere; è una serie di avvenimenti felici e penosi.

La ragione umana non vede se non il presente, ma Dio abbraccia il complesso dei fatti che costituiscono la vita intera.  Ne ha regolato precedentemente i particolari, ne ha contrassegnato i momenti, mischiando il piacevole allo sgradevole, le gioie alle pene, la buona riuscita ai rovesci di fortuna.  Ne ha determinato la durata e fissato il termine.  Tutto, nel pensiero divino, deve servire alla sua maggior gloria, e alla santificazione degli eletti.

L’anima semplice quando ha acquistato, a forza di esercizio, l’abitudine del dono di sè, si lascia condurre da Dio attraverso tutti gli avvenimenti della vita.

Non sapendo nulla, nè volendo saper nulla antecedentemente, si contenta di tener la mano di Dio e di accompagnare il buon Maestro durante tutta la giornata.

Non indica alla sua Guida la via da seguirsi, non le prescrive le soste da farsi, nè i riposi da prendere.  Questo spetta a Dio, il suo ufficio è di stringere la mano che la conduce e di camminare.

Non va nè più presto, nè più lentamente della sua Guida, non la prega affatto di affrettare il passo.  Sa che Dio è padrone del tempo e degli eventi e che arriverà al termine nell’ora fissata da Lui.

L’anima, condotta da Dio attraverso la vita, non si meraviglia di nulla.  Tutte le creature che incontra per via vengono a servirla, perchè tiene la mano di Dio.  Ma molte la servono a malincuore.  Essa lo sa, ma non se ne inquieta nè se ne affligge.  Nota anzi che molte cercano di nuocerle, ma non le teme, essendo vicina a Dio.

Spesso non capisce nulla degli avvenimenti che si succedono intorno ad essa, e dei cambiamenti operati in lei.  Non si preoccupa di tale ignoranza, perchè sa che Dio tiene la chiave di tutti i fatti della storia e di tutti i particolari della vita di ogni uomo.  Ha imparato per esperienza che certi avvenimenti, in apparenza senza importanza, erano destinati ad avere grandi conseguenze; che tal fatto, esteriormente insignificante, era voluto da Dio per sottrarla ad un pericolo.

Perciò, non giudica nulla come superfluo o poco importante nella vita, e raccoglie i minimi doveri, gli avvenimenti più insignificanti, le più piccole croci con grande rispetto unito all’amore.  Sa che sono come tanti frammenti dell’Ostia divina che, nonostante la loro piccolezza, contengono Dio tutto intero.

Ella non fa alcuna scelta tra le croci da portare e gli obblighi d’adempiere, accogliendo gli uni, trascurando gli altri.  Tutti hanno un valore uguale dinanzi a Dio.  Parimente, non vede alcuna ragione di sbrigare più rapidamente tal lavoro per incominciarne un altro.  Ai suoi occhi tutto è oro puro, tesoro divino;  non deve fare altro che raccogliere, senza scegliere.

L’anima semplice non si lamenta mai; non vede di chi o di che cosa potrebbe lamentarsi.  Essa ha tutto in abbondanza.  Ogni momento le porta Dio con i suoi beni infiniti; le creature per forza o per amore la servono; gli avvenimenti si accomodano meravigliosamente e sempre a suo profitto.

Non si lamenta di non aver tempo da consacrare alla preghiera, perchè tutto le serve per unirsi a Dio.  Non mormora dell’opposizione che le si fa ingiustamente, perchè tale opposizione rientra nei disegni di Dio.  Non biasima gli altri nè critica la loro condotta, perchè le loro intenzioni le sono nascoste.

Si contenta di fare il suo dovere, non desiderando troppo vivamente la riuscita dei suoi sforzi.  Spesso, le anime migliori si turbano vedendo che il loro lavoro, iniziato così puramente per la gloria di Dio, non riesce a nulla, deplorano questa delusione e se ne consolano a stento.  L’anima veramente spirituale non cade in tali angustie; sa che spesso Dio vuole lo sforzo e la pena e non la buona riuscita.

Lasciamogli la cura della sua gloria, nessuno lo impedirà di raggiungerla; non ci affliggiamo di un insuccesso che sembra contrario agl’interessi di Dio.  Le sue viste sono più vaste delle nostre, abbracciano tutto il complesso della creazione e si estendono fino all’eternità.

Oh! di quanti incanti divini è piena simile vita!  Comincia dunque, anima mia, a condurla fino da oggi.  Hai fatto a Dio il tuo atto fondamentale, ti sei data a Lui per amore, accompagna ora la tua Guida attraverso tutti i doveri, tutti gli avvenimenti, tutte le pene della giornata.  Contentati di amarla, accetta quello che Essa ti dà, fa’ quello che ti comanda, porta le croci che t’invia; poi lasciale la libertà di fare in te e di te tutto quello che vorrà.  La tua santità è assicurata, come la tua felicità.

O Maria!  Madre tenerissima, io ti amo quanto il mio cuore è capace di amare.  Voglio rimaner sempre vicino a te, come Giacobbe accanto a sua madre.  Divina Rebecca!  Insegnami il segreto di piacere al Padre mio, affinchè Egli mi benedica e mi santifichi.”

(Op. cit., Parte II, Cap. I,  La pratica dell’abbandono in generale, Art. VI, L’anima arrivata alla pratica perfetta del dono di sè, pp. 104-109).

 

* * *

[L’anima pia deve attendersi la persecuzione]

 “ Chiunque voglia vivere piamente in Cristo Gesù, soffrirà la persecuzione:  Qui pie volunt vivere in Christo Iesu, persecutionem patientur “ (2 Tim  3, 12).  Lo dice S. Paolo sotto l’ispirazione dello Spirito Santo. 

Nei suoi primi passi, l’anima naturalmente buona s’immagina che tutto nella via le sorrida.  Si dedica senza troppo pensare a quello che le piace e l’attrae, e crede che tutti gli uomini siano retti e semplici come lei.

Ahimé!  tale illusione dura poco.  Presto si accorge che l’amore che le si porta, che la bontà che le si attesta, sono mischiati con altri elementi e spesso non sono altro che vernice, apparenza, diciamo un velo, sotto il quale si nasconde più di una volta un vile egoismo.

Quante più relazioni ha con gli uomini, tanto più scopre nella maggior parte di essi la freddezza del loro cuore, la meschinità dei loro sentimenti, la piccolezza del loro spirito.  Questi difetti li considera in quelli stessi che le sembrano virtuosi e istruiti.  È vero che finisce, dopo una serie di esperienze personali, con osservarli anche in se stessa.

Essa non s’inganna.  Ogni uomo è per sua natura limitato; limitato in fatto d’intelligenza e di prudenza, limitato in fatto di riflessione e di consiglio.  Il cuore umano è eccessivamente oppresso dall’amor proprio e lo spirito è ristretto dall’ambizione.  Ahimè! La meschinità, la ristrettezza di vista, l’ostinazione nei giudizi sfigurano le anime migliori. […]

L’anima piena di buona intenzione, si vede sospettata, contrariata e ostacolata nelle sue migliori imprese.  L’anima semplice, credendo di andare direttamente a Dio con un moto del cuore, si vede fatta oggetto di sospetti, di esami, di censure;  non si tollera che essa operi differentemente dagli altri, che si allontani dalla società e dal contatto con gli uomini, che si obblighi ad ore di preghiera, che non si dia alcun riposo o spezzi relazioni, giudicate necessarie.

L’anima sospinta da un grande zelo si vede combattuta nei propri disegni, abbandonata dai suoi migliori amici, criticata dai giudici più competenti, tradita dai suoi più fedeli confidenti:  si trova quello zelo mal regolato, quella attività eccessiva, quell’applicazione e quella cura esagerate.  La sua costanza è tacciata di ostinazione, la sua umiltà d’ipocrisia, la sua fermezza di orgoglio, la sua perseveranza ambizione mascherata.

E non ci si ferma ai giudizi e alle parole.

Se l’anima persiste nella sua linea di condotta, comincia la persecuzione, talora nascosta, talora aperta.  Si mettono in gioco tutti gli espedienti per raggiungere l’anima e paralizzarla:  lo scherno, le informazioni sfavorevoli, talora la calunnia.  Chi, più dell’anima che ne è stata vittima, sa quanti mezzi può inventare la malizia umana, quanti dardi può lanciare, quanti tranelli può tendere per nuocere a un preteso avversario?   […]

L’anima non deve meravigliarsi se incontra la persecuzione, neppure se le viene da persona dabbene.

Deve persuadersi che questa miseria è una conseguenza fatale della meschinità dello spirito umano, e dell’egoismo inerente alla natura dell’uomo. […] 

L’uomo vede le apparenze, giudica dall’esterno, segue le proprie impressioni, simpatie e antipatie, disapprova e vuol correggere tutto quello che non è conforme alle sue idee e ai suoi modi di fare.

L’anima deve persuadersi fortemente che quaggiù non troverà nessuno, sulla cui approvazione e sul cui appoggio possa fare assoluto assegnamento.  L’amico più fedele, il direttore più stimato, il confidente più intimo, il superiore più benevolo possono sparire e mancarci nel momento nel quale speravamo il loro consiglio o la loro autorità.

Finchè l’anima non si sarà radicata nella convinzione che sulla terra essa non deve cercare appoggio da nessuna parte, non sarà preservata da penose delusioni e da cocenti  inganni.   Bisogna decidersi.  La natura umana è fatta in modo che non può con sicurezza appoggiarsi interamente sopra alcun uomo; Dio ha voluto così, affinchè l’anima non abbia, in ultima analisi, altro che Lui e non si riposi altro che in Lui.

L’anima, ben persuasa di tal verità, non deve temere la persecuzione sotto qualunque forma si presenti.

Una volta che ci siamo dati a Dio definitivamente, non si fa più caso della stima degli uomini.  Le loro critiche, le loro violenze, i loro scherni non hanno più il potere di scuoterci.  Non già per esser loro graditi, o per conquistarci la loro stima, abbiamo rinunciato a tutto.

Se il mondo intero si sollevasse contro l’anima che si è data a Dio, in che cosa dunque potrebbe nuocerle?  L’anima non ha bisogno del mondo, nè della sua approvazione, sa che l’opinione degli uomini non ha alcun valore dinanzi a Dio.  Se tutto l’universo si collegassse contro di lei, non potrebbe toglierle neppure il merito di una sola azione.

Il mondo non è potente se non contro chi lo teme.  Chi affronta le sue minacce e le sue grida, lo trova impotente.

Bisogna dunque ripetersi spesso in fondo al cuore:  verrà un tempo, nel quale mi vedrò abbandonato da tutti, privo di consiglio e d’incoraggiamento, sospettato dai miei superiori e condannato dai miei uguali. Non temerà tale situazione, perchè non ho bisogno di altri all’infuori di Gesù.  Faccio fin d’ora il sacrificio della stima, dell’affetto e della fiducia di tutti quelli che mi sono cari; starò bene attento solamente a non allontanarmi mai dall’obbedienza.   Quanto più sarò respinto dalle creature, tanto più mi stringerò a Gesù. Egli solo conosce la rettitudine delle mie intenzioni, la semplicità del mio cuore.

Questo atto rinnovato con frequenza, nel tempo dell’orazione, crea nell’anima una grande libertà di cuore, una santa indipendenza da qualunque apprezzamento umano.

Vengano la persecuzione, la calunnia, l’abbandono degli amici, la sfiducia dei superiori; l’anima non è più colpita. […]

Dio, del resto, non lascia l’anima senza difesa.  Quanto più si abbandona a Dio, tanto più Egli la prende sotto la sua direzione.  Quanto più trascura i suoi interessi e la sua giustificazione personale, tanto più Dio si occupa di difenderla e di farla progredire spiritualmente.

Fa servire ai suo disegni i suoi stessi nemici.  Le loro calunnie, le loro critiche maliziose, le loro violenze o i loro inganni contribuiscono a mettere in luce l’innocenza e il buon diritto dell’anima perseguitata.  […]

O Gesù!  la mia condotta nelle contraddizioni e nelle persecuzioni è dunque molto semplice.  Non devo fare altro che gettarmi nelle tue braccia, affidarti la mia difesa e amarti.  È più facile che periscano il cielo e la terra, piuttosto che l’anima che si è affidata a Te.

L’ufficio dell’anima interiore, perciò, non cambia mai.  In seno all’abbondanza, alla buona fortuna, alle consolazioni, alla luce, all’approvazione degli uomini, essa non ha altro che un atto:  il dono incondizionato di sè a Gesù.  In mezzo alle tenebre, alla miseria, alle critiche e all’avversità, non ha, parimente, altro che un atto:  darsi a Dio con un ardente atto di amore.  Ecco tutto il suo segreto, tutta la sua sapienza.”

 (Op. cit., Parte II, cap. III, Art. III, L’anima che si è abbandonata a Dio deve aspettarsi la persecuzione;  Art. IV,  Condotta dell’anima nel tempo della persecuzione, pp. 161-170 – estratti).    

 

mercoledì 10 marzo 2021

Crisi dei valori : Dilagano gli aborti multipli nelle Isole Britanniche

 

 

 Crisi dei valori : Dilagano gli aborti multipli  nelle Isole Britanniche – di Paolo  Pasqualucci

Il termine “Isole Britanniche” non si usa più, ufficialmente.   Ma si può ancora impiegare, io credo, per indicare un modo di vivere per certi aspetti comune, in quelle Isole, in quanto derivato dalla mentalità positivista, scientista, e in ultimo atea e materialista con pronunciata tendenza all’edonismo, nella quale si erano gradualmente dissolti i valori (britannici ed imperiali) della società vittoriana,  fiorita in quelle Isole per circa un secolo, dalla fine delle guerre napoleoniche all’inizio della Grande Guerra ossia durante l’apogeo dell'Impero Britannico, dominatore dei mari e dei commerci, modello politico per tutto il movimento liberale europeo. 

Prendiamo la semi-indipendente Scozia, 5,5 milioni di abitanti.  I dati per il 2019, forniti nel 2020 dalla Sanità locale, Public Health Scotland,  sono impressionanti.

Nel 2019 gli aborti volontari sono stati 13.583, ad un tasso del 13,2 per ogni mille donne tra i 15 e i 44 anni.  Questa cifra è la più alta dal 2008, rappresentando un aumento di 297 casi rispetto al 2018, quando gli aborti furono 13.286.

Più della metà delle donne coinvolte nel 2019 erano ventenni.  Il numero di aborti fra le quarantenni è cresciuto stabilmente, da 256 nel 1985 a 581 nel 2019, il livello finora più alto.    Quasi la metà degli aborti del 2019 si effettuò a casa, con la pillola misoprostol.  Le autorità prevedono che il tasso è destinato ad aumentare, anche perché, a causa del Coronavirus-19, il Governo ha autorizzato questa pratica micidiale dell’aborto fai-da-te, a casa, con le pillole abortive.[1]

  Non sono un esperto di  statistiche e di demografia ma mi chiedo:  continuando a questo ritmo, una nazione di soli 5,5 milioni di abitanti quanto tempo ci metterà a sparire dalla scena, ad estinguersi?  È questo che vogliono i Pro-choice?  A parte ogni considerazione morale, si rendono conto i paladini di questa inconcepibile “libertà di scelta” che tale “libertà” comporta fatalmente alla lunga l’autoannientamento fisico delle nazioni che ne subiscono l’esercizio?   Forse non si rendono conto, non riuscendo a vedere le cose da questo punto di vista, che è quello del tutto realistico del bene comune.

La Repubblica d’Irlanda sembra avviata sulla stessa china.  Il 2019 ha visto l’inizio  dell’esercizio del “diritto” di abortire, approvato l’anno precedente da un referendum popolare fortemente condizionato da una pesante e capillare propaganda pro-aborto da parte dei Media e da una mobilitazione massiccia delle organizzazioni pro-choice, fornite di ampi mezzi.  Gli aborti ufficiali sono stati 6.666.  Ad essi ne vanno aggiunti 375, delle irlandesi recatesi comunque in Inghilterra ad abortire, come facevano prima che l’iniqua pratica diventasse legale nel loro Paese, portando il totale a 7.041.  Sino al 2018 le irlandesi andavano ad interrompere le loro gravidanze nel Regno Unito e in Olanda.  Nel 2018 il numero di queste terminations è stato di circa 5000.  Nel 2019 è quindi aumentato di circa il 40% .  C’è stato poi, nel marzo del 2019, il caso drammatico, che ha fortemente  impressionato l’opinione pubblica, di baby Christopher.  I genitori attendevano con gioia la nascita del loro primo figlio.  Ma i medici diagnosticarono che era afflitto da “fatali  malformazioni fetali” e che sarebbe nato praticamente morto.  Il bambino nacque invece perfettamente sano ma abortito grazie al  preventivo consenso ottenuto dai genitori e quindi morto, morto perché abortito e solo per questo motivo.  I medici, con tutta la loro strumentazione ultramoderna, avevano toppato clamorosamente.[2]   L’Irlanda ha 5 milioni di abitanti.  Anche qui, bisogna chiedersi:  inoltrandosi su questa sdrucciolosa china, quanto ci vorrà perché la nazione si estingua?  La domanda vale, ovviamente, per tutte le nazioni nelle quali si concede il libero aborto.

Certo, la presente denatalità non dipende solo dagli aborti.  Dipende anche dall’uso degli anticoncezionali (o contraceptives), che possiamo considerare degli aborti indiretti.   E dipende da tutto il modo di vivere occidentale di  oggi, che vediamo pervaso da un edonismo assoluto, annichilente, sempre più accanito contro la famiglia tradizionale, secondo natura,  come se fosse posseduto da un inarrestabile cupio  dissolvi.  Ma l’aborto resta comunque il dato di fatto più rilevante e non solo sul piano simbolico.

Se poi andiamo a scomporne i dati, per esempio quelli forniti nel 2019 per il 2018 dalle autorità sanitarie del Regno Unito, ne viene fuori un quadro che definire drammatico è un semplice eufemismo.   Questi dati del Servizio Sanitario Nazionale britannico (National Health Service)  ricomprendono Inghilterra, Galles, Scozia.  Nel 2018 l’Irlanda del Nord, governata dalla maggioranza calvinista e anti-cattolica, manteneva ancora la legislazione del tempo della Regina Vittoria, che infliggeva parecchi anni di galera per l’aborto volontario.  Calpestando, ma in modo legale, la loro autonomia, il governo britannico del premier Boris Johnson ha di recente imposto ai nordirlandesi di legalizzare finalmente l’aborto, cosa che ha suscitato parecchi e giustificati malumori in quella provincia.  

Di tutti i dati recentemente diffusi, il più impressionante è  costituito dagli aborti multipli fra le minorenni, fenomeno che non possiamo ovviamente ritenere limitato alle Isole Britanniche.   Le cifre non sono state fornite spontaneamente dalle Autorità ma  per ottemperare al dettato della Legge sulla libertà di informazione (Freedom of Information Act), che impone di rispondere ad una pubblica  richiesta di render conosciuti dati di questo tipo, concernenti la salute della popolazione. 

Una portavoce del Movimento Pro-Life (Pro Life Campaign), così ha commentato i dati, in un’intervista del novembre del 2019:

“ A prescindere dal numero di adolescenti che hanno subito aborti multipli, ora sappiamo che 143 donne che hanno abortito l’anno scorso [2018] avevano in precedenza avuto sette o più aborti – un aumento  del 19% sul 2017 e del 27% sul 2016. 

Ciò dimostra in modo inequivocabile che ove l’aborto si sia incardinato nella cultura e sia ampiamente e liberamente praticabile,  donne ancor giovani e donne fragili  diventano vittime di un vero e proprio sfruttamento piuttosto che beneficiarie di una cosiddetta “assistenza sanitaria”.

Descrivere la realtà di ragazze adolescenti che si procurano il loro quarto, quinto e sesto aborto come qualcosa di diverso dallo sfruttamento, significa solamente piegarsi alla crudele e fuorviante menzogna, secondo la quale l’aborto rappresenterebbe  per donne e ragazze la liberazione e un rafforzamento delle loro prerogative femminili.

Questo è il vero volto della cultura dell’aborto: 

-- 172 donne hanno abortito per la settima volta nel 2018 (+ del 26% sul 2016)

--  403 donne hanno abortito per la sesta (+ del 10% rispetto al 2017 e del 33% sul 2016)

--  1.298  donne, incluse cinque adolescenti [teenagers],  hanno avuto il loro quinto aborto  nel 2018 mentre altre 4.389 donne, incluse 23 adolescenti, hanno avuto il loro quarto.

In totale, in Bretagna [in Britain],  nel 2018 ci sono stati 84.258 aborti multipli [repeat abortions], ivi inclusi quelli di 3.332 adolescenti – con un aumento del 7% sul 2017 e dell’11% sul 2016.      

     Possiamo solo sperare – ha concluso la esponente del movimento Pro-life – che queste recenti statistiche vengano recepite come una sconvolgente anticipazione di ciò che ci aspetta, nella nostra società, se non mettiamo in opera alternative vere, sensate per le giovani e le donne in crisi.”[3]

Giustissime parole.  Un’osservazione mi sia tuttavia consentita.  È vero che molte di queste donne fragili ed immature, soprattutto le giovani e giovanissime, sono da un lato “vittime” di una perversa cultura o meglio di una perversa mentalità, da troppo tempo dominante.   Ma questo è solo un aspetto del dramma.   Molte di queste donne, bisogna pur dirlo, sono “vittime”, se vogliamo usare quest’espressione, del tutto consenzienti, nel senso che esse  pur sembrano accettare pienamente, con il loro modo di vivere, i falsi valori della “cultura” dominante, a cominciare appunto da quelli della Rivoluzione Sessuale, alla quale si deve la diffusione sinora vincente della mentalità abortista, in nome di un erroneo ed inaccettabile concetto di libertà individuale; la quale mentalità, non bisogna dimenticarlo,   assurdamente attribuisce alla donna il diritto di disporre come vuole del proprio corpo, aborto compreso,  e quindi vuol includere in questo pseudo-diritto anche l’aberrante autorizzazione a commettere un crimine, del quale sono colpevoli anche tutti coloro che l’incoraggiano o aiutano a perpetrarlo, costituito il crimine dalla soppressione volontaria del bambino che si sta formando dentro di lei, sin dal momento del concepimento.

Per cominciare ad uscire dal baratro occorre quindi un’opera di rieducazione ai valori tradizionali, che sono quelli perenni della nostra tradizione cristiana, in generale e cattolica in particolare:  valori in primo luogo religiosi e morali, in quanto fondati sulle Verità Rivelate della nostra religione.   Tra questi valori, lo sappiamo bene, in luogo preminente si trovano il matrimonio e la famiglia, nel senso appunto tradizionale del termine.   Ma questi valori sono in crisi oggi anche nel cattolicesimo, dato che l’insegnamento stesso della Chiesa (grazie alle “riforme” provocate dall’ambiguo Vaticano II) appare manchevole e contraddittorio nei loro confronti, come nei confronti di altri aspetti della morale cristiana. 

In queste condizioni, chi potrebbe rieducare il popolo e in particolare la gran maggioranza delle donne, riportarle all’ordine ossia ad una concezione del loro ruolo nella società che sia di nuovo in armonia con l’etica cristiana e le autentiche esigenze di una società sana, onesta, prolifica e bene ordinata?   Ad esser sinceri, non si vedono molti educatori o educatrici di questo tipo all’orizzonte, capaci di affrontare il linguaggio sfrenato di femministe e femministi, diventato truculento costume di maggioranza, mediaticamente prevaricatore, concentratissimo nel portare la guerra dei sessi - che è anche  contro Dio, la religione, la Patria - sino alle sue estreme conseguenze, anche a costo di evertere la società dalle fondamenta.   E non ci vorrebbero anche legislatori capaci finalmente di un atto di forza, ossia di sanzionare di nuovo l’aborto come reato, proibendolo, e di smantellare tutto l’allucinante, artificioso sistema delle maternità assistite, surrogate, fertilizzate e chi più ne ha più ne metta, nonché di dichiarare fuori legge gli anticoncezionali, facendoli finalmente sparire dalla circolazione?  Insomma, legislatori che costringessero le donne a tornare alla natura, per ciò che riguarda la procreazione: alla natura, si intende, disciplinata dai sani costumi e dal retto modo di sentire.   Non si educa alla virtù con le sole leggi, ma quest’educazione, soprattutto quando deve ripristinare il significato stesso delle smarrite virtù, non può fare a meno dell’intervento della legge.

Nell’attesa di legislatori di questo tipo, di veri statisti, uomini o donne che siano, aventi sinceramente  a cuore il destino dei loro popoli, registriamo comunque, quale fiamma che, a Dio piacendo, si è accesa nelle tenebre, il sempre più ampio diffondersi in parecchi Paesi occidentali, e in particolare negli Stati Uniti, del Movimento Per la vita, frutto della consapevolezza sempre più lucida della necessità di por fine al crimine che è l’aborto volontario, rovina delle donne e sterminio dei popoli – consapevolezza che sta affiorando in modo sempre più determinato e aperto in tante donne, di ogni ceto e nazione. Di certo, ancora una minoranza, ma corposa e sino a poco tempo fa praticamente inesistente.  Pur prive oggi di vere guide spirituali, sembrano queste donne  pro-life  tornare d’istinto a propugnare i valori della vera femminilità,  ridotta a ludibrio dalla Rivoluzione Sessuale e dalla legislazione contronatura dei nostri attuali governanti euro-americani, che di quella sordida Rivoluzione si sono resi complici.



[1] Per tutti questi dati vedi il Settimanale:  The Irish Catholic (www.theirishcatholic.com), Sept 2020, p. 24.

[2] Dati e notizie apparse all’epoca dei fatti su tutta la stampa irlandese.  Vedi comunque:  The Irish Times, 4 Jul 2020 (irishtimes.com), articolo:  Breda O’Brien, How many other Baby Christopher are there?

[3] Dal quindicinale:  Catholic Voice del 22 novembre 2019, p. 3 (editor@catholicvoice.ie).