martedì 30 giugno 2020

P. Pasqualucci : Rispettosa replica a S. Em. Walter Cardinal Brandmueller sull'interpretazione del Vaticano II



Paolo  Pasqualucci :   Rispettosa replica a S. Em. Walter Cardinal Brandmüller  sull’interpretazione del Concilio Vaticano II

Sommario :  1. L’accusa di “relativismo” ai critici del Concilio appare del tutto fuori luogo.  2. Il paragrafo 2.5 della Dichiarazione ‘Nostra Aetate’ incita effettivamente i cristiani a far progredire i non-cristiani in tutti i loro valori, invece che a convertirli.  3.Gli incisi di NAet 2.5 non sanano la proposizione principale.  4. NAet 2.5 inquadrato nel contesto dell’intero art. 2 .

Abbiamo tutti la massima stima e deferenza per il cardinale Brandmüller, esemplare figura di pastore e autorevole storico della Chiesa.  In questi ultimi tempi, nell’accentuarsi della crisi della nostra religione, ha coraggiosamente difeso pubblicamente il matrimonio cattolico, sottoscritto i famosi Dubia a Papa Francesco a proposito di certe sue scandalose affermazioni nella Amoris Laetitia, condannato senza mezzi termini l’eretico e apostatico Sinodo per l’Amazzonia.  Tuttavia, credo che molti siano rimasti profondamente delusi dalla sua difesa dell’intoccabilità del pastorale e innovativo Vaticano II, in una recente conferenza il cui testo è stato riproposto dal sito Stilum Curiae e ripreso da Chiesa e Postconcilio, il 24 giugno 2020.  Mi sia pertanto consentita una rispettosa replica alle sue affermazioni, su un punto specifico, concernente la Dichiarazione ‘Nostra Aetate’ sulle religioni non cristiane.

1. L’accusa di “relativismo” ai critici del Concilio appare del tutto fuori luogo. 
Sua Eminenza accusa “i cosiddetti ambienti tradizionalisti” di critiche preconcette al Concilio, che cadrebbero addirittura nel “relativismo” quando negano al Concilio la continuità con la tradizione della Chiesa. Relativismo, perché tale negazione implicherebbe di per sé il concetto che la verità sarebbe sempre “essenzialmente soggetta alla mutevolezza storica”.  Interpreto: se si afferma che la Chiesa insegna oggi cose in contraddizione con quanto insegnato ieri, allora si sostiene di fatto che la verità insegnata dalla Chiesa muta col mutare delle circostanze storiche: e questo sarebbe per l’appunto relativismo.
Mi sembra che qui il relativismo c’entri assai poco. Se affermo che, su un punto preciso di dottrina, un determinato testo conciliare contraddice la dottrina sempre insegnata dalla Chiesa, mi limito a far rilevare un errore di dottrina.  E l’ errore come lo si estrarrebbe?  Comparando il testo incriminato con quanto sempre insegnato sul punto specifico dalla Chiesa e mantenuto da essa nel Deposito della Fede; ossia, riferendo tale testo ad una norma contenuta nella Rivelazione, norma eterna ed immutabile. Dove sarebbe qui il “relativismo” da parte del critico del Concilio?  Francamente, non riesco a scorgerlo. Il testo conciliare viene messo in rapporto con la verità di fede mantenuta nei secoli dal Magistero perenne per vedere se si accorda o meno con esso.  La verità di fede è norma fissa e immutabile, rigida; equivale ad un principio generale con il quale devono mostrarsi compatibili tutti i casi particolari ad esso riconducibili. Siamo all’opposto di ogni possibile impostazione relativistica.
Il relativismo, in campo filosofico ed etico, sostiene l’inesistenza di una verità oggettiva, che costituisca l’ineludibile punto di riferimento e criterio di giudizio per determinare altre verità e per la nostra praxis quotidiana (costituisca, quindi, norma di giudizio e norma di comportamento).  Per il relativista, la verità sarebbe sempre storicamente condizionata dalle circostanze sociali e del tutto soggettiva (relativa, per l’ appunto, a colui che la professa) perché sempre espressione delle mutevoli esperienze di vita dell’individuo e, al limite, delle società, dei popoli.  Il parametro cui il relativista fa riferimento è il sentire della sua propria coscienza non il Deposito della Fede. I critici del Concilio in nome della Tradizione della Chiesa, all’opposto, mettono a confronto le novità introdotte dal Concilio non con le loro opinioni personali ma con le verità contenute nel Deposito; verità assolute, bimillenarie, e in base a queste emettono il loro giudizio sul Concilio. Relativisti erano i teologi modernisti e neo-modernisti, i vari de Lubac, Rahner etc, così influenti al Concilio, seguaci della “filosofia dell’azione” di Blondel, dell’esistenzialismo di Heidegger, visioni del mondo professanti un soggettivismo radicale, per ciò che concerne il concetto del vero, incompatibili con la nozione stessa di verità rivelata da Dio, di per sè necessariamente assoluta (ad esempio: che il matrimonio sia tra l’uomo e la donna, indissolubile e monogamico, fu stabilito da Nostro Signore come verità che doveva valere per sempre, senza sfumature di sorta, al suo tempo come al nostro).
Ciò premesso, passo all’esempio di contestazione puntuale di quanto affermato in via generale da Sua Eminenza: puntuale perché concernente un punto preciso, scelto tra le critiche da lui avanzate ai c.d. “tradizionalisti”.   

2. Il paragrafo 2.5 di Nostra Aetate incita effettivamente i cristiani a far progredire i non-cristiani in tutti i loro valori, invece che a convertirli.
Secondo il cardinale Brandmüller la famosa Dichiarazione Nostra Aetate sulle religioni non cristiane, sarebbe stata accusata a torto di diffondere “il sincretismo, il relativismo, l’indifferentismo”. Scrive:  “Dopo il Concilio, fu il britannico John Hick a diffondere, più o meno a partire dal 1980, [l’idea che] l’annuncio della Chiesa dovesse esser volto a far sì che un musulmano diventasse un musulmano migliore e così via”; e così via: allo stesso modo per i seguaci di tutte le altre religioni.  Questo maniera di concepire l’annuncio rappresenterebbe pertanto un’errata interpretazione di quanto scritto in NAet 2.5, secondo il pensiero del cardinale. 
 Confrontiamoci con il testo.
“Essa [la Chiesa] perciò esorta i suoi figli affinché, con prudenza e carità, per mezzo del dialogo e della collaborazione con i seguaci delle altre religioni, sempre rendendo testimonianza alla fede e alla vita cristiana, riconoscano, conservino e facciano progredire i valori spirituali, morali e socio-culturali che si ritrovano in essi [nei seguaci delle altre religioni].”
Ho messo in grassetto la proposizione principale per impedire che la sua struttura, semplice e lineare, venisse a scomparire dietro le tre subordinate che la precedono, articolate come tre incisi affermanti valori in apparenza tutti conformi all’idea tradizionale della “missione” cattolica.  Per la necessaria completezza, cito anche l’originale in latino:
“Filios suos igitur hortatur, ut cum prudentia et caritate per colloquia et collaborationem cum asseclis aliarum religionum, fidem et vitam christianam testantes, illa bona spiritualia et moralia necnon illos valores socio-culturales, quae apud eos inveniuntur, agnoscant, servent et promoveant.”[1]
   Cosa dice, dunque, la proposizione principale?
La Chiesa esorta i suoi figli affinché riconoscano, conservino e facciano progredire i valori spirituali, morali e socio-culturali che si trovano nei seguaci delle altre religioni”. 
Liberato della zavorra degli incisi che lo precedono, questo è l’incredibile contenuto di quest’ultimo capoverso dell’art. 2 della NAet, messo in pratica zelantemente da sacerdoti e fedeli dal Concilio in poi, con i risultati devastanti che ben conosciamo.  Incredibile questa frase, sicuramente mai detta prima da alcun vero Sacerdote di Cristo.  Perché incredibile?  Perché essa afferma esattamente il contrario di quanto ordinato da Nostro Signore Risorto ai suoi Apostoli: “Rendete miei discepoli tutti i popoli”.  Per l’esattezza:
“Ma gli undici discepoli andarono in Galilea [obbedendo all’ordine di Gesù risorto, impartito mediante le pie donne cui era apparso], sul monte che Gesù aveva loro indicato.  Quando lo videro, si prostrarono davanti a lui, essi, che pure avevano dubitato.  E Gesù, avvicinatosi, disse loro:  “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra.  Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutte le cose che io ho comandate a voi.  Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo.“(Mat 28, 16-20. Corsivi miei).
Nostro Signore ha ordinato ai suoi Apostoli e quindi a tutti i suoi sacerdoti di predicare i suoi insegnamenti (con la parola e con l’esempio di una santa vita) ai popoli e agli individui al fine di convertirli, il che significa evidentemente: di farli diventare cristiani, per la salvezza delle loro anime.  Ciò voleva dire che popoli e individui dovevano ripudiare le loro false religioni (false, perché non rivelate da Dio e comunque spesso immorali), battezzarsi, vivere secondo ciò che il Cristo aveva insegnato ai suoi Discepoli e pertanto praticare l’etica cristiana, fondata sull’osservanza dei Dieci Comandamenti, sull’amor del prossimo per amor di Dio (non per la supposta dignità dell’uomo, in quanto tale), sulla pratica costante dei Sacramenti.
Della necessità della conversione di individui e popoli a Cristo, mediante l’insegnamento della dottrina rivelata dal Signore, nessuna traccia nel dettato di NAet 2.5.  Al contrario, si incitano i fedeli a rafforzare e far progredire i popoli nelle loro originarie e particolari credenze: nei loro valori, spesso pervasi di pratiche immorali, come nel caso dell’Islam e di tutti i paganesimi, antichi e moderni.  Abbiamo qui l’incitamento ad una missione rivolta ad un obiettivo antitetico alla vera missione della Chiesa: non a convertire a Cristo ma a mantenere e rafforzare i popoli in credenze e comportamenti che, oltretutto, sono spesso e volentieri contrari a ciò che Cristo ha insegnato! E siffatto eterodosso incitamento viene proposto con impressionante meticolosità: i fedeli ora devono “riconoscere, conservare, far progredire” i  v a l o r i  di tutti i non-cristiani ed anche, per ovvia elementare estensione, dei non-cattolici fra i cristiani.  Indicati con minuzia, questi valori: “spirituali, morali, socio-culturali”.
La traduzione in italiano dice “i valori spirituali, morali e socio-culturali che si trovano in essi”.  Il testo latino, alla lettera: “ q u e i  valori spirituali, morali etc. che si trovano in essi”.  Si tratterebbe allora di “valori” indipendenti dai valori professati dalle loro religioni, q u e i  valori puramente umani che, su base esclusivamente individuale, ci potrebbero essere in loro?  In questo caso, il testo latino non avrebbe dovuto usare il congiuntivo e dire:  “…valores… quae apud eos inveniantur” – “quei valori che si trovino presso di essi”, dal momento che si tratterebbe di valori non connessi al loro patrimonio religioso, sul quale pubblicamente si fondano quei valori (pensiamo all’Islam, per esempio)?  A parte l’impossibilità di fare concretamente una simile distinzione, essendo i valori in questione sempre fondati sulla religione e non separabili da essa, la lettera del testo non autorizza, mi sembra evidente, una simile distinzione ---- che sarebbe comunque irrilevante dal punto di vista concreto, pratico.
Il carattere intrinsecamente contraddittorio, assurdo sul piano logico ancor prima che teologico, di questo stupefacente testo, risulta già dalle riflessioni più semplici.  Consideriamo l’Islam, il “dialogo” con il quale è da tanto tempo al centro del dibattito e della politica della S. Sede. Tra i valori “morali e socio-culturali” dell’Islam c’è ovviamente il modo di considerare il matrimonio, che contempla, come sappiamo: divorzio, ripudio, concubinato, poligamia, spose-bambine (dato che la favorita tra le mogli di Maometto fu da lui scelta quando aveva nove anni).  Deve il cattolico adesso impegnarsi affinché i maomettani “conservino e facciano progredire” quel valore “socio-culturale” che per essi è il loro matrimonio, con le sue varie forme, istituto che per noi cattolici contempla una serie di situazioni una più abominevole dell’altra?  E nell’ambito cristiano, deve ora il fedele cattolico adoperarsi affinché protestanti ed ortodossi “conservino e facciano progredire” la loro concezione del matrimonio, che contempla sempre il divorzio?  E che dire dei temi strettamente connessi agli articoli di fede?  Deve ora il fedele cattolico “conservare e far progredire” gli Ebrei nella loro fede rigidamente monoteistica, in base alla quale, avendo rifiutato e rifiutando il vero Messia, Gesù di Nazareth, essi considerano il medesimo Gesù un mago, un impostore, un falso profeta, coprendo a tutt’oggi Lui e sua Madre di insulti irripetibili nel Talmud?  E “conservare e far progredire” i maomettani nella loro, rafforzandoli nel concetto aberrante secondo il quale la S.ma Trinità sarebbe composta per i cristiani da “Dio, Gesù e Maria [sorella di Aronne]”, come insegna falsamente il Corano?
La casistica sarebbe molto ampia, questi pochi esempi credo possano bastare. 

3. Gli incisi di NAet 2.5 non sanano la proposizione principale.
Ma i difensori del Concilio, su questo come su altri suoi preoccupanti testi,  replicano in genere in questo modo:  le novità introdotte sono temperate, equilibrate da opportuni richiami alla tradizione della Chiesa.  Ciò si sarebbe verificato anche nel caso di NAet 2.5.  L’equilibrio sarebbe mantenuto dai tre incisi preliminari alla proposizione principale del testo, da me isolata, i quali, come si è visto, incitano i cattolici a procedere nelle aperture sempre con:  1. prudenza e carità;  2. per mezzo del dialogo e della collaborazione con i seguaci delle altre religioni;  3. sempre rendendo testimonianza alla fede e alla vita cristiana.   Ma una considerazione attenta di questi tre punti non può che dimostrare la loro vacuità, quanto al mantenimento dell’equilibrio tra tradizione della Chiesa e innovazione “ecumenica” – vacuità derivante dalla loro intrinseca insufficienza e dalla loro evidente contraddittorietà con la proposizione principale.
Prudenza e carità sono due virtù che il cattolico dovrebbe mettere in pratica in ogni suo comportamento: il richiamo appare generico.  In ogni caso, nell’opera di vera conversione, accanto all’accenno alla prudenza è forse mai mancato l’incitamento ad essere audaci, mettendo da parte la prudenza, che non deve essere una pietra d’inciampo nell’ apostolato?  Nelle famose istruzioni a Timoteo, san Paolo non scrive forse:  “predica il Vangelo, insisti a tempo e fuor di tempo, riprendi, minaccia, esorta, sempre con pazienza e con piena dottrina” (2 Tim 4, 2).  A tempo, ossia secondo prudenza; fuor di tempo, ovvero audacemente, forzando la situazione.  L’esortazione all’audacia nella missione non contraddice affatto la carità, sempre raccomandata dall’ Apostolo delle Genti : “non riprendere con asprezza chi è vecchio, ma esortalo come un padre, i giovani come fratelli, le donne anziane come madri, le giovani come sorelle, in tutta purezza” (1 Tim 5, 1-2).  Il fervore, l’audacia con la quale san Paolo cercava in ogni occasione di aprire le anime a Cristo, ben risultano dalla sua “difesa” di fronte al Procuratore romano Festo e al re locale Agrippa, riportata negli Atti degli Apostoli:  “-- Credi tu ai Profeti, o Re Agrippa?...Io so che ci credi.  Agrippa rispose a Paolo: --Manca poco che tu mi persuada a farmi cristiano.  – Che manchi poco o molto, soggiunse Paolo, piaccia a Dio che non soltanto tu, ma anche tutti quelli che oggi mi ascoltano, diventino tali [cristiani], quale sono io, ad eccezione di queste catene!” (Atti, 26, 27-29. Paolo era tenuto in custodia, in attesa di giudizio).
Ma come potrebbe NAet 2.5 incitare all’audacia nella predicazione del Verbo quando essa incita esattamente al contrario di ciò che ci ha insegnato il Verbo Incarnato, vale a dire a fortificare nei loro erronei convincimenti e falsi valori coloro che dovrebbero esser invece convertiti e salvati?  Ecco allora questo invito alla prudenza e alla carità col sorriso sulle labbra, per un fine che sembrerebbe così umano e ragionevole, il “dialogo e la collaborazione” con i seguaci delle altre religioni, eretici e scismatici compresi, ovviamente. Ma la “carità” è qui invocata mal a proposito perché rivolta a fortificare gli erranti nei loro errori, cioè contro se stessa, la sua autentica virtù essendo quella della compassione per le anime, incitate pertanto a convertirsi a Cristo, unica salvezza.  Il “dialogo” con l’ errante e il ribelle la Chiesa lo ha sempre fatto, per convincerlo della bontà dell’insegnamento di Cristo, pensiamo solo alle lunghe discussioni teologiche con Lutero prima di condannarlo.  Ma per l’appunto dialogo con l’ errante non con l’ errore, come invece propone di fatto il Vaticano II, dal momento che il “dialogo” non è concepito qui per convertire ma per attuare una “collaborazione” con tutti gli esponenti delle altre religioni per realizzare fini comuni, di portata generale, quali l’universale fratellanza e uguaglianza, la pace mondiale, l’unità del genere umano: insomma, i cascami della settecentesca e liberomuratoria ideologia del progresso, rivenduti a prezzo d’accatto dalla Nouvelle théologie.   
Questa “collaborazione”, del tutto impropria, dal momento che vuole coniugare “Cristo e Beliar”, presuppone evidentemente un nuovo modo di intendere la verità, oggettivamente incompatibile con il concetto della verità rivelata, sulla quale il cristiano dovrebbe sempre basare i valori rispecchiantisi nella sua coscienza di essere razionale. Tale nuovo concetto del vero risulta ad esempio dalla costituzione Gaudium et spes, art. 16.2, ove si fa l’elogio della coscienza dell’uomo, in quanto stato interiore nel quale  l’uomo sente risuonare la voce di Dio.  Tuttavia, ci spiega il testo,
“Nella fedeltà alla coscienza i cristiani si uniscono agli altri uomini per cercare la verità e per risolvere secondo verità numerosi problemi morali, che sorgono tanto nella vita privata quanto in quella sociale.” 
La verità, della quale necessitiamo ovviamente anche in campo etico e sociale, per risolvere i tanti problemi di vita che sorgono a livello privato e comunitario, risulterebbe ora per i cristiani soprattutto dal dialogo in comune con gli altri uomini ossia con i seguaci delle altre religioni e tutti gli uomini di buona volontà anche atei:  non più dall’insegnamento della Chiesa, dalla dottrina e dalla tradizione cattolica, “segni di contraddizione” nei confronti del mondo.  Si tratta come ognun può vedere di uno pseudo-concetto della verità, dal momento che vuole ricavarla per via sincretistica, mettendo insieme punti di vista intrinsecamente inconciliabili, come appunto sono le concezioni della morale, della politica, della vita professate dalle varie religioni, sette, filosofie con le quali ora il cattolico dovrebbe “collaborare” nella “ricerca della verità”, funzionale al raggiungimento degli obiettivi sopra elencati.  Davvero il Concilio pensa che ci possiamo unire nella ricerca del vero e della soluzione dei problemi riguardanti la morale, con coloro che, tanto per fare un esempio, professano le errate ed aberranti nozioni del matrimonio sopra appena ricordate?  Ma i Padri Conciliari si sono resi conto di cosa hanno fatto loro sottoscrivere?
  Ma non afferma NAet 2.5 che, in quest’opera di “dialogo”, “collaborazione”, ovviamente con la dovuta “prudenza e carità”, noi dobbiamo pur sempre “render testimonianza alla fede e alla vita cristiana”?  Non basta quest’ultima precisazione a rimettere le cose a posto?  Ma che si vuol dire qui: che dobbiamo sempre vivere da buoni cristiani in modo da rappresentare la testimonianza vivente della nostra fede nei confronti di tutti i seguaci delle altre religioni? Credo si voglia riaffermare proprio questo tradizonalissimo concetto.  Ma è sufficiente? NON È SUFFICIENTE a salvare l’ortodossia del capoverso 2.5, anzi peggiora la situazione.  Infatti,  “render testimonianza alla fede e alla vita cristiana” è cosa che impedisce di per sè ciò che NAet 2.5 propone, ossia “riconoscere, conservare, far progredire” i valori “spirituali, morali, socio-culturali” di tutte le altre religioni.  La “testimonianza alla fede e alla vita cristiana”, se è autentica, non mira a rafforzare i non-cristiani nei loro errori, mira invece a convertirli a Cristo, essendo questo il suo unico, vero obiettivo, stabilito da Nostro Signore: la salvezza del maggior numero possibile di anime (oltre la propria) e giammai la chimerica, millenaristica, irrealizzabile unità del genere umano grazie ad una inaudita “collaborazione” di tutte le religioni con la nostra, unica vera perchè unica rivelata da Dio.
Se non mira a questo fine sovrannaturale, conforme a quanto sempre insegnato dalla Chiesa in due millenni sino per l’ appunto al Vaticano II escluso, tale “testimonianza” è una falsa testimonianza. L’invocazione alla “testimonianza di fede e vita” cristiana appare dunque in palese contraddizione con l’assunto principale di NAet 2.5: essa non scalfisce né attenua in alcun modo il carattere eterodosso di tale assunto, non solo estraneo all’insegnamento e alla Tradizione della Chiesa ma ad essi anche ostile.  Anzi, tale carattere negativo essa lo fa risaltare ancor di più.

4.NAet 2.5 inquadrato nel contesto dell’intero articolo 2 della ‘Dichiarazione’  
Lo scopo del presente intervento, limitato ad un punto specifico della Nostra Aetate, non è quello di sottoporre ad analisi i numerosi errori contenuti in questa incredibile Dichiarazione, uno dei testi più sconcertanti dell’intero Concilio.  Per la completezza dell’argomentazione mi corre però l’obbligo di spiegare brevemente l’origine del capoverso 2.5.  Come ci si arriva?  È presto detto.  L’art. 2 della Dichiarazione si occupa delle “diverse religioni”, a parte rispetto alla musulmana (art. 3) e all’ebraica (art. 4). L’art. 1 è introduttivo, di taglio neo-illuministico e umanitario, auspica l’unità del genere umano; l’art. 5 inneggia alla “fratellanza universale”.   
In pratica, l’art. 2 fa un elogio senza riserve dell’induismo e del buddismo, rappresentandoli in modo edulcorato ossia in quei limitati aspetti per i quali essi sembrano accettabili alla nostra mentalità moderna: quali forme di “meditazione profonda” che ci procurerebbero uno “stato di liberazione interiore o illuminazione suprema per mezzo dei propri sforzi o con l’aiuto venuto dall’alto”.  Che dall’Alto, ossia dal vero Dio, possa venire un aiuto per raggiungere una  “illuminazione suprema” del tipo di quella ricercata dai buddisti, i quali mirano alla fuga dal dolore dell’esistenza, all’estinzione  del proprio io nel Nulla dell’indifferenza totale di fronte ad ogni desiderio, passione, sentimento ed anche pensiero pensante -  che ci possa essere tale “aiuto” è come minimo dubbio, ed è semplicemente scandaloso che un Concilio Ecumenico della Santa Chiesa metta agli atti, con l’aria di approvarla, un’affermazione del genere.
A tanto si è giunti partendo da un presupposto arbitrario: che “sin dai tempi più antichi” vi sia stata, nelle varie religioni, la percezione dell’esistenza di una “Divinità suprema o il Padre” (NAet 2.1).  Che in tutte le varie religioni pagane, sin dai tempi arcaici, sia rintracciabile l’intuizione di un Essere Supremo, sorta di monoteismo originario, non è affatto dimostrato, nonostante le molteplici, erudite ricerche degli studiosi in materia. Da questa premessa, passando per l’elogio di induismo e buddismo, l’art. conclude che:  “La Chiesa nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni.  Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini” (NAet 2.3).
Si vorrebbe sapere:  cosa ci sarebbe di “vero e santo” nelle altre religioni? Quali gli esempi concreti di tale, supposta “santità”?  E circa la loro “verità”?  Quale “verità”?
  Sembra inoltre esserci un problema con la logica. Se le dottrine citate “in molti punti” differiscono da quanto crede e insegna la Chiesa, come fanno queste stesse dottrine ha “riflettere non raramente” la verità che illumina tutti gli uomini”?  Si suppone che la verità “che illumina tutti gli uomini” sia la verità di origine divina.  Si suppone, inoltre, che la Chiesa insegni (essa sola) verità di origine divina, a noi rivelate dal Verbo Incarnato.  Ora, religioni le cui dottrine differiscono da quelle insegnate dalla Chiesa “in molti punti”, dovrebbero eventualmente riflettere solo in pochi punti verità di origine divina.  Se invece si scrive che tali verità verrebbero riflesse “non raramente” ossia di frequente, allora questo non è come dire, contraddicendosi, che verità di origine divina sono riflesse in molti punti anche dalle altre religioni, cioè dai paganesimi, di ieri e di oggi?
Qui vediamo all’opera una vera e propria falsificazione – mi sembra il termine giusto – operata dalla mens novatrice che ha elaborato i testi finali del Concilio, dopo che, con i noti colpi di mano procedurali avallati dal Papa regnante, erano stati fatti completamente saltare tutti gli schemi preparati in tre anni di duro e serio lavoro dalla Curia, con l’eccezione di quello sulla liturgia, poi ulteriormente “ammodernato”, nell’elaborazione del quale i neo-modernisti erano già riusciti a far penetrare qualche loro idea.  In cosa consiste l’inganno?  Nell’aver introdotto il falso concetto che la Chiesa, a partire dai Padri, avrebbe sempre ritenuto esserci dei semina Verbi anche nelle altre religioni; “semi del Verbo”, “semi di luce” che si trattava ora di rivalutare o scoprire.  A S. Giustino martire si è voluto attribuire quest’opinione ma si tratta di un falso clamoroso perchè S. Giustino vedeva l’esistenza di tali supposti “semi” unicamente nella filosofia greca, nei classici dei quali era imbevuto, e giammai nella religione pagana, da lui sempre fatta oggetto dell’avversione e del disprezzo più totali, ribaditi anche davanti ai magistrati romani che lo condannarono a morte.  Inoltre, le intuizioni del pensiero classico nel senso della morale cristiana (vedi, esempio tra altri, la condanna platonica dell’omosessualità maschile e femminile quale frutto perverso di una disordinata ricerca del piacere contronaturahedoné katà physin -- Le Leggi, I, 636c), S. Giustino le attribuiva ad una supposta quanto improbabile conoscenza dell’Antico Testamento da parte dei filosofi greci.
Quanto affermato in Aet 2.3 lo troviamo espresso in modo ancora più chiaro nel Decreto Ad Gentes sull’ attività missionaria.  Nell’art. 11.2 si afferma che i missionari, nel prepararsi alla loro missione, oltre alla vita culturale e sociale dei popoli presso i quali devono svolgerla, “debbono conoscere bene le tradizioni nazionali e religiose degli altri, lieti di scoprire e pronti a rispettare quei germi del Verbo che vi si trovano nascosti..” (Grassetti miei). Nell’originale latino:  “..falimiares sint cum eorum traditionibus nationalibus et religiosis; laete et reverenter detegant semina Verbi in eis latentis..”. 
Il fedele ignaro che legga queste righe o le senta ripetere crederà che qui gli venga riproposta la dottrina perenne della Chiesa.  NON È VERO.  Gli viene inflitta surrettiziamente una dottrina nuova e del tutto falsa: lo ripeto,  mai i Padri Greci proposero di ricercare i “semi del Verbo” nella religiosità pagana, limitandosi, come ho ricordato, alla sola filosofia.  Questa dottrina, come spiegò a suo tempo mons. Gherardini, fu inoltre proposta solo dai Padri Greci, nella Patrologia Latina non destò particolare interesse. Non appartiene dunque alla Chiesa universale.  La si vuole attribuire ad essa oggi, sulla spinta del Vaticano II, ripetendola continuamente per giustificare tutte le aperture possibili e immaginabili alle altre religioni, con predilezione per gli antichi paganesimi amerindi,  nelle esternazioni della pseudo-teologia nota come “teologia india”:  ma si tratta, per l’appunto, di una falsa dottrina.[2]



[1] Concilii Oecumenici Vaticani II.  Constitutiones-Decreta-Declarationes, curante Florentio Romita, Desclée ac Socii – Romae, 1967, p. 300.  Per il testo in italiano:  I documenti del Concilio Vaticano II. Costituzioni-Decreti-Dicharazioni, Edizioni Paoline, 1980.  Le traduzioni sono in genere quelle apparse su L’Osservatore Romano. Per i Testi Sacri in italiano:  La Sacra Bibbia, Edizioni Paoline, 1963. 
[2] Sul punto, vedi: Brunero Gherardini, Quale accordo fra Cristo e Beliar?  Osservazioni teologiche sui problemi, gli equivoci ed i compromessi del dialogo interreligioso, Fede & Cultura, Verona, 2009, pp. 48-56.  Su S. Giustino Martire, vedi: Berthold Altaner, Patrologia, tr. it. delle Benedettine del Monastero di S. Paolo in Sorrento, riveduta dal Dr. Sac. S. Mattei, aggiornata e riveduta dall’Autore, Marietti, Torino-Roma, 1940, pp. 69-73.  S. Giustino subì il martirio verso l’ AD 165.  

martedì 26 maggio 2020

P. Pasqualucci: Caporetto mito perverso dell'Antinazione. A proposito di due recenti saggi.



Paolo  Pasqualucci :       

 Caporetto mito perverso dell'Antinazione
A proposito di due recenti saggi

L’editore Gangemi ha recentemente pubblicato due densi e articolati saggi, risultanti da interventi  a un Convegno su Caporetto tenutosi nel 2017, anno centenario della battaglia, introdotti da una Prefazione di Francesco Mercadante.[1] Il primo è in realtà dedicato al posto occupato nell’ opera di Malaparte dal mito di Caporetto, quale simbolo del supposto inveterato antipatriottismo italiano e addirittura imago perennis dello spirito di rivolta che afferra i popoli quando ridotti a plebe sacrificata in sanguinose e inconcludenti battaglie[2].  Il suo celebre e provocatorio Viva Caporetto! La rivolta dei Santi maledetti, edito inizialmente nel 1921 come Viva Caporetto!, non viene “rivisitato” in relazione alla realtà effettiva della Battaglia e alla conseguente rotta e ritirata, oggetto entrambe di morboso e politicamente correttissimo culto da parte dei pontefici della “cultura della sconfitta” e dell’antinazione.   Malaparte, scrittore nervoso, rapido, incisivo, tuttavia sempre pervaso da un  immenso narcisismo e pertanto afflitto da mania di originalità e da un amor di tesi che lo portavano a lavorare di fantasia sui fatti storici che gli cadevano nella penna, con sgradevole tendenza all’onirico, al macabro, al deforme - a fare, insomma, della parte torbida e crudele, sempre presente nelle umane vicende, il segno distintivo del Tutto.  
Oggi che finalmente disponiamo di una  storiografia che, con il dovuto rigore, ha ribaltato gli stereotipi falsi e bugiardi imposti ormai da troppo tempo sul nostro contributo alla vittoria dell’Intesa nella Grande Guerra, del saggio allucinato di Malaparte su Caporetto bisognerebbe, io credo, occuparsene soprattutto per dimostrarne il carattere paradossale,  tendenzioso e datato, senza lasciarsi fuorviare dal talento letterario e dalle poche verità che vi si mostrano.
Ma il compito di Barberi, ben consapevole ovviamente delle esagerazioni ed invenzioni malapartiane, era quello di far vedere a noi come “Caporetto”, quale “fenomeno storico”, anzi “fase dell’evoluzione dell’umanità” e addirittura supposta  categoria dello spirito italiano, radicalmente votato secondo Malaparte all’antieroismo e all’antinazione,  costituisca la linfa torbida che rocciosamente scorre nella multifaria “filosofia” della vita e della storia dello scrittore.[3] Compito non facile, svolto con grande finezza di analisi, in particolare nei ripetuti collegamenti con le riflessioni storico-esistenziali di un Carl Schmitt, in specie dello Schmitt che si rapportava simbolicamente al Benito Cereno del celebre racconto.  Un paragone che a prima vista può sorprendere, data la differenza di levatura e di interessi tra i due personaggi, accostati quali interpreti originali e pessimistici della nostra tragica epoca,  ma che appare del tutto giustificato grazie alle molteplici sfumature messe in rilievo da un’analisi che richiederebbe  un discorso a sé, qui impossibile. 

Ma ristabiliamo il vero su Caporetto. Fu soprattutto un grave, ma non decisivo, “rovescio militare”, simile a quelli patiti da altri eserciti nella I gm (dai russi, dagli stessi austriaci per mano dei russi ma anche dai francesi, nell’iniziale, travolgente avanzata tedesca dal Nordovest della Francia, fermata poi con la Battaglia della Marna, fiume poco a nord di Parigi, nel settembre del ‘14).  Lo dimostrò già nel 1928 Gioacchino Volpe, in un equilibrato suo scritto, ancor oggi perfettamente leggibile, nel quale pur metteva nel dovuto rilievo gli errori e le carenze dei nostri Comandi, della società civile, degli stessi soldati, peraltro più vittime che colpevoli;  insomma i molteplici fattori che contribuirono a quella pesante sconfitta.[4]   Fu lo sciagurato  Bollettino emesso da Cadorna il 28 ottobre, trovandosi il Comando supremo in stato confusionale, al pari di quasi tutti i comandanti in loco, poco o punto informati dell’effettiva situazione sul terreno, avendo l’artiglieria nemica fatto saltare tutti i collegamenti --- fu quel Bollettino, che accusava ingiustamente dello sfondamento alcuni reparti della II Armata, “vilmente ritiratisi senza combattere o ignominiosamente arresisi al nemico”, a far di Caporetto un rovescio in primo luogo morale: in un certo senso, a creare la leggenda perversa di Caporetto, diventata per noi italiani immagine emblematica della disfatta, della fuga, della viltà nazionale.   
Come spiega Giuseppe Fornari nel secondo saggio del volume,[5] v’erano deficienze organizzative e culturali presso tutti gli Stati Maggiori dell’epoca;  quelle specifiche del nostro concernevano “il coordinamento logistico e informativo, una burocrazia soffocante e inerziale, e la specifica difficoltà a passare dall’assetto offensivo, che Cadorna aveva stabilito sin dal 1915, all’assetto difensivo da lui deciso dopo il dissanguamento dell’XI battaglia dell’Isonzo”, avutasi nell’estate del 1917. 
Cadorna era stato progressivamente informato da disertori austroungarici  dell’imminente attacco ma solo negli ultimi giorni ne aveva individuato la direttrice, la zona tra Plezzo e Tolmino sull’alto Isonzo, per il 24 ottobre.  Dal 10 ottobre aveva tuttavia inutilmente esortato il generale Capello, comandante della II armata, responsabile del settore, a mettere le proprie truppe sulla difensiva, nel senso di non lasciarle nella scomoda e mal coperta posizione (ammassate in avanti, a cavallo di un’ansa dell’Isonzo, con la propria artiglieria su posizioni avanzate) raggiunta con la grande e sanguinosa offensiva dell’agosto precedente, XI battaglia dell’Isonzo, che aveva portato alla conquista di parte consistente dell’altopiano carsico della Bainsizza, mettendo alle corde l’esercito nemico (rivoltosi appunto subito dopo e con urgenza ai tedeschi per un’offensiva “di alleggerimento”, quella che poi avrebbe sfondato a Caporetto).
“Per capire la rotta di Caporetto occorre analizzare adeguatamente la consistenza e la capacità di penetrazione dell’offensiva austro-tedesca, su cui anche si cade in ricorrenti luoghi comuni.  Essa è stata senz’altro coadiuvata dall’idea, non conosciuta sul fronte dell’Isonzo, della cosiddetta infiltrazione, cioè della penetrazione non più mediante attacchi alle cime fortificate [portati con assalti frontali alla baionetta, a ondate], bensì lungo il fondovalle, elementi cui si sono aggiunte le condizioni metereologiche [fitte nebbie] che hanno grandemente ridotto la visibilità e le possibilità di intervento delle batterie italiane […] Il fattore decisivo del successo nemico è stato [oltre alla sorpresa] la formidabile cooperazione, introdotta dai tedeschi, fra l’artiglieria, ammassata in una concentrazione imprevista, e le tattiche di assalto ad essa coordinate con estrema precisione e rese micidiali con l’impiego di innovative mitragliatrici leggere [portatili].  Questa combinazione, che anticipa le tecniche di combattimento e gli armamenti della Seconda guerra mondiale, ha colto alla sprovvista l’esercito italiano, provocando il disorientamento e il rapido sgretolamento di un fronte organizzato secondo tutt’altri criteri”.
 Anche la fortuna aiutò gli austrotedeschi, precisa Fornari: la nebbia persistente per giorni impedì alla nostra ricognizione aerea di accorgersi del formidabile schieramento di truppe e artiglierie che si stava raccogliendo nella zona d’attacco e favorì le prime, delicate fasi dell’assalto delle fanterie, non viste dalle nostre batterie superstiti, dopo l’apocalittico bombardamento nemico iniziale.[6]    

Ma la crisi morale, che pur serpeggiava e in modo serio, non fu affatto la causa del cedimento di Caporetto. Tutti gli eserciti erano moralmente in crisi dopo tre anni di quella tremenda e inconcludente guerra: mentre quello russo, duramente battuto, era in stato di collasso pre-rivoluzionario dall’autunno del ’16, nella tarda primavera del ’17 l’esercito francese, dopo il fallimento dell’ennesima sanguinosa offensiva, fu scosso da massicci ammutinamenti, tenuti accuratamente nascosti per anni, che costrinsero a riorganizzarlo in profondità e a sospendere ogni suo impiego offensivo per circa un anno. Da noi, fu lo sfondamento a farla esplodere, la crisi, in parte delle truppe, durante la ritirata, visto che circa 350.000 sbandati (poi in gran parte recuperati ai ranghi) si diressero verso l’interno pensando soprattutto a mettere la massima distanza tra loro stessi e il nemico – disertori in gran parte di retrovia e seconda linea (nota bene), non addestrati al combattimento, che gli “orrori della guerra di trincea e degli assalti frontali” li conoscevano più che altro  per sentito dire. La causa della sconfitta fu però strettamente militare, dovuta alla classica combinazione di limiti, errori, insufficienze tecniche dello sconfitto; meriti e superiorità dell’attaccante nel punto decisivo; fortuna.  
Fornari giustamente batte in breccia la vulgata che ancor oggi (e anzi ancor più oggi nel clima di torbido e dissennato “pacifismo” imperante) fa della crisi morale una “concausa” o addirittura una persino esaltata “causa” della rotta (in quest’ultimo caso, riprendendo per l’appunto tematiche di tipo malapartiano).
“A venir presentata come concausa è infatti la spossatezza fisica e psicologica delle truppe, trattate per due anni e mezzo come “carne da cannone” e mandate regolarmente al massacro, in una guerra che non era stata decisa dalla maggior parte di quelli che la combattevano, e che a non pochi di loro rimaneva estranea”.  Pur cogliendo questa prospettiva una scomoda verità, resta il fatto che il soldato italiano, coscritto per servire la nuova Patria unitaria in un esercito finalmente nazionale, qual  fosse il grado della sua consapevolezza patriottica, il suo dovere l’ha sempre fatto, anche nelle condizioni più difficili. 
“La rotta di Caporetto non è stata provocata dai reparti al fronte ma preparata e propiziata da disfunzioni sistemiche comuni a tutti gli eserciti in guerra, e da noi declinate secondo le modalità oligarchiche e autoritarie tipiche della società italiana.  L’ampia indagine di Paolo Gaspari dimostra al di là di ogni dubbio che i soldati italiani, nei settori coinvolti, hanno combattuto con abnegazione, e in più casi sono stati abbandonati dai loro ufficiali.  Le truppe di Caporetto si sono sbandate per il fondamentale motivo che non erano guidate da uno Stato Maggiore del tutto all’altezza della situazione, non perché non volessero battersi, tant’è vero che le stesse identiche truppe, una volta guidate, si sono sapute velocemente riorganizzare sul Piave appena una decina di giorni dopo, malgrado l’avvilimento e le ingenti perdite di uomini e materiali. È su questo passaggio essenziale che si fa ancor oggi troppa confusione logica e interpretativa.  Caporetto non è stata provocata dal morale basso di fanti ed alpini, bensì dalla limitatezza mentale e morale di una casta militare spesso e volentieri incapace di rendersi conto dei sacrifici spaventosi che stava imponendo ai suoi soldati…”.[7]  Giuste parole, che richiamano le celebri righe del cap. XXVI de Il Principe:  “.. Specchiatevi ne’ duelli  e ne’ congressi [combattimenti] de’ pochi, quanto li Italiani sieno superiori con le forze, con la destrezza, con lo ingegno.  Ma, come si viene alli eserciti, non compariscono.  E tutto procede dalla debolezza de’ capi…”.  
Il nostro problema è stato ed è quello della classe dirigente, sia civile che militare, assai più che del popolo.  Nello specifico, la casta dirigente militare, la quale aveva approfondito il solco tra sé e il soldato, anche per colpa dell’incredibile insensibilità di Cadorna in proposito, comandante per altri versi non privo di qualità, tant’è vero che gli austriaci furono contenti di non trovarselo più di fronte, dopo Caporetto, come disse a guerra finita uno dei loro migliori comandanti.[8] Vi si pose rimedio, all’insensibilità iniziale, solo dopo Caporetto, col napoletano Armando Diaz nuovo Comandante in Capo. Lo Stato Maggiore entrò in guerra senza preoccuparsi troppo del lato umano del combattente, con le sue giuste e in genere modeste necessità, soddisfacendo le quali in modo ragionevole si ottengono, tra l’altro, anche migliori risultati sul piano strettamente bellico.  Questa insensibilità e durezza (comuni in parte anche ad altri eserciti) non erano tuttavia, per fortuna, assolute; in parte (non piccola) venivano “riparate dall’umanità di alcuni alti ufficiali e di molti ufficiali intermedi”[9], quelli più a contatto con i soldati.
La rotta, dunque. Le immense retrovie della II armata (un’unità monstre lasciata crescere sino a 670.000 uomini – una trentina di divisioni più i servizi logistici, e quindi con meno della metà composta da combattenti di prima linea), vedendosi arrivare addosso all’improvviso e nel silenzio delle nostre accecate o distrutte artiglierie gli austrotedeschi infiltratisi e lanciatisi giù per i fondovalle nebbiosi e poco difesi, cominciarono a fuggire in massa verso Ovest gridando al tradimento – a decine e poi a centinaia di migliaia, diffondendo un panico che coinvolse immediatamente anche la popolazione.  La massa militarcivile si impastò sulle poche strade e ponti rendendo quasi impossibile il traffico militare nella zona alle spalle dello sfondamento.  Ma la parte effettivamente combattente dell’esercito, cioè tutto l’esercito di prima linea, tranne le circa 10 divisioni dell’ala sinistra della II Armata perdute nell’alto Isonzo, pur dovendo lasciare indietro l’armamento pesante e molto materiale, si ritirò ancor inquadrata, armata e sufficientemente coesa, sostenendo combattimenti di retroguardia. Diversi reparti resistettero sino alla cattura per accerchiamento o all’annientamento fra Isonzo e Tagliamento; per esempio, unità della stessa II Armata, la brigata Bologna e le formazioni di cavalleria, consentendo così la ritirata del grosso.  Ci furono sei brevi ma aspre e disperate battaglie contro forze nettamente superiori, tra i due fiumi, dal 26 al 30 ottobre.[10] Fondamentale fu l’aver potuto portare in ordine sul Piave la III armata, schierata dalla Bainsizza al mare, con 300.000 uomini, almeno 100.000 dei quali in pieno assetto di guerra. Su 65 divisioni costituenti l’esercito, ne schierammo  dallo Stelvio alla foce del Piave 33 di pronto impiego, compresi resti della II Armata, cui si aggiungevano altri resti, della stessa II armata e del gruppo Carnia, circa 10 divisioni in fase di riorganizzazione.  Queste unità erano tutte truppe di prima linea, dislocate su un fronte ora per natura più solido (con il Grappa fatto parzialmente fortificare in precedenza da Cadorna), e raccorciato di ben 244 km rispetto a quello complicato dell’Isonzo. Di contro, circa 40 complessive divisioni nemiche, la cui artiglieria pesante era rimasta inizialmente indietro.  I tedeschi ritirarono presto la loro, occorrendo essa nelle Fiandre.   

Col centenario della Grande Guerra, accanto a qualche pubblicazione più seria e obiettiva, è stata riproposta anche all’estero, per esempio dagli epigoni di Denis Mack Smith  e A. J. P. Taylor, la vulgata secondo la quale l’esercito italiano è stato praticamente distrutto a Caporetto, in sostanza dissolvendosi, mentre al Piave e sul Grappa sarebbero stati i franco-inglesi a fermare il nemico e poi, si capisce, a vincere la grande battaglia difensiva del giugno del ’18 (o del Solstizio) e a dare il colpo di grazia al morente impero a Vittorio Veneto, con i rimasugli degli italiani sempre ben nascosti dietro di loro, pronti però i loro politici codardi a lucrare sulle vittorie altrui!  Si tratta ovviamente di  falsità e calunnie colossali, che riprendono quelle diffuse al tempo di Versailles da certa pubblicistica, soprattutto francese, per negare in malafede il pur fondamentale contributo dell’Italia alla vittoria comune.[11]  Dovevano allora soffrire di allucinazioni gli estensori negli anni Trenta della Relazione ufficiale austriaca, quando scrissero che il medesimo Regio Esercito, “presunto in dissoluzione” dopo la batosta di Caporetto, dopo soli quindici giorni era di colpo risorto sul Grappa e sul Piave, bloccando definitivamente e da solo, in due settimane di sanguinosi e feroci combattimenti novembrini, l’avanzata nemica, con gli Alleati schierati alle spalle quale  fondamentale riserva strategica, ma senza intervenire direttamente nella battaglia, in quella delicata fase, fatta eccezione per preziose aliquote di  artiglieria.  Non dovettero accorrere a tappare alcuna falla, l’assottigliata e ancor precaria linea italiana tenne fermo da sola, grazie soprattutto al valore dei suoi soldati.[12]
La Battaglia d’arresto contro gli austro-tedeschi si sviluppò in due fasi: dal 10 al 26 novembre si ebbe quella più difficile. Ci fu una breve pausa e la nostra linea si rinforzò con i complementi della classe del 1899 e con gli altri reparti superstiti della II Armata nel frattempo ricostituitisi.  Sul Grappa si combatté per quasi un mese e mezzo, con pochissime pause.  Gli Alleati entrarono in linea solo il 4 dicembre, quando iniziò la seconda fase, che ebbe di nuovo momenti durissimi e si prolungò sino al 25 del mese, coinvolgendo  in prevalenza le truppe italiane, obiettivo principale degli attacchi nemici.  Nel Paese l’improvvisa rotta provocò una ventata di patriottismo, grazie anche alla capillare e spontanea mobilitazione nazionale di mutilati, invalidi, feriti, organizzazioni di ogni tipo:  non volevamo evidentemente esser di nuovo ridotti ad “appendice austriaca”, come era accaduto – dopo  esser stati  appendice ispanica (asburgico-borbonica) e napoleonica – dal 1815 in poi con le decisioni del Congresso di Vienna (per gli smemorati, numerosi fra gli odierni antiunitari, sciolti e a pacchetti, nonché fra i cattolici c.d. “tradizionalisti”: il Lombardo-Veneto provincia imperiale asburgica, il Granducato di Toscana “seconda progenitura asburgica”, il Ducato di Modena “terza progenitura asburgica”; le ricorrenti guarnigioni austriache in Toscana e nelle città del Papa, incapace da più di tre secoli di difendere il suo Stato da solo; il Regno delle Due Sicilie nella sfera d’influenza asburgo-bavarese, e protettorato economico inglese…).
Malaparte, impregnato dell’atmosfera palingenetico-rivoluzionaria del Primo Dopoguerra, ha voluto sostenere che la stanchezza morale e lo scontento, anzi l’odio, serpeggianti tra le truppe furono la causa di Caporetto.  Il fante, il “cristianissimo fante”, per lui analfabeta sempre lacero e sporco e pidocchioso ma sempre “eroico”,  si sarebbe reso conto a un certo punto di essere vile carne da cannone e avrebbe accumulato un rancore e un odio fortissimi contro la Nazione, esplosi infine a Caporetto:  “Allora il fante, solo, disperato, invelenito d’odio, si buttò contro la legge.  Cioè contro la nazione. Caporetto”.  Dunque la sconfitta sarebbe stata provocata dalla rivolta dei fanti, santi nelle loro sofferenze ma maledetti in quanto plebe e ribelli,  che avrebbero abbandonato in massa le trincee, in una sorta di sciopero militare a sfondo rivoluzionario; fanti antieroi o anzi veri eroi, se il vero eroe è il fante “senza-fucile”, l’inverso dell’autentico eroe.[13] 
Ma valga il vero:  le abbandonarono sì in massa le trincee e le retrovie, ma per sfuggire al nemico che, dopo lo sfondamento, cercava di scendere rapidamente da Nord lungo il Tagliamento, alle spalle dell’intero nostro esercito schierato sull’Isonzo e al di là di esso, per prendere tutti prigionieri in una gigantesca sacca, nonché a estendersi verso Ovest ai piedi delle montagne per sigillare in Cadore la IV e più piccola armata. Bisognava ritirarsi tutti alla svelta, non c’era scelta. Le masse delle retrovie volevano ovviamente salvare la pelle ed evitare la prigionia, per questo se la squagliavano alla grande, altro che rivolta e rivoluzione!  Secondo Malaparte, invece, la massa invelenita, vociante e terrosa, si sarebbe diretta verso l’interno saccheggiando e rubando, uccidendo carabinieri e ufficiali, violentando crocerossine e dame dei Comitati di Assistenza ai soldati, venendo a sua volta decimata in veri e propri massacri di “santi maledetti” ordinati ai carabinieri…E chi ne ha più ne metta, in concorrenza con Addio alle Armi di Hemingway, eccellente scrittore anche lui ma non meno del pratese “pallonaro”, come dicono a Roma di chi ama spararle grosse. 
Stragi di ufficiali e carabinieri, massacri di disertori in fuga, obbrobriosi dileggi e stupri di crocerossine e dame: tutte cose mai avvenute (caso mai avvenute, le violenze contro le donne, per mano nemica), tranne ruberie occasionali di soldati affamati, sbandatisi nella ritirata, che visse i suoi momenti di grave caos solo nella prima settimana e nella zona tra l’alto Isonzo e l’alto Tagliamento, dove si stavano ritirando i resti della  II armata, però combattendo assieme ai pochi rincalzi che erano riusciti a risalire la corrente. [14] 
Del pari falso è il quadretto dell’esaltato di Prato contemplante il povero fante pidocchioso al quale, nei brevi periodi di riposo, gli ottusi regolamenti vietavano di entrare nei paesi delle retrovie per ripulirsi, cambiarsi, fraternizzare…Basta rileggere Un anno sull’altipiano, di Emilio Lussu: i suoi sardi della famosa e gloriosa Brigata Sassari, fanti tra i fanti, erano sempre ben accolti dalla popolazione locale, potevano rimettersi bene in sesto nei brevi periodi di riposo e c’erano anche feste sulle aie durante le quali fraternizzavano con tutti i civili, donne comprese.  Malaparte, equiparando nel clima stralunato di allora l’Italia alla Russia, così concludeva il suo  scritto:  “La rivoluzione, iniziatasi in Europa nell’anno 1917, non è ancora giunta al suo termine logico.  I due avvenimenti iniziali – facce diverse di uno stesso fenomeno – la rivoluzione russa e la rivolta di Caporetto, hanno dato origine a due movimenti paralleli, tesi ad un unico termine, ma l’uno e l’altro da un diverso spirito animati. In quello russo domina il senso della collettività, in quello italiano il senso dell’individuo…”.[15]  
Il paragone è chiaramente insostenibile.  La ritirata della prima linea e la fuga delle disarmate e  foltissime retrovie seguíta allo sfondamento sull’Alto Isonzo rientrano nella dinamica di una battaglia persa, come potevano perderla gli eserciti di allora, con una prima linea estremamente rigida addensata nelle trincee, sostenuta da molteplici e nutrite linee di sussistenza, magazzinaggio, sanità, depositi di munizioni, etc., una volta sfondata la prima linea: con decine se non centinaia di migliaia di prigionieri.  La rivolta di Pietrogrado fu una rivoluzione in piena regola. Motivata dalla disfatta militare e dai fortissimi disagi che la popolazione stava subendo, essa mirava non solo alla pace ma anche all’abdicazione dello zar e non fu riscattata da nessuna Battaglia d’arresto sul Grappa e sul Piave. 
Il saggio di Fornari, molto opportunamente, si sofferma sulle pesanti conseguenze che ebbe Caporetto per i civili ossia sulla durissima occupazione austro-tedesca-ungherese-croato-slovena-bosniaca del Friuli e Veneto invasi, durata un anno, come essa risulta dal Diario di don Pietro Sartor, parroco di Salgareda, comune rivierasco sulla sponda sinistra del Piave.  Il Diario del sacerdote testimonia come, nonostante i rescritti imperiali ordinassero il massimo rispetto per la popolazione e in particolare per le donne, la truppa (tranne ovviamente le eccezioni individuali) rubasse e violentasse a man bassa, giustificando le sue male azioni con l’odio per gli “italiani traditori”.[16]
E a questa testimonianza aggiunge quella delle memorie di guerra del tenente austriaco Fritz Weber. Già note nelle traduzioni (parziali) pubblicate anni fa da Mursia, Fornari le utilizza servendosi degli originali tedeschi, degli anni Trenta, che ampliano la visuale offerta dalle traduzioni italiane.  Scritta da un avversario abbastanza cavalleresco verso di noi – un’eccezione nella storiografia austro-tedesca sulla I gm, del tempo ma anche odierna – l’’opera di Weber offre lo spunto per ampie riflessioni sul tramonto e la fine dello Stato asburgico, vicenda che Fornari inquadra nella visuale più ampia della Finis Europae.   Soprattutto in questa prospettiva si dovrebbe intendere il  significato “storico-filosofico” della Grande Guerra.

Ma, mi chiedo, non bisogna stabilire o ristabilire prima di tutto il “significato” che la Grande Guerra ha avuto per noi italiani, per la nostra “identità”, come si dice oggi?  Le riflessioni di Fornari su questo essenziale aspetto mi sembrano in sostanziale controtendenza a quelle di Mercadante, nella citata Prefazione, succosa per varietà di temi che l’Autore intreccia con la maestrìa e lo stile pungente suoi propri, da quel grande polemista che egli è; tuttavia, a mio avviso, dissolvente nel discorso di fondo, perché caratterizzato da una visione sostanzialmente individualistica e anarchica, e quindi antistorica, utopistica. Fornari ha il grande merito di contraddire validamente lo stereotipo negativo e fuorviante oggi imposto alla nostra partecipazione alla Grande Guerra.  Non si ripete sempre:  “inutile strage, finita per noi malamente a Caporetto, falsa vittoria che per di più ha dato origine al fascismo, della quale bisogna celebrare solo il dolore per le vittime e in essa condannare ogni guerra…”?
Contro la pappa del cuore del dolore delle e per le vittime della guerra e della storia fatta trangugiare coi mestoli dal politicamente corretto alle masse, per eliminare la storia e gli ideali scomodi ma autentici dal loro orizzonte materiale e spirituale, bisogna dire che la I gm è stata sì, purtroppo, una grande “strage” ma affatto “inutile”, per noi italiani.     
C’era un modo diverso dalla guerra – imposta da un nemico del nome italiano  plurisecolare e implacabile, che nulla concedeva e nulla avrebbe mai concesso – per realizzare finalmente la nostra completa unità nazionale, il cui interrotto processo ci aveva lasciato con l’intera valle dell’Adige e metà dell’arco alpino in mano al nemico sin al di qua della foce dell’Isonzo: i confini del 1866, indifendibili; per vivere finalmente in un solo e compiuto Stato dopo secoli di dominio straniero, diretto e indiretto, tenacissimo sempre nel tenerci deboli e divisi, avverso anche ad una qualsiasi asfittica confederazione italiana; in uno Stato nostro, riscattando così un passato di tragedie e infinite umiliazioni e sudditanze, anche economiche, iniziatesi con le Guerre d’Italia (1494-1559), allorché “Italia è suta corsa da Carlo, predata da Luigi, sforzata da Ferrando e vituperata da’ Svizzeri”(Il Principe, cap. XII), quando le monarchie nazionali europee e i Confederati, combattendo tra di loro e contro di noi,   si spartirono l’Italia militarmente debole e divisa (si salvò solo Venezia, lottando disperatamente) --- l’Italia rinascimentale, superiore agli invasori per cultura, civiltà e ricchezza ma incapace di riunire le modeste forze individuali dei singoli Stati per una difesa comune?  Naturalmente, la domanda vale se si considerano l’unità e l’indipendenza dell’Italia, come nazione e come Stato degni di questo nome, valori irrinunciabili, assoluti, per realizzare o mantenere i quali è legittima anche la guerra. Vale, quindi, se ci si considera ancora italiani e non “volgo disperso che nome non ha”, prono ad ogni sudditanza e servitù.

La Patria fondata sullo Stato unitario monarchico costituzionale dei Savoia  costituiva, all’epoca della Grande Guerra, un valore effettivamente sentito, nonostante le contestazioni socialistiche e di parte dei cattolici.  Il Regno d’Italia aveva un suo spessore nella classe dirigente sia civile che militare, una sua indubbia forza e vitalità, anche popolare, senza la quale non avrebbe superato la prova terribile di quella guerra.  Fornari mette giustamente in rilievo questo importante aspetto[17].
Il Regio Esercito  era diventato nel 1917 un coriaceo e potente strumento di guerra.  Per sfondare l’individuato punto debole del suo schieramento, il nemico dovette impiegare  numeri e mezzi imponenti (superiorità di 3 a 1 nei cannoni e 5 a 1 nelle mitragliatrici leggere) e gran numero delle sue truppe e ufficiali migliori, in quel momento addirittura il Gotha della fanteria mondiale, possiamo dire:  le 7 divisioni scelte d’assalto tedesche (su 11 esistenti) e le 7 divisioni scelte austro-ungariche, organizzate in un’armata apposita, la leggendaria XIV Armata austro-tedesca del generale (tedesco) Otto von Below.[18]  Ma la 12a Battaglia dell’Isonzo, che si iniziò a Caporetto in modo così disastroso per noi, finì per l’appunto con la Battaglia d’Arresto sugli Altipiani, sul Grappa e sul Piave,  vinta da noi, con l’aiuto importante ma indiretto degli Alleati: battaglia che fu la nostra Marna, poiché salvò noi e anche l’Intesa. Un crollo dell’Italia sul Piave e la conseguente, sicura occupazione del resto dell’Italia settentrionale (con le sue ricche risorse agricole e industriali) avrebbero messo in seria difficoltà i franco-britannici. Essendo ancora poche ed inesperte le pur potenti divisioni americane e l’esercito francese non ancora riavutosi dalla grave crisi dell’estate, l’apertura di un nuovo ed impegnativo fronte sulle Alpi per fronteggiare i ringalluzziti austro-ungarici avrebbe potuto avere un effetto letale sulla loro capacità di resistere alle grandi offensive tedesche, incombenti dopo il crollo della Russia.[19]

Giustamente Fornari rigetta la tesi di chi vuol collegare con un filo rosso Caporetto a Cassibile, borgo siculo ove fu firmata il 3 settembre 1943 la nostra resa incondizionata dell’8.  Tra i due avvenimenti, come ha notato Pieropan, si può parlare di un “nesso culturale”, nel senso che vi appaiono confermate  certe ancestrali incapacità delle nostre classi dirigenti e in misura minore del popolo, quando ristretti in situazioni veramente difficili.  Ma il paragone finisce lì. Caporetto scatenò uno “psicodramma collettivo” che ancor oggi si vuol continuare a recitare, cosa che rivela il permanere di una fragilità caratteriale di fondo, come sottolinea Fornari. Ma la sconfitta  fu emendata poco dopo dagli stessi protagonisti con le vittoriose battaglie difensive di cui sopra e riscattata infine a Vittorio Veneto, sia pure contro un nemico ormai prossimo al collasso, che tuttavia contro di noi combatté sino all’ultimo.  A Caporetto perdemmo una battaglia vincendo poi la guerra sul nostro fronte, con l’aiuto degli Alleati ma anche e soprattutto per merito nostro:  una verità che, forse troppo esaltata in passato, si vuole oggi pervicacemente occultare, in spregio ai fatti. A Cassibile, invece, perdemmo la guerra, incondizionatamente e senza scampo.  Fu una resa totale, imposta in modo anche disonesto e umiliante, visto che a Cassibile firmammo un testo più corto e assai meno duro di quello (detto Armistizio lungo) che fummo costretti poco dopo ad accettare a Malta, dove i resti della nostra flotta erano andati ad arrendersi, per espressa richiesta inglese nelle clausole d’armistizio.    

L’ultimo paragrafo della Prefazione di  Mercadante titola:  La storia scritta dai vinti: da Caporetto a Cassibile.   I “vinti”che scrivono la storia a Caporetto sarebbero  “i santi maledetti” di Malaparte.  Ma può un’invenzione letteraria “scrivere la storia”?  L’8 settembre ’43 avevamo forze armate stremate da tre anni e tre mesi di durissima ed impari ma dignitosa e valorosa guerra contro le tre principali potenze mondiali e i loro alleati; forze che si disintegrarono, unitamente all’apparato statale, perché lasciate senza ordini  da capi arresisi all’improvviso e fuggiaschi, di fronte al già pianificato, militarmente comprensibile ma proditorio attacco (perché senza dichiarazione di guerra) della formidabile Wehrmacht (piano Achse).  Questi “vinti” la loro misconosciuta “storia” l’avevano caso mai scritta prima, in una guerra tragicamente sbagliata, nella quale il soldato italiano si era battuto come aveva potuto, sempre fedele al senso del dovere.  Protagonista, “agente” della storia è per Mercadante “l’uomo comune”, pur nella sua oscurità: “ogni uomo e ogni donna, senza nome, con il loro comportamento privato:  i piccoli, i mancini, gli zoppi”.[20]
Sarebbero costoro i “vinti” che invece vincono, come le donne di Pietrogrado che, gridando per le strade “pace, pane, libertà” fecero cadere l’8 marzo 1917 l’autocrazia, secondo Mercadante[21]. Crollò invece a causa del disastro militare (come il fascismo) e questa fu la causa principale, nonché per colpa della paralisi produttiva provocata dall’esorbitante impegno bellico e da un inverno eccezionalmente rigido, con temperature medie sui 12 C° sottozero. Le donne elevate a protagoniste anonime della storia non ebbero poi dai bolscevichi otto mesi dopo al potere né il pane né la pace né la libertà ma una ferrea e sanguinaria dittatura comunista, la guerra civile, la carestia endemica, il Terrore. Ne Il dottor Živago, non ci imbattiamo proprio nel dramma angoscioso dei “piccoli” travolti e dispersi senza speranza nella tragedia apocalittica di un intero popolo?  “Un giorno Larisa Fëdorovna uscì di casa per non ritornarvi più.  Forse fu arrestata per istrada.  Morì, o scomparve chissà dove, un numero qualunque di un elenco andato smarrito in uno degli innumerevoli campi di concentramento femminili…”.  Di sicuro nessuno dei “piccoli” rimasti fedeli sarà dimenticato dal Signore (Apoc  21, 4), ma questo avverrà nel Giorno del Giudizio.[22]   
In questo basso mondo, le forze agenti nella storia sono costituite da minoranze agguerrite e motivate, che ora guidano ora trascinano individui e popoli, se ordinate in modo “che quando non credono più si possa far credere loro per forza” (Il Principe, cap. VI).  Possiamo dimenticare questa sgradevole verità?  Doveroso riconoscere il giusto valore dei “piccoli” anche nella grande storia.  Ma esistono “piccoli” che non appartengano inseparabilmente ad un popolo, ad uno Stato, ad una cultura comune? Esistono forse come atomi senza patria e senza storia, così come sembra presentarceli Mercadante? O come particulae capaci di aggregarsi in modo assolutamente spontaneo? In ogni caso, il salto logico da Caporetto a Cassibile può avvenire solo tramutando arbitrariamente la nostra vittoria nella Grande Guerra in una sconfitta (il fermo immagine alla falsa Caporetto di Malaparte!) e il fascismo (caduto prima di Cassibile) quale Male Assoluto, avente nell’istrionico e sempre malfacente Mussolini il suo sgangherato agente, negativo anche quando risolve (e bene) la Questione Romana --- per Mercadante, inspiegabilmente, “in pura perdita per l’autorità ecclesiastica”.[23]



[1] Maria Stella Barberi, Giuseppe Fornari, Il riscatto dei fanti.  Caporetto tra letteratura, storia e memorialistica, con una prefazione di Francesco Mercadante, Gangemi Editore-International, Roma, s.d. (ma 2019) pp. 159.    
[2] Maria Stella Barberi, Caporetto proibita.  Fanti e santi nell’opera di Curzio Malaparte, op. cit., pp. 23-70.
[3] Vedi Il riscatto dei fanti, cit., spec., pp. 26-32.
[4] Gioacchino Volpe, Caporetto, rist. di Gherardo Casini Editore, Roma, 1966, pp. 191.
[5] Giuseppe Fornari, Caporetto e il significato storico-filosofico della Grande Guerra:  le testimonianze di don Pietro Sartor e Fritz Weber, pp. 71-159.
[6] Per i passi citati, vedi: Il riscatto dei fanti, cit., pp. 71-72; 77-79. 
[7] Op. cit., p. 82.  L’autore citato nel testo è: P. Gaspari, Le bugie di Caporetto. La fine della memoria dannata, Gaspari, Udine, 2017 (I ed. 2011).  Opera fondamentale, che ha compulsato i 16.000 memoriali degli ufficiali italiani fatti prigionieri in tutta la guerra, richiesti dalle Autorità al loro rientro, archivio unico ed immenso,  ignorato finora.
[8] “L’uomo che ci aveva martellato con undici battaglie offensive e che, metodico com’era, avrebbe continuato a martellarci dopo Caporetto, era eliminato.  E ciò costituiva per noi un notevole vantaggio”, così il generale Krauss in una lettera a un professore italiano dopo la guerra. Opinione simile espresse il generale austriaco Conrad von Hoetzendorff in una lettera alla moglie del 3 gennaio 1918.  Vedi: Emilio Faldella, La Grande Guerra. Vol. II: Da Caporetto al Piave. 1917-1918,  Longanesi, Milano, 1965, p. 277.
[9] Fornari, op. cit., p. 83.  Scrisse il generale Faldella:  “Era inevitabile che nel mondo delle trincee covasse il risentimento verso gli ‘imboscati’, tanto più che erano noti casi di favoritismi e di esoneri ingiustificati.  Questo risentimento era più forte dell’avversione alla guerra; infatti, in generale, il soldato considerava di dover fare la guerra come ci si adatta a una fatalità alla quale non ci si può sottrarre; avrebbe soltanto voluto che fosse instaurata una soddisfacente giustizia nella ripartizione del peso.  Sia ben chiaro che, nonostante tutto, il sentimento del dovere e lo spirito di sacrificio erano elevati e saldi; non si ammirerà mai abbastanza il soldato della guerra 1915-18.  Noi, allora giovani ufficiali, che vivemmo la sua vita, ci domandiamo, con un senso di colpa: abbiamo abbastanza apprezzato la sua abnegazione, misurato la gravità dei sacrifici serenamente sopportati?”.  Emilio Faldella, op. cit., pp. 290-291).
[10] La documentazione in Gaspari, op. cit., che ha dedicato anche studi monografici a queste battaglie, finora quasi ignorate, avvenute a Passo Resia, Cividale, Codroipo, Pozzuolo del Friuli…
[11] Si veda per esempio Graham Darby, The Unification of Italy, 2nd ed., 2013, CPSIA, USA, un sunto della storia d’Italia dal 1814 a oggi, per i corsi del Junior College, ove Caporetto viene così descritta:  “L’attacco, guidato dai tedeschi, penetrò per 140 km in Italia in tre settimane, distrusse gran parte dell’esercito italiano e minacciò di buttar il paese fuori dalla guerra.  Divisioni britanniche e francesi dovettero esser inviate in tutta fretta per stabilizzare il fronte”(pp. 114-5).  Mostra invece rispetto per il soldato italiano e riconosce il valido contributo dato da noi alla vittoria comune, Peter Hart, Oral Historian at the Imperial War Museum, in: The Great War, Profile Books, Londra, 2013, pp. 522, pp. 378-392.
[12] E di allucinazioni avrebbe dovuto soffrire anche il generale austriaco Konopicky, capo di stato maggiore del fronte del sud-ovest (Arciduca Eugenio), vale a dire del nostro fronte, e quindi buon testimone, dopo la battaglia d’arresto sul Piave e sul Grappa:  “Sarebbe sembrato incredibile che un Esercito, il quale usciva da una così immane catastrofe, potesse tanto rapidamente risollevarsi.” (Faldella, op. cit., p. 391).  L’alto numero di prigionieri, molti dei quali seconde linee (280.000);  l’alto numero dei caduti e dei feriti, sicuramente superiore ai 40.000 accreditati; i 350.000 e forse più sbandati in gran parte poi recuperati; l’enorme perdita di materiali di ogni tipo; gli oltre 400.000 civili mescolatisi nella fuga; tutto ciò non deve occultare il fatto che, su un fronte assai più ridotto e meglio difendibile, riuscimmo a portare in buon ordine, in grado di sostenere una valida battaglia difensiva, dalle 33 alle 38 divisioni circa.  Scosse nel morale ma nello stesso tempo decise a vender cara la pelle. La II Armata non fu completamente distrutta: ne fu annientata appunto l’ala sinistra, dieci divisioni, mentre parte delle altre circa venti divisioni di prima linea, schierate dalla Bainsizza a Gorizia, poterono ritirarsi in discreta efficienza sino al Piave.  Il fatto che la riserva fosse inizialmente costituita dai franco-britannici,  ci permise di schierare tutto il disponibile in prima linea. Vedi: Piero Pieri, L’Italia nella Prima Guerra Mondiale, Einaudi, Torino, 1965, pp. 162-163;  Mario Isnenghi e Giorgio Rochat, La Grande Guerra. 1914-1918, il Mulino, Bologna, 2008, pp. 389-392).  Il Regio Esercito risorse sul Grappa e sul Piave perché in realtà non era mai morto.
[13] Vedi:  Il riscatto dei fanti, cit., pp. 65-68.
[14] “Sul comportamento delle masse di sbandati nei lunghi giorni di marcia verso il Piave abbiamo più interpretazioni che notizie precise.  Ci limitiamo a due osservazioni.  In primo luogo, fra queste centinaia di migliaia di uomini che per più giorni ripiegano senza ordine e senza viveri non si verificano manifestazioni di violenza. Le autovetture di ufficiali dirette a Ovest sono seguite da urla e invettive, ma non risultano casi di ufficiali malmenati o uccisi.  I rapporti con la popolazione sono buoni, i contadini offrono viveri e sopportano i furti inevitabili, senza che si arrivi a episodi di rapina o di saccheggio (ci saranno stati, pare inevitabile, ma non hanno inciso nella memoria collettiva).  In secondo luogo [conclude l’Autore] i casi di fucilazioni sommarie sicuramente accertate sono 34 o 36 ordinate dal generale Andrea Graziani, alle quali vanno aggiunte meno di una decina ordinate da altri”(Mario Isnenghi, Giorgio Rochat, op. cit., pp. 391-392).   
[15] Curzio Malaparte, Viva Caporetto! La rivolta dei santi maledetti, Introduzione di Mario Isnenghi, Oscar Mondadori, 1981, p. 135.  Gli altri riferimenti a quest’opera vengono tutti da questa edizione.
[16] Il riscatto dei fanti, cit., pp. 114-134.   Il Veneto occupato subì tutti i flagelli di una vendicativa invasione straniera: saccheggi, ruberie, requisizioni, uccisioni isolate, fame, miseria, malattie, violenze carnali, prostituzione.  Il chinino, pur disponibile anche per loro in base alla scorte d’anteguerra, fu rifiutato ai civili nelle zone del delta del Piave, infestate cronicamente dalla malaria. Venticinque anni dopo, l’esperienza si sarebbe ripetuta al cubo per tutta l’italia, con la doppia occupazione straniera del biennio atroce 1943-45; una catastrofe, come ha notato uno storico, paragonabile solo a quella della tremenda  Guerra Gotica del 533-554, che fece del Paese terra bruciata e influì negativmaente su tutto il successivo sviluppo della storia italiana (Alberto Leoni, Il paradiso devastato.Storia militare della Campagna d’Italia.1943-1945, Edizioni Ares, Milano, 2012, pp. 495)..
[17] Vedi, Fornari, op. cit., pp. 83-110.
[18] Vedi, Fornari passim e Gaspari, op. cit.  L’Armata fu sciolta dopo la partenza dei tedeschi  dal nostro fronte.
[19] Sull’importanza per la vittoria finale dell’Intesa della nostra tenuta dopo Caporetto (ma anche durante le grandi battaglie dell’estate del ’18) nel quadro generale del conflitto, vedi: Giacomo Properzj, Breve storia di Caporetto, Mursia, Milano, 2017, p. 28; 83-87.  Vedi anche:  Faldella, op. cit., p. 336.
[20] Il riscatto dei fanti, cit., pp. 17-22; p. 13, riferendosi ad un autore francese contemporaneo.
[21] Op. cit., p. 21.
[22] Irène Némirovsky, ebrea russa di cultura francese e grande scrittrice, tragicamente scomparsa ad Auschwitz nel 1942-43, così ricordava l’8 marzo del 1917, vissuto da lei ancor giovane fanciulla direttamente sulla via dove passava il lungo corteo delle donne:  “Ces femmes ne chantaient pas, ne criaient pas.  Elles poussaient devant elles les enfants accrochés à leurs jupes, les grondaient ou riaient avec eux.  Quelques-unes bavardaient entre elles.  Puis, tout à coup, elles s’arrêtaient: leurs rangs semblaient frémir, et, comme un choeur sur une scène obéit à un mot d’ordre, qui n’à pas été perçu dans la salle, elles faisaient jaillir de leurs bouches ouvertes une clameur, une plainte sauvage et sourde qui montait, montait, puis retombait et s’arrêtait, brisée net.  Je demandais en vain aux grandes personnes qui m’accompagnaient: - Que veulent-elles? Que disent-elles? .  Enfin, je crus comprendre qu’elles demandaient du pain.  Ce qui était effrayant, c’était leur nombre…”(I. Némirovsky, Naissance d’une révolution. Scènes vues par une petite fille, in ID., Les mouches d’automne, précédé de La Niaia et suivi de Naissance d’une révolution, Grasset, Paris, 2009, pp. 97-103; p. 98).  Da questa testimonianza visiva, si potrebbe dire che la marcia del corteo era organizzata e diretta da una mano assai esperta nel manovrare le folle, nel servirsi dei "piccoli" per i propri fini rivoluzionari. 
[23] Op. cit., p. 16.  Il perimetro della Città del Vaticano sarebbe solo “simbolico” (ivi).  Non erano però “simbolici” i due soldati tedeschi sempre di guardia su quel perimetro-confine di Stato all’ inizio di Piazza S. Pietro, durante l’occupazione hitleriana di Roma.