mercoledì 2 dicembre 2020

P. Pasqualucci : Politica - La logica dei ricorsi di Trump

 

Politica :   La logica dei ricorsi di Trump

 

I media che dominano il mercato dell’informazione tendono a rappresentare la strategia processuale di Trump come cosa senza senso, il frutto dell’ostinazione di un politico incapace di accettare la sconfitta.   Nello stesso tempo  non entrano, a quanto sembra, nel merito.  Nessuno ne sa nulla, a meno che non si informi su blog “conservatori”, come ad esempio LifeSiteNews, che però non fa parte del mainstream mediatico.  Una congiura del silenzio al limite della disinformazione.   Se è così sciocca, questa strategia, perché non renderne edotto il pubblico con l’illustrarne i dettagli, sì da render ancora più evidente la (supposta) vacuità di Trump? La giurisdizione delle Corti d’Appello dei singoli Stati ha finora fatto muro contro i ricorsi di Trump: perché allora perder tempo a illustrarne il merito, se i giudici dicono che è inconsistente?  C’è poi il fatto macroscopico dei dati del vantaggio attribuito a Biden:  306 voti elettorali contro 232, il 51,1 % dei voti totali contro il 47,1% ossia 80.242.116 voti contro 73.966.926.

Ma che la strategia di Trump non sia affatto campata in aria, l’ha spiegato il giurista e avvocato di grido Alan Dershowitz, già professore di diritto nell’Università di Harvard, costituzionalista ed esperto in cause per i “diritti umani”, per sua stessa dichiarazione un “liberal democrat”.  In un recente articolo, per zittire pretestuose polemiche, ha dichiarato che l’azione legale di Trump è innanzitutto perfettamente legittima secondo la Costituzione americana. In secondo luogo, che essa ha una possibilità di riuscita, anche se, per come si sono messe le cose, del tutto teorica.  Non è quindi affatto illogica.  Mr. Dershowitz non dà un giudizio su questa strategia, se sia buona o cattiva:  si limita alla semplice logica giuridica.

Vediamo.  Il distacco in voti elettorali fra Trump e Biden è notevolissimo: ben 74 di differenza.  Ma Trump non deve recuperare tutti questi voti.  Deve semplicemente far in modo che Biden non arrivi alla maggioranza di 270 voti elettorali prevista per essere eletto presidente dal Collegio elettorale.  Per scendere da 306 al di sotto di 270, bisogna sottrarre almeno 37 voti, dato che:  306-270 = 36.  Si capisce allora, annoto, l’accanimento con il quale viene condotta la battaglia e come e qualmente i magistrati di Stati come la Pennsylvania, che ha ben 20 voti elettorali, abbiano fatto muro contro i ricorsi di Trump.   Secondo Mr. Dershowitz, questa strategia, l’unica possibile a Trump, è altamente improbabile quanto alla sua riuscita.  Infatti, dovrebbero in breve tempo avverarsi troppe condizioni:  sentenze favorevoli in serie dalle Corti dei singoli Stati,  atteggiamento favorevole delle massime autorità civili degli stessi nonché riconteggi che ribaltino la situazione. Fatti che, come da previsione, non si stanno verificando.  Anzi.

Ma perché questa strategia processuale?  La spiegazione va cercata nel XII emendamento della Costituzione americana.  Quest’emendamento prevede che, nel caso nessuno dei candidati riporti la maggioranza necessaria ad essere eletto dal Collegio elettorale, il presidente deve essere eletto dalla Camera dei Rappresentanti, mediante “i rappresentanti dei singoli Stati, ma con un voto per ciascuno Stato.  Ciò favorirebbe il candidato repubblicano dato che sono in maggior numero gli Stati che hanno una maggioranza di rappresentanti repubblicani [If the Trump team’s strategy were to succeed, the House of Representatives will vote for president by state delegations, with one vote for each state.  This would favor the Republican incumbent since ‘there are more states with a majority of Republican representatives’].

Ma perché il famoso avvocato ha fatto questo intervento pubblico?  C’entra per qualcosa il fatto che egli abbia difeso Trump dall’ ancor recente tentativo di empeachment?  Assolutamente no.  È intervenuto per difendere i colleghi avvocati impegnati con Trump, dopo aver ricevuto una email che gli chiedeva perentoriamente di firmare una petizione per la loro cancellazione dall’albo (disbarment), perché, ha scritto nel suo podcast, “avevano avuto l’insolenza di iniziare queste azioni legali”.  Giustamente infuriatosi, Mr. Dershowitz aveva appunto replicato con l’articolo citato, nel quale, tra l’altro diceva:  “Nell’interesse del loro cliente, gli avvocati hanno il diritto di proporre tutte le strategie che siano ragionevoli ed eticamente lecite. Questo è quello che stanno facendo gli avvocati di Trump. Hanno ovviamente l’obbligo di operare osservando le regole dell’etica e del diritto ma non vedo alcuna prova del fatto che non le osservino.”  Conclusione: “Non siamo nuovamente di fronte al semplice, tradizionale, maccartismo vecchio stile?  Dobbiamo prendercela con gli avvocati perché il loro cliente è antipatico o perché non piace il fatto che gli avvocati perseguano in modo aggressivo l’interesse politico del cliente?  Ebbene, non è così che siamo soliti fare in America”. [1]

Il senatore repubblicano Joseph McCarthy si rese celebre in senso negativo all’inizio degli anni Cinquanta, nel dirigere la caccia agli agenti comunisti che, durante l’era roosveltiana, si erano infiltrati nell’amministrazione e nel mondo accademico e dello spettacolo.  Ciò divenne evidente quando i sovietici riuscirono, grazie allo spionaggio, ad impossessarsi dei piani della bomba atomica, fino al 1949 posseduta dai soli americani. L’ambiente andava indubbiamente ripulito perché le spie c’erano però McCarthy condusse l’operazione in modo asfissiante, arrivando a forme persecutorie che gli misero contro la parte dell’opinone pubblica più legata alla cultura, e a Broadway, a Hollywood, oltre agli alti gradi dell’esercito. Nel 1955 dovette dimettersi dalla commissione d’inchiesta che presiedeva.   Il vocabolo maccartismo è rimasto come simbolo di atteggiamento ingiustamente persecutorio e prevaricatore, da “caccia alle streghe”.

Ma il clima che i Dem e i loro amici hanno creato oggi in America sembra assai peggiore di quello del tempo di Maccarthy.  Nella nostra società di massa e tecnologica si sono create forme di persecuzione del tutto nuove.  Basti pensare al rito delle richieste di scuse e ai linciaggi mediatici, a base di insulti e minacce:  forme di ricatto morale e di grave intimidazione, usate continuamente per imporre come dogmi le false verità del “politicamente corretto” o semplicemente per perseguitare determinate persone.  Esiste poi la violenza di piazza delle minoranze di professionisti della violenza e faziosi, opportunamente organizzata e diretta, un fenomeno diventato endemico in Occidente, dagli anni della protesta studentesca in poi. 

Pensiamo anche al singolare clima nel quale si sono svolte e si stanno concludendo queste  elezioni americane.  Nella fase preliminare si crea l’immagine di un Biden che avrebbe vinto con una slavina di voti, grazie all’azione massiccia e martellante dei sondaggi, con i media buttatisi a pesce sull’emergenza Covid-19, apparsa all’improvviso, accusando subito Trump di non averla saputa affrontare e arginare.  L’immagine della slavina dem si è rivelata falsa, come si poteva prevedere, ma intanto ha creato un certo clima, di attesa per l’immancabile vittoria di Biden, elemento psicologico da non sottovalutare.  Nella fase attuale, sembra esserci una vera e propria congiura del silenzio sui media che contano nei confronti delle azioni legali di Trump per dimostrare i presunti brogli.  I giudici, per via della fretta a causa delle scadenze dei termini di legge, cassano i ricorsi senza concedere udienze in tribunale.  Cosa forse inevitabile.  Resta però il fatto che, di tutti gli indizi e le prove raccolte dai collegi legali che si battono per Trump, non sappiamo in realtà quasi nulla e forse non riusciremo mai a saperne nulla di certo, se non ci potranno essere regolari audizioni in tribunale;  audizioni che, credo, dovrebbero pur esserci se i ricorrenti arrivassero alla Corte Suprema.

Si vive in un clima surreale, un clima nel quale domina una diffusa non-verità, se così posso dire. Prima, l’impostura della slavina per Biden annunciata dai sondaggi. Ora, il silenzio sulle azioni giudiziarie promosse da Trump, che permette di liquidare quelle azioni come pura fantasia, frivolezze addirittura; un silenzio voluto, forma anche questa di menzogna.  Un silenzio di tipo omertoso, poiché nulla dice, a quanto sembra, sulla campagna di intimidazioni, di vero e proprio odio che si è scatenata contro i legali che hanno accettato di patrocinare Trump, campagna che ha indotto diversi studi legali a rifiutare l’incarico. Il “linciaggio mediatico”, per l’appunto, ovvero la minaccia e l’intimidazione, oltre alle offese personali, tutte cose che nei paesi civili costituiscono reato. E il cattivo esempio lo danno i politici, come quel deputato democratico del New Jersey, che in questi giorni ha appunto inviato un esposto agli Ordini degli avvocati di cinque Stati dell’Unione, chiedendo loro di depennare dai rispettivi elenchi Giuliani e gli altri 22 avvocati che stanno sostenendo Trump, perché “promuovono cause frivole, cercando di aiutare Trump nel suo tentativo di rubare le elezioni e smantellare la democrazia”. [2]  Cercare di far valere i propri diritti, restando sempre nell’àmbito della costituzione e della legge ordinaria, diventa dunque un tentativo di furto,  una colpa se mira ad impedire la vittoria del candidato democratico, talmente grave da richiedere una punizione esemplare per gli avvocati che hanno l’audacia di rappresentare il ricorrente!     

 L’azione processuale di Trump sarebbe dunque “frivola”, per i suoi nemici.  Una “frivolezza” per colpa della quale si dovrebbero  punire anche i legali che la sostengono in giudizio.  Questo il clima, dunque, che i Democratici hanno voluto instaurare nel loro Paese, un clima  fazioso e persecutorio, da guerra civile, costantemente teso a denigrare l’avversario, che va annientato.

L’azione processuale di Trump si svolge su due binari collegati e ben distinti nello stesso tempo.   Da un lato, quello tradizionale dei supposti brogli mediante negligenza o malafede nel comportamente dell’avversario politico in parte degli uffici elettorali o nel modo di contare i famosi voti postali, sempre in parte degli uffici.  Dall’altro, invece, sul versante della tecnologia elettronica utilizzata, materia che appare più complessa, richiedente (credo) la presentazione e discussione in tribunale di elaborate analisi  da parte di esperti.

Naturalmente, le ipotesi di reato formulate dagli avvocati di Trump possono essere infondate.  Ma  la dimostrazione della loro eventuale infondatezza non dovrebbe avvenire in tribunale, seguendo le regole del c.d. “giusto processo”, e non per semplice reiezione preliminare di un ricorso né tanto meno per decreto dei Media? 

Quando, di fronte ad una commissione del partito repubblicano, Giuliani produce un testimone il quale afferma di aver visto una curva anomala nell’attribuzione elettronica dei voti, con vetta improvvisa a favore di Biden,  di circa 570.000 voti contro 3.200 circa per Trump, simultaneamente all’interno della medesima curva che si impennava, non sarebbe conforme a giustizia veder contraddetta una testimonianza così clamorosa in un’aula di tribunale piuttosto che vederla  cadere, al pari di altre rilevanti testimonianze, nell’oblío gradito ai Media?[3]

Ma tant’è. Continuiamo comunque a pregare per la vittoria di Trump, mantenendoci fedeli sino all’ultimo alle esortazioni di mons. Carlo Maria Viganò e del cardinale Burke. Nonostante i suoi difetti e limiti, Trump, al contrario di Biden e della sua accolita, si batte per mantenere o restaurare valori fondamentali, non negoziabili:  per la vita contro l’aborto; contro il transgenderismo; per la famiglia tradizionale; per la libertà religiosa gravemente minacciata dai fanatici di estrema sinistra che attaccano le chiese e distruggono i monumenti; contro la strapotenza del colosso comunista cinese, la potenza totalitaria che minaccia di soffocare definitivamente, assieme alla sempre più aggressiva teocrazia islamica, quello che è rimasto della civiltà occidentale. 

Sabato 5 dicembre, fra due giorni, c’è in Georgia un voto suppletivo decisivo:  si devono nominare i due senatori che rappresenteranno lo Stato a Washington. Vincendo, i repubblicani conserverebbero una risicata maggioranza al Senato.  Perdendo, l’avrebbero i democratici.  La lotta è serrata.  È vitale per le sorti del Paese e nostre che i repubblicani conservino questa maggioranza.  Ma sembra che, disgustati dagli affermati brogli elettorali, gruppi di repubblicani vogliano boicottare le elezioni, anche per punire i loro candidati, considerati troppo tiepidi nell’opporsi ai democratici.  Un atteggiamento impulsivo, irrazionale, che rischia di provocare un disastro irrimediabile.[4]  Speriamo che, con l’intercessione della S.ma Vergine, questo non accada, che i repubblicani possano riportare la vittoria.

Paolo  Pasqualucci

Filosofo   cattolico     

 

 



[1] L’articolo di Mr. Dershowitz l’ho ripreso da LifeSiteNews, che ne riporta una sintesi:  Charles Robertson,  Liberal Democrat legal scholar Alan Dershowitz defends Trump’s lawyers,  LSN, Nov 25, 1-3.

[2] Op. cit., p, 2/3.

[3] LifeSiteNews del 26 nov 2020, articolo di Andrea Widburg, More information continues to be revealed exposing election fraud, pp. 1-4; p. 2/4.  Il teste fu escusso da Giuliani di fronte a una commissione di politici della Pennsylvania.

[4] Vedi: LifeSiteNews dell’ 1 dicembre, articolo di Calvin Freiburger, America’s survival depends on conservatives uniting to save the Senate in Georgia, pp. 1-4.

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