lunedì 2 novembre 2020

P. Pasqualucci : La crisi dell'Occidente e la Questione Morale

 

 

Paolo  Pasqualucci :  La crisi dell’Occidente e la Questione Morale

  Nel linguaggio della politica con questione morale si intende tradizionalmente il rapporto tra politica ed etica: se e quanto sia o meno corrotta una determinata classe dirigente.  Ma la questione morale in politica esprime solo un aspetto della questione morale in senso stretto, che riguarda i costumi di un popolo in tutti i loro aspetti.  La questione morale concerne quindi soprattutto la morale nel senso tradizionale del termine, come osservata o meno da una classe dirigente e da un’intera società,  un popolo.

Si apre la questione morale quando i costumi di un popolo si corrompono.  Ciò risulta inequivocabilmente dalla caduta della moralità pubblica e privata a causa del diffondersi di una concezione edonistica e materialistica della vita.  Esteriormente, un segno classico è rappresentato dalla perdita del senso della modestia e del pudore da parte delle donne dimostrata dal loro comportamento in pubblico, quando diventa disinvoltamente aggressivo, scollacciato, sboccato. 

I segni della corruzione dei costumi nel campo dei valori fondamentali, sono per tradizione: 

il venir meno della fede in Dio;  l’ampio diffondersi del libertinaggio;  l’affermarsi del femminismo e la crisi dell’istituto matrimoniale; il dilagare del libero aborto, dell’omosessualità, del consumo della droga, della pornografia; il desiderio smodato di ricchezze e benessere; il culto esasperato del proprio corpo e la passione ossessiva per i circenses;  l’emergere di una denatalità implacabile; il crollo del principio d’autorità con tutta una serie di conseguenze nel campo famigliare, pubblico, politico, militare.

Quando si apre nella società un simile scenario, del quale non ho elencato neanche tutti gli effetti, e si tratta in genere di un processo maturato in  qualche decennio, oggetto solo di isolate quanto inutili denuncie, allora si impone la questione morale come problema principale da risolvere, per la classe politica.  Nei periodi di decadenza dei popoli o di fine di una civiltà è sempre apparsa la questione morale, in modo più o meno grave, e i popoli che non sono riusciti a risolverla, sono praticamente scomparsi o sono finiti sotto il dominio degli stranieri.  Infatti, la questione morale irrisolta provoca frustrazione e isterismo collettivo, anarchia, l’indebolimento generale di tutte le istituzioni, anche grazie alla diminuzione della  popolazione, infine l’ingovernabilità, causa di disordini endemici, di un declino che può anche sfociare nell’occupazione straniera.

La questione morale che sta affliggendo l’Europa Occidentale e le due Americhe, senza escludere altre parti del mondo, dall’Europa orientale all’Africa, al Giappone, ad Israele, all’Asia, appare tuttavia di una gravità senza precedenti, sconosciuta in passato.

Infatti, in passato, la decadenza morale, quando prendeva piede, imperversava nel costume, nel modo di vivere ma non venivano promulgate leggi che la incoraggiassero o la promuovessero e proteggessero.  L’adulterio, l’aborto volontario, la sodomia, erano considerati crimini e puniti dalle leggi ma nelle epoche di decadenza le sanzioni non venivano quasi applicate, si lasciava correre.  I princìpi non venivano messi in pratica e si tollerava la loro violazione:  ma non c’erano, come oggi, leggi che costituissero esse stesse la  violazione dei princìpi morali basilari.  Mi riferisco:

 alle leggi che, oltre al libero ed indiscriminato uso di contraccettivi e pillole abortive, consentono il libero aborto ospedaliero ad libitum della donna, per di più a spese dello Stato, riconosciuto come se fosse un “diritto” della donna fondato sulla sua supposta “dignità” che possederebbe in quanto essere umano;

alle leggi che equiparano le convivenze di fatto al matrimonio, includendovi le convivenze gay o permettono esplicitamente il “matrimonio” tra gays e tra lesbiche, per di più con relativo permesso di adottare bambini o di ottenerli mediante le pratiche abominevoli della inseminazione artificiale o del c.d. “utero in affitto”;

ai progetti di legge, come l’attuale ddl  Zan contro la c.d. transomofobia e la misoginia, che, in Italia, mira in sostanza a legittimare l’omosessualità e imporla con legge dello Stato, facendola riconoscere come realtà degna di “rispetto”, grazie anche ad una instauranda giornata nazionale contro la c.d. omofobia nelle sue varie forme, da celebrarsi in tutto il Paese, scuole incluse, il 17 maggio di ogni anno.

Negli Stati dell’antica Grecia, alcuni ordinamenti legittimavano la pederastia, nel senso di rapporto anche erotico tra il tutore e il giovinetto, altri la proibivano.  Il costume in generale la accettava, con qualche eccezione, ma mai si è considerato il rapporto pederastico e omosessuale in generale alla stregua di un matrimonio, mettendolo formalmente sullo stesso piano del matrimonio secondo natura, e con tanto di figli, adottati o in altra forma, come si sta facendo oggi in così numerosi Stati contemporanei.[1]

Leggi di questo tipo sono in vigore in tutto l’Occidente “democratico”.  Esse trasformano comportamenti intrinsecamente criminosi come l’aborto o immorali, come le relazioni omosessuali, in situazioni giuridiche soggettive protette dalla legge dello Stato, come se esse costituissero per l’appunto dei “diritti umani” che lo Stato ha il dovere di difendere. Tali aberranti leggi si fondano su di una sorta di norma fondamentale, in genere scritta, come nel caso della Costituzione dell’Unione Europea nei suoi princìpi fondamentali, secondo la quale è proibito discriminare checchesia, dal momento che (si ritiene) siamo tutti uguali e godiamo quindi per nascita di una (supposta) dignità della persona, che tutti devono rispettare, indipendentemente dal  comportamento concreto, anche indegno.  Il principio della non-discriminazione è inteso in modo assoluto e si applica in molti campi, dalla religione alla razza, incluso quello  del c.d. “orientamento sessuale”. Il sesso, per questa legislazione, diventa un modo di essere che, con il diffondersi dell’omosessualità e del c.d. transgenderismo, la persona (dicono) può scegliere a piacere, poiché il sesso (sempre secondo l’ideologia accolta da questa legislazione) deve ritenersi un fatto culturale e non naturale, come se l’individuo, più o meno influenzato dall’ambiente, potesse attribuirselo anche in senso opposto alla sua sessualità biologica, perfettamente normale e integra.  Ma la nozione di “orientamento sessuale” non ha alcuna base scientifica.  È solo ideologica.  Tutto l’insieme di questa legislazione, ordinaria e costituzionale, di singoli Stati della Unione Europea, degli Stati Uniti e del Canada, di Paesi del SudAmerica e via dicendo, è pura  f o l l i a , tanto per chiamare le cose con il loro nome.  Essa testimonia di una decadenza impressionante, che non è solo morale, è anche intellettuale.  Se siamo giunti a tanto, la colpa è anche del “tradimento dei chierici”, del fatto cioè che, in conseguenza del Concilio Vaticano II, veteri relaxata severitate, la Gerarchia cattolica si è messa “in ascolto” e “in dialogo” con il mondo invece di continuare ad insegnargli la dottrina di Cristo, con la predicazione e l’esempio, impestando in tal modo dottrina e pastorale con ogni sorta di ambiguità ed errori.  

* *

Ma i nostri politici non sembrano accorgersi dell’esistenza della questione morale, di una corruzione dei costumi che sta addirittura estinguendo i loro popoli.  Forse perché affrontarla implicherebbe porsi il problema del ritorno al matrimonio secondo natura, tra il maschio e la femmina per costruire una famiglia e propagare la specie, come unico legittimo; della cessazione del sinistro privilegio del libero abortire; della messa al bando dei contraccettivi; della cancellazione dei privilegi concessi alla galassia glbt, e così via.  Questioni delicate, assai complesse, nell’attuale situazione, anche se ci fosse la volontà di risolverle, della quale comunque non si vede traccia, in gran parte delle classi dirigenti al potere.

I politici inglesi pro-brexit affermavano la necessità di uscire dall’Europa unita per recuperare, dicevano, “l’uso libero della nostra economia, del nostro sistema giuridico, il controllo delle nostre frontiere.”  Obiettivi più che leciti, in se stessi e contro i regolamenti e le leggi applicate dalla Commissione Europea, installata a Bruxelles, esecutivo che governa tutti i Paesi dell’Unione.  La maggioranza che ha votato di misura (52%) l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea non voleva esser governata da leggi approvate in un Parlamento di stranieri e imposte da un governo straniero, nonostante la presenza in entrambi gli organismi di parlamentari e funzionari britannici.  Leggi che, per forza di cose, limitavano la sovranità nazionale in settori di primaria importanza, dall’economia al controllo delle proprie frontiere. 

Ma della questione morale nessun cenno nelle motivazioni dei pro-brexit.  È vero che il c.d. “matrimonio omosessuale” fu introdotto qualche anno fa a sorpresa nel Regno Unito dall’allora premier tory Mr. Cameron.  Fu una sua iniziativa personale. Il punto non faceva parte del programma elettorale del partito, nel quale scoppiò un’ampia rivolta seguíta da alcune dimissioni, onde  la sconvolgente proposta passò grazie ai voti dell’opposizione laborista.  Ma quella rivolta causata da motivi prevalentemente morali, è poi rimasta un fatto isolato. L’ultraliberale legislazione inglese sull’aborto e sull’omosessualità continua come prima.  Anzi, il governo conservatore di Mr. Johnson ha di recente imposto la legalizzazione dell’aborto nell’Irlanda del Nord, che finora l’aveva mantenuto fuori legge, conservando ancora al riguardo le pesanti sanzioni emanatate al tempo della Regina Vittoria. 

* *

Ma ora la questione morale sta occupando la scena, in Europa e negli Stati Uniti.  Il Presidente americano in carica, Donald Trump, ha adottato da tempo una concreta politica pro-life, sul piano economico, politico interno e internazionale, giudiziario. Ad esempio, con le nomine di giudici conservatori alla Suprema Corte degli Stati Uniti, in particolare quella della giurista Amy Barrett, cattolica praticante, prolifica madre di famiglia, notoriamente avversa al “diritto” di abortire. Accanto alle altre gravi questioni (pandemía, crisi economica, ordine pubblico, immigrazione illegale) quella del “diritto all’aborto” da abrogare, ovvero la scelta pro-life, è diventata un tema essenziale e forse decisivo di questa drammatica campagna elettorale americana, che si chiude il 3 novembre con un voto, dall’esito del quale (questa è la sensazione diffusa) dipenderà la sopravvivenza o meno di quello che resta della nostra civiltà.

La scelta pro-life è un punto centrale della politica attuale poiché il diritto di disporre della vita del proprio nascituro è considerato dal “politicamente corretto” dominante, femministe in testa, una libertà di scelta che non si deve assolutamente perdere.  Ma questo preteso “diritto” a disporre della vita del proprio figlio, semplicemente non esiste.  Si è sempre giustamente criticata in passato la concezione paternalistica della famiglia, là ove essa concedeva al pater familias addirittura potere di vita e di morte su tutta la famiglia, oltre che su servi e schiavi.  Questo potere fu effettivamente esercitato nell’antica Roma ma generalmente solo in casi gravi, quando si scopriva ad esempio che qualche figlio o figlia si era macchiato di gravi delitti, che meritavano la pena di morte.  Ora, distrutta di fatto la vera famiglia, vogliamo far rinascere l’antico e arcaico potere di vita e di morte del padre sui figli nel riconoscere alla madre, spesso una single mother, il “diritto” di disporre del proprio figlio, in fieri dal momento del concepimento, sino al punto da poterlo sopprimere?  No, sir.  Tra l’altro,  il potere di vita e di morte del pater familias era quello, riconosciuto dal costume, di un tribunale domestico, in una società che applicava la pena di morte per tutta una seria di crimini.  Qui, invece, in una società intrisa di umanitarismo e buoni sentimenti distribuiti in dosi massicce all’universo mondo, che nega alla giustizia dello Stato il diritto di condannare a morte gli autori dei delitti di sangue e quindi di disporre della loro vita, non abbiamo nessuna riedizione di tribunali domestici ma semplicemente la concessione di un’autorizzazione ad uccidere un essere che non ha commesso alcuna colpa e che non si può difendere, un essere del tutto innocente; un’autorizzazione all’omicidio, poiché l’aborto volontario, lo si rigiri come si vuole, resta sempre una forma di omicidio.

 Ma questo inaccettabile e nei fatti inesistente “diritto di scelta”, rappresenta l’espressione massima, a ben vedere, della libertà assoluta nei rapporti sessuali, garantita dalle leggi, che le donne di questa generazione sono riuscite a strappare:  eliminare il frutto indesiderato di questi rapporti, in base al seguente elementare concetto: “il corpo è mio e lo gestico io”. Quante volte abbiamo sentito e continuiamo a sentire questo tristo slogan?  Come a dire: “ho il diritto di essere presa come sono; quindi vado con chi voglio, maschio o femmina, e se resto incinta decido  IO, se tenermi il bambino o ammazzarlo nel mio grembo!”  Immerse nelle tenebre di una smisurata superbia, queste donne non vogliono ascoltare il severo ammonimento della Verità Rivelata, che anzi fa loro digrignare i denti: 

“Fuggite la fornicazione.  Qualunque altro peccato che un uomo possa commettere, è fuori del suo corpo, ma il fornicatore pecca contro il proprio corpo.  Non sapete voi che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo, che abita in voi, Spirito che avete da Dio, e che voi non appartenete a voi stessi?  Infatti voi siete stati comprati da Cristo a caro prezzo.  Glorificate dunque Dio nel vostro corpo.” (1 Cor  6, 18-20).

E difatti, nei recenti movimenti violenti, tra il delinquenziale e l’insurrezionale, esplosi in varie città degli Stati Uniti, con il pretesto di una questione razziale artificiosamente montata, i gruppuscoli che li hanno promossi e organizzati (con l’avallo del Partito Democratico, poiché le agitazioni, dichiarò l’ex-presidente Obama, “dovevano apportare mutamenti” in vista delle incombenti elezioni), affermavano di scendere in campo, oltre che per chiedere l’abolizione della polizia, per difendere tutti i valori della libera e universale “fornicazione” ossia della “rivoluzione sessuale” imperante dall’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso, quando fu sciaguratamente autorizzata la vendita della “pillola anticoncezionale” nelle farmacie nordamericane.  E il primo inevitabile obiettivo di questa sordida “rivoluzione” è quello di abbattere la famiglia tradizionale, secondo natura, cristiana, contrapponendole il no al matrimonio, l’amore libero, il diritto ad abortire, il mantenimento dei “diritti” del popolo lgbt che contemplano anche la c.d. “famiglia omosessuale” e così via.

Ma non si attacca la famiglia cristiana senza attaccare la religione cristiana e in particolare il cattolicesimo.  Così l’odio contro il cattolicesimo (e la civiltà occidentale, che su di esso si è pur costruita) gridato da parte della sinistra abortista, femminista e omosessualista, è esploso in tutto l’Occidente in questi ultimi mesi, con gli atti vandalici e gli incendi e le distruzioni di chiese a tutti noti.  Gli ultimi gravi episodi di odio contro la nostra religione si sono avuti in Polonia, dove durano da dieci giorni proteste di massa contro una sentenza della Suprema Corte di quel Paese, la quale, proibendo l’aborto c.d. eugenico, ha ulteriormente ristretto la possibilità di accedere all’interruzione di gravidanza, già alquanto limitata, rendendo in tal modo l’esercizio di questo supposto “diritto” praticamente impossibile o quasi.  La difesa organizzata spontaneamente dagli stessi fedeli ha sinora impedito in Polonia le gravi devastazioni di edifici e monumenti sacri avutesi altrove. 

L’odio del fronte libertino e anticristiano si salda a quello dei terroristi mussulmani, che stanno attuando una campagna di barbare uccisioni a tradimento fuori e dentro le nostre chiese, per ora soprattutto in Francia.  Non si distrugge la famiglia cristiana senza contemporanemente rigettare la Sacra Famiglia.  L’annientamento della famiglia naturale, basata sul matrimonio, odiata anche in quanto immagine “borghese” della Sacra Famiglia, era l’obiettivo che Karl Marx si era proposto sin dai suoi scritti giovanili: la lotta dei rivoluzionari alla famiglia e alla religione doveva procedere di concerto sino alla distruzione di entrambe. Siamo, oggi, al compimento di quel programma, nell’alleanza spregiudicata con il peggior edonismo borghese e il libertinismo di massa.     

Ma la violenza stessa dell’attacco sta forzando molti a prender coscienza della questione morale e della sua decisiva importanza.  Mai come oggi la religione è l’obiettivo della politica e l’aspra lotta per la difesa della vera etica è al centro della lotta politica.  Come ha egregiamente spiegato mons. Viganò si stanno delineando con sufficiente chiarezza due schieramenti, su scala mondiale, per i quali termini biblici ed ignaziani di Figli della Luce e Figli delle Tenebre, che si stanno radunando sotto i loro due opposti Stendardi, sono più che appropriati.  Pur con i nostri limiti e peccati, noi cattolici siamo figli della luce sovrannaturale che emana dall’insegnamento di Cristo Nostro Signore, custodito nei secoli nel Deposito della Fede dal Magistero della Chiesa, e a Lui chiediamo la forza ed il coraggio necessari ad impegnarci, per quanto possiamo, nel duro e feroce combattimento in corso: per la Gloria del suo Santo Nome, per la speranza dell’eterna salvezza promessa a chi fa la sua volontà, a chi cerca di comportarsi in tutto da autentico  miles Christi.

“Gli eserciti celesti lo accompagnano sopra cavalli bianchi, vestiti di bisso candido e puro.  Dalla bocca gli esce una spada acuta, per colpire le nazioni.  È lui che le governerà con verga di ferro; è lui che calca lo strettoio del vino della furibonda ira di Dio Onnipotente.  Egli porta sul mantello e sul fianco un nome scritto:  Re dei re e Signore dei signori.” (Apoc  19, 14-16).

2 novembre 2020

   



[1] Vedi: Xenophon, Constitution of the Lacedaimonians, in: Xenophon in Seven Volumes, VII, Scripta Minora, Loeb Classical Library, tr. ingl. con testo a fronte, pp. 136-189; pp. 146-149;  Platone, Simposio, 182 b, ss. (tr. it. e commento con testo a fronte di Matteo Nucci, Introduz. di Bruno Centrone, Einaudi, Torino, 2014, p. 51 ss.); Platone, Leggi, I, 636 c, per la condanna della “unione dei maschi coi maschi o delle femmine colle femmine” come comportamento “contronatura, atto temerario creato fin da principio da disordinato piacere” (Platone, Opere, Laterza, Bari, 1966, I vol, p. 624, tr. it. di Attilio Zadro; Aristotele, Etica Nicomachea, 1148 b, per la condanna dell’“amore omosessuale tra maschi”,  provocato da “disposizioni morbose” (Arist., Etica Nicomachea, a cura di Armando Plebe, Laterza, Bari, 1965, pp. 185-186).  

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