martedì 30 giugno 2020

P. Pasqualucci : Rispettosa replica a S. Em. Walter Cardinal Brandmueller sull'interpretazione del Vaticano II



Paolo  Pasqualucci :   Rispettosa replica a S. Em. Walter Cardinal Brandmüller  sull’interpretazione del Concilio Vaticano II

Sommario :  1. L’accusa di “relativismo” ai critici del Concilio appare del tutto fuori luogo.  2. Il paragrafo 2.5 della Dichiarazione ‘Nostra Aetate’ incita effettivamente i cristiani a far progredire i non-cristiani in tutti i loro valori, invece che a convertirli.  3.Gli incisi di NAet 2.5 non sanano la proposizione principale.  4. NAet 2.5 inquadrato nel contesto dell’intero art. 2 .

Abbiamo tutti la massima stima e deferenza per il cardinale Brandmüller, esemplare figura di pastore e autorevole storico della Chiesa.  In questi ultimi tempi, nell’accentuarsi della crisi della nostra religione, ha coraggiosamente difeso pubblicamente il matrimonio cattolico, sottoscritto i famosi Dubia a Papa Francesco a proposito di certe sue scandalose affermazioni nella Amoris Laetitia, condannato senza mezzi termini l’eretico e apostatico Sinodo per l’Amazzonia.  Tuttavia, credo che molti siano rimasti profondamente delusi dalla sua difesa dell’intoccabilità del pastorale e innovativo Vaticano II, in una recente conferenza il cui testo è stato riproposto dal sito Stilum Curiae e ripreso da Chiesa e Postconcilio, il 24 giugno 2020.  Mi sia pertanto consentita una rispettosa replica alle sue affermazioni, su un punto specifico, concernente la Dichiarazione ‘Nostra Aetate’ sulle religioni non cristiane.

1. L’accusa di “relativismo” ai critici del Concilio appare del tutto fuori luogo. 
Sua Eminenza accusa “i cosiddetti ambienti tradizionalisti” di critiche preconcette al Concilio, che cadrebbero addirittura nel “relativismo” quando negano al Concilio la continuità con la tradizione della Chiesa. Relativismo, perché tale negazione implicherebbe di per sé il concetto che la verità sarebbe sempre “essenzialmente soggetta alla mutevolezza storica”.  Interpreto: se si afferma che la Chiesa insegna oggi cose in contraddizione con quanto insegnato ieri, allora si sostiene di fatto che la verità insegnata dalla Chiesa muta col mutare delle circostanze storiche: e questo sarebbe per l’appunto relativismo.
Mi sembra che qui il relativismo c’entri assai poco. Se affermo che, su un punto preciso di dottrina, un determinato testo conciliare contraddice la dottrina sempre insegnata dalla Chiesa, mi limito a far rilevare un errore di dottrina.  E l’ errore come lo si estrarrebbe?  Comparando il testo incriminato con quanto sempre insegnato sul punto specifico dalla Chiesa e mantenuto da essa nel Deposito della Fede; ossia, riferendo tale testo ad una norma contenuta nella Rivelazione, norma eterna ed immutabile. Dove sarebbe qui il “relativismo” da parte del critico del Concilio?  Francamente, non riesco a scorgerlo. Il testo conciliare viene messo in rapporto con la verità di fede mantenuta nei secoli dal Magistero perenne per vedere se si accorda o meno con esso.  La verità di fede è norma fissa e immutabile, rigida; equivale ad un principio generale con il quale devono mostrarsi compatibili tutti i casi particolari ad esso riconducibili. Siamo all’opposto di ogni possibile impostazione relativistica.
Il relativismo, in campo filosofico ed etico, sostiene l’inesistenza di una verità oggettiva, che costituisca l’ineludibile punto di riferimento e criterio di giudizio per determinare altre verità e per la nostra praxis quotidiana (costituisca, quindi, norma di giudizio e norma di comportamento).  Per il relativista, la verità sarebbe sempre storicamente condizionata dalle circostanze sociali e del tutto soggettiva (relativa, per l’ appunto, a colui che la professa) perché sempre espressione delle mutevoli esperienze di vita dell’individuo e, al limite, delle società, dei popoli.  Il parametro cui il relativista fa riferimento è il sentire della sua propria coscienza non il Deposito della Fede. I critici del Concilio in nome della Tradizione della Chiesa, all’opposto, mettono a confronto le novità introdotte dal Concilio non con le loro opinioni personali ma con le verità contenute nel Deposito; verità assolute, bimillenarie, e in base a queste emettono il loro giudizio sul Concilio. Relativisti erano i teologi modernisti e neo-modernisti, i vari de Lubac, Rahner etc, così influenti al Concilio, seguaci della “filosofia dell’azione” di Blondel, dell’esistenzialismo di Heidegger, visioni del mondo professanti un soggettivismo radicale, per ciò che concerne il concetto del vero, incompatibili con la nozione stessa di verità rivelata da Dio, di per sè necessariamente assoluta (ad esempio: che il matrimonio sia tra l’uomo e la donna, indissolubile e monogamico, fu stabilito da Nostro Signore come verità che doveva valere per sempre, senza sfumature di sorta, al suo tempo come al nostro).
Ciò premesso, passo all’esempio di contestazione puntuale di quanto affermato in via generale da Sua Eminenza: puntuale perché concernente un punto preciso, scelto tra le critiche da lui avanzate ai c.d. “tradizionalisti”.   

2. Il paragrafo 2.5 di Nostra Aetate incita effettivamente i cristiani a far progredire i non-cristiani in tutti i loro valori, invece che a convertirli.
Secondo il cardinale Brandmüller la famosa Dichiarazione Nostra Aetate sulle religioni non cristiane, sarebbe stata accusata a torto di diffondere “il sincretismo, il relativismo, l’indifferentismo”. Scrive:  “Dopo il Concilio, fu il britannico John Hick a diffondere, più o meno a partire dal 1980, [l’idea che] l’annuncio della Chiesa dovesse esser volto a far sì che un musulmano diventasse un musulmano migliore e così via”; e così via: allo stesso modo per i seguaci di tutte le altre religioni.  Questo maniera di concepire l’annuncio rappresenterebbe pertanto un’errata interpretazione di quanto scritto in NAet 2.5, secondo il pensiero del cardinale. 
 Confrontiamoci con il testo.
“Essa [la Chiesa] perciò esorta i suoi figli affinché, con prudenza e carità, per mezzo del dialogo e della collaborazione con i seguaci delle altre religioni, sempre rendendo testimonianza alla fede e alla vita cristiana, riconoscano, conservino e facciano progredire i valori spirituali, morali e socio-culturali che si ritrovano in essi [nei seguaci delle altre religioni].”
Ho messo in grassetto la proposizione principale per impedire che la sua struttura, semplice e lineare, venisse a scomparire dietro le tre subordinate che la precedono, articolate come tre incisi affermanti valori in apparenza tutti conformi all’idea tradizionale della “missione” cattolica.  Per la necessaria completezza, cito anche l’originale in latino:
“Filios suos igitur hortatur, ut cum prudentia et caritate per colloquia et collaborationem cum asseclis aliarum religionum, fidem et vitam christianam testantes, illa bona spiritualia et moralia necnon illos valores socio-culturales, quae apud eos inveniuntur, agnoscant, servent et promoveant.”[1]
   Cosa dice, dunque, la proposizione principale?
La Chiesa esorta i suoi figli affinché riconoscano, conservino e facciano progredire i valori spirituali, morali e socio-culturali che si trovano nei seguaci delle altre religioni”. 
Liberato della zavorra degli incisi che lo precedono, questo è l’incredibile contenuto di quest’ultimo capoverso dell’art. 2 della NAet, messo in pratica zelantemente da sacerdoti e fedeli dal Concilio in poi, con i risultati devastanti che ben conosciamo.  Incredibile questa frase, sicuramente mai detta prima da alcun vero Sacerdote di Cristo.  Perché incredibile?  Perché essa afferma esattamente il contrario di quanto ordinato da Nostro Signore Risorto ai suoi Apostoli: “Rendete miei discepoli tutti i popoli”.  Per l’esattezza:
“Ma gli undici discepoli andarono in Galilea [obbedendo all’ordine di Gesù risorto, impartito mediante le pie donne cui era apparso], sul monte che Gesù aveva loro indicato.  Quando lo videro, si prostrarono davanti a lui, essi, che pure avevano dubitato.  E Gesù, avvicinatosi, disse loro:  “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra.  Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutte le cose che io ho comandate a voi.  Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo.“(Mat 28, 16-20. Corsivi miei).
Nostro Signore ha ordinato ai suoi Apostoli e quindi a tutti i suoi sacerdoti di predicare i suoi insegnamenti (con la parola e con l’esempio di una santa vita) ai popoli e agli individui al fine di convertirli, il che significa evidentemente: di farli diventare cristiani, per la salvezza delle loro anime.  Ciò voleva dire che popoli e individui dovevano ripudiare le loro false religioni (false, perché non rivelate da Dio e comunque spesso immorali), battezzarsi, vivere secondo ciò che il Cristo aveva insegnato ai suoi Discepoli e pertanto praticare l’etica cristiana, fondata sull’osservanza dei Dieci Comandamenti, sull’amor del prossimo per amor di Dio (non per la supposta dignità dell’uomo, in quanto tale), sulla pratica costante dei Sacramenti.
Della necessità della conversione di individui e popoli a Cristo, mediante l’insegnamento della dottrina rivelata dal Signore, nessuna traccia nel dettato di NAet 2.5.  Al contrario, si incitano i fedeli a rafforzare e far progredire i popoli nelle loro originarie e particolari credenze: nei loro valori, spesso pervasi di pratiche immorali, come nel caso dell’Islam e di tutti i paganesimi, antichi e moderni.  Abbiamo qui l’incitamento ad una missione rivolta ad un obiettivo antitetico alla vera missione della Chiesa: non a convertire a Cristo ma a mantenere e rafforzare i popoli in credenze e comportamenti che, oltretutto, sono spesso e volentieri contrari a ciò che Cristo ha insegnato! E siffatto eterodosso incitamento viene proposto con impressionante meticolosità: i fedeli ora devono “riconoscere, conservare, far progredire” i  v a l o r i  di tutti i non-cristiani ed anche, per ovvia elementare estensione, dei non-cattolici fra i cristiani.  Indicati con minuzia, questi valori: “spirituali, morali, socio-culturali”.
La traduzione in italiano dice “i valori spirituali, morali e socio-culturali che si trovano in essi”.  Il testo latino, alla lettera: “ q u e i  valori spirituali, morali etc. che si trovano in essi”.  Si tratterebbe allora di “valori” indipendenti dai valori professati dalle loro religioni, q u e i  valori puramente umani che, su base esclusivamente individuale, ci potrebbero essere in loro?  In questo caso, il testo latino non avrebbe dovuto usare il congiuntivo e dire:  “…valores… quae apud eos inveniantur” – “quei valori che si trovino presso di essi”, dal momento che si tratterebbe di valori non connessi al loro patrimonio religioso, sul quale pubblicamente si fondano quei valori (pensiamo all’Islam, per esempio)?  A parte l’impossibilità di fare concretamente una simile distinzione, essendo i valori in questione sempre fondati sulla religione e non separabili da essa, la lettera del testo non autorizza, mi sembra evidente, una simile distinzione ---- che sarebbe comunque irrilevante dal punto di vista concreto, pratico.
Il carattere intrinsecamente contraddittorio, assurdo sul piano logico ancor prima che teologico, di questo stupefacente testo, risulta già dalle riflessioni più semplici.  Consideriamo l’Islam, il “dialogo” con il quale è da tanto tempo al centro del dibattito e della politica della S. Sede. Tra i valori “morali e socio-culturali” dell’Islam c’è ovviamente il modo di considerare il matrimonio, che contempla, come sappiamo: divorzio, ripudio, concubinato, poligamia, spose-bambine (dato che la favorita tra le mogli di Maometto fu da lui scelta quando aveva nove anni).  Deve il cattolico adesso impegnarsi affinché i maomettani “conservino e facciano progredire” quel valore “socio-culturale” che per essi è il loro matrimonio, con le sue varie forme, istituto che per noi cattolici contempla una serie di situazioni una più abominevole dell’altra?  E nell’ambito cristiano, deve ora il fedele cattolico adoperarsi affinché protestanti ed ortodossi “conservino e facciano progredire” la loro concezione del matrimonio, che contempla sempre il divorzio?  E che dire dei temi strettamente connessi agli articoli di fede?  Deve ora il fedele cattolico “conservare e far progredire” gli Ebrei nella loro fede rigidamente monoteistica, in base alla quale, avendo rifiutato e rifiutando il vero Messia, Gesù di Nazareth, essi considerano il medesimo Gesù un mago, un impostore, un falso profeta, coprendo a tutt’oggi Lui e sua Madre di insulti irripetibili nel Talmud?  E “conservare e far progredire” i maomettani nella loro, rafforzandoli nel concetto aberrante secondo il quale la S.ma Trinità sarebbe composta per i cristiani da “Dio, Gesù e Maria [sorella di Aronne]”, come insegna falsamente il Corano?
La casistica sarebbe molto ampia, questi pochi esempi credo possano bastare. 

3. Gli incisi di NAet 2.5 non sanano la proposizione principale.
Ma i difensori del Concilio, su questo come su altri suoi preoccupanti testi,  replicano in genere in questo modo:  le novità introdotte sono temperate, equilibrate da opportuni richiami alla tradizione della Chiesa.  Ciò si sarebbe verificato anche nel caso di NAet 2.5.  L’equilibrio sarebbe mantenuto dai tre incisi preliminari alla proposizione principale del testo, da me isolata, i quali, come si è visto, incitano i cattolici a procedere nelle aperture sempre con:  1. prudenza e carità;  2. per mezzo del dialogo e della collaborazione con i seguaci delle altre religioni;  3. sempre rendendo testimonianza alla fede e alla vita cristiana.   Ma una considerazione attenta di questi tre punti non può che dimostrare la loro vacuità, quanto al mantenimento dell’equilibrio tra tradizione della Chiesa e innovazione “ecumenica” – vacuità derivante dalla loro intrinseca insufficienza e dalla loro evidente contraddittorietà con la proposizione principale.
Prudenza e carità sono due virtù che il cattolico dovrebbe mettere in pratica in ogni suo comportamento: il richiamo appare generico.  In ogni caso, nell’opera di vera conversione, accanto all’accenno alla prudenza è forse mai mancato l’incitamento ad essere audaci, mettendo da parte la prudenza, che non deve essere una pietra d’inciampo nell’ apostolato?  Nelle famose istruzioni a Timoteo, san Paolo non scrive forse:  “predica il Vangelo, insisti a tempo e fuor di tempo, riprendi, minaccia, esorta, sempre con pazienza e con piena dottrina” (2 Tim 4, 2).  A tempo, ossia secondo prudenza; fuor di tempo, ovvero audacemente, forzando la situazione.  L’esortazione all’audacia nella missione non contraddice affatto la carità, sempre raccomandata dall’ Apostolo delle Genti : “non riprendere con asprezza chi è vecchio, ma esortalo come un padre, i giovani come fratelli, le donne anziane come madri, le giovani come sorelle, in tutta purezza” (1 Tim 5, 1-2).  Il fervore, l’audacia con la quale san Paolo cercava in ogni occasione di aprire le anime a Cristo, ben risultano dalla sua “difesa” di fronte al Procuratore romano Festo e al re locale Agrippa, riportata negli Atti degli Apostoli:  “-- Credi tu ai Profeti, o Re Agrippa?...Io so che ci credi.  Agrippa rispose a Paolo: --Manca poco che tu mi persuada a farmi cristiano.  – Che manchi poco o molto, soggiunse Paolo, piaccia a Dio che non soltanto tu, ma anche tutti quelli che oggi mi ascoltano, diventino tali [cristiani], quale sono io, ad eccezione di queste catene!” (Atti, 26, 27-29. Paolo era tenuto in custodia, in attesa di giudizio).
Ma come potrebbe NAet 2.5 incitare all’audacia nella predicazione del Verbo quando essa incita esattamente al contrario di ciò che ci ha insegnato il Verbo Incarnato, vale a dire a fortificare nei loro erronei convincimenti e falsi valori coloro che dovrebbero esser invece convertiti e salvati?  Ecco allora questo invito alla prudenza e alla carità col sorriso sulle labbra, per un fine che sembrerebbe così umano e ragionevole, il “dialogo e la collaborazione” con i seguaci delle altre religioni, eretici e scismatici compresi, ovviamente. Ma la “carità” è qui invocata mal a proposito perché rivolta a fortificare gli erranti nei loro errori, cioè contro se stessa, la sua autentica virtù essendo quella della compassione per le anime, incitate pertanto a convertirsi a Cristo, unica salvezza.  Il “dialogo” con l’ errante e il ribelle la Chiesa lo ha sempre fatto, per convincerlo della bontà dell’insegnamento di Cristo, pensiamo solo alle lunghe discussioni teologiche con Lutero prima di condannarlo.  Ma per l’appunto dialogo con l’ errante non con l’ errore, come invece propone di fatto il Vaticano II, dal momento che il “dialogo” non è concepito qui per convertire ma per attuare una “collaborazione” con tutti gli esponenti delle altre religioni per realizzare fini comuni, di portata generale, quali l’universale fratellanza e uguaglianza, la pace mondiale, l’unità del genere umano: insomma, i cascami della settecentesca e liberomuratoria ideologia del progresso, rivenduti a prezzo d’accatto dalla Nouvelle théologie.   
Questa “collaborazione”, del tutto impropria, dal momento che vuole coniugare “Cristo e Beliar”, presuppone evidentemente un nuovo modo di intendere la verità, oggettivamente incompatibile con il concetto della verità rivelata, sulla quale il cristiano dovrebbe sempre basare i valori rispecchiantisi nella sua coscienza di essere razionale. Tale nuovo concetto del vero risulta ad esempio dalla costituzione Gaudium et spes, art. 16.2, ove si fa l’elogio della coscienza dell’uomo, in quanto stato interiore nel quale  l’uomo sente risuonare la voce di Dio.  Tuttavia, ci spiega il testo,
“Nella fedeltà alla coscienza i cristiani si uniscono agli altri uomini per cercare la verità e per risolvere secondo verità numerosi problemi morali, che sorgono tanto nella vita privata quanto in quella sociale.” 
La verità, della quale necessitiamo ovviamente anche in campo etico e sociale, per risolvere i tanti problemi di vita che sorgono a livello privato e comunitario, risulterebbe ora per i cristiani soprattutto dal dialogo in comune con gli altri uomini ossia con i seguaci delle altre religioni e tutti gli uomini di buona volontà anche atei:  non più dall’insegnamento della Chiesa, dalla dottrina e dalla tradizione cattolica, “segni di contraddizione” nei confronti del mondo.  Si tratta come ognun può vedere di uno pseudo-concetto della verità, dal momento che vuole ricavarla per via sincretistica, mettendo insieme punti di vista intrinsecamente inconciliabili, come appunto sono le concezioni della morale, della politica, della vita professate dalle varie religioni, sette, filosofie con le quali ora il cattolico dovrebbe “collaborare” nella “ricerca della verità”, funzionale al raggiungimento degli obiettivi sopra elencati.  Davvero il Concilio pensa che ci possiamo unire nella ricerca del vero e della soluzione dei problemi riguardanti la morale, con coloro che, tanto per fare un esempio, professano le errate ed aberranti nozioni del matrimonio sopra appena ricordate?  Ma i Padri Conciliari si sono resi conto di cosa hanno fatto loro sottoscrivere?
  Ma non afferma NAet 2.5 che, in quest’opera di “dialogo”, “collaborazione”, ovviamente con la dovuta “prudenza e carità”, noi dobbiamo pur sempre “render testimonianza alla fede e alla vita cristiana”?  Non basta quest’ultima precisazione a rimettere le cose a posto?  Ma che si vuol dire qui: che dobbiamo sempre vivere da buoni cristiani in modo da rappresentare la testimonianza vivente della nostra fede nei confronti di tutti i seguaci delle altre religioni? Credo si voglia riaffermare proprio questo tradizonalissimo concetto.  Ma è sufficiente? NON È SUFFICIENTE a salvare l’ortodossia del capoverso 2.5, anzi peggiora la situazione.  Infatti,  “render testimonianza alla fede e alla vita cristiana” è cosa che impedisce di per sè ciò che NAet 2.5 propone, ossia “riconoscere, conservare, far progredire” i valori “spirituali, morali, socio-culturali” di tutte le altre religioni.  La “testimonianza alla fede e alla vita cristiana”, se è autentica, non mira a rafforzare i non-cristiani nei loro errori, mira invece a convertirli a Cristo, essendo questo il suo unico, vero obiettivo, stabilito da Nostro Signore: la salvezza del maggior numero possibile di anime (oltre la propria) e giammai la chimerica, millenaristica, irrealizzabile unità del genere umano grazie ad una inaudita “collaborazione” di tutte le religioni con la nostra, unica vera perchè unica rivelata da Dio.
Se non mira a questo fine sovrannaturale, conforme a quanto sempre insegnato dalla Chiesa in due millenni sino per l’ appunto al Vaticano II escluso, tale “testimonianza” è una falsa testimonianza. L’invocazione alla “testimonianza di fede e vita” cristiana appare dunque in palese contraddizione con l’assunto principale di NAet 2.5: essa non scalfisce né attenua in alcun modo il carattere eterodosso di tale assunto, non solo estraneo all’insegnamento e alla Tradizione della Chiesa ma ad essi anche ostile.  Anzi, tale carattere negativo essa lo fa risaltare ancor di più.

4.NAet 2.5 inquadrato nel contesto dell’intero articolo 2 della ‘Dichiarazione’  
Lo scopo del presente intervento, limitato ad un punto specifico della Nostra Aetate, non è quello di sottoporre ad analisi i numerosi errori contenuti in questa incredibile Dichiarazione, uno dei testi più sconcertanti dell’intero Concilio.  Per la completezza dell’argomentazione mi corre però l’obbligo di spiegare brevemente l’origine del capoverso 2.5.  Come ci si arriva?  È presto detto.  L’art. 2 della Dichiarazione si occupa delle “diverse religioni”, a parte rispetto alla musulmana (art. 3) e all’ebraica (art. 4). L’art. 1 è introduttivo, di taglio neo-illuministico e umanitario, auspica l’unità del genere umano; l’art. 5 inneggia alla “fratellanza universale”.   
In pratica, l’art. 2 fa un elogio senza riserve dell’induismo e del buddismo, rappresentandoli in modo edulcorato ossia in quei limitati aspetti per i quali essi sembrano accettabili alla nostra mentalità moderna: quali forme di “meditazione profonda” che ci procurerebbero uno “stato di liberazione interiore o illuminazione suprema per mezzo dei propri sforzi o con l’aiuto venuto dall’alto”.  Che dall’Alto, ossia dal vero Dio, possa venire un aiuto per raggiungere una  “illuminazione suprema” del tipo di quella ricercata dai buddisti, i quali mirano alla fuga dal dolore dell’esistenza, all’estinzione  del proprio io nel Nulla dell’indifferenza totale di fronte ad ogni desiderio, passione, sentimento ed anche pensiero pensante -  che ci possa essere tale “aiuto” è come minimo dubbio, ed è semplicemente scandaloso che un Concilio Ecumenico della Santa Chiesa metta agli atti, con l’aria di approvarla, un’affermazione del genere.
A tanto si è giunti partendo da un presupposto arbitrario: che “sin dai tempi più antichi” vi sia stata, nelle varie religioni, la percezione dell’esistenza di una “Divinità suprema o il Padre” (NAet 2.1).  Che in tutte le varie religioni pagane, sin dai tempi arcaici, sia rintracciabile l’intuizione di un Essere Supremo, sorta di monoteismo originario, non è affatto dimostrato, nonostante le molteplici, erudite ricerche degli studiosi in materia. Da questa premessa, passando per l’elogio di induismo e buddismo, l’art. conclude che:  “La Chiesa nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni.  Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini” (NAet 2.3).
Si vorrebbe sapere:  cosa ci sarebbe di “vero e santo” nelle altre religioni? Quali gli esempi concreti di tale, supposta “santità”?  E circa la loro “verità”?  Quale “verità”?
  Sembra inoltre esserci un problema con la logica. Se le dottrine citate “in molti punti” differiscono da quanto crede e insegna la Chiesa, come fanno queste stesse dottrine ha “riflettere non raramente” la verità che illumina tutti gli uomini”?  Si suppone che la verità “che illumina tutti gli uomini” sia la verità di origine divina.  Si suppone, inoltre, che la Chiesa insegni (essa sola) verità di origine divina, a noi rivelate dal Verbo Incarnato.  Ora, religioni le cui dottrine differiscono da quelle insegnate dalla Chiesa “in molti punti”, dovrebbero eventualmente riflettere solo in pochi punti verità di origine divina.  Se invece si scrive che tali verità verrebbero riflesse “non raramente” ossia di frequente, allora questo non è come dire, contraddicendosi, che verità di origine divina sono riflesse in molti punti anche dalle altre religioni, cioè dai paganesimi, di ieri e di oggi?
Qui vediamo all’opera una vera e propria falsificazione – mi sembra il termine giusto – operata dalla mens novatrice che ha elaborato i testi finali del Concilio, dopo che, con i noti colpi di mano procedurali avallati dal Papa regnante, erano stati fatti completamente saltare tutti gli schemi preparati in tre anni di duro e serio lavoro dalla Curia, con l’eccezione di quello sulla liturgia, poi ulteriormente “ammodernato”, nell’elaborazione del quale i neo-modernisti erano già riusciti a far penetrare qualche loro idea.  In cosa consiste l’inganno?  Nell’aver introdotto il falso concetto che la Chiesa, a partire dai Padri, avrebbe sempre ritenuto esserci dei semina Verbi anche nelle altre religioni; “semi del Verbo”, “semi di luce” che si trattava ora di rivalutare o scoprire.  A S. Giustino martire si è voluto attribuire quest’opinione ma si tratta di un falso clamoroso perchè S. Giustino vedeva l’esistenza di tali supposti “semi” unicamente nella filosofia greca, nei classici dei quali era imbevuto, e giammai nella religione pagana, da lui sempre fatta oggetto dell’avversione e del disprezzo più totali, ribaditi anche davanti ai magistrati romani che lo condannarono a morte.  Inoltre, le intuizioni del pensiero classico nel senso della morale cristiana (vedi, esempio tra altri, la condanna platonica dell’omosessualità maschile e femminile quale frutto perverso di una disordinata ricerca del piacere contronaturahedoné katà physin -- Le Leggi, I, 636c), S. Giustino le attribuiva ad una supposta quanto improbabile conoscenza dell’Antico Testamento da parte dei filosofi greci.
Quanto affermato in Aet 2.3 lo troviamo espresso in modo ancora più chiaro nel Decreto Ad Gentes sull’ attività missionaria.  Nell’art. 11.2 si afferma che i missionari, nel prepararsi alla loro missione, oltre alla vita culturale e sociale dei popoli presso i quali devono svolgerla, “debbono conoscere bene le tradizioni nazionali e religiose degli altri, lieti di scoprire e pronti a rispettare quei germi del Verbo che vi si trovano nascosti..” (Grassetti miei). Nell’originale latino:  “..falimiares sint cum eorum traditionibus nationalibus et religiosis; laete et reverenter detegant semina Verbi in eis latentis..”. 
Il fedele ignaro che legga queste righe o le senta ripetere crederà che qui gli venga riproposta la dottrina perenne della Chiesa.  NON È VERO.  Gli viene inflitta surrettiziamente una dottrina nuova e del tutto falsa: lo ripeto,  mai i Padri Greci proposero di ricercare i “semi del Verbo” nella religiosità pagana, limitandosi, come ho ricordato, alla sola filosofia.  Questa dottrina, come spiegò a suo tempo mons. Gherardini, fu inoltre proposta solo dai Padri Greci, nella Patrologia Latina non destò particolare interesse. Non appartiene dunque alla Chiesa universale.  La si vuole attribuire ad essa oggi, sulla spinta del Vaticano II, ripetendola continuamente per giustificare tutte le aperture possibili e immaginabili alle altre religioni, con predilezione per gli antichi paganesimi amerindi,  nelle esternazioni della pseudo-teologia nota come “teologia india”:  ma si tratta, per l’appunto, di una falsa dottrina.[2]



[1] Concilii Oecumenici Vaticani II.  Constitutiones-Decreta-Declarationes, curante Florentio Romita, Desclée ac Socii – Romae, 1967, p. 300.  Per il testo in italiano:  I documenti del Concilio Vaticano II. Costituzioni-Decreti-Dicharazioni, Edizioni Paoline, 1980.  Le traduzioni sono in genere quelle apparse su L’Osservatore Romano. Per i Testi Sacri in italiano:  La Sacra Bibbia, Edizioni Paoline, 1963. 
[2] Sul punto, vedi: Brunero Gherardini, Quale accordo fra Cristo e Beliar?  Osservazioni teologiche sui problemi, gli equivoci ed i compromessi del dialogo interreligioso, Fede & Cultura, Verona, 2009, pp. 48-56.  Su S. Giustino Martire, vedi: Berthold Altaner, Patrologia, tr. it. delle Benedettine del Monastero di S. Paolo in Sorrento, riveduta dal Dr. Sac. S. Mattei, aggiornata e riveduta dall’Autore, Marietti, Torino-Roma, 1940, pp. 69-73.  S. Giustino subì il martirio verso l’ AD 165.  

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