sabato 12 ottobre 2019

Instrumentum Diaboli - l'apostasia, le eresie dello 'Instrumentum laboris per l'Amazzonia' denunciate da autorevoli cardinali, vescovi, teologi e da studiosi e saggisti - sintesi e approfondimenti di Paolo Pasqualucci



Instrumentum diaboli - l’apostasia, le eresie  dello ‘Instrumentum laboris per l’Amazzonia’ denunciate da autorevoli cardinali, vescovi, teologi e da studiosi e saggisti – sintesi e approfondimenti di Paolo Pasqualucci

Sommario :  Nota  Previa.  1. Condanne dal significato magisteriale.  2. La “teologia india”,  pseudoteologia dal taglio modernista. 3. La memoria di mons. Javier Lozano Barragán sulla “teologia india”.  3.1 Il tratto modernista della “teologia india”.  3.2  Una “tipologia” contraddittoria.  3.3  Il cosiddetto “metodo teologico indio”: ibrido pagano-cristiano, stravolgimento dei fatti storici.  3.4  Eresie  nella “teologia india”:  Dio è duale, Padre-Madre; la Natura è divinizzata dalla Dea Madre; l’Amazzonia è “luogo teologico” ossia Terra della Rivelazione; lo Spirito Santo ha già illuminato i pagani, la Chiesa non deve fare proselitismo, non è l’unica Arca della Salvezza; la vera fonte della religione è il mito... 3.5 Le giuste critiche di mons. Barragán alla “teologia india”. 4. Lo ‘Instrumentum laboris’ dà corpo alle profezie anticristiane dei letterati decadenti e neopagani del Novecento affascinati dalle tenebrose religioni amerindie.   5. Le quattro accuse del cardinale Brandmüller, piú una quinta. 6. L’apostasia:  si dissolve il cattolicesimo nel culto panteistico di un Dio androgino, Padre-Madre Terra, nel quale riappare la religiosità pagana dell’America precolombiana, uno dei paganesimi più crudeli mai esistiti.  6.1 La falsa citazione di san Giustino martire, per giustificare l’irruzione dei culti pagani nella nostra fede. 7. La vera natura dei culti indigeni meso e sudamericani. 8. L’autentico spirito missionario:  la testimonianza di mons. Marcel Lefebvre nell’Africa Equatoriale Francese – la replica di mons. Schneider alla caramellosa retorica dei “teologi indi”.  9.  L’estinzione del celibato ecclesiastico, nei progetti ereticali dello ‘Instrumentum laboris’.  10. L’eresia del “sacerdozio femminile”, tappa essenziale per “render femminile” la Chiesa.

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Nota previa
Il presente contributo viene pubblicato quando il tristo Sinodo per l’Amazzonia è iniziato da una settimana.  Esso ha assunto la dimensione di un libro.  Nonostante ciò, lo pubblico in tutta la sua interezza.  Il suo scopo è soprattutto quello di fornire ai fedeli ampi materiali per poter rendersi conto dell’abisso nel quale stiamo precipitando.  Ci dicono ora che dobbiamo venire istruiti nella “teologia india”e dare ampio spazio alle donne nella struttura gerarchica e di insegnamento della Chiesa ossia alla “teologia femminista” professata dalla gran maggioranza di loro.  Queste pseudo-teologie sono e restano per ovvie ragioni un oggetto misterioso per la stragrande maggioranza di tutti noi.  Quest’ignoranza favorisce l’azione eversiva di pastori che da troppo tempo sono cattolici solo di nome, ci lascia senza difesa contro l’assalto dei lupi travestiti da agnelli oggi pullulanti nella Gerarchia, a cominciare dai vertici. L’esposizione analitica della “teologia india” ha implicato anche un’esposizione aderente ai fatti delle antiche religioni amerindie, culti satanici se mai ve ne furono, sulle quali i ‘teologi indi’ glissano alla grande, limitandosi ad elogiarle sobriamente in quanto culti della supposta “sapienza” degli antenati, da venerare per questa ragione.
Ho anche richiamato l’attenzione sulla dottrina dei c.d. “semi del Verbo” da reperirsi nelle culture e nelle religioni non cristiane.  Questa dottrina è stata male intesa e applicata, dal Concilio in poi, per giustificare le aperture indiscriminate alle altre religioni, che hanno portato alla fine, come dimostrano anche i recenti eventi, ad una “inculturazione” del cattolicesimo ad esse, capovolgendo il senso originario della suddetta dottrina, concepita per favorire le conversioni a Cristo.  
L’autorevole teologo P. Thomas  Weinandy  OFM, in una recentissima intervista, riferendosi agli ultimi sviluppi negativi del presente pontificato – sinodo per l’Amazzonia, deriva eretica del sinodo  dei vescovi tedeschi, cerimonie pagane in Vaticano e nelle chiese cattoliche, messa in discussione dell’etica cattolica – ha avanzato l’ipotesi dell’esistenza ormai di uno “scisma papale interno” alla Santa Chiesa.  Ha detto:  “L’unica espressione che posso trovare per descrivere questa situazione è “scisma papale interno”, perché il papa, proprio come papa, sarà effettivamente il leader di un segmento della Chiesa che attraverso la sua dottrina, l’insegnamento morale e la struttura ecclesiale, è a tutti gli effetti pratici scismatico.  Questo è il vero scisma che è in mezzo a noi e deve essere affrontato”.[1]
Questa autorevole opinione sembra confortare l’ipotesi da me avanzata circa un mese fa, sotto forma di domanda, quella che tanti fedeli si sono sicuramente posti e si pongono:  se approvare un documento infarcito di eresie come lo Instrumentum laboris per l’Amazzonia  e chiaramente apostatico perché mirante a sottoporre la nostra bimillenaria religione ad una mutazione radicale, d’impronta neo-pagana, non significherebbe porsi oggettivamente fuori della Chiesa, attuare uno scisma di fatto o virtuale.  Mi sembra che la tesi dello “scisma papale interno”, avanzata da una fonte così autorevole, risponda in modo positivo alla domanda, inquadrando il problema posto dallo Instrumentum  in una prospettiva più ampia e in uno schema teologico suscettibile di significativi sviluppi, se i cardinali e i vescovi rimasti ancora fedeli al dogma della fede vorranno, a Dio piacendo, prendere finalmene le necessarie iniziative.  

1.  Condanne dal significato magisteriale
La dichiarazione in sei lingue diffusa da Sua Eminenza Walter Cardinal Brandmüller il 27 giugno scorso, non deve trarre in inganno a causa del suo  titolo dall’aria interlocutoria, con il quale è apparsa su vari blog cattolici impegnati da anni nella difesa della vera dottrina e pastorale della Chiesa:  Eine Kritik des ‘Instrumentum Laboris’ für die Amazonas-Synode’, ‘Una critica dello ‘Instrumentum Laboris’ per il Sinodo dedicato all’ Amazzonia’.  Lo stesso si dica per la successiva critica anch’essa radicale del cardinale Gerhard Müller, già Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, da lui diffusa via blog in quattro lingue, il 16 luglio scorso.     
Non si tratta di semplici “critiche”, da accogliersi o meno e quindi da discutersi in quanto opinioni personali, nell’ambito di un dibattito aperto alle varie interpretazioni, bensì di condanne senza appello dell’intero documento.  Talmente radicali, queste condanne, da spingere alla fine il cardinale Brandmüller ad esortare tutti i vescovi a “rigettare con la massima fermezza” il documento stesso, nel quale il porporato vede riemergere l’errore modernista:  “stiamo assistendo a una nuova forma del Modernismo classico dell’inizio del XX secolo”[2].  Il cardinale Müller non giunge a tanto, ma la sua damnatio del documento non è meno totale.  Il valore magisteriale di queste condanne è, a mio avviso, innegabile.
Il cardinale Brandmüller, illustre storico della Chiesa e personalità di vasta cultura ed erudizione, è un emerito ossia, detto prosaicamente, in pensione: non ha quindi potere decisionale.  Possiede però sempre l’autorità che gli deriva non solo dalla qualifica cardinalizia ma dall’esser un vescovo della Santa Chiesa, ossia un successore degli Apostoli. Con l’esser emerito non ha certamente perduto la qualità di Principe della Chiesa nè lo stato episcopale, che gli inerisce per via sacramentale: la sua, non è lopinione di un privato cittadino qualunque. Sul fondamento di questa indiscussa autorità, di origine divina per quanto riguarda la componente episcopale, il cardinale ha emesso una condanna senza appello di un documento ufficiale dell’autorità ecclesiastica vigente. 
 Tale documento è stato reso pubblico il 17 giugno 2019 dalla Segreteria generale per il Sinodo dei Vescovi, organo permanente creato da Paolo VI nel 1965 in ottemperanza alle riforme indicate dal Vaticano II.  IL suo segretario è attualmente il cardinale Lorenzo Baldisseri, stretto e fidato collaboratore di Papa Francesco.  Si tratta di un documento ufficiale, preparato da un organo quale il Segretariato, dipendente direttamente dal Papa, cosa che lo rende in sostanza autonomo rispetto alla Curia.  Esso stabilisce che i vescovi residenziali della Panamazzonia,  e i presidenti delle relative 7 Conferenze Episcopali, nonché diverse categorie di esperti di vario tipo, laici ed ecclesiastici, debbano discutere e decidere la pastorale della Chiesa per la suddetta regione Panamazzonica, comprendente nove nazioni americane. Le discussioni e decisioni sono appunto quelle della Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi, che si stanno svolgendo dal 6 ottobre in Roma. L’elaborato finale verrà sottoposto al Papa, per la sua approvazione. 
Ma, fin d’ora, non possiamo certo considerare Papa Francesco estraneo a questo Instrumentum, anche se formalmente egli non vi compare. Il 15 ottobre 2017 aveva preannunciato l’assemblea sinodale ora in corso. Il documento è il risultato finale di un’attività intensa e complessa, che ha visto impegnate, da alcuni decenni,  le Conferenze Episcopali del Centro e Sud America, unitamente a teologi ed esperti di vario tipo, diversi dei quali europei di lingua tedesca – un lavoro coagulatosi in tante riunioni, commissioni, convegni, seminari, articoli di riviste. L’8 giugno 2018 c’è stata la Presentazione ufficiale di un Documento preparatorio del Sinodo per l’Amazzonia, fatta dal cardinale Baldisseri, preliminare allo Instrumentum laboris vero e proprio. 
Lo Instrumentum laboris è stato reso noto al pubblico il 17 giugno 2019, in una conferenza stampa, sempre dal cardinale Baldisseri, con interventi illustrativi di un gesuita e di un monsignore.  Nel Documento Preparatorio, gli scritti del Papa sono citati 61 volte per 20 pagine di testo, in modo diretto ed indiretto; nello Instrumentum, 73 volte per 61 pagine di testo e 7 nelle note, in modo diretto ed indiretto, con rinvio ad intere sezioni dei suoi interventi magisteriali, da studiare e mettere in pratica per la nuova evangelizzazione, la quale mira a una “conversione ecologica” dell’Amazzonia, che si ponga nello stesso tempo come modello da imitare per tutta la Cattolicità!  Si può dire, senza tema di apparire eccessivi, che l’Instrumentum è in sostanza una esegesi ed applicazione del Bergoglio-pensiero, dalla A alla Z.  Questo pensiero riflette, del resto, peculiari posizioni teologiche ed ideologiche preesistenti, quelle tipiche della c.d. teologia india e della teologia della liberazione, confluite poi a loro volta nello Instrumentum laboris, che recepisce anche istanze della c.d. teologia femmnista. 
La dipendenza del documento dai testi di Papa Francesco è stata  messa in chiara evidenza tra i primi da Julio Loredo, presidente dell’organizzazione Tradizione, Famiglia, Proprietà, sezione italiana:  “l’enciclica Laudato si’ costituisce il fondamento dottrinale del Sinodo.  Essa si ispira alla teologia della liberazione ecologica o eco-teologia e a documenti delle Nazioni Unite, tipo Agenda 21 e il Trattato sulla biodiversità”.[3]  Il dr. Loredo fa giustamente notare come in Europa si tenda a sottovalutare la carica eversiva e velenosa del documento. Infatti, ci si concentra sulle sue scandalose aperture contrarie al dovere del celibato ecclesiastico e alla proposta non meno scandalosa di arrivare al sacerdozio femminile, senza porre troppa attenzione al fatto ugualmente incredibile e gravissimo che il documento addirittura propone la concezione pagana della vita, e non quella degli Stoici bensí quella dei primitivi e semi-primitivi popoli dell’Amazzonia, a modello per tutta la cristianità, come se tale modello rivelasse una autentica ispirazione divina: la Chiesa, ha detto più volte Papa Francesco, dovrebbe “assumere un volto amazzonico”!  Questa “agenda neo-pagana” si ritrova anche nei programmi dell’ONU, oltre che in quelli della teologia della liberazione di tipo “indigenista”o “ecologico”, cosiddetti.[4]  A questo fine, il documento fornisce un’immagine del tutto falsata delle tribù amazzoniche, “che ci insegnerebbero come si fa ad essere poveri e felici”, vivendo secondo il principio del “buen vivir”, sorta di sapienza ancestrale capace di realizzare una profonda armonia e “comunione” dell’uomo con i suoi vicini e la natura.  Tale vivere sarebbe ovviamente incompatibile con quello del nostro mondo industrializzato, che va anzi combattuto in ogni modo, in nome del c.d “sviluppo sostenibile” e della “crescita negativa”.[5]  
Ma la realtà degli indigeni amazzonici, delle periferie urbane e in special modo delle tribù interne e isolate, è del tutto differente dall’immagine mitizzata diffusa dallo IL.  Si tratta di società ancora primitive, tribali, rigidamente sottoposte al controllo del capo (il cacicco) e dello stregone o sciamano della tribù.  Esse sono martoriate dall’infanticidio, da una cultura del suicidio, dall’uso indiscriminato degli allucinogeni, dalla stregoneria.  Alcune di loro ancora praticano il “cannibalismo rituale” (la cosa è documentata) mentre la “medicina indigena”, lodata nello IL quale componente essenziale del loro supposto buen vivir in armonia con la natura, è quasi sempre mescolata a pratiche magiche e divinatorie, impastate dall’uso intenso delle droghe.[6]
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Ma veniamo alle censure ecclesiastiche nei confronti dello Instrumentum laboris.  Ci troviamo dunque di fronte a questo fatto inaudito:  il documento ufficiale di lavoro di un importante Sinodo di vescovi, dedicato a risolvere in modo nuovo i problemi della regione amazzonica - assunti però (questo è un punto essenziale) a motivo di proposte di riforma rivoluzionarie anche per l’intera Chiesa - viene condannato in blocco da un cardinale perché promuove eresie e l’apostasia dalla stessa religione cattolica. La condanna si conclude addirittura con l’esortazione ai vescovi di rigettare questo Sinodo. Alla condanna del cardinale si è poco dopo aggiunta quella, ugualmente senza appello, di un vescovo svizzero,  S E mons. Marian Eleganti, ausiliare di Chur, il quale ha dichiarato che un Sinodo del genere “potrebbe contaminare l’intero Corpo Mistico della Chiesa e danneggiarlo gravemente”.
Il 17 luglio mons. Nicola Bux, teologo consultore per la Congregazione per le cause di Beatificazione e liturgista, ha anch’egli attaccato duramente lo IL, schierandosi apertamente con le accuse del cardinale Brandmüller.  In particolare, ha lamentato la mancanza di qualsiasi prospettiva soprannaturale nel documento e l’assurdità di voler “incolturare” la liturgia cattolica con riti non cristiani, cosa che comporterebbe “ibridazione e sincretismo tali da indurre i fedeli in errore”.  Ha affermato, inoltre, che si resta sbalorditi nel leggere che la regione amazzonica sarebbe “un luogo teologico”, come se fosse una fonte speciale della “rivelazione”.  Lo IL presenta l’inculturazione “in modo invertito”, facendo cioè ripiombare “la Chiesa in Amazzonia nell’animismo e nello spiritismo” mentre l’apprezzamento della cosiddetta “visione cosmica” dei popoli indigeni, ossia della loro visione (pre-razionale, magica, animistica e per certi aspetti barbarica) del mondo e della vita, rivela un vero e proprio “oscurarsi della ragione”.[7] 
Il giorno 18 luglio, LifeSiteNews ha pubblicato la traduzione inglese di un documento di 8 pagine vergato originariamente in tedesco per il sito austriaco Kath.net da mons. Athanasius Schneider, vescovo ausiliare di Astana, in Kazachistan. Il testo si allinea sulle posizioni sopra citate, asserendo che si vuol far nascere una Chiesa “amazzonio-cattolica” la quale altro non sarebbe che “una setta” a fronte della vera Chiesa cattolica, setta dedita “all’adorazione della natura e all’instaurazione di un sacerdozio femminile”.  Dopo aver polemizzato nel dettaglio e con i validissimi argomenti offerti dalla Tradizione della Chiesa e dalla sana dottrina, contro  la difesa del proposto sacerdozio femminile fatta in una recente intervista da parte di uno degli artefici dell’Instrumentum stesso, il vescovo, anch’esso austriaco, mons. Erwin Kräutler alla TV austriaca e tradotta da LifeSiteNews il 16 luglio, mons. Schneider ha concluso il suo incisivo intervento esortando (ma in realtà ammonendo) il Papa a non approvare le parti malate dello IL e di fatto l’intero documento.
 “Il successore di Pietro – ha scritto – ha lo stretto dovere, impostogli da Dio, in quanto titolare della Cattedra di Pietro (cathedra veritatis), di mantenere nella sua purezza e integrità la verità della Fede Cattolica, l’ ordine sacramentale come istituito da Cristo e l’eredità apostolica del celibato ecclesiastico, nonché di trasmetterli al suo successore e alla  generazione successiva.  Non può appoggiare anche in minima parte il contenuto di [certe] parti dello IL, né l’abolizione del dovere apostolico del celibato ecclesiastico (la quale da regionale si farebbe naturalmente per gradi generale).  Se il Papa invece appoggiasse il programmato Sinodo per l’Amazzonia, allora violerebbe gravemente il suo dovere di Successore di Pietro e Rappresentante di Cristo, e causerebbe un temporaneo oscuramento spirituale nella Chiesa…”.[8]
Successivamente, il cardinale Raymond Leo Burke si è associato alla condanna, in un’intervista, affermando che il documento del Sinodo “è apostatico. Questa roba non può diventare insegnamento della Chiesa e con l’aiuto di Dio l’intera intrapresa verrà vanificata”.  Del pari, il cardinale George Pell, in una Lettera Pastorale dell’1 agosto 2019 ha dichiarato che ci troviamo di fronte ad un altro inquietante documento “di scadente qualità” da parte del Segretariato del Sinodo dei Vescovi.  Non è possibile, ha ribadito, andare contro la Tradizione Apostolica, come fa il documento in questione:  “Amazzonia o non Amazzonia, in ogni parte della terra la Chiesa non può tollerare  che alcuna confusione e ancor meno un insegnamento contrario, danneggino la Tradizione Apostolica.”[9]   
Subito dopo il cardinale Brandmüller, come si è detto, il  cardinale Müller ha rincarato la dose, affermando che “la struttura del testo presenta un’inversione radicale nell’ermeneutica della teologia cattolica” poiché “l’intera linea di pensiero” del suddetto documento non esprime concetti riconducibili alla Sacra Scrittura, alla Tradizione e al Magistero della Chiesa, bensì “si trasforma in percorsi autoreferenziali e circolari attorno ai nuovi documenti magisteriali di Papa Francesco, nei quali vengono inseriti alcuni riferimenti a Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.” L’ intero documento, sottolinea il cardinale, appare dominato dalla “adulazione” nei confronti di Papa Francesco, attribuendogli anche “scoperte” teologiche, che non sono sue, e  per di più in modo sbagliato.  Si tratta dell’assioma bergogliano “la grazia suppone la cultura”, che sarebbe al più un suo peculiare calco del tomistico “la grazia presuppone la natura, così come la fede presuppone la ragione”(Summa Theologiae, I, q. 1, a. 8).[10]
Inoltre, il cardinale Müller stigmatizza anch’egli il fatto inaudito che lo IL, al n. 19, pretende addirittura di considerare l’Amazzonia e i suoi popoli “luogo teologico”, nel quale si deve riconoscere una “epifania divina”, innalzando in tal modo entrambi a fonte della Rivelazione!  Così, “accanto alla confusione dei ruoli sia del Magistero che della Sacra Scrittura, l’IL arriva addirittura a pretendere che ci siano nuove fonti di Rivelazione.  Il territorio amazzonico “è un luogo teologico da cui si vive la fede ed è anche una fonte peculiare della rivelazione di Dio.  Questi spazi sono luoghi epifanici dove si manifesta la riserva di vita e di saggezza per il pianeta, una vita e una saggezza che parlano di Dio””(IL 19). Questo insegnamento, chiosa il cardinale Müller, “è erroneo, in quanto per 2000 anni la Chiesa cattolica ha infallibilmente insegnato che la Sacra Scrittura e la Tradizione Apostolica sono le uniche fonti di Rivelazione e che nessuna ulteriore Rivelazione può essere aggiunta nel corso della storia”.[11]
Il cardinale, che conosce bene la realtà della Chiesa in Sudamerica, avendovi svolto periodica azione pastorale per un certo numero di anni, ci rivela che gli ecclesiastici della REPAM o Rete Ecclesiale Panamazzonica,  fondata nel 2014 proprio per preparare lo IL, al pari degli autori “della cosiddetta Theologia india, nel testo citano principalmente se stessi”.  Il documento è stato perciò preparato da “una ristretta società di persone con la stessa visione del mondo, come si evince facilmente anche dalla lista dei nomi di coloro che hanno partecipato agli incontri pre-sinodali a Washington e a Roma, dove troviamo un numero sproporzionato di europei per lo più di lingua tedesca.” Si delinea quindi una certa strategia, del tutto estranea al bene religioso e anche comune degli indios dell’Amazzonia.  “Tra costoro, continua il Nostro, non tutti conoscono il Sud America e partecipano solo perché pensano che ciò sia in linea con la strategia ufficiale e possa servire a controllare i temi dell’attuale percorso sinodale della Conferenza episcopale tedesca e del Comitato centrale dei cattolici tedeschi (abolizione del celibato, accesso delle donne al sacerdozio e a posizioni chiave di potere contro il clericalismo e il fondamentalismo, adattamento della morale sessuale rivelata all’ideologia di genere e apprezzamento per le pratiche omosessuali).”[12]
In effetti, trasformando il cattolicesimo in un culto pagano  e di tipo ancestrale, notoriamente aperto a tutte le promiscuità, dalle orge pro-fecondità conseguenti ai riti (spesso sanguinosi) dei culti agrari alla poligamia alla bisessualità sciamanica, alla sodomia e al lesbismo veri e propri, ci si può allegramente spingere assai innanzi sul “percorso sinodale” propugnato dalla attuale Conferenza Epicopale Tedesca e dal Comitato Centrale dei Cattolici Tedeschi.
Il cardinale Müller ridicolizza l’esaltazione che il documento fa della “cosmovisione” degli aborigeni amazzonici (ma, a ben vedere, dei “primitivi” in generale), “con i suoi miti e la magia rituale di Madre “Natura” o con i suoi sacrifici agli “dèi” e agli spiriti che spaventano il nostro intelletto o che ci attirano con false promesse”. Infatti, conclude:  “Ma davvero, nella formazione dei futuri pastori e teologi, la conoscenza della filosofia classica e moderna, dei Padri della Chiesa, della teologia moderna, dei Concili sarà ora sostituita dalla cosmovisione amazzonica e dalla saggezza degli antenati coi loro miti e rituali? “.[13]
Temo che in molti luoghi di istruzione della Chiesa, tutta questa pseudo-cultura ed altra ad essa collegabile (femminismo, retorica dei diritti umani, demonizzazione dell’intera cultura occidentale da sostituirsi con “il primitivo”, “l’ïndigeno”, lo “spontaneo”, il supposto “naturale”, il “diverso”)  sia già ampiamente penetrata. 
Il proficuo intervento del cardinale (che tuttavia, mai si chiede se il Concilio, fonte di tutte le “aperture” e “riforme” che hanno terremotato la Chiesa, c’entri per qualcosa in tanto sfacelo) si conclude con un’articolata critica ad un altro grave errore dello IL: la confusione tra “inculturazione” e “incarnazione”.  Un misfatto logico-teologico non da poco, osservo.  Ciò deriva dal fatto che il testo presenta la nuova “inculturazione” da esso proposta (IL 113) come una sorta di “incarnazione più reale”[sic], come se il contenuto precipuo dell’Incarnazione del Verbo dovesse scoprirsi ora nel nuovo principio di “adattamento culturale”, che verrebbe a sostituirsi al contenuto di salvezza sovrannaturale della Incarnazione.  Il “principio di salvezza” rappresentato dall’Incarnazione, ribadisce il cardinale, non ha in realtà nulla a che vedere con un principio del tutto “secondario” nell’economia della Salvezza, quale “l’inculturazione”.[14]  Questo modo abnorme di intendere il principio della “inculturazione” provoca anche un modo “scandaloso o comunque sconsiderato” di intendere la liturgia, come risulta da frasi come questa:  “Senza questa inculturazione la liturgia può ridursi in un ‘pezzo da museo’o in ‘un possesso di pochi’”(IL 124).
Giustamente, conclude il cardinale, contro le aberrazioni dell’Instrumentum, risolventesi alla fine in una visione solo terrena, materialistica dell’uomo, sicuramente non cristiana (e contraria a tutta la nostra più alta tradizione spirituale):  “l’integrità dell’uomo non consiste solo nell’unità con una bio-natura, ma nella Divina Figliolanza e nella comunione piena di grazia con la Santissima Trinità in maniera tale che la vita eterna è la ricompensa per la conversione a Dio, la riconciliazione con Lui, e non solo con l’ambiente e con il nostro mondo condiviso.  Non si può ridurre lo sviluppo integrale ad una semplice fornitura di risorse materiali, perché l’uomo riceve la sua nuova integrità solo attraverso la perfezione nella grazia, ora nel battesimo, per mezzo del quale diventiamo una nuova creatura e figli di Dio, e un giorno nella visione beatifica…”.[15]
Sono anche da ricordare tre altri interventi, sopravvenuti poco dopo. Il filosofo cattolico austriaco, prof. Thomas Stark ha messo in rilievo come nello Instrumentum sia confluita un’istanza tipica della teologia della liberazione, quella mirante ad instaurare una forma di socialismo di tipo “tribale”, fondata cioè sul collettivismo peculiare alla vita tribale dei primitivi. Nella tribù si praticano la poligamia, il concubinato, i figli vengono allevati in comune, si vive nella promiscuità, non c’è diritto di proprietà. Questo modo di vita arcaico e brutale, rimasto appunto in vigore presso tribù isolate nella sterminata foresta amazzonica, ma forse ancora presente nella mentalità degli indi ammassati in condizioni difficili nelle periferie delle città amazzoniche,  viene ora addirittura proposto a noi Occidentali come un modello degno di imitazione!  Questo lo si vede, annoto, dagli accenni sparsi nel documento, secondo i quali l’esperienza di vita e religiosa, la “cosmovisione” dei primitivi amazzonici potrebbe costituire un esempio per tutta la Chiesa e per tutta l’umanità.[16]  La cosa è “assolutamente inaccettabile” ribatte giustamente il prof. Stark.  Inoltrandosi su questa strada “si distruggerebbe ciò che è rimasto della cultura cristiana (ed anzi, aggiungo, ogni possibilità di cultura in generale).  Il “tribalismo”, già indiduato e indagato come ideologia (ricorda il prof. Stark) dallo scomparso filosofo brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira, annulla la personalità individuale, in tutti i suoi aspetti, e attua una forma di collettivismo implicante il dissolvimento dell’etica, in modo simile a quanto auspicato dai teorici del socialismo, fautori (ricordo) del libero amore, dell’eliminazione della famiglia e della proprietà privata, dell’allevamento in comune dei figli. 
Anche per il prof. Stark è del tutto “inaccettabile” presentare l’Amazzonia e i suoi popoli quali depositari di una rivelazione divina, cosa che giustificherebbe il suo imporsi a noi come modello di vita. Un punto particolarmente importante dell’intervento del prof. Stark è il seguente: in Europa, i seguaci di forme “socialistiche” di vita associata, nel senso del “tribalismo” appena menzionato, sono ora tra i più convinti fautori  dell’imitazione dei costumi tribali amazzonici;  ebbene, costoro sono in genere a favore  del libero aborto, dell’eutanasia e di altri gravi crimini, insomma di tutta una serie di mali che ritroviamo nelle società tribali amazzoniche, se pensiamo p.e. alla diffusione dell’infanticidio e alla promiscuità sessuale che vi regna.  L’allevamento comunitario dei fanciulli, dovuto all’inesistenza di veri vincoli familiari perché le coppie raramente si sposano ed è diffusa anche una sessualità “di gruppo”, nonché altri aspetti moralmente negativi del mondo tribale amazzonico arbitrariamente idealizzato dai “teologi indi”, sono tristi fenomeni che vengono ricordati anche da altri sacerdoti, missionari nella regione, e da altri studiosi.[17]
Tutti gli interventi critici finora visti mettono in rilievo come l’Amazzonia dello Instrumentum laboris abbia poco a che vedere con l’Amazzonia indigena reale, risultando piuttosto, sottolineo, da una rappresentazione del “primitivo” come inteso da un certo tipo di intellettuale europeo di tendenze eversive e nello stesso tempo decadenti, sulla scorta della figura letteraria, assurta poi a mito politico e mai venuta meno, del c.d. “buon selvaggio”, figura dell’uomo primitivo arbitrariamente assunto (dal XVIII secolo) a portatore di costumi supposti semplici e buoni, artefice sapiente di una vita supposta in armonia con la natura (e pertanto libera nei costumi).  Ciò comporta un’impressionante falsificazione della realtà, e proprio sul piano umano, addirittura drammatico in Amazzonia, come risulta da un altro intervento ammonitore, quello del vescovo emerito brasiliano mons. José Luis Azcona, della prelatura di Marajó, situata proprio in Amazzonia, apparso su La nuova bussola quotidiana del 25 agosto 2019 con il titolo:  Col sinodo sull’Amazzonia si rischia lo scisma.  Egli conosce bene l’Amazzonia brasiliana, avendovi svolto la sua missione pastorale per tanti anni.  La sua denuncia del carattere mistificante dello Instrumentum è senza scampo e ribadisce in modo ancor più grave quanto affermato dagli Autori sopra citati.
Innanzitutto, cosa solo accennata nella parte finale dell’ Instrumentum laboris (IL 133), egli ricorda che di fatto l’Amazzonia brasiliana da tempo non è più cattolica, avendo una maggioranza pentecostale che in alcune zone raggiunge addirittura l’80% degli abitanti. Inoltre, dove è ancora cattolica, la fede “non si vive né nella società né nella storia”.  Vale a dire:  la fede non è messa in pratica.  Molto diffusa è poi la piaga tremenda della pedofilia, della quale l’IL non parla affatto.  “Nella sola regione del Parà in un anno furono segnalati 25.000 casi di pedofilia”.  Tuttavia, “sfortunatamente l’IL non conosce o conoscendo non capisce, la trascendenza per il presente e il futuro dell’Amazzonia, la faccia angosciata, vittimizzata, deturpata dei bambini dai propri genitori e parenti, soggetti a schiavitù”.  Sembra di capire che la “pedofilia” qui menzionata implichi la “schiavitù sessuale” nelle sue diverse forme e quindi anche l’infierire della prostituzione minorile, maschile e femminile, persino con la condiscendenza delle famiglie.  Il documento presinodale, anche secondo mons. Azcona, è del tutto “irreale” nelle sue analisi, animato com’è da uno spirito “neo-pelagiano” dal momento che “livella il Vangelo alle culture amazzoniche (indigene) ecclesiologicamente prive di fondamenti teologici e pastorali, con l’annullamento del Vangelo della salvezza”.  Il documento va ben oltre il Decreto conciliare Ad Gentes,  che -  afferma egli -  non contiene una “tendenza al livellamento tra culture (indigene) ed evangeliche”.  L’utopia della “rinascita” delle religioni precolombiane rappresenta “un regresso”, mentre non occorrono viri probati (ossia ordinare uomini  sposati) per la rinascita del cattolicesimo in quelle terre. “Approvarli sarà mettere un pezzo di stoffa nuova su un vecchio tessuto.  Lo strappo sarà più grande. Al contrario, il clero amazzonico ha bisogno, come tutta la Chiesa, di pentimento, conversione, fede che salva in senso stretto.  Il senso del ministero sacerdotale, e in particolare in Amazzonia, è stato perso, o è inefficace nella vita o nell’autentica conversione pastorale dei sacerdoti”. 
In altre parole: la rinascita può avvenire solo se i sacerdoti torneranno  a praticare essi stessi e a predicare la vera fede.  E il pericolo di scisma?  L’autorità del Papa, sottolinea mons. Azcona, è oggi contestata, viene addirittura accusato di essere un eretico, gli si chiede di dimettersi “per la mancanza di coerenza nella questione della pedofilia nella Chiesa!  Non entriamo nella discussione della legittimità di queste domande”, conclude il prelato, che (si noti) non le dichiara a priori illegittime.  Pertanto, “in un contesto del genere” aprire la discussione su un documento come lo IL potrebbe portare ad “un vero scisma nella Chiesa”.  Conclusione ineccepibile:  la “radice fondamentale” della presente carenza di vocazione nella Chiesa, Amazzonia compresa, incluse le popolazioni indigene evangelizzate, “è un’allarmante mancanza di fede”.[18]  Sul piano civile, ciò di cui abbisognano le popolazioni amazzoniche è: lotta all’analfabetismo, un’agricoltura decente che crei posti di lavoro, sanità moderna e ben organizzata, in modo da sottrarle alla presa degli sciamani, alle loro superstizioni e paure ancestrali, oltre che alla miseria che le affligge. L’istruzione e l’uso corretto della scienza farebbero loro vincere la paura della natura (la foresta nemica, piena di pericoli), con la quale non hanno affatto il rapporto armonioso e c.d. sapienziale del quale farneticano i teologi indi.[19]
Infine, il 29 settembre scorso è uscito il numero di luglio-agosto 2019 del Courrier de Rome, mensile dottrinale on-line della Fraternità Sacerdotale S. Pio X, dedicato all’infausto Sinodo amazzonico:  Prof. Matteo D’Amico, Synode sur l’Amzzonie, commentaire de l’’Instrumentum laboris’.  L’Autore vi riprende ed approfondisce spunti presenti nelle critiche sopra riportate, introducendone di nuovi, teologicamente rilevanti.  Circa la sconcertante proclamazione della regione amazzonica “luogo teologico” portatore di una vera e propria “teofanía”, egli ricorda giustamente la dottrina autentica dei luoghi teologici, in modo da permettere al comune fedele di orientarsi.
“Fu elaborata in modo sistematico da Melchior Cano [domenicano spagnolo] nella prima metà del XVI secolo nell’opera De Locis Theologicis.  Vi stabilisce dieci luoghi teologici, vale a dire, dei luoghi comprendenti “tutti gli argomenti teologici, con i quali tutti i teologi trovano tutte le loro argomentazioni, sia per confermare che per rigettare una dottrina”.  Questi luoghi, egli li divide in propri e impropri.  I primi sono:  la Scrittura, la Tradizione, la Chiesa, i Concili, i Papi, i Padri, i teologi.  I secondi:  la ragione umana, la filosofia, la storia.  Come si vede, chiosa il prof. D’Amico, “la geografia non è un luogo teologico”.[20]  Si noterà che i “luoghi teologici” in senso proprio sono ordinati secondo una precisa gerarchia delle fonti della dottrina cattolica, dalla Scrittura alla teologia.  Anche quelli “impropri” fanno chiaramente vedere una gerarchia delle fonti, scalata secondo il loro più logico utilizzo razionale. Da dove, allora, lo Instrumentum ha ricavato l’idea che anche la geografia possa costituire un “luogo teologico” ossia una realtà intrinsecamente “sacra” e quindi significativa per la Rivelazione di Dio e per forza di cosa in modo indipendente dalla vera Rivelazione?    Secondo me, l’ha ricavata dalle religioni amerindie, si tratta di “teologia india”  della più bell’acqua: gli Aztechi vedevano tra i loro dèi e il loro territorio, diviso per settori geografici, un rapporto particolare: praticavano una sorta di geografia sacra, se così si può dire, articolata sui quattro punti cardinali.  Per loro, “l’universo era concepito più in senso religioso che geografico, e fu diviso orizzontalmente e verticalmente in aree di significato sacro.”[21]
L’articolo del prof. D’Amico, inoltre, mette ulteriormente in rilievo il panteismo dell’intero documento, con le sue implicite valenze gnostiche: esso batte e ribatte sulla necessità di ristabilire un rapporto armonioso con la natura (amazzonica e non) come se si trattasse di ristabilire l’unità di un plèroma originario, nel quale avrebbero vissuto gli  indigeni prima dell’arrivo dei colonizzatori europei; un’unità umano-divina, dove “tutto si tiene”, già presente nelle religioni indigene (le cui pratiche spiritistiche, sanguinarie e antropofaghe vengono accuratamente taciute); la sua visione di tipo massonico della religione, che non privilegia più il cattolicesimo come unica religione rivelata ma lo vede come religione tra le altre, tutte da accettare purché nessuna pretenda di esser l’unica vera di fronte alle altre.[22]  L’articolo insiste, inoltre, sul rovesciamento dell’idea di missione, chiarissimo e devastante nel documento: la Chiesa deve diventare “discepola” delle altre religioni e in particolare proprio di quelle amazzoniche cioè provenienti dai culti amerindi del passato, insomma dal paganesimo più radicale! “Non sono più i pagani a doversi convertire al Vangelo ed entrare nella Chiesa per salvare le loro anime, bensí è la Chiesa che deve convertirsi al culto panteista della natura tipico dei pagani”.[23] E deve farlo, postillo, per salvare la natura (supposta in pericolo di estinzione, secondo la vulgata ambientalista), come se questa fosse la sua missione!  Altra conseguenza molto grave sul piano teologico è data dalla sostituzione del concetto tradizionale del peccato come ribellione a Dio e violazione delle leggi morali da Lui stabilite, con una “sociale” dello stesso.  Il peccato lo si vede ora soprattutto come “rottura del tessuto di rapporti che legano l’individuo al tutto, nell’arrogarsi il diritto di dominare la natura”.[24]  Diventa, in un certo senso, peccato contro la Natura, ora divinizzata, rottura dell’unità tra l’uomo e la natura.    

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In questo mio scritto, cercherò di illustrare soprattutto il fondamento dell’accusa di apostasia dalla fede cattolica, risultante dall’espresso invito all’adozione di una cosiddetta teologia india (IL 96, 98, 113), consistente nella professione di fede nella Dea Madre immanente alla Natura, nelle forme delle religioni pagane amerindie, omologata in qualche modo a Dio Padre, onde bisognerebbe d’ora in poi adorare un Dio Padre-Madre, pervadente di sé l’intera natura e quindi tutta la terra, le nazioni, i popoli, come se nella natura si esprimesse una divinità androgina o ermafrodita, al modo appunto delle credenze dei culti pagani dei primitivi, immersi nell’ignoranza e nella barbarie.  Solo tale nuova “fede” realizzerebbe la c.d. “conversione ecologica” propugnata da Papa Francesco, sua personale e sconcertante escogitazione:  per aversi una vera “ecologia” occorre divinizzare la Natura, venerandola come il parto di una divinità androgina cioè maschio-femmina. Cose dell’altro mondo, che non stanno né in cielo né in terra, direbbe il compianto mons. Brunero Gherardini!  A tanto siamo arrivati!  E di chi la colpa, forse dei semplici fedeli? 
Mi sembra che l’eresia sia qui manifesta e persino sfrontata: si nega di fatto ma apertamente il Primo Comandamento (“Non avrai altro Dio all’infuori di Me”) e si sostituisce al cattolicesimo una nuova religione, sincretistica e apertamente paganeggiante perché adoratrice della Natura, della Terra Madre primordiale divina, scaturita dalla divinità Padre-Madre, che si esprimerebbe soprattutto nella femminilità, intesa però in modo ambiguo, dal momento che, professando una divina androginìa, si nega la netta distinzione naturale tra i due sessi, tra il principio maschile e quello femminile. Ci viene proposta una nuova religione, un ibrido pagano-cristiano! In linguaggio biblico, la caduta nell’apostasia si chiama “fornicare con gli idoli”, peccato gravissimo di tradimento della fede, ad evitare il quale Dio ha ammonito più volte e severamente castigato l’antico Israele: “poiché il culto di idoli vani è il principio, la causa e il colmo di ogni male” (Sap 14, 27).   
La pseudo-teologia dello IL viene dunque per forza di cose spacciata sulla base di una rappresentazione edulcorata, quasi idillica delle esperienze di vita in comune dei popoli amazzonici, viste nel quadro di una religiosità popolare che deriverebbe in modo diretto dalle religioni precolombiane; come se, per l’appunto, l’idilliaca adorazione della natura e perfetta simbiosi con essa attribuita fittiziamente dall’Instrumentum all’attuale paganesimo e mentalità indigeni, non avesse al contrario dietro di sé le sanguinarie, antropofaghe, immorali religioni degli Aztechi, dei Maya, degli Inca… Ragion per cui, dovendo per prima cosa ristabilire i fatti storici,  sicuramente ignorati dai più, a queste religioni, cui il documento accenna solo come “patrimonio culturale dei nostri antenati”, da riverire e mantenere, dovrò dedicare parte consistente di questo mio intervento.  Ma queste religioni, sotto le mentite spoglie di una innocente e gioiosa sapienza degli antenati, si tenta di recuperarle attraverso le elucubrazioni della “teologia india”, non vera teologia ma ideologia praticamente sconosciuta in Europa, della quale è pertanto giocoforza occuparsi.

2. La “teologia india”, pseudoteologia dal taglio modernista.
Il citato Documento Preparatorio del Sinodo per l’Amazzonia, da non confondersi con lo Instrumentum laboris vero e proprio e ad esso antecedente, al par. 15, dedicato ai Nuovi cammini, scrive:  “Mentre pensiamo a una Chiesa dal volto amazzonico, sogniamo con i piedi per terra, la nostra terra di origine.  Al tempo stesso, riflettiamo con gli occhi aperti su come questa Chiesa dovrà essere, a partire dalla concreta varietà culturale dei popoli.  I nuovi cammini dovranno incidere sui ministeri, sulla liturgia e sulla teologia (teologia india).”  In nota, il testo rinvia al VI Simposio di Teologia India, tenutosi ad Asunción, Paraguay, il 18-23 settembre del 2017, organizzato dalla Conferenza Episcopale Latinoamericana (CELAM).  Come si vede, i “nuovi cammini” implicano profonde trasformazioni nei ministeri, nella liturgia e persino nella teologia cattolica, che dovrebbe lasciarsi arricchire dalla “teologia india”.  Questa autentica rivoluzione viene presentata come se si trattasse di una cosa normale, semplice, ovvia, inevitabile.
Nello Instrumentum laboris vero e proprio, la teologia india è apertamente proposta nel par. 96, che si trova nella sezione Suggerimenti.
“I progetti formativi [per i futuri ministri ordinati cioè per i sacerdoti] devono rispondere ad una cultura filosofica-teologica adattata alle culture amazzoniche capace di essere compresa e quindi di suscitare la vita cristiana.  Per questo motivo si suggerisce di integrare la teologia indigena e l’ecoteologia, in modo che siano preparati all’ascolto e al dialogo aperto dove avviene l’evangelizzazione”.   Pertanto “si propone la riforma delle strutture dei seminari per favorire l’integrazione dei candidati al sacerdozio nelle comunità”.  Si propone, inoltre, che nelle università si debba promuovere non solo la “interdisciplinarietà” ma anche la “transdisciplinarietà”, la quale sarebbe, “un approccio che restituisca al sapere umano unità nella diversità, in linea con lo studio di un’ecologia integrale secondo il prologo della Costituzione apostolica Veritatis gaudium”.  In cosa la “transdisciplinarietà” si distingua effettivamente dalla “interdisciplinarietà”, per la verità non si saprebbe dire.  Essa sarebbe comunque in linea con la bergogliana “ecologia integrale”, teorizzata ai parr. 137-142 della Laudato si’, nei quali viene descritta come “un processo integrale di sviluppo umano, che si caratterizza per un paradigma relazionale che articola fra loro i vincoli fondamentali che rendono possibile un vero sviluppo”(Documento preparatorio, p. 12/24).  Come ognun può vedere, si tratta di un programma a dir  poco fumoso, che non ha comunque niente a che fare con la vera evangelizzazione cattolica, la quale non deve aver di mira lo sviluppo in senso profano della persona bensí la salvezza della sua anima.
La nuova teologia da studiare viene spiegata subito dopo, sempre nel medesimo paragrafo 98.
“È richiesto l’insegnamento della teologia indigena pan-amazzonica in tutte le istituzioni educative.” Più specificamente, per la “teologia india amazzonica” si danno queste direttive:  “si chiede di approfondire una teologia india amazzonica già esistente, che permetterà una migliore e maggiore comprensione della spiritualità indigena per evitare di commettere gli errori storici che hanno travolto molte culture originarie”. 
Si noterà che le conversioni degli indi dal loro tenebroso paganesimo alla religione cattolica, l’unica apportatrice della salvezza eterna, viene ora considerata un “errore storico”, avendo essa “travolto molte culture originarie”.  In effetti, cosa c’era da salvare nel paganesimo dei popoli convertitisi?  E di ogni paganesimo che si è convertito a Cristo?  In particolare, il paganesimo amerindio era una rozza e sanguinaria adorazione delle forze della natura, deificate negli idoli dai quali si attendevano sempre benefici materiali di ogni tipo, e per ottenerli  si largheggiava in sacrifici umani conditi di cannibalismo cerimoniale.     
Dal punto di vista religioso in senso stretto, la sostituzione della vera religione alle altre e in particolare a quelle degli “dèi falsi e bugiardi” (come li chiamava Dante), non può che essere completa.  Diverso è salvaguardare certi elementi della cultura pagana, compatibili con il cristianesimo, cosa che è sempre stata fatta dalla Chiesa, in particolare ad opera di frati e monaci, o tollerare usi innocui o inoffensive forme di folklore rinvianti in qualche modo agli antichi culti scomparsi.  In Europa, frati e monaci hanno salvato parte notevole della antica cultura greca e romana; nelle Americhe, dove non c’era scrittura ma solo pittogrammi o geroglifici accanto alle tradizioni orali, hanno ricopiato i primi in alcuni codici e salvato diverse lingue locali, scrivendone loro la grammatica, mantenendo così la possibilità di una cultura indigena.  Le accuse agli spagnoli di aver fatto tabula rasa di tutte le testimonianze della cultura indigena, sono notoriamente esagerate. Ci fu giustamente un’ecatombe di idoli e templi impestati dal sangue dei sacrifici umani, ma un’ampia documentazione è stata comunque salvata, anche servendosi delle testimonianze posteriori degli indi convertiti, e il suo contenuto è stato confermato dall’archeologia.[25] 
Ma nei documenti preparatori al Sinodo, le “culture originarie”, risalenti appunto al mondo azteco, maya, inca etc, vengono ricordate come valide in blocco e meritevoli di rispetto, senza “distinguo” alcuno, occultandone completamente gli aspetti fortemente negativi, evidenti soprattutto sul piano religioso ed etico.  Il fatto è che la Chiesa gerarchica attuale, a partire dalle continue e ingiustificate “richieste di scusa” per praticamente tutto il suo passato, inflazionate da Giovanni Paolo II, ha finito col rinnegare la sua storia.  E oggi dobbiamo assistere allo spettacolo squallido di uomini di Chiesa che condannano come “errore storico” la grande opera di civilizzazione e conversione al vero Dio, Uno e Trino, attuata dalla Chiesa cattolica nelle Americhe, mentre i protestanti inglesi (tra i principali propagatori della Leggenda Nera) nel Nord America sterminavano senza problemi di coscienza gli indigeni locali, abbandonati a se stessi.
John Locke, uno dei padri dell’empirismo moderno, del costituzionalismo europeo e della filosofia della tolleranza religiosa, dichiarò il loro immenso territorio “stato di natura” aperto a tutti in quanto abitato da “selvaggi” che non conoscevano il lavoro individuale dell’uomo libero, unico titolo di possesso legittimo della terra, che il medesimo lavoro farebbe fruttare a beneficio di tutti.[26]
La Leggenda Nera, come sappiamo, è quel racconto fazioso, iniziatosi nel 1552 con le denunce iperboliche del domenicano fra’ Bartolomeo de las Casas, benemerito difensore degli indi ma fautore di un approccio moralistico e astratto ai problemi sociali della Nuova Spagna, che si rivelò poi disastroso nell’attuazione che tentò di farne la Corona, con leggi rivelatesi inapplicabili; racconto amplificato dai protestanti, proseguito dagli illuministi e da gran parte della cultura laica moderna, interamente sottoscritto oggi anche dalla “teologia india”, secondo il quale la colonizzazione iberica delle Americhe sarebbe stata nient’altro che strage, saccheggio, sfruttamento, sopruso, riduzione in schiavitù.  Sarebbe stata anche “genocida”, dal momento che gli indi perirono a milioni a causa di epidemie di morbillo e vaiolo, rosolia e tubercolosi portati dai conquistatori, malattie contro le quali non avevano  difese immunitarie. Ma fu un involontario “contagio microbico”, una sventurata fatalità che nessuno poteva prevedere!  Ci furono Conquistatori della seconda ondata che si macchiarono di atrocità; ci furono massacri indiscriminati di aztechi alla conquista di Tenochtitlán loro capitale, ma dopo due mesi e mezzo di assedio e feroci combattimenti, compiuti i massacri soprattutto dai popoli indigeni alleati degli spagnoli, che avevano vecchi e sanguinosi conti da regolare con gli aztechi, antichi loro dominatori. La distruzione di molte testimonianze della cultura degli amerindi, in particolare di quelle della loro religione idolatrica e barbarica, si vuole oggi definirla “genocidio”, ma “culturale” (una nozione oggi di moda, fortemente politicizzata). 
La fase iniziale della conquista, quando si combatteva aspramente, fu indubbiamente sanguinosa e feroce.  Le contemporanee Guerre d’Italia avevano mostrato negli spagnoli soldati formidabili ma all’occorrenza spietati e fors’anche più avidi di francesi, svizzeri, tedeschi. Tutti costoro misero l’Italia a sacco.  Gli spagnoli, da soli o in mala compagnia, furono protagonisti di alcuni terribili saccheggi e massacri (tra i più efferati, il Sacco di Prato, 1512; quello di Roma, 1527).  Dall’altra parte, gli Aztechi, secondo il loro costume, punivano crudelmente gli indi alleati con gli invasori che catturavano, uccidendoli e mangiandoli, ripagati in ugual modo da quest’ultimi;  ammazzavano anche i prigionieri spagnoli, sacrificandoli ai loro idoli per poi mangiarseli, dando i resti ai  serpenti e giaguari rinchiusi nelle profonde fosse scavate sotto i loro diabolici templi a piramide tronca, con le scalinate vertiginosamente ripide, forse per farvi rotolar giù senza problemi i corpi dei sacrificati.   Sugli Aztechi si riversò l’odio dei popoli indigeni da loro duramente oppressi, alleatisi con gli spagnoli invasori per scuotere il pesante e sanguinario giogo, la “sinistra ferocia” della loro religione, come disse Arnold Toynbee:  per loro, gli spagnoli furono dei liberatori.  E valga il vero:  già pochi anni dopo l’inizio della Conquista vera e propria, durata dal 1519 al 1521, nel 1524, il clero regolare spagnolo appoggiato dalla monarchia iniziò la sua sistematica e secolare battaglia a favore degli indigeni, grazie alla quale essi si convertirono in modo massiccio a Cristo e furono anche difesi, per quanto possibile, dai mali creati dalla stessa colonizzazione.[27]
Il liberalismo protestante e contrattualista di Locke si prestava a giustificare lo sterminio dei nativi pagani, che non trovava certo ostacoli nel predestinazionismo dei coloni inglesi, scozzesi, olandesi, in gran parte calvinisti, emigrati nell’America del Nord.  Ma la sua nozione del diritto di proprietà, giustificato soprattutto dal lavoro di chi sa mettere bene a frutto la terra, in quanto unica vera legittimazione dello stesso, era astratta poiché non teneva conto né della complessità della realtà economica né della realtà storica e sociale cioè del fatto che, pur non avendo una agricoltura degna di questo nome, i nativi avevano ugualmente diritto (per legge di natura) alla proprietà della terra che detenevano da generazioni collettivamente, come tribù, e che dava loro da vivere.[28]  Le tanto vilipese encomiendas erano la trasposizione di un istituto spagnolo di origine medievale, la libera signoria:  il signore non riceveva dal re la terra in proprietà bensì il privilegio di governarla godendo del beneficio delle rendite o imposte che gli abitanti dovevano al monarca.  Le encomiendas indiane, però, non comportavano potere di governo ed erano revocabili.  Questa spiega forse perché nell’anno 1573 “dalla Florida al Cile” se ne riscontrassero solo quattromila.[29]  La proprietà della terra restava agli indi, i quali, oltre a lavorare per l’encomendero, avevano diritto a lavorare per le loro necessità e ad avere per se stessi piccoli appezzamenti.  Questo sistema si ricollegava a forme di proprietà comunitarie vigenti nell’epoca precolombiana. I titolari della concessione dovevano provvedere all’alloggio, al vitto, al vestiario, all’istruzione religiosa dei nativi.
Gli indigeni non potevano però lasciare la terra. Si trattava di una forma di servitù della gleba simile a quella ancora vigente in Europa.  Il famoso francescano Toribio de Benavente (detto Motolinia ossia “il povero” per eccellenza, dagli indigeni, che lo veneravano), l’Apostolo degli Indi, fortemente ostile a Las Casas e alle sue astratte teorie, scrisse che la condizione generale dei nativi, inquadrati nel sistema delle encomiendas, era in generale dignitosa, simile a quella dei contadini della Castiglia.[30]  I sostenitori della Leggenda Nera credono erroneamente che il titolare della concessione fosse anche proprietario e potesse addirittura ridurre in schiavitù i nativi.  Abusi in questo senso ci furono, soprattutto nella fase iniziale e quando il controllo governativo si allentava. Ma si trattò appunto di abusi. La schiavitù, ben radicata nella società azteca, non fu abolita ma comminata solo per punire ribelli o chi clandestinamente praticasse il cannibslimo, anche se poi il lavoro nelle miniere d’argento, scoperte in gran numero, fu, per un certo periodo, condotto con largo impiego di manodopera costituita da schiavi.  Mentre si importavano schiavi africani, venduti dai loro re tribali a trafficanti europei (commercio ancor più lucroso di quello che questi stessi re avevano fatto per secoli con i mercanti arabi di schiavi), la messa in schiavitù degli indigeni fu sempre proibita dalla Monarchia, il cui intento era quello di considerare e far trattare gli indi come sudditi uguali agli altri, integrandoli gradualmente nella nuova società ispano-americana, parte che si voleva a pieno titolo della res publica costituita dall’impero spagnolo.[31]   
* *
Per illustrare la necessità di studiare la “teologia india”, il testo dell’Instrumentum da ultimo citato, il par. 98,  così continua: “Si chiede, ad esempio, di prendere in considerazione i miti, le tradizioni, i simboli, i saperi, i riti e le celebrazioni originarie che includono le dimensioni trascendentali, comunitarie ed ecologiche.” Si chiede, in pratica, di diventare degli esperti di “teologia e cultura india” ma non per convertire  gli indi alla vera fede per la salvezza delle loro anime, come facevano i francescani, i domenicani, i gesuiti di un tempo, bensì per instaurare con essi un “dialogo” ecumenicamente orientato, teso cioè ad un’unità delle religioni e delle culture, sincretismo funzionale all’ideologia della “liberazione” dei popoli oppressi cioè all’ideologia della rivoluzione sociale.[32]
La c.d. “teologia india” per noi fedeli europei è un oggetto misterioso.  Dai riferimenti citati ne abbiamo un’impressione forzatamente generica: consisterebbe nella visione del mondo e della religione tipica degli indi pagani, passati e presenti, ora da armonizzare [sic] con la concezione cristiana della vita e di Dio.  Ma come si articoli in se stessa non si ricava da questi testi, che la danno per presupposta.

3.  La memoria di mons. Javier Lozano Barragán sulla “teologia india”.
Occorre pertanto approfondire, per non esser colti come sempre alla sprovvista dai continui attacchi alla nostra fede portati dal nemico interno.  Sull’argomento il miglior lavoro di sintesi credo sia a tutt’oggi la memoria La teología india presentata nel 2001 dall’allora vescovo di Zacateca, in Messico, e successivamente porporato, mons. Javier Lozano Barragán, durante una sessione della Pontificia Commissione per l’America Latina dedicata alla riflessione sull’Esortazione Apostolica Ecclesia in America, di Giovanni Paolo II.  Si tratta di un documento estremamente conciso, di 17 pagine, ma unanimemente apprezzato per l’ammirabile ricchezza di temi e prospettive, rigorosa capacità di sintesi.
L’Autore riassume in un florilegio di sentenze il pensiero di 30 autori e scrittori, anche anonimi, quasi tutti sacerdoti (gesuiti, domenicani, diocesani) con al seguito un vescovo metodista, come risulta da  “67 articoli, conferenze, capitoli di libri.”  L’elenco ricomprende anche i più noti esponenti di questa corrente.
La descrizione del singolare fenomeno, come risulta dalle molteplici definizioni, è la seguente:
“la teologia india germina dai semi del Verbo che si trovano nella cultura indigena.  Si basa sull’esperienza di Dio che si ha in queste culture.  Paragona gli elementi culturali indigeni al cristianesimo.  È l’espressione delle religioni indie precolombiane.  È l’esperienza vissuta [vivencia] del popolo indio che si attua nel rito, in canti, danze, e solo posteriormente in testi scritti.  È  prodotto del popolo indio che si raccoglie nelle tradizioni, riti e miti, nell’organizzazione liberatrice del popolo nei suoi aspetti economici, politici, sociali, culturali, religiosi.  Quando il mito concerne realtà trascendenti si tramuta in teologia [Cuando el mito habla de cosas trascendentes se convierte en teología].”[33]
Nota bene:  la teologia india, che dovrebbe d’ora in poi ammaestrarci, non ha un’origine razionale bensí mitica, nei miti del paganesimo amerindio.   Prosegue il testo:
“La teologia fondamentale altro non è che la viva fede dei canti, del danzare i miti [en danzar los mitos], è il pregare, il gettare il mais, il servir da esempio, l’esser fiaccola, il consigliare, il far la guerra dei fiori, esser aquila, scrutare l’orizzonte”.[34]
Tutti atteggiamenti insignificanti per la vera teologia che comunque rinviano ai costumi e al folclore precolombiano, comprese però anche le “guerre dei fiori”(la guerra florida).  Non erano quelle che servivano agli Aztechi per procurarsi torme di prigionieri da sacrificare barbaramente ai loro idoli? La “teologia india” le vuole forse rivalutare? “Nei periodi di relativa pace ritornò in uso la “guerra dei fiori”, un combattimento cerimoniale tra guerrieri di due tribù o di due gruppi tribali, che aveva il fine di catturare prigionieri per i sacrifici senza affrontare le conseguenze economiche d’una vera e propria guerra.  Era una pratica già in uso da tempo nella Valle di Messico [dal 1376 in poi]…”.[35]

3.1 Il tratto modernista della “teologia india”.
Questa “teologia fondamentale” così concepita “no identifica la religion con la fe”.  Essa si pone come “acto segundo” in relazione alla fede, vista come “acto primero”.  La teologia potrà pur esser “atto secondo” rispetto alla fede, osservo, ma che dire della mancata identificazione della religione con la fede?  Il mistero è subito spiegato:  questa teologia “va intesa come elaborazione sistematica di esperienze religiose.  Rappresenta lo sforzo di dare un senso all’esistenza degli indigeni”.  In definitiva essa consiste:  “nel parlar con Dio nell’esperienza della fede, cosa che le Chiese non consentono”.  Non consentono, ovviamente, perché esse devono esporre la Verità Rivelata da Dio, non ciò che Tizio o Caio, tribù o comunità “sentano” come manifestazione del Divino, in generale.  Pertanto, quella “teologia” è “un comunicare come il popolo indio fa l’esperienza di Dio.  È una e variegata [variada], ha come punto di riferimento la terra.  Le teologie indie  sono creative, festive, si oppongono alla egemonia ecclesiastica, all’imposizione culturale, al colonialismo, alla marginalizzazione economica, alla globalizzazione, privilegiano la trasmissione orale, iniziano e finiscono con la terra.  La teologia india si manifesta in miti, riti e simboli autoctoni che andrebbero perduti se si pretendesse di cristianizzarli.  Si esprime e muta così come si esprime e muta la cultura.  Si elabora e costituisce nella tradizione del popolo, come sorgente della fede, si esprime in simboli e miti che ci parlano di Dio”.[36] 
Questo è il modo di intendere la fede tipico dei modernisti:  semplice e mutevole esperienza del soggetto, individuo o popolo che sia, men che mai adesione dell’intelletto e dell’animo ad una verità di origine divina, con l’aiuto della Grazia e dell’insegnamento della Chiesa cattolica.  L’impostazione del tutto soggettiva di questa “teologia” è messa bene in rilievo, tra tanti altri testi, da P. Eleazar López Hernández, uno dei più noti esponenti di questo movimento eterodosso, invitato tra gli esperti al Sinodo sull’Amazzonia.[37]
“La teologia – scrive – non nasce dalla conoscenza fredda e astratta di una realtà oggettiva che noi ci si trovi di fronte, quanto piuttosto da un contatto personale e intimo con Dio, che ci riempie e ci coinvolge con il suo essere e attuare.  Non si parla di teologia come scienza per segnalare il risultato di una misurazione rigorosamente asettica delle qualità di Dio in sé considerato, quanto piuttosto per mostrare il frutto di quest’abbraccio vivificante dell’amor divino.  La teologia [così intesa] è il risultato dell’aver sperimentato e assaporato la tenerezza e la misericordia del Creatore e Formatore di tutti, del Salvatore del mondo.  Pertanto non si può parlare di Dio se non si ha prima parlato con Dio scoperto nella [nostra] vita.” La conoscenza di Dio cessa, dunque, di esser razionale perché cessa di essere conoscenza di Dio, incartandosi invece nell’autorappresentazione del Divino prodotta dalla coscienza del soggetto, quale essa sia. Pertanto, questa impropria teologia, deve abbandonare “el lenguaje discursivo que se preocupa por elaborar ideas claras y distintas “, per lanciarsi invece sui flutti del “linguaggio simbolico e dell’analogia, applicando a Dio le migliori metafore dell’esperienza umana”.[38]
Dio si può conoscere solo usando delle metafore, dei simboli che ricaviamo dalla nostra esperienza soggettiva, per applicarli poi al divino?  Giustamente il cardinale Brandmüller ha menzionato il riemergere del modernismo, a proposito degli errori della “teologia india”(vedi supra).  I modernisti intendevano la religione unicamente come manifestazione della esperienza del soggetto, della sua “immanenza vitale”(Pascendi), della sua “esperienza di vita” come percepita dalla coscienza individuale:  era per loro la coscienza la vera fonte della fede, anche la Rivelazione cristiana valeva solo in quanto fatta propria e filtrata dalla coscienza del soggetto, posta da esso. Si noti poi il tono sprezzante con il quale il P. López Hernández parla della teologia classica, dando un’immagine del tutto falsa dello sforzo del pensiero umano nei secoli di giungere alla difficile comprensione di Dio per quanto è possibile alle nostre limitate capacità, bene usando, con l’aiuto di Dio, del  lume naturale.  Con quale autorità emette egli simili giudizi, che pongono nel nulla non solo la Scolastica ma anche l’intera Patristica?  Si vorrebbe dire:  con l’autorità inossidabile di colui che, se ha studiato, non ha compreso o che non ha affatto mai veramente studiato ciò che disprezza.
La peculiarità della teologia india consiste nel fatto che la religiosità fatta valere nell’esperienza soggettiva del Divino e del Sacro, è quella di un soggetto collettivo, il popolo indio, anche se poi sono le testimonianze individuali degli indi, di villaggio in villaggio, a costruire questa “teologia”.  Questa “esperienza” è rielaborata dai ”teologi” in questione non solo in opposizione alla teologia cristiana, che essi scartano a priori, ma anche alla religione cristiana vera e propria.  Al di là delle formule utilizzate, che possono dare l’impressione  della ricerca di un compromesso [sic] con il cristianesimo, si tratta di un ritorno puro e semplice al paganesimo primitivo, come dimostra il rifiuto espresso del Sovrannaturale come testimoniato dal cristianesimo.  Ciò appare con chiarezza nella prosa del suddetto P. López Hernández.
“La teologia cristiana suppone necessariamente un dono sovrannaturale che emenda le nostre deficienze naturali al fine di comprendere la completa rivelazione di Dio in Gesù Cristo.  Ma nella spiritualità [sentido]  che chiamiamo teologia india è presente la viva esperienza, la celebrazione e la comunicazione della esperienza di Dio che accompagnò i nostri antenati nel loro lungo processo storico, dal nomadismo alle sedi stabili, alla fondazione di elevate civiltà e culture; è presente la sapienza teologica che aiutò i nostri avi a resistere e a mantenere la propria identità nel contesto della conquista e della colonizzazione europea.  Ed è questa prospettiva religiosa a orientare, dandole una percezione trascendente, la nostra lotta attuale per guadagnare il luogo che meritiamo nella storia e nella Chiesa.”[39]       
La teologia india viene dunque intesa come un corpo del tutto estraneo al cattolicesimo.  È  la “sapienza teologica” degli antenati, conservatasi nonostante tutto, nonostante l’oppressione coloniale degli europei, ed ora riemergente, grazie ai “teologi” interpreti delle supposte esigenze del popolo indio.  In questa “teologia” non vi è alcuna presenza del Sovrannaturale, essa è un prodotto del soggetto-popolo indio, è  (detto in altri termini), la coscienza di sè del popolo, nel suo rapportarsi alla dimensione religiosa e del Sacro in generale. Essa è sempre esistita, eterna come il popolo, categoria metastorica, sfociante nel mito.
“La teologia india non è di oggi, ma conta una lunga permanenza di secoli e millenni; tuttavia è così nuova e attuale per le comunità indigene perché è la risposta alle loro odierne necessità.  Non è un frutto estemporaneo, dal momento che nasce e mette radici nel terreno stesso dell’esistenza degli indigeni ma si aggiunge alla situazione del momento prendendone su di sé le provocazioni e le sfide.  Non nasce dall’istituzione ecclesiastica:  la precede, è teologia popolare.  Tuttavia, si muove e si acconcia agli spazi ecclesiali, da dove le riesce di riprodursi.  Non nasce dai libri bensí dalla tradizione orale delle sagge donne e dei sapienti dei popoli; tuttavia sta imparando anche ad esprimersi nella scrittura e logica dei libri.  Germina e fiorisce sulle montagne ma la possiamo anche ritrovare nell’agorà, nelle piazze delle città.  La teologia india è singolare perché i popoli di questo continente si sono affratellati nell’unità della nostra eredità millenaria, nell’unità del dolore provocato dai 500 anni, nell’unità delle nostre lotte attuali per la liberazione…”.[40]
I 500 anni di “dolore” sarebbero quelli trascorsi dalla Conquista e conversione ad oggi, evidentemente.  Per l’Autore (un sacerdote!) la conversione al cattolicesimo è stata solo “dolore”.  In modo assai più vicino al vero, anche se scandaloso per il politicamente corretto in versione india e dialogante, il noto storico e filosofo messicano  José Vasconcelos, pur teso a valorizzare la razza indigena in quanto (diceva) razza destinata ad esser di modello nel futuro rimescolamento di popoli cui era avviata l’umanità, così sintetizzò, in un suo provocatorio saggio del  1925, l’opera benemerita della Chiesa Cattolica nel Nuovo Mondo:  Una religión como la cristiana hizo avanzar a los indios americanos, en poca centuria, desde el canibalismo hasta la relativa civilization”.[41]
Ma chi parla come il Padre Lopez, semplificando in modo estremamente unilaterale la realtà storica, si esprime come un pagano che aneli alla rivincita non come un autentico sacerdote di Cristo.  In ogni caso, come ognun può vedere, questa autodefinitasi “teologia” si riduce nei fatti a raccogliere detti, usi e costumi del popolo, in definitiva a folklore popolare, smerciato quale rivelazione di profonde, sapienziali verità, che nessuno riesce però a scorgere.  Il discorso non è cattolico anche da un altro punto di vista. Il contenuto e le aspirazioni di questa religiosità popolare vengono interpretati dal “teologo indio” esclusivamente in termini di lotta, riscatto, rivincita, trasformazioni sociali a favore dei “poveri”; insomma, in termini di obiettivi terreni, economici, sociali, politici e di tipo rivoluzionario.  Non si parla mai di santificazione quotidiana, di lotta contro le tentazioni e il peccato per diventare l’uomo nuovo voluto da Cristo, dell’azione della Grazia nella nostra vita quotidiana,  della caducità del mondo regno del Principe di questo Mondo; insomma, di progresso spirituale della coscienza credente, di salvezza, di vita eterna.  Al posto della salvezza si è messa la “liberazione”.  In questa religiosità popolare non ci sarebbe dunque nessuno spunto in senso autenticamente trascendente, data la sua fondamentale concezione animistica e magica e quindi materiale del Divino, fatta acriticamente propria dal “teologo”?  Così sembrerebbe. Del resto il “teologo” non si concepisce affatto come sacerdote di Cristo, la cui missione (come quella del divino Maestro) consiste nel procurare la salvezza eterna alle anime, strappandole al peccato e a Satana, anime cui va impartito l’esempio e l’insegnamento di Cristo --- bensì come una sorta di notaio o scrivano del sapere cosiddetto sapienziale indigeno, da lui raccolto alla viva fonte della voce popolare:  in questo “sapere” ci sarebbe “la vita per tutti”, natura e uomini:
“Quando ho messo qualcosa per iscritto, l’ho fatto unicamente come tlacuilo o scrivano delle mie sorelle e dei miei fratelli, o, in ogni caso, come difensore delle loro parole.  Sono esse/ essi ad elaborare comunitariamente la loro riflessione sulla fede, senza pretesa alcuna di fissarla in libri o di farla giungere lontano, ma semplicemente per esprimere come Dio si trovi vicino alle loro vite quotidiane.  La produzione teologica india cerca naturalmente di dar ragione della speranza del popolo, non dal punto di vista razionalista ma da quello umano integrale; vale a dire, per comunicare la gioia di sapere che Dio si trova in mezzo al nostro popolo e che Egli/Essa porta avanti un progetto di vita per tutti”.[42]
L’Insegnamento della Verità Rivelata viene sostituito da quello di una vaga spiritualità popolare, immersa (a dire del “teologo”)  nella gioia perchè convinta che il Dio maschio-femmina [!], la Pachamama benevola “porta avanti un progetto di vita per tutti”, dizione oscura ma che implica comunque l’idea, per quanto confusa, di una sorta di vita eterna panteisticamente garantita a tutti anzi al tutto della natura:  “esseri umani, piante e animali, fiumi e boschi…”.[43]    

3.2  Una “tipologia” contraddittoria.
La teologia india, fondandosi sul mito, ne fa ovviamente l’elogio.  El mito es la comunicación más profunda”:  il  m i t o , non la verità rivelata da Nostro Signore, custodita ed insegnata dalla Chiesa nei secoli.  E come lo si interpreta, il mito?  Semplice: “in accordo con la cultura globale del popolo, con l’iuto degli specialisti”, tra i quali sicuramente i “nuovi teologi” in salsa india.   Pertanto:  “La teologia india vuole elaborare una nuova espressione autoctona della fede cristiana, basata sulla riscoperta appropriazione e valorizzazione delle esperienze e manifestazioni religiose dei popoli originari dell’America Latina”.[44]
 Questa “elaborazione” ricama su miti e simboli, immagini più che concetti, su sentimenti e aspirazioni, mantenendo pertanto un carattere ‘ineffabile”, come ricorda mons. Barragán nella pagina introduttiva della sua memoria.  Ciò non le impedisce tuttavia di dar vita ad una triplice tipologia, non univoca, che possiamo così rendere:
La “teologia india” è: 
a. “spiegazione cristiana della fede per gli indigeni, che ne ignora gli elementi religiosi indigeni – spiegazione che vuol servirsi di elementi indigeni – fede indigena che afferma la sua fede esser cristiana – fede indigena che vuole entrare in relazione con quella cristiana – fede indigena che all’opposto non vuole.”   
Quindi:
b.  essa è, da un lato, “la teologia cristiana mescolata ad elementi indigeni”; specularmente, invece:  “la religione india mescolata ad elementi cristiani”.     
Ma infine si divide in due categorie fondamentali:
c.  essa è solo india (teología india-india) poiché “exige la desenvagelización, pues reflexiona sólo sobre la religión indígena” - oppure, all’opposto, in quanto “teología india-cristiana” essa “es la reformulación del pasado indígena en el ámbito cristiano”.[45]      
E questa sarebbe appunto la “teologia india” di cui allo Instrumentum laboris.  Va comunque notato che la contrapposizione tra l’india-india e l’india cristiana o india tout court  vale sino ad un certo punto, dal momento che la seconda tende a risolvere il cattolicesimo nel paganesimo dell’altra, introducendovi, al posto della Santissima Trinità (scomparsa dall’orizzonte), l’adorazione della deità ancestrale maschio-femmina (la deificazione delle forze della Natura) e nel contempo eliminandone (ovviamente) il carattere di religione salvifica  per il singolo individuo, per la pecorella smarrita che ciascuno di noi è e rimane finché non si converte a Cristo, in fede e opere - religione, per l’appunto, di salvezza, la nostra, perché l’unica fondata dal Verbo Incarnato: dal Verbo e non dal pueblo, da Dio stesso non dall’uomo.  
Ma, come si è già detto, possiamo parlare qui (mi chiedo ancora) di vera teologia?  No, evidentemente. Una teologia che rifiuta il concetto di Dio e dei suoi attributi, elaborato nei secoli con approfondito studio dai più alti intelletti; vi rinuncia in nome della cangiante esperienza religiosa soggettiva, emotiva e sentimentale, ovvero di un sentire e percepire umorale e irriflesso, in gran parte ricevuto per passiva tradizione-contaminazione popolare, ove il soggetto protagonista sarebbe addirittura il popolo e nemmeno qualsiasi popolo, ogni popolo ma una particolare popolazione, gli amerindi, intesi non nella loro realtà storica effettiva ma come una sorta di entità mistico-folkloristica, sorta di popolo eletto sui generis;  una teologia che non ha ad oggetto Dio ma un soggetto umano,  il popolo anzi il modo primitivo nel quale questo pueblo si rappresenta (secondo los indianistas) le proprie sensazioni religiose:  mitico, simbolico, festivo, comunitario, favolistico…Una siffatta teologia possiamo tranquillamente definirla una pseudo-teologia, nella quale del cattolicesimo nulla è rimasto:  a ben vedere, una sottospecie della  sociologia del folklore andino e mesoamericano. In ogni caso, giammai una teologia, della quale usurpa il nome, ma piuttosto un’ideologia che si serve della religione per i suoi fini eversivi:  la liberazione, per l’appunto, delle popolazioni indigene da ogni eredità cristiana ed occidentale, da ogni vera educazione e cultura, per caricarle di uno smisurato senso di orgoglio, di tipo razziale, e lanciarle contro le società di cui fanno parte, costruite malgrado tutto ancora su quell’eredità, al fine di travolgerle e distruggerle.
Il testo di mons. Barragán, nel concludere la sua parte introduttiva, precisa le caratteristiche ovvero il tratto tipico di questa pseudo-teologia, il suo soggetto, il metodo da essa usato.
Le “caratteristiche della teologia india-cristiana” sono dunque le seguenti:  “è una teologia concreta, integrale, il cui linguaggio è marcatamente religioso; unifica gli indi per liberarli [politicamente, non per salvare le loro anime];  in essa i contenuti cristiani sono espressi meglio che nel cristianesimo occidentale [perché] simbolici e mitici; si impegna a raccogliere i semina Verbi sparsi nelle religioni precolombiane.” 
Il pensiero discorsivo, logico e razionale, osservo, fondato sul giusto rapporto fra esperienza e recta ratio, viene  dunque escluso perché considerato “occidentale”, quasi l’avessero inventato i colonizzatori spagnoli e portoghesi per meglio opprimere i conquistati indios.  Vi si contrappone un pensare per simboli, per miti, in sostanza l’irrazionalismo più completo, visto che ora si dichiara addirittura di poter intendere “i contenuti cristiani” meglio della bimillenaria teologia e dottrina della Chiesa, in quanto “occidentali”.  Siamo ad una superbia senza limiti, frutto di un declino intellettuale che viene da lontano - ultimo, fatale esito del modernismo, rientrato a gonfie vele nella Chiesa visibile dopo il Concilio. 
Quali sarebbero poi i semina Verbi  presenti nelle religioni precolombiane? Il concetto viene ripetuto di continuo da tutti questi Autori e dalle conferenze episcopali latinoamericane, citando sempre, di preferenza, il Decreto conciliare Ad Gentes, 11, 2, che dichiara appunto la possibilità dell’esistenza dei “semina Verbi” anche nelle religioni non cristiane, riferendosi a un passo di S. Giustino martire, per giustificare il “dialogo” con i valori professati da quelle religioni . Ma si tratta di una forzatura del Vaticano II poichè S. Giustino non ha  m a i  attribuito la presenza di questi “semi del Verbo” ai culti pagani, da lui sempre apertamente disprezzati fin sotto la scure del boia, bensí solo alla filosofia classica antica e a certe condizioni (sul punto, vedi infra, § 6.1). 
Citano sempre anche l’infelice uscita di Giovanni Paolo II nel discorso che fece allo stadio Azteca di Città del Messico (noto in Italia solo per la famosa, spettacolare semifinale ai Mondiali di Calcio del 1970, Italia-Germania 4-3) il 25 gennaio 1999, allorché affermò che negli “insegnamenti di Quetzalcóatl”, indicato come “re-profeta dei Toltechi” fatto sparire dai suoi nemici, insegnamenti incitanti ad abbandonare la violenza perché “il bene si imporrà sempre sul male”, e a porre l’uomo al centro del creato,  “possiamo vedere ‘una preparazione al Vangelo’(cfr. Lumen gentium, 16) che gli antenati di molti di voi avrebbero avuto la gioia di accogliere cinquecento anni dopo”.[46]  Ora, è noto agli studiosi che attorno a Quetzalcóatl regna una discreta “confusione”: era il nome di una importante divinità, quella rappresentata dal Serpente piumato, simbolo della civiltà, del pianeta Venere ma anche del vento, dell’alba e della stella del mattino, con attribuzioni che in parte si sovrapponevano a quelle di altri dèi. Ma “gli annali e i miti  parlano di un grande re Quetzalcóatl che, dopo aver incivilito i Toltechi partì per l’Oriente, con la promessa di ritornare.  I monaci si valsero di questa leggenda come della prova che l’apostolo san Tommaso aveva visitato il Messico convertendone gli abitanti, ricaduti più tardi nei costumi pagani…”.[47]  Il re sarebbe stato Topiltzin, capo dei Toltechi, vissuto nel X secolo, dotato di grandi qualità, inteso a render più umani i costumi locali, a promuovere l’agricoltura e le arti. Avrebbe sostituito nel culto il più pacificio Quetzalcoatl (del quale avrebbe preso il nome) al dio della guerra del suo popolo, Tezcatlipoca, cui si tributavano i sacrifici umani.  La reazione alle sue riforme l’avrebbe costretto alla fuga.  Su questi dati della tradizione sarebbero fiorite molteplici leggende.  Tra di esse, quella secondo la quale avrebbe indicato l’anno del suo ritorno, che guarda caso sarebbe venuto a coincidere con l’anno dello sbarco di Cortés, il 1519, coincidenza che gettò inizialmente nello smarrimento gli Aztechi, facendo loro ritenere per un po’ che gli spagnoli fossero dèi.[48]  
Chi preparò il discorso messicano del Papa non distinse leggenda da realtà storica. Inoltre, questi pretesi suoi “insegnamenti”, a ben vedere, come riportati nel discorso, appaiono piuttosto banali; non mostrano quell’intuizione di verità fondamentali sulla morale e la religione, riconducibili alla Rivelazione. Il fatto è che, avendo stabilito arbitrariamente il Concilio trovarsi tali “semi”  nelle religioni pagane, bisogna poi andarveli a cercare e farli germogliare per forza, anche a costo di dare un’interpretazione semplicistica o falsata delle fonti.  E questa è la palude nella quale si trova la Chiesa oggi, nella quale sguazzano torme di falsi profeti di ogni tipo.
Ma, a ben vedere, è il concetto stesso di “semi del Verbo” da ritrovare nelle altre religioni, non per convertire a Cristo ma per dialogare con esse e addirittura rafforzare le credenze e i valori dei loro seguaci (come suggerisce la stupefacente dichiarazione conciliare Nostra Aetate 2.5);  è questo stesso concetto che si deve mettere in discussione (vedi infra, § 6.1).    
Il soggetto protagonista di questa cosiddetta “teologia india”, dunque, “è il popolo non l’individuo.  È  la comunità. I soggetti che la fanno [la teologia india] sono la terra, la comunità, il lavoratore, la festa, la speranza allo stesso modo di coloro che accompagnano il popolo indio e si compromettono con esso”.  Qui il nesso con la teologia della liberazione appare in modo molto chiaro, direi.  Al posto di Dio, questa “teologia” mette il popolo quale oggetto di studio e soggetto protagonista, il popolo inteso però soprattutto come collettività di poveri in lotta per la propria liberazione dalle ingiustizie sociali, per il cui successo la religione, così intesa, sarebbe in realtà un mero strumento.

3.3  Il cosiddetto “metodo teologico indio”:  ibrido pagano-cristiano, stravolgimento dei fatti storici.
Ed arriviamo al metodo teologico indio.  “Esso consiste nel riscattare la cultura india, sistematizzarla con l’aiuto delle scienze, criticarla rispetto alla realtà, rafforzarla nei suoi riti, miti, idiomi e nell’organizzazione sociale indigena. Così si fonda il dialogo tra le teologie india e cristiana.  Muovendo dai miti antichi [precolombiani] grazie ai quali i piccoli [i poveri] si uniscono per andar oltre le difficoltà, si fa l’analisi della realtà; sulla base di questa si parla della situazione economica, politica e sociale. Infine si appoggia tutto sulla parola della Bibbia.”
Si parte dai miti precolombiani cioè dalla religione, dalla sapienza, dai costumi degli antenati, utilizzandoli per l’analisi della realtà attuale, nei suoi vari aspetti economici, politici, sociali, e applicandovi poi in qualche modo “la parola della Bibbia”, che, si deve notare, viene buona ultima e liberamente interpretata.  Un metodo che, come si può vedere, non ha nulla in comune con quello che dovrebbe essere un modo veramente cattolico di confrontarsi con la situazione delle popolazioni indigene.  L’apporto dell’insegnamento della Chiesa viene espressamente rifiutato, mettendo in un unico mazzo Chiesa cattolica e comunità protestanti.  E per il solito motivo: le “Chiese” usano il discorso razionale, cosa che non si può accettare.
“Las Iglesias parten de conceptos, los pueblos originarios [amerindi, primitivi in generale] parten de sus vivencias.  La metodología  consiste en recurrir a la mujer madre, lo que significa amar y ser amado”.[49]
Vivencias, l’ho già reso con “esperienza vissuta” (vedi supra).  Ma si può intendere anche nel senso di “esperienza vitale”, esperienza non meramente descrittiva o occasionale ma che fonda in quanto tale, grazie alla sua immediatezza e spontaneità, una connessione concreta, continua e appunto vitale con il nostro esser-quotidiano, non in quanto individui ma in quanto comunità, popolo, passato incluso; insomma, una eco del concetto di Erlebnis o “vita vissuta” tipico della filosofia tedesca di fine Ottocento, entrato come sostrato nel pensiero di Heidegger, nei canoni di quell’esistenzialismo, “occidentale” appunto, indubbiamente presente nella formazione di molti di questi intellettuali “indi” ma in realtà europei o formatisi sulla esistenzialistica, nichilistica filosofia europea contemporanea (da essa viene, in primo luogo, l’avversione per il logos, per il pensiero razionale e il senso comune – Nietzsche docuit).  Il senso della “metodologia” è poi quello di orientarci verso la “donna madre”, che rappresenta l’idea dello “amare ed esser amato”? Che vuol dire?  Qui si vuole bizzarramente mettere in evidenza un altro aspetto, evidentemente, che appare tuttavia ambiguo: si tratta dell’amor materno (la “donna madre”) in senso proprio o dell’amore in generale?  L’elemento femminile viene in questa “teologia” introdotto come elemento dissolvente dietro apparenze di buoni sentimenti, essendo per essa il femminino ambiguamente intrecciato al mascolino nell’androginìa della divinità di base, la Natura, intesa come forza cosmica che tutto mescola e pervade senza tregua, liberando gli istinti. 
Ma le “vivencias” del cosiddetto popolo pur sembrano produrre, nonostante tutto, un minimo di metodo razionale, come inteso dagli intellettuali che hanno fabbricato questa “teologia”.  “Il metodo è vedere, pensare, attuare” (ver, pensar y actuar)  un trittico tipico della teologia della liberazione, riaffermato espressamente, come è noto, alla fine della Conferenza di Aparecida, e che ritroviamo nel citato Documento preparatorio del Sinodo per l’Amazzonia: “Questo Documento Preparatorio è diviso in tre parti che corrispondono al metodo ‘vedere, giudicare (discernere) e agire’”.[50]  Giudicare o discernere sono inclusi nel pensar.  Si tratta di un “metodo” che riduce la teologia ad una mera filosofia della prassi, di tipo spicciolo.  Infatti, che si tratti di un “metodo” specifico e rilevante, possedente qualcosa di unico, non credo si possa dire. Considerare, osservare la cosa o la questione; riflettere su di essa; intraprendere una determinata azione nei suoi riguardi:  questi tre stadi del nostro comportamento altro non sono che il normale agire quotidiano di ciascuno di noi in quanto essere normalmente pensante e compos sui, colto o incolto che sia.  In quanto “metodo” peculiare alla cosiddetta teologia della liberazione e india non è pertanto un metodo che la caratterizzi  rispetto ad altro;  in quanto metodo peculiare di una determinata forma dello spirito umano non esiste – esso descrive nient’altro che il modo di essere e di operare normale del nostro spirito, quale che sia l’oggetto della sua attenzione e attività.
 E circa il sostegno biblico di questo “metodo”?
“Si crede in Cristo e nei costumi indigeni, si lavora con la Bibbia e con la “parola antica”.  Si ricorre alla Bibbia, specialmente al libro dell’Esodo, alle parabole e ai miracoli di Gesù e alle Lettere di san Paolo”. [51]
Fede in Cristo e nei costumi indigeni? E si possono mettere sullo stesso piano?  La Fede in Cristo, tra l’altro, non comporta la fede in costumi cristiani e la loro pratica? Ma poi, in quali “costumi indigeni”, visto che non si discrimina mai tra i costumi buoni e quelli cattivi? Come se, per l’appunto, la fede in Cristo e nei costumi risalenti ad un paganesimo di per sé ovviamente anticristiano e ancora assai primitivo potessero andare a braccetto come niente fosse!  Di quale “Cristo” si parla, inoltre, visto che si rifiuta a priori l’insegnamento “delle Chiese” perché basato sui concetti e sulla logica, sull’uso della recta ratio?  Sarà il Cristo dell’interpretazione personale, fabulistica, miracolistica delle superstizioni individuali e collettive presenti nelle comunità indie (residui dell’antico paganesimo) non quello degli amerindi veramente cristiani, con le loro tradizioni indo-cristiane,  autenticamente cristiane.  Non il Cristo autentico, quello dell’insegnamento tradizionale della Chiesa, apertamente disprezzato.  Il Cristo dei poveri, bisogna aggiungere, quello della “teologia della liberazione”:  un Cristo falso perché non è il Cristo dei semplici, che non sono i poveri di quella cosiddetta “teologia”, incitati alla disobbedienza, alla ribellione, all’odio di classe e razziale, tutte forme di superbia, ma “i poveri nello spirito”, gli umili e semplici di cuore (Mt 5, 3-12).  Un Cristo in conclusione inventato, ad mensuram indigenistarum, visto che può andar tranquillamente d’accordo con tutti i “costumi indigeni” cioè con il paganesimo delle loro antiche religioni. 
Che sia un Cristo deformato dall’ideologia, risulta già dalla selezione dei Testi Sacri: dell’Antico Testamento solo il libro dell’Esodo; dei Vangeli, le parabole e i miracoli di Gesù.  Nessuna traccia del Discorso della Montagna, che costituisce il fondamento dell’etica cristiana.  Ci sono le Lettere di san Paolo, ma quale interpretazione ne possa dare una paganeggiante “teologia india” o “indigenista” che dir si voglia, non si saprebbe in realtà dire.  Ma perché si privilegia il libro dell’Esodo?  Esso ci testimonia la liberazione dell’antico Israele dall’oppressione egiziana, le sue peregrinazioni sino alla teofanía del Sinai, la proclamazione dell’Alleanza, la promulgazione delle Tavole della Legge.  Dobbiamo ritenere che la liberazione del vero popolo eletto di un tempo sia il modello che i visionari della teologia india vorrebbero applicare al “popolo indio” per la sua “liberazione”?
Ugualmente assurdo appare l’accostamento tra Bibbia e “parola antica”.  Il senso di questo termine, d’uso fra i “teologi indi”, è chiaro:  la “parola antica” non è quella della Bibbia ma della “tradizione religiosa dei popoli”, dei popoli amerindi, tradizione “ancestrale” perché sostanziatasi nei “miti e nelle interpretazioni della sapienza degli antenati”.  Questa tradizione ci farebbe vedere che gli indi, secondo questi peculiari teologi, ”non parlano di Dio, parlano con Dio” (Los Indios no hablan de Dios: hablan con Dios).[52]  “Di Dio” parlerebbero i teologi tradizionali, nei loro inutili libroni. Questa tradizione “normalmente non la si chiama teologia” bensí “credenza caratteristica, parola antica [palabra antigua], voce degli antenati o sapienza dei popoli”.[53]  La “voce degli antenati”, va tuttavia precisato, è pagana e nel modo più primitivo, incline al culto animista degli idoli:  non si vede come possa accordarsi con la Bibbia, nella quale, tra l’altro, il culto degli idoli, compresi ovviamente i sacrifici umani loro dedicati, è condannato e punito senza remissione. 
“Tu, infatti, odiavi gli antichi abitanti/ della tua terra santa,/ perché facevano opere detestabili,/ pratiche di magia e riti sacrileghi;/avevi in orrore questi crudeli uccisori/ dei propri figli,/divoratori di viscere e di carni umane,/ che col sangue s’iniziavano/ ad orge nefande;/ questi genitori che uccidevano vite indifese,/tu volesti distruggerli/ per le mani dei nostri padri…”.[54]
I “crudeli uccisori” e antropofaghi erano i cananei, venuti “in odio” al vero Dio per le loro grandi e ripetute iniquità e consegnati alla fine al castigo, la conquista del loro territorio e lo sterminio da parte di un popolo straniero, gli ebrei.  Un castigo simile si è abbattuto sugli antichi amerindi, la cui nefanda religione doveva evidentemente aver termine, agli occhi del vero Dio, Uno e Trino, così come un giorno, forse non lontano, dovrà aver termine la nostra nefanda irreligione, che nell’attuale civitas euro-americana sta facendo strame della legge divina e naturale, con leggi positive che autorizzano i peccati più gravi contro la natura umana e mirano all’ eliminazione della famiglia come istituita da Dio.   Questo ci insegna la teologia della storia, il cui schema compare già nei libri dei Profeti dell’Antico Testamento:  quando le nostre iniquità raggiungono un livello non più tollerabile agli occhi di Dio, si inizia allora il castigo divino, già in questo mondo, in tutto il suo furore, e investe tutto il popolo, buoni e cattivi, uomini e donne, vecchi e bambini, non risparmiando il territorio, città e campagne, tutto desolando.  Nell’altro mondo, il Cristo giudice rimette poi le cose a posto, separando per l’eternità i Giusti dagli Iniqui.  Il giusto castigo di Dio non ha preferenze di popoli o individui, non fa sconti a nessuno.     
Ma la “teologia india” non rifiuta solo la teologia cristiana della storia.  Rifiutando essa la vera teologia cattolica con il suo impianto filosofico razionale, ereditato dalla metafisica classica, e la sua applicazione sistematica ai testi autentici della Rivelazione, garantiti dal Magistero della Chiesa, viene a  smarrire i fondamentali e non si accorge delle mostruose contraddizioni nelle quali è costretta a cadere:  è certamente possibile far convivere “Cristo e Beliar” ma solo sprofondando nella barbarie più completa, culturale prima ancora che religiosa!
Questa impossibile convivenza si tenta di giustificarla alterando sistematicamente il dato storico, con il sostenere, ad esempio, che gli indi del tempo della Conquista non vedevano nessuna contraddizione tra il loro paganesimo e il cristianesimo, ragion per cui, costretti dalla situazione, avrebbero semplicemente “sovrapposto” quest’ultimo al primo, senza problemi!  Chi sostiene simili assurdità, come il citato Padre López, fa dei nativi di allora dei minus habentes, cosa che certamente non erano.[55]  Egli scrive che i nativi “mai accettarono la tesi dei missionari secondo la quale i loro antenati adoravano il Diavolo e non Dio.  Per loro si trattava dello stesso Dio ma in forme e modalità differenti. E il modo migliore di manifestare questa convinzione consisteva nel metodo della giustapposizione o accumulazione di simboli religiosi”.[56]
Se si rilegge Diaz del Castillo  si nota la (comprensibile) difficoltà iniziale degli aztechi e degli altri popoli, ad impadronirsi dei concetti fondamentali del cristianesimo – dogmi ed etica – che Cortez ordinava ai frati al suo séguito di spiegar loro ad ogni occasione o spiegava succintamente egli stesso.[57]  Su un piano più dottrinale e approfondito, uguale difficoltà risulta dal famoso “Dialogo dei Dodici”, del 1524 ma riscoperto nel 1924: una serie di colloqui, voluti da Cortez e organizzati dal grande francescano P. Bernardino de Sahagún, tra i primi dodici missionari francescani e capi e “saggi” indi.
Il Padre López accusa di intolleranza i missionari francescani, che non sarebbero stati aperti al dialogo, al contrario, scrive, dei “nostri teologi”(i saggi pagani, coi quali il López si identifica – si noti bene), secondo i quali ”il Dio cristiano poteva ritrovarsi nel bagaglio religioso dei nostri popoli, essendo perfettamente compatibile con le nostre credenze ancestrali”.[58]  Ma una semplice scorsa a qualche estratto di ciò che è stato pubblicato del Dialogo, mostra, al contrario di quanto afferma il P. López, che i capi e saggi aztechi trovavano il Dio cristiano spiegato loro dai francescani drammaticamente incompatibile con le loro credenze.
“Nuova parola è questa
Che profferite
E per sua causa siamo terrorizzati.
Perché i nostri progenitori
Quelli che sono stati e hanno vissuto nella terra
Non parlavano così.
E adesso noi
Distruggeremo
L’antica regola di vita? …”[59].
Per i “teologi indi” ci sarebbero sempre state una “doppia cultura e religione o religiosità” nell’America ispanica. Quetzalcóatl sarebbe sempre rimasto quale componente india alla pari in una religiosità nella quale il culto della Vergine di Guadalupe rappresentava la componente cristiana. [60] Ma il permanere della religiosità pagana fu fenomeno secondario, che si verificò soprattutto nelle zone periferiche degli estesissimi vicereami di Messico e Perù e rimase come sostrato folcloristico della fede genuina del popolo, convertitosi in modo massiccio dopo l’arrivo dei primi frati.  Tuttavia,  il P. Lopez lo trasforma nel fenomeno stesso, come se non ci fosse mai stata una vasta adesione sincera e spontanea dei popoli amerindi al cattolicesimo, superato lo schock iniziale della rapida e inaspettata conquista.  Proprio l’apparizione sovrannaturale della Santissima Vergine nel 1531 a un indigeno di 57 anni, convertito dal 1524, Juan Diego, sulla collina di Tepeyac, zona ora inclusa in Città del Messico, lasciando il calco miracoloso della sua immagine sulla tilma (cappa di cotone) del fedele, immagine analizzata in tutti i modi e a tutt’oggi rimasta scientificamente inspiegabile, ciò rappresentò la rottura radicale con il passato, anche dal punto di vista simbolico.  Avvenne, infatti, nel luogo dove nel cupo passato idolatrico si era adorata una importante dea pagana (Tonantzin, “nostra signora”, la Madre Terra), il cui tempio era stato demolito dai frati.  Ciò significava che la nuova religione, anche se venuta con la guerra e le sue crudeltà, era quella del vero Dio, che ora si compiaceva di incoraggiare i vinti  con un segno soprannaturale, con il miracolo straordinario dell’Apparizione; che la religione degli avi era falsa e finita per sempre; che dopo i disastri e i castighi si poteva e doveva ricominciare da capo, con l’aiuto di Dio e della sua Chiesa.
Ma la pseudo-teologia “india” svaluta l’Apparizione della Madonna di Guadalupe cercando di ridurla a semplice momento significativo di un processo di inculturazione che non avrebbe di per sé portato ad alcuna rottura con il passato, se non fosse stato interrotto o deformato dal “cristianesimo spagnolo” dei missionari.  E quale sarebbe stato il “cristianesimo spagnolo”?  Quello, osservano, “che non ammetteva alcuna competenza [in materia di religione e morale] né ai “Mori” né agli eretici protestanti, né tanto meno alle antiche religioni dei nostri popoli.  Questo fu il cristianesimo ufficiale ma il popolo, restando a margine dei missionari, unì nella sua vita entrambe le tendenze religiose: l’antica e la cristiana”.  Questa “prima evangelizzazione” fu “intollerante”; dopo il Concilio, il compito della Chiesa è ora quello di procedere ad una seconda o “nuova evangelizzazione”, mirante a superare “l’intolleranza originaria”.[61]
Come ognun può vedere, il P. López mostra qui ancora una volta di aver smarrito il significato stesso del cristianesimo.  Cristo risorto ha ordinato ai suoi Apostoli di “insegnare alle nazioni”, di rendere tutti i popoli “suoi discepoli”; di insegnar ai popoli ciò che Lui stesso aveva insegnato a loro (“tutte le cose che ho comandato a voi”); di insegnare per la salvezza delle nazioni, perché “chi non è con me, è contro di me, e chi non raccoglie con me disperde”; e chi “disperde” va all’eterna dannazione (Mt 28, 16-20; 12, 30 – Mc 16, 16).  Non ha ordinato loro di mettersi in ascolto di tutte le altre religioni per entrare “in dialogo” con i loro seguaci, al fine di costruire un mondo  migliore all’insegna dell’insana e sinistra utopia dell’unificazione del genere umano, nel rimescolamento di tutti i popoli e tutte le razze!  Il “cristianesimo spagnolo” dei frati missionari, intollerante nei confronti dei culti (per di più barbarici) delle false religioni, altro non era che il cristianesimo tout court, sostituito oggi dal falso cristianesimo, dialogante e sincretista, panteista e animista, predicato da “teologi” come il P. López e i suoi sodali.                   
Altro aspetto essenziale e conclusivo del “metodo” di questa “teologia”, sottolineava  mons. Barragán, è quello di considerare la “sapienza indigena” come di per sé incompatibile con la “logica occidentale”: essa  sarebbe intrinsecamente accessibile solo ad una “logica simbolica”:  así se afirma la propia identitad indígena.”
Ma non si tratta solo di affermare la propria “identità”, come si dice oggi.  C’è anche da soddisfare l’esigenza ideologica di condannare in blocco la teologia “occidentale” perché sarebbe stata complice della colonizzazione.  Si noti l’uso peculiare del termine occidentale. “La teologia occidentale fu usata spesso come strumento di potere e dominazione, per legittimare i soprusi e le violenze dei Conquistadores.  Spesso si usa come mediazione per sostenere il potere costituito”.[62]  Allora:  la “logica concettuale” non si applica agli indi perché la loro “identità” sarebbe refrattaria ad essa o perché soggetta ad aprioristica damnatio in quanto supposta complice dello sfruttamento coloniale del passato?  I due motivi di esclusione sono alquanto diversi e non collegabili tra loro, ma tant’è.  Gravissimo poi il peccato di “sostenere il potere costituito”, atteggiamento al contrario in linea con i Vangeli e gli insegnamenti degli Apostoli, i quali, avendo di mira la salute eterna delle anime, mai incitano alla ribellione e alla rivoluzione in nome dei propri diritti (veri e presunti) quanto piuttosto ad obbedire lealmente ai legittimi padroni e governanti, ai quali però si ordina di trattare in spirito di carità e giustizia servi e sottoposti; “…ben sapendo che ciascuno, schiavo o libero che sia, riceverà dal Signore la ricompensa secondo quel che avrà fatto di bene” (Ef 6, 5-9).
Il taglio “antioccidentale” viene dalla “teologia della liberazione”, non è né teologia né dottrina cristiana.  Si deve rimarcare la scorrettezza, la disonestà di queste accuse alla “teologia occidentale” ossia alla teologia scolastica, quando fu proprio il clero regolare spagnolo con i suoi agguerriti teologi a difendere a spada tratta (anche esagerando nelle accuse) gli indi dai soprusi dei Conquistadores e della composita classe dominante formatasi con la Conquista:  a difenderli in dibattiti e dispute, coinvolgenti anche le autorità civili, rimaste famose per la profondità e la nobiltà delle discussioni –- e nient’affatto inutili perché contribuirono efficacemente alla politica di protezione delle popolazioni indigene attuata costantemente dalla monarchia spagnola.  Che poi questa politica non sia riuscita a proteggere sempre gli indigeni come avrebbe voluto, ciò è dipeso da fattori eccedenti la volontà di re, funzionari e teologi, non certo da cattiva volontà.[63]

3.4.  Eresie nella “teologia india”:   Dio è duale, Padre-Madre;  la Natura è divinizzata dalla Dea Madre, l’Amazzonia è “luogo teologico” ossia terra della Rivelazione; lo Spirito Santo ha già illuminato i pagani, la Chiesa non deve far proselitismo, non è l’unica Arca della Salvezza; La vera fonte della Religione è il mito…
La memoria di mons. Barragán offriva poi un  e l e n c o  articolato di ben 13  “contenuti significativi della teologia india-cristiana”.  Devo limitarmi ad una selezione.  Da essa emergono, comunque, elementi portanti di questa “teologia” che si ritrovano nello Instrumentum laboris  come elementi strutturali. 
Sono appunto le nozioni scandalose di una rivelazione che si troverebbe in atto già nella cultura india per cui la parola di Dio deve leggersi in un contesto indio, essendo “interprete della Bibbia  il popolo, con la sua storia concreta.” Pertanto, “il Magistero è esercitato dalla comunità ecclesiale” che in ogni caso non ha a che vedere con la Chiesa gerarchica, con le sue “strutture istituzionali fondamentali”.  “I dogmi cristiani devono aprirsi per dar luogo ai dogmi indi [sic]. Occorre spogliare i dogmi del loro abito europeo. Occorre dar vita ad una teologia che non abbia niente in comune [que nada tenga que ver] con quella occidentale”.  “Il dialogo rappresenta scambio di valori, non di concetti”.  Si deve fondare sul rispetto dell’altro. “Si ha dialogo quando si riconoscono altre rivelazioni come valide e autentiche, accettando i molteplici volti di Dio.” Guai a pretendere che “gli indigeni (aymaras) si facciano cristiani”.
Come si possano porre sullo stesso piano i “valori” rappresentati dalle credenze del paganesimo amerindio e quelli professati dal cristianesimo, non si riesce proprio a capire.  E nemmeno si riesce a capire, su un piano più generale, come si possano avere “valori” senza “concetti” che li fondino e li spieghino.  Si capisce invece che “il dialogo” non deve tentare di convertire nessuno al cattolicesimo: tra dialogo e conversione l’antitesi è e deve essere radicale (è così dal Concilio Vaticano II in poi). Inevitabile, a questo punto, che i nativi stiano passando in massa al pentecostalismo, dato che quei predicatori vanno subito al sodo, al battesimo e alla conversione alla loro setta, minacciando la dannazione eterna per i refrattari.
L’avversione per il vero Dio si tocca con mano, nelle esternazioni raccolte da mons. Barragán.
“Non possiamo uccidere il dio indio per far vivere il dio cristiano.  Dobbiamo conquistare la legittimità della religione india e della sua pratica.  La Chiesa muta a contatto con la Chiesa india [sic] e la sua teologia, solo così giunge a comprenderla.  Non c’è stata alcuna inculturazione del Cristianesimo con le culture indigene […]  Le relazioni con il Cristianesimo sono relazioni con una cultura oppressiva che venne ad estirpare la religione precedente con la scusa che era idolatrica e culto del Demonio [Perché, cos’altro era?].  Il  Logos si fece energia in tutta la realtà e così giunse a noi […]  Con la “teologia india” ci si manifesta a Cristo meglio che con la evangelizzazione occidentale.  Questo è il Cristocentrismo indigeno, diverso da quello teologico occidentale […] Bisogna progettare una Chiesa dal volto indigeno […] Bisogna purificare la “teologia india” dai termini cristiani […] I miti costituiscono la vera storia del popolo indio […] Nei miti non solo si incontrano i semi del Verbo ma essi hanno un valore salvifico talmente elevato che, nel conoscere “l’Altro”, si percorre un cammino ordinario di salvezza.  La cultura indigena è salvifica.”[64]
E perché lo è?  Perché le culture indigene sono in se stesse sacre, frutto di una rivelazione primordiale dello Spirito Santo! Testuale.  “Il Vangelo pervenne alle culture  indigene prima dell’evangelizzazione e fu rivelato [explicado] in esse dallo Spirito Santo; l’evangelizzazione ricevuta negli ultimi 500 anni è una mera toppa.  Per una vera catechesi occorre insegnare in primo luogo la religione ancestrale;  una volta completato quest’insegnamento, si possono aggiungere alcune idee cristiane”.[65]  La stupefacente nozione di una rivelazione dello Spirito Santo già presente nelle religioni degli adoratori animisti del Sole e della Terra, viene ripresa anche nello Instrumentum laboris (vedi infra, § 6). 
Quale potrà essere la “professione di fede” ricavabile da una “teologia” del genere? 
     “Al primo posto, la fede nell’organizzazione, nella cultura, nel popolo.  Al secondo, la fede in Dio Padre Onnipotente.  Si tace sul Figlio e lo Spirito Santo. La sapienza indigena deve esser riconosciuta come matrice del Continente”.  Siamo forse regrediti ad un monoteismo antitrinitario?  Peggio ancora.   Questo “Díos Padre Todo poderoso”, che costituisce la “categoria centrale della teologia india” è concepito nello stesso tempo come l’androgino primordiale o cosmico.  Infatti, è “Dio Madre-Padre – continua il testo – armonioso fondamento duale dell’uomo e di tutta la natura.  Con questa fede dobbiamo render attuale la teologia india, quale motore del mutamento sociale contro il Neoliberalismo.  Nella teologia india, Dio si conosce sempre come Madre-Padre, è maschio e femmina.  Dio si fa madre di tutti gli dèi e in questo modo si fa più concreto.  La teologia india afferma che viviamo nelle mani di Dio e che tutto è Dio.  Nella teologia india solo apparentemente si professa il politeismo quando si dice che la terra è una dea, o il sole è un dio, o lo sono gli elementi della natura:  in realtà la teologia india è monoteista, ma senza dimenticare che Dio è una realtà duale, femminile e maschile [una realidad dual, femenina y masculina].”[66]
Come ognun può vedere, osservo, regna qui la confusione più completa circa l’idea di Dio.  Il sincretismo domina, fatalmente all’insegna del principio di contraddizione:  Dio sarebbe unico, e nello stesso tempo duale, cioè maschio e femmina, diade ermafrodita cosmica!  Di un Dio uno e unico che non può esser altro che puro spirito, i teologi “indi” non hanno evidentemente mai sentito parlare o non vogliono sapere.  In ogni caso, questo Dio non sarebbe trinitario, il dogma fondamentale del cristianesimo viene rigettato. 
Nelle religioni primitive, tra i vari dèi, sono spesso comparse figure di singole divinità “onniscienti” e “onnipotenti”, aventi cioè questi attributi tipici del Dio unico del monoteismo.  Ma, come dimostrò a suo tempo l’illustre Raffaele Pettazzoni, questo non significa affatto che tali religioni potessero considerarsi monoteiste.  Né si può da questo culto inferire che esso provenisse da un monoteismo originario di tutti i popoli, successivamente scomparso od oscurato, come hanno sostenuto pur validissimi studiosi.
“L’equivoco consiste nel chiamare “monoteismo” ciò che è semplicemente la nozione di un essere supremo.  Con ciò si trasferisce in blocco alla più arcaica civiltà religiosa l’idea di Dio propria della nostra civiltà occidentale, quell’idea di Dio che dall’Antico Testamento è passata nel Nuovo ed è poi stata successivamente elaborata in seno al Cristianesimo”[67].  Nonostante la presenza di una divinità superiore alle altre perché onnisciente ed onnipotente, il politeismo resta tale, con tutte le sue caratteristiche panteistiche ed animiste.
L’onniscienza “è esplicitamente attribuita ad una delle principali divinità del pantheon azteco, il dio Tezcatlipoca.  Nella Historia General de las cosas de Nueva España  del frate francescano Bernardino de Sahagún, è detto che Tezcatlipoca è colui che “conosce gli uomini”(teimatini), che “conosce il cuore degli uomini”, che “conosce l’interno degli uomini”.  Nella Historia de los Mexicanos por sus pinturas, altro testo azteco e spagnuolo dei primi tempi della conquista, è detto che Texcatlipoca “era onnipotente ed onniveggente, e vedeva in tutti i cuori”.  La sua onniveggenza aveva per oggetto le azioni umane e per complemento l’esercizio di una sanzione punitiva.  Onnipotente in cielo e in terra, vendicatore e spietato, suscitatore di litigi e discordie, la sua agitata irrequietezza è quella di chi è sempre in vedetta e sempre in moto per scoprire i prevaricatori e punire le colpe senza tregua, inesorabilmente…[…]  I Caribi del fiume Barama, nella Guiana britannica, hanno la nozione di un essere supremo creatore, invisibile e inaccessibile, principio originario ed immanente dell’universo.  L’universo è ripartito in cinque regni:  della terra (la foresta), dell’aria, dell’acqua, delle alture, piú un quinto di carattere misto.  Ciascun regno ha i suoi spiriti, i quali sono rispettivamente sottoposti ad uno spirito maggiore che è il loro capo e rappresentante.  Di questi cinque spiriti maggiori soltanto quello dell’aria, Masi, capo degli spiriti omonimi (gli spiriti dell’aria), ‘è considerato come onnipresente, come uno spirito che vede e sa tutto’”.[68]
Parlare di “monoteismo” in relazione a queste credenze è quantomeno temerario. Monoteismo e politeismo sono e restano in radice incompatibili.  Il paganesimo non arrivava a concepire l’esser uno di Dio nel senso dell’unicità di Dio, che noi cristiani sappiamo per rivelazione compatibile con la sua natura trinitaria.  Pertanto, nelle religioni “primitive”, come sottolineava Pettazzoni, al massimo “quel che in esse si trova è la nozione di un essere supremo.  Ma che ragione c’è di indentificare siffatta nozione col monoteismo?  Non si rischia, così, di trasferire ai popoli incolti una nozione che appartiene in proprio alle religioni monoteistiche moderne?  Le grandi religioni monoteistiche, quelle il cui carattere monoteistico non può assolutamente esser messo in dubbio, quelle che si sono proclamate monoteistiche sin dall’origine, e tali hanno voluto essere, sono esse le religioni cui deve in primo luogo rivolgersi una ricerca intorno al monoteismo e alla sua formazione”.[69]     
Va notato poi che nel “monoteismo” professato dalla “teologia india”, avremmo un Dio simultaneamente maschio e femmina, il dio appunto delle mitologie arcaiche.  Impermeabili al principio di non-contraddizione, alla logica più elementare, i “teologi indi” introducono il sesso nella natura stessa del loro dio unico, il sesso della bisessualità archetipica dei miti dell’origine, frutto di mentalità che non sapevano ancora elevarsi rispetto alle forze vitali dell’esistenza.  Così, avremmo ora, al posto del Dio unico trinitario il Dio unico duale-bisessuale!  Insomma, il mito al posto della Rivelazione.  Mito non dei più poetici ma sicuramente non sgradito ai settatori della Rivoluzione Sessuale che sta devastando l’Occidente, presenti a quanto pare in non picciol numero anche tra il clero attuale.
Il “mito” ci dicono assurdamente i “teologi indi” deve costituire la vera fonte della religione.  E difatti nella mitologia religiosa degli Aztechi sembra esserci la nozione di “un dio ermafrodita della creazione”. Il suo nome sarebbe stato Ometeotl, sostantivo che, nella lingua nahuatl, significherebbe “due” o “duale”(Ome) connesso a teotl, “dio”.  Questo nome, che non identificava un culto vero e proprio, sarebbe stato riferito a coppie di dèi maschio e femmina (Ometecutli/Omecihuatl-Tonacatecutli/Tonacacihuatl): dèi della creazione e quindi maschili e femminili perché la creazione, per la mentalità primitiva, può esser concepita in modo solo naturalistico.  Secondo le fonti azteche raccolte da Sahagún e da un altro autore francescano, nel livello più alto del cielo della mitologia azteca, si troverebbe Omeyocan o “luogo della dualità” nel quale avrebbe la sua residenza “un dio di nome Ometecuhtli, che significa due-dèi, uno dei quali una dea”.  Queste due divinità sarebbero state chiamate anche “Signore e Signora dell’Abbondanza”.[70]
L’affollato pantheon azteco è stato suddiviso dagli studiosi in diversi gruppi principali di deità:  dèi culturali (5); della creazione (4), del pulque e degli eccessi (6, con varie sottospecie), dèi del mais e della fertilità (4), della morte e dell’oltretomba (4), del commercio (2).   La creazione, come origine, origine del tempo, del fuoco, dell’antichità, viene rappresentata con dèi diversi da quelli della diade sopra vista.[71]  Insomma, si nota la scomposizione del divino a seconda delle sue funzioni, legate a fenomeni naturali o culturali o sociali.  Le classificazioni degli studiosi hanno dimostrato anche la tendenza ad attribuire gli stessi poteri a dèi diversi e “ad assegnare i loro attributi a divinità tribali di altre comunità.”[72]  Ci vuole un grande coraggio, per sostenere che qui, nonostante le apparenze, ci troviamo di fronte ad una concezione monoteistica.  L’unico accenno ad un Dio unico, nel senso autenticamente monoteistico, da onorare in modo civile, abolendo cioè i sacrifici umani,  rimase isolato e non scalfì affatto la struttura politeistica del pantheon e del culto, struttura che, come si è visto, include anche la divinità cosiddetta “duale”, ermafrodita o androgina che dir si voglia. 
“A capo del pantheon azteco, in senso teologico, stava un dio supremo e ineffabile, Tloque Nahuaque; sembra tuttavia che il culto attivo in suo onore si limitasse ad un solo tempio, a Texcoco, che, per impulso del grande capo Nezahualcóyotl, divenne un centro di filosofia religiosa.  Inferiore di grado a questa astrazione della potenza divina, ma assai piú riconosciuta, era la suprema coppia di Tonacatecuhtli e Tonacacíhuatl (Signore e Signora della Nostra Sussistenza), che avevano grande importanza teologica e fungevano da progenitori e procreatori delle altre divinità.  Tuttavia, non erano molto adorati perché il loro controllo sulla natura era molto remoto.  Un’entità equivalente, Ometecuhtli (Signore della Dualità), si trovava in posizione analoga ed era il risultato della speculazione dei sacerdoti sull’origine ultima dei numi tutelari del destino degli uomini”.[73] 
Così Vaillant interpreta la gerarchia politeista azteca, da me già sopra riportata.  Gli dèi erano generati da altri dèi, venivano adorati per la loro presa sulla natura, per i benefici che ripartivano tra gli uomini, se gli uomini rendevano il dovuto omaggio con i riti prescritti dai sacerdoti.  La possibile intuizione monoteistica di un re virtuoso, rimase un fatto del tutto isolato.  In ogni caso la divinità trascendente e senza immagini del re Nezahualcóyotl, non aveva nulla a che vedere con l’entità “duale” o androgina che per i  “teologi indi” rappresenterebbe un “monoteismo” pagano.
Inoltre, l’al di là azteco e amerindio in generale  “come l’Ade greco, era privo di significato morale”.[74]  Ma i greci, ben più evoluti, avevano anche la credenza del Tartaro, luogo infero nel quale dovevano soffrire in eterno coloro che i giudici infernali o lo stesso Zeus avessero condannato per le loro male azioni.     
La coscienza religiosa india era in generale utilitaristica, possiamo dire: “I numerosi dèi che intervenivano nelle vicende umane erano i piú venerati.  Uno di essi era lo spirito tutelare della comunità, cui si attribuivano supremi poteri.  Veniva onorato nel tempio principale, compendiava gli astratti attributi degli dèi inventati dai teologi e partecipava dei supremi poteri esercitati dai maggiori numi delle altre comunità.  Gli dèi di questo gruppo erano sempre, senza eccezioni, dèi del cielo”.[75]
 Con gli aberranti discorsi dei “teologi indi” sull’inesistente “monoteismo” delle religioni pagane, che gettano nella confusione il giusto ragionamento sulla vera natura di Dio, si ottiene comunque di sovrapporre la nozione pagana di Dio a quella cristiana:  sincretismo assolutamente inaccettabile, già nuova e falsissima religione.  Logico, pertanto, che anche la figura di Nostro Signore venga percepita dai “teologi indi” in modo anch’esso confuso e del tutto insufficiente.
Secondo alcuni, riferisce sempre mons. Barragán, è possibile “riconoscere la dimensione salvifica di Cristo”, ma “a partire dalla storia dei nostri popoli”, cioè in quanto adattabile alla mentalità india.  Per altri, la cosa è più problematica poiché “ci sono elementi del Vangelo che la cultura india non accetta, p.e. che Cristo non abbia una moglie e sia vissuto da uomo solo.  In alcune di queste culture, a Cristo è posta accanto una moglie, capace di miracoli come Lui”.  Non c’è che dire, il cristianesimo in salsa india presenta aspetti addirittura farseschi, a  noi finora del tutto ignoti!  I “teologi” più estremisti “rifiutano completamente Cristo”.  Secondo loro, la figura del Cristo redentore e salvatore è “un’invenzione delle comunità cristiane, imperiali ed egemoniche. Cristo non è nato per gli indigeni ma per il mondo occidentale.  Come può un ebreo salvare un maya? Come fa Cristo ad essere un maya?”.[76]
La chiusura mentale che queste posizioni fanno vedere, l’incredibile incapacità di cogliere il significato universale e sovrannaturale della figura del Signore, di superare l’ottusa dimensione del “particulare” etnico e tribale:  ciò appare lo sbocco inevitabile di una visione della vita che mette al centro il “popolo” inteso in maniera esclusivistica per non dire razzistica --- il popolo quale espressione di una razza americana indigena che si vuol considerare addirittura “sacra” quanto più vicina alle forme arcaiche e primitive del suo cupo passato pagano.
È ovvio, che in una visione del genere, il ruolo della Chiesa cattolica venga ad esser  ridotto al minimo, con la tendenza a scomparire.  Dall’ampio florilegio di sentenze, ne traggo solo alcune:
“dalla teologia india sboccerà una nuova Chiesa india [sic], con i suoi nuovi valori, ministeri ed istituzioni. L’evangelizzazione dei missionari fu incompetente.  L’evangelizzazione  posta in opera dalla Chiesa per 500 anni fu un errore, una imposizione culturale di tipo oppressivo.  La Chiesa guarda con sospetto all’indigeno e l’indigeno con sospetto alla Chiesa.  La Chiesa deve riconoscere che ci sono diverse vie di salvezza, deve ammettere che la via da essa proposta non è che una delle tante. Il Cristianesimo deve rinunciare alla sua pretesa di essere l’unica via [di salvezza], senza che questo significhi abdicare da Gesù Cristo”.  Ma, osservo, proprio questo significa, da sempre:  rinunciare al compito ordinato da Cristo risorto alla sua Chiesa, tradire la missione da Lui affidatale. 
I teologi “indi” attaccano violentemente il proselitismo, ne negano il concetto stesso.  “Proselitismo significa considerare la Chiesa quale unica portatrice di salvezza e verità.  Il cristiano si sente evangelizzatore, sì che il resto dell’umanità debba ricevere passivamente il suo messaggio.  Ma così non c’è dialogo.  Il compito della Chiesa è accompagnare i popoli indigeni nella formazione della coscienza indigena.  Non si tratta propriamente di salvare l’individuo quanto di formare la sua coscienza indigena.  La cultura indigena è in se stessa salvifica”.[77]  Il compito della Chiesa cattolica non è dunque quello di formare una “coscienza cattolica” negli individui cui si rivolge.  Essa deve formare una “coscienza indigena”, far sì che sviluppino o recuperino la loro personalità immedesimandosi nelle loro culture ancestrali.  Oggi nella Meso e in Sudamerica, domani in Germania, Francia, Italia o dove volete voi.  La “coscienza indigena” da formare nei tedeschi, p.e.,  non sarebbe forse quella che li riporta al culto di Wotan, di Freya, di Loki, di Thor, al cristianesimo völkisch, aberrante miscuglio pagano-cristiano, intessuto di esoterismo da romanzo popolare, che Hitler cercò poi di sfruttare istituendo una posticcia “chiesa” di “cristiano-tedeschi”, affiliata al regime?   
Ma si rendono conto, questi sacerdoti in preda alle irrazionali e fumose elucubrazioni della “teologia india”, delle eresie che professano?  In quale abisso di miscredenza sono caduti?  Osano dire:  Il cristianesimo non è l’unica Arca della Salvezza e la Chiesa deve rinunciare ad insegnare la verità rivelata! Se le cose stanno così, allora la Chiesa cosa ci sta a fare?  E loro stessi? Deve solo sparire, evidentemente, la Chiesa.  E difatti, sbraitano: “La Chiesa deve rinunciare ad esser Madre e deve allinearsi come sorella ai popoli indigeni.  La Chiesa istituzionale deve smettere di esser maestra e mutarsi in alunna del popolo indio”.  Per questo, la Chiesa deve cambiare la sua natura, acquistare appunto un volto indio [sic], a cominciare dalle sue “strutture ministeriali” la cui validità viene messa in discussione, arrivando a dire che “i sacramenti sono sette solo simbolicamente”.[78]  Per concepire la Chiesa cattolica in questo modo, bisogna aver completamente perso di vista il suo vero significato.  Cristo Nostro Signore, come ho già ricordato, non l’ha istituita per “dialogare” con le altre religioni, al fine di attuare riforme sociali o realizzare la pace nel mondo, obiettivi chimerici, in ogni caso del tutto secondari nell’economia della salvezza, che si consegue solo ottemperando individualmente, giorno per giorno, ai precetti di Cristo Nostro Signore, come mantenuti ed insegnati nei secoli dal Magistero ortodosso della Chiesa, sino al Vaticano II escluso.  Infatti, è da quel pastorale e innovatore Concilio che la Chiesa ha abdicato alla sua missione, trasformandosi da docente in discente, da maestra di verità rivelate dal Verbo Incarnato, in discepola che “si pone in ascolto” di tutte le pseudo-verità del Secolo, per imparare da esse al fine di concorrere con tutti gli eretici, scismatici e i non cristiani a realizzare (utopistici) obiettivi politici e sociali, puramente terreni, tra i quali l’unità del genere umano all’insegna di un c.d. “nuovo umanesimo”, pura follia!  E a tal punto si è snaturata che dal suo seno emergono oggi schiere di pseudo-teologi impegnati a demolirla dall’interno, a sostituirla con altre religioni, create dagli uomini e non da Dio.  Adesso è venuto anche il momento della “teologia india”, del tentativo di dissolvere il cattolicesimo riportandolo ai culti del peggior paganesimo, sanguinario, idolatra, animista e cannibale.
L’idolatria animista propugnata da questa panteistica “teologia india” risulta con la massima chiarezza dal “culto della terra” da essa professato.
“Nella teologia india la terra è essenziale, la intendono come la dea Madre.  Ha la sua propria personalità.  È sacra. È  un soggetto con il quale si parla e cui si rende culto.  La terra è la fecondità divina.  Le piante, specialmente il mais, sono la carne degli dèi, i quali si sono offerti agli uomini per la loro esistenza. Non si vende né si acquista.  La terra è ben al di là di qualsivoglia oggetto, è un soggetto con il quale si dialoga e al quale si chiede benevolenza e protezione.  Lo stesso accade con il sole, che si adora come Padre, e con gli astri”.[79]
La natura “duale” del Dio indio si articola, come in antico, nel culto di Gaia, la Madre Terra, da un lato e del Sole dall’altro, con tutto il corteggio dei relativi fenomeni naturali divinizzati. L’idea primitiva della vegetazione come “carne degli dèi” per il nostro nutrimento,  non era alla base dei sacrifici umani collegati ai culti agrari arcaici – bisognava fecondare con la nostra carne la terra che gli dèi fecondavano per noi con la loro “carne”, nutrire con la nostra la “carne” degli dèi, vincendo così (si pensava stoltamente) il timore e il terrore che la natura ci ispirava?  Culti nei  quali la donna che impersonava la “dea del granturco”, per esempio, veniva smembrata e i diversi pezzi sepolti nei campi, oppure veniva decapitata e scuoiata, subendo poi la povera pelle tutto un complicato, orribile iter cerimoniale?[80]
Ritorno sfacciato al paganesimo, dunque, la “teologia india” e non certo (lo ripeto) a quello degli Stoici, dalla cui etica filosofica possiamo trarre ancora alimento  --  al paganesimo più primitivo, al rozzo culto animistico della Natura.

3.5  Le giuste critiche di mons. Barragán alla “teologia india”.
In un finale “tentativo di valutazione globale” della “teologia india”, mons. Barragán cercava di contrapporre aspetti positivi e negativi, in un generoso sforzo di obiettività.  
Attribuendo ai settatori di questa teologia onestà d’intenti, l’Autore concedeva che era giusto conservare agli indigeni “la propria lingua e cultura” in modo da sfruttare al meglio il loro “profondo sentimento religioso”, il loro “senso comunitario”, la loro inclinazione alla “dimención celebrativa de la vida”.  Gli “indigenisti” mettevano in luce un patrimonio culturale e spirituale da “inculturare” nel cristianesimo, da intendersi però nel senso giusto:  a los cristianos les toca extraer de este rico patrimonio los elementos compatibles con su fe, de donde provenga un enriquecimiento cristiano”.[81]  Nella prospettiva del presule, si trattava sempre di discernere quei valori che potevano favorire “un radicamento più profondo del Cristianesimo nella cultura locale”.[82]  Non si negava, concedeva anche troppo generosamente mons. Barragán,  che forme di cultura locale erano state trascurate durante il processo della “inculturación” iniziatosi 500 anni fa, magari anche solo procedendo in modo superficiale nei loro confronti.  Pertanto, mons. Barragán si augurava che certe forme “estreme” delle teologia india si sarebbero potute superare in un “dialogo comprensivo, forse riflettendo in modo più approfondito”.  Non si nascondeva, tuttavia, che queste forme “estreme” sembravano a volte dovute soprattutto all’influenza di “intellettuali stranieri il cui fine è privare del tutto di significato [desvirtuar] il fatto che un Continente come quello Americano sia cristiano…”.[83]
Lo sviluppo successivo, culminato oggi in un documento allucinante come lo Instrumentum laboris, ha relegato nel limbo dei pii desideri queste generose affermazioni dell’allora vescovo, il quale si affidava, per evidenti ragioni, alle virtù supposte taumaturgiche del “dialogo”.  La gravissima situazione odierna conferma, all’opposto, la giustezza dei suoi rilievi negativi, confermando per l’ennesima volta la sterilità, oltre che la nocività, del “dialogo” postconciliare, interno od esterno che sia alla Chiesa.
Le critiche di mons. Barragán coglievano punti essenziali.  La teologia india, scriveva, suscita “grandi problemi ed errori”.  Da un punto di vista generale, “il problema fondamentale” e “molto grave” sembra costituito dal “non comprender essa che cos’è la Rivelazione positiva divina e cosa significhi Gesù Cristo quale suo centro e culmine.” Nientedimeno!  Inoltre, essa pone in essere una sorta di “divinizzazione” della cultura indigena, finendo col farne un valore assoluto.  Citando Giovanni Paolo II, l’Autore ricordava, all’opposto, che l’uomo non si lascia rinchiudere in alcuna cultura, aspirando egli a valori sovrannaturali che trascendono ogni forma di cultura, prodotto umano contingente.[84]  Inoltre, proseguiva, bisognerebbe intendersi sul significato corretto di “inculturazione”.  Dal punto di vista cattolico, esso può significare solo “adesione totale alla fede in Cristo Signore”.  Questa adesione, “esige anche una profonda rottura sul piano culturale, come si prospetta nella Rivelazione, dalla chiamata di Abramo alla morte di Cristo in croce”.[85]  Ma, “se non si accetta Cristo come l’unico salvatore nella sua totale integralità, tantomeno si accetta la Chiesa, lo Spirito Santo apparirà superfluo, e l’intero discorso sul Dogma, il Magistero e simili, avrà sempre un che di negativo”.
Il problema essenziale con la teologia india era pertanto il seguente, secondo la precisa scepsi di mons. Barragán:  non riguardava tanto la teologia e i suoi metodi quanto “una questione più profonda, concernente la fede cattolica stessa nei suoi fondamenti”. Ciò significava che bisognava chiarire se la teologia india accettasse o meno “Gesù Cristo come unico salvatore del mondo mediante la sua morte e resurrezione salvifiche, accadute 2000 anni fa”;  se accettasse “la Chiesa cattolica in quanto fondata da Cristo e come l’unica e necessaria per la salvezza”.  Bisognava poi chiarire l’ambiguità sempre inerente al concetto di cultura india :  “ È la cultura indigena il criterio per accettare questo o quel dato della fede cattolica oppure è la fede cattolica il criterio per accettare questo o quel dato della cultura indigena?”.[86]  In definitiva:  “la teologia india pretende o non di fondare una nuova Chiesa, con i suoi ministeri e strutture distinte da quelle fondate da Cristo?   O si pretende solo un maggior adattamento delle strutture della Chiesa cattolica alle circostanze specifiche della cultura india?”.[87]
Oggi, diciotto anni dopo, nell’autunno dell’AD 2019, le più che legittime preoccupazioni formulate da mons. Barragán, hanno trovato purtroppo conferma e nel modo peggiore, grazie anche alla latitanza di un Magistero che, da Giovanni XXIII in poi, si rifiuta (automutilandosi!) di condannare con chiarezza e formalmente gli errori dilaganti:  lo Instrumentum laboris non solo raccomanda lo studio della teologia india, addirittura la incorpora proponendo, come si è visto, quale modello per tutta la cattolicità “una Chiesa dal volto amazzonico” ovvero inculturata al paganesimo del Dio Padre-Madre, adoratore della Madre Terra e del Sole, come nei voti dei “teologi indi”.  

4.  Lo ‘Instrumentum Laboris’ dà corpo alle profezie anticristiane dei letterati decadenti e neopagani  degli anni Trenta del Novecento affascinati dalle tenebrose religioni amerindie.
Tre le due guerre mondiali queste religioni furono riportate in vita a livello letterario da celebri scrittori, ben al di là delle contemplazioni esotiche stile Belle Époque.  Su tutti l’inglese D. H. Lawrence, l’autore dell’un tempo celebre Lady Chatterley’s Lover,  in un suo lambiccato, plumbeo romanzo ambientato in Messico, intitolato The Plumed Serpent, nel quale immaginava l’emergere di un movimento settario nel Messico stravolto dalle lotte civili degli anni Dieci e Venti del secolo scorso, riproponente il culto degli antichi e feroci dèi locali, in sostituzione del cattolicesimo, professato dalla stragrande maggioranza della popolazione ma avversato dalla borghesia progressista al potere, fortemente anticlericale. Alla sensibilità malata di Lawrence piaceva la religiosità azteca perché privilegiava la razza, la carne, la sensualità più greve e sfrenata, impastata del sangue dei sacrifici animali e soprattutto umani di prigionieri, schiavi, donne, bambini. Egli immagina che un gruppo di intellettuali e signori della guerra messicani riesca a sedurre i contadini, guidandoli ad installare gli antichi idoli nelle chiese cattoliche occupate, dopo avervi fatto sparire i simboli cristiani; chiese ulteriormente profanate da esecuzioni di mariuoli e criminali nella forma dei sacrifici umani degli Aztechi (cap. XXIII, La notte di Huitzilpotli).  Nel cap. XXI, L’apertura della chiesa, le guardie del protagonista del revival idolatra, impersonante la parte di Quetzalcoatl redivivo, apostrofano la folla dei “fedeli” nella chiesa notturnamente occupata, con un’acclamazione che oggi, dopo aver preso visione dello Instrumentum laboris e delle oscenità liturgiche che sta già provocando, suona sinistramente attuale:      
“Maria e Gesù v’hanno lasciato,
Sono andati a rinnovarsi,
Ed è venuto Quetzalcoatl!
È il vostro Signore, ed è qui!”.[88]
Il romanzo si conclude con la protagonista, un’irlandese vedova, alla ricerca irrequieta del Maschio, che “sposa” uno dei capi della setta con un rito per così dire “azteco”. L’officiante si crede (senza ironia) la reincarnazione di Quetzalcoatl, come sappiamo dio delle arti e mestieri, della civiltà, del vento, etc; lo sposo invece di Huitzilopotli, dio della guerra e del sole, il dio nazionale del Messico azteco, il principale beneficiario dei sacrifici umani; mentre la sposa si doveva immedesimare in una divinità femminile, Malintzi simbolo della luna, della primavera. 
 Lawrence vedeva nel sesso lo scopo della vita, l’unica fonte dell’autentica felicità. Ricama sino alla noia sulla forza e importanza dell’eros, inteso però da lui in modo sostanzialmente e  animalesco perché del tutto materiale, come manifestazione insopprimibile del sangue, della razza, dell’istinto, del piacere – al punto da infliggerci le  meditazioni della protagonista sul modo migliore per lei di provare l’orgasmo nel rapporto intimo col maschio; pagine indecorose, anche se non sordide come certi passaggi del monologo al femminile che chiude il coevo Ulysses, e non volgari e oscene come quelle copiosamene dedicate allo stesso argomento dalla posteriore letteratura femminista, che l’opera di Lawrence per vari aspetti comunque anticipa.  La “liberazione sessuale” poteva realizzarsi solo sul cadavere dell’etica cristiana, della nostra religione, invocando per tutti il ritorno al paganesimo del tempo che fu, apprezzato per la sua componente sfrenatamente sensuale non certo per l’etica di tipo stoico o le speculazioni platoniche e neoplatoniche sul Divino e l’anima immortale.  In questo, Lawrence è chiaro e perversamente coerente: anche gli irlandesi, egli li incita a ritornare agli dèi della loro arcaica, tenebrosa mitologia, sicuro che “la loro voce non è stata soffocata nel sangue vivente”.[89]   
Le torbide fantasie di un Lawrence  sembrano oggi realizzarsi, si potrebbe dire, ad opera proprio di sacerdoti e intellettuali cattolici degeneri, intrisi di modernismo sin alla radice dei capelli.  Si tratta, come si è visto, di autentici nemici della vera dottrina e pastorale, distruttori della fede, del tutto indifferenti al destino eterno delle anime.  Sono, in termini paolini, “falsi fratelli”, i quali, come ha sottolineato mons. Schneider, cercano di imporre ai poveri popoli dell’Amazzonia, “le loro decadenti ideologie ed eresie teologiche fabbricate in Europa”; imbevute, sottolineo, di tutti i veleni della pseudocultura occidentale contemporanea, dall’ecologismo d’accatto al vulgar marxismo al sociologismo al femminismo all’esaltazione stile new age del primitivo.[90]  Ma in realtà, queste “decadenti ideologie”  possono osare di volerle  imporre a tutta la cattolicità, grazie all’appoggio di cui hanno finora goduto – incredibile dictu - presso il Papa regnante.
Il romanzo di D. H. Lawrence uscì in versione definitiva nel 1926. L’autore morì di tisi nel 1930, a 45 anni.  Con l’emancipata moglie tedesca, risiedette più volte nel Messico, all’inizio degli anni venti.  Finì il romanzo nel 1925. Si trovava in Messico quando era già in pieno sviluppo, dall’anno precedente, la feroce persecuzione contro la religione cattolica, inaugurata dal governo laico e anticlericale del presidente-dittatore Plutarco Elías Calles; persecuzione che provocò, dopo inutili proteste pacifiche di massa, la rivolta armata dei Cristeros (1926-1929).[91] Ma non sembra che questo fatto macroscopico abbia la giusta eco nel romanzo, pur rivisto dall’autore fino all’autunno del 1925.  Troppo forte l’odio per il cristianesimo da parte di questo profeta della Rivoluzione Sessuale.  L’unico accenno all’incombente rivolta utilizza la (relativa) libertà dell’artista per stravolgere completamente i fatti:  il presidente Montes (Calles) sopprime il culto cattolico dopo che fanatici guidati dai preti si erano ribellati all’avanzata dei vecchi dèi e impone l’antico paganesimo come religione nazionale.[92]
  Così scrive Lawrence, quando era vero l’opposto:  le masse cattoliche cominciarono a ribellarsi solo  d o p o  che la loro religione era stata di fatto soppressa da Calles (che si dichiarava ateo e non imponeva ritorni all’antico paganesimo), con una serie di misure legislative e di polizia fortemente vessatorie, attuanti le norme anticlericali della Costituzione del 1917, fin allora saggiamente disapplicate dai suoi predecessori. E la ferocia della persecuzione, la proibizione del culto pubblico, la caccia all’uomo nei confronti dei preti che non ottemperassero alle severe restrizioni, continuate di fatto per un certo tempo anche dopo la fine dei combattimenti, sono esposte con artistica e veritiera incisività dal famoso scrittore cattolico inglese Graham Green, nel romanzo Il potere e la gloria, scritto nel 1940, dopo che nel 1938 si era recato in Messico a documentarsi.[93]
Il Messico fatto rivivere nel romanzo di Lawrence sembra autentico ma, a ben vedere, lo è assai poco.  Lawrence, cui non mancavano capacità di osservazione e di costruire l’ambiente dei suoi personaggi, soprattutto mediante i dialoghi fra gli stessi, sembra tuttavia vedere i messicani come una razza inferiore, studiata da lui come l’insetto dall’entomologo, con applicazione di una psicologia di taglio positivistico.  E studiata, questa razza “rossa”, per dimostrare, imporre determinate tesi.  Egli appartiene alla categoria degli scrittori a tesi, ai quali è per ciò stesso preclusa la grandezza.
Ne risulta un quadro deformato, comprovato dal suo giudizio errato sul cattolicesimo del popolo messicano, in realtà profondamente radicato.  “Gesù – scrive – non è un Salvatore per i messicani.  È un Dio entrato morto nella loro tomba.  Come un minatore è sepolto sottoterra dalle frane delle gallerie, cosí intere nazioni vengono sepolte dai lenti depositi del loro passato.  A meno che non arrivi qualche Salvatore, qualche Redentore e non apra una nuova via verso il sole.  I bianchi arrivarono ma non portarono la redenzione nel Messico.  Al contrario, alla fine si trovarono chiusi essi stessi nella tomba col loro Dio morto e con la razza che avevano soggiogata”.[94] Pertanto, agli occhi della protagonista del romanzo, l’emancipata irlandese Kate, la fede dei messicani era solo superstizione. Mostrandosi inizialmente scettica sulla “missione” neo-pagana dei suoi amici accaniti a risuscitare idoli dai nomi illeggibili, afferma: non vale la pena  far quello che fate, “cercare di far cambiare religione a questa gente.  Se pure hanno una religione da cambiare.  Io non credo che siano tanto religiosi.  Sono solo superstiziosi, ecco.  Per me io non posso soffrire della gente che si trascina ginocchioni sul pavimento d’una chiesa, e che tiene le braccia alzate per ore e ore.  C’è qualcosa di stupido, di falso in questo.  Non è un Dio ch’essi adorano.  Ma solo qualche piccola potenza malvagia…”.[95]
In questo giudizio, nel quale Lawrence fa parlare tutto il suo disprezzo per il popolo messicano oltre che per il culto cattolico, appare un classico errore dei miscredenti, dovuto anche ad ignoranza del vero sentimento religioso: l’errore di ritenere la preghiera una forma di superstizione.  Non credendo, essi non capiscono il senso della fede nel vero Dio: per essi, il culto è solo una superstizione da abolire, a cominciare dalla preghiera.  Odiano le nostre preghiere perché il pregare Dio umilmente ogni giorno, per impetrare la sua Misericordia, per se stessi e per la salvezza di tante anime, offende la loro smisurata superbia.
La falsità dei perentori giudizi di condanna di Lawrence è dimostrata anche dalla rivolta dei Cristeros, ampia e tenace rivolta popolare, spontanea, con poche armi e pochi mezzi, senza appoggi dall’esterno, in difesa della fede gravemente perseguitata e della libertà di culto.[96]  Questo era il motivo principale della sollevazione anche se vi si mescolavano ragioni di giustizia sociale, appartenendo al fronte dei persecutori parte notevole della borghesia possidente, miscredente e legata alle Logge.  Nel 1929 l’insurrezione guerrigliera era giunta a controllare quasi metà del Paese, tagliandolo in due, rinchiudendo i governativi nelle città e giungendo ad un passo da quella che sembrava la vittoria finale. Si giunse invece ad una improvvisa fine delle ostilità in cambio di una soluzione di compromesso.  Si decise che la Chiesa non poteva rientrare in possesso delle sue proprietà, sottrattele dal governo, ma poteva esercitarne l’uso; il culto pubblico poteva di fatto riprendere; i sacerdoti potevano di nuovo esser consacrati dai rispettivi vescovi, le campane tornare a suonare. Ma la costituzione non si toccava. La soluzione di compromesso fu mediata e forse imposta dagli Stati Uniti, schieratisi dal lato dei governativi persecutori con invii di aiuti di ogni tipo, e accettata (o subìta) dal Vaticano. Essa non impedì ai governativi di effettuare in certe zone sanguinose rappresaglie a guerra finita, cosa che provocò una striscia di sangue prolungatasi sin quasi al 1940, quando fu eletto un presidente cattolico.  La ribellione, che ebbe il senso di una Cristiada, di una Crociata contro l’Anticristo al potere che sopprimeva il culto e perseguitava tutti i cattolici, anche se non appoggiata ufficialmente dai vescovi, dimostrava, ammesso ce ne fosse stato bisogno, che Cristo non era certo “entrato morto” nell’anima del popolo messicano. 
Nonostante le crudeltà iniziali della Conquista, quando si combatteva da entrambe le parti senza quartiere, e il posteriore, duro sfruttamento economico da parte dei peggiori fra i titolari di encomiendas - il popolo messicano fu liberato dagli orrori ben più gravi della crudele e nefanda religione antropofaga degli Aztechi e dal loro sistema di governo castale e schiavistico, fondato sulle razzie e le sistematiche guerre.  

5.  Le quattro accuse del cardinale Brandmüller, più una quinta.
Ma vediamo ora le accuse del cardinale Brandmüller, nel suo testo concisamente enunciate. Concernono quattro capi di imputazione.  Preliminarmente, il cardinale si chiede quale competenza possano avere i vescovi ad occuparsi di complesse questioni di economia, ecologia, politica.  Ma, osservo, è il Papa stesso che se ne occupa, avendo elaborato o fatta propria la sconcertante teoria della c.d. “conversione ecologica”, che i vescovi sono ora chiamati a mettere in pratica.  Con quale competenza, il Papa e i vescovi, non si saprebbe in effetti dire.  Non neghiamo certamente che il moderno, intenso sviluppo agricolo-industriale, provocato anche dal forte aumento della popolazione mondiale, ponga complessi problemi nei confronti dell’ambiente amazzonico e di certe popolazioni indigene in esso radicate.  Neghiamo tuttavia che governi come quello brasiliano, non abbiano fatto nulla per proteggere gli indigeni  e il loro ambiente, e  che sia compito della Chiesa cattolica elaborare e presentare le soluzioni di questi problemi, sostituendosi (con quale cognizione di causa?) ai legittimi governanti e persino contro di essi.[97]  Fino a prova contraria, il Signore ha fondato la sua Chiesa per la salvezza dell’anima di ciascuno di noi, non perché governasse direttamente gli Stati e le società, sostituendosi al potere civile legittimamente eletto e funzionante.   
Neghiamo altresì che le soluzioni partorite dalle odierne menti clericali debbano esser tali da cambiare la dottrina della Chiesa, introducendovi come niente fosse il panteismo e il naturalismo dei culti pagani di un tempo, l’ordinazione di uomini sposati, un inizio di sacerdozio femminile, l’immissione dei laici nel governo della Chiesa – e tali da preparare il terreno alla ribellione delle popolazioni indigene (e fors’anche dei cattolici in generale) nei confronti dei loro governanti e dell’autorità legittima e tradizionale della Gerarchia ecclesiastica stessa.
Il cardinale Brandmüller attacca il documento sui seguenti quattro punti:
a. esso propugna una religione naturale a sfondo panteistico “con maschera cristiana” (culto della Dea Madre, di una natura divinizzata -  esaltazione dei popoli primitivi, tribali, in quanto (immaginati) viventi in simbiosi con la natura, cosa che li renderebbe portatori di una supposta saggezza di vita ancestrale, da assumere a modello, perché addirittura “luogo” di una supposta rivelazione divina! – vedi supra);
b. apre la strada all’abolizione del celibato ecclesiastico;
c. vuole introdurre una forma di sacerdozio per le donne;
d.  nega il carattere sacramentale-gerarchico della Chiesa.
Di mio, se è lecito, ne aggiungo un altro:
e. sembra negare il dogma secondo il quale al di fuori della Chiesa non c’è salvezza (art. 39 IL, ove si legge, riferendosi ai cattolici, che non dialogherebbero come si deve con i popoli amazzonici:  “L’apertura non sincera all’altro, così come un atteggiamento corporativo che riserva la salvezza esclusivamente al proprio credo, sono distruttivi di questo stesso credo.”).[98]
 L’errore in fide contenuto nel punto a. configurerebbe una vera e propria apostasia, gli altri in ogni caso vere e proprie eresie o errori prossimi all’eresia.   

6.  L’apostasia: si dissolve il cattolicesimo nel culto panteistico di un Dio androgino,  Padre-Madre Terra, nel quale riappare la religiosità pagana  dell’America precolombiana, uno dei paganesimi più crudeli mai esistiti.
Denuncia il cardinale Brandmüller:  c’è per l’appunto nel documento, “una valutazione molto positiva delle religioni naturali, includendo pratiche di guarigione indigene e simili, come anche pratiche e forme di culto mitico-religiose.  Nel contesto del richiamo all’armonia con la natura, si parla addirittura del “dialogo con gli spiriti”.  Ciò avviene al n. 75 dell’Instrumentum (e anche nel n. 25).  Integro il testo del cardinale, riportando per esteso il passo incriminato:
“Nelle famiglie pulsa l’esperienza cosmica.  Si tratta di diverse conoscenze e di pratiche millenarie in svariati campi come l’agricoltura, la medicina, la caccia e la pesca, in armonia con Dio, la natura e la comunità.  Nella famiglia si trasmettono anche valori culturali come l’amore per la terra, la reciprocità, la solidarietà, il vivere nel presente, il senso della famiglia, la semplicità, il lavoro comunitario, l’organizzazione interna, la medicina e l’educazione ancestrale.  Inoltre, la cultura orale (storie, credenze e canti), con i suoi colori, abiti, cibo, lingue e riti fa parte di questa eredità che si trasmette in famiglia.  Insomma, è nella famiglia che si impara a vivere in armonia:  tra i popoli, tra le generazioni, con la natura, in dialogo con gli spiriti”.[99]
Si tratta dunque di accogliere nel cattolicesimo la “cosmovisione” delle religiosità native, con le sue millenarie pratiche, dall’educazione “ancestrale”, ai “riti”, al “culto degli antenati”, al “dialogo con gli spiriti”, secondo il programma della “teologia india”(vedi supra). 
Mi sovvengo del fatto che il c.d. “dialogo con gli spiriti” è tipico delle pratiche sciamaniche, connaturate a quelle forme naturaliste e animiste di religiosità, affidate in genere a stregoni e guaritori, e giustamente considerate da sempre espressione del paganesimo nelle sue forme più crude e primitive, manifestazione di quelle tenebrae dalle quali il Padre ci ha liberato mediante Gesù Cristo Nostro Signore (Col 1, 13).  Ma così non è, evidentemente, per il REPAM, sopra menzionato, al quale si deve la citazione appena riportata:  per il clero ufficiale sudamericano, imbevuto di “teologia india”, il “dialogo con gli spiriti”, tipico della religiosità primitiva delle tribù della jungla amazzonica, costituisce evidentemente un fatto positivo, da accogliere in una visione modernamente acculturata del cattolicesimo! 
Certo non la pensavano in questo modo non cattolico i Francescani, i Domenicani, i Gesuiti (tutti questi Gloriosi Ordini al tempo ben diversi da come sono oggi, scaduti al punto da esser irriconoscibili!) - eroicamente impegnatisi frati e gesuiti per secoli nella conversione dell’intero continente, anche in forte contrasto con l’aristocrazia creola originatasi dai Conquistatori per il modo nel quale i suoi esponenti più egoisti trattavano gli indigeni (vedi supra).  I Gesuiti   fondarono le famose Missioni  (Reducciones) nel Paraguay brasiliano, inquadrando gli indigeni locali in una vera e propria forma statale da loro rigidamente organizzata, isolata dall’esterno, ugualitaria e comunistica quanto alla proprietà della terra da coltivare (collettiva, con concessione di piccoli appezzamenti di terreno  in uso privato alle famiglie ):  “Più tardi, quando lo Stato [gesuita] era ormai bene organizzato ed era stata portata a grande perfezione la fabbricazione locale di istrumenti, dagli organi fino ai violini, in ogni stazione [delle Riduzioni] si trovavano ben esercitati cori di cantori e gli allievi più capaci venivano mandati a perfezionarsi presso i padri – sempre tedeschi -  particolarmente competenti in fatto di musica.  Le foreste vergini riecheggiavano continuamente i nobili suoni della musica sacra tedesca e italiana; e anche oggi [l’Autore scriveva nel 1883], scomparsa ogni altra traccia dell’azione dei Gesuiti, essi non sono del tutto dimenticati”.[100]
L’Instrumentum, continua il cardinale Brandmüller, elogia il culto della “Madre Terra”(al n. 44)  e invoca l’ascolto del “grido della terra e dei poveri”, al n. 101, dichiarando (come si è visto) che il territorio amazzonico è addirittura “luogo teologico”, per la ricchezza della natura che racchiude (acque, vegetazione, fauna e flora) e la saggezza degli aborigeni che vi abitano, la quale mostrerebbe addirittura una sorta di “epifania” rinviante a Dio (n. 19).  Qui, conclude giustamente il cardinale Brandmüller, si è “passati dal Logos al Mythos”, dando vita ad una “religione naturale con una maschera cristiana”.  In tal modo si sarebbe anche stravolta l’inculturazione come intesa dal Vaticano II, per esempio dal decreto Ad Gentes sull’attività missionaria della Chiesa.  Fino a che punto (osservo tuttavia) i decreti del Concilio siano innocenti di fronte alla aberrazioni del Postconcilio, questo è un discorso che si dovrebbe fare una buona volta e in modo sistematico; ma si continua a non volerlo fare, con grave danno per la nostra religione, mi sia permesso di dire. 
A prescindere da ciò, le critiche di Sua Eminenza nel merito del documento pre-sinodale sono del tutto pertinenti:  questa incredibile esaltazione (ad opera di uomini di Chiesa!) dei culti ancestrali della Madre Terra (della Dea Madre, Gaia o Gea che dir si voglia, ripreso oggi dalla pseudocultura new age, femminista, omosessualista, libertario-rivoluzionaria; da tutta la “spiritualità” degenere che imperversa oggi in Occidente); culti, come si è visto, portati ad esempio e modello di una supposta profonda e armoniosa saggezza popolare [!] -- ciò rappresenta oggettivamente una forma di apostasia dalla vera ed unica religione rivelata, quella cattolica.  Apostasia, è il termine esatto poiché l’IL professa un’altra religione rispetto al cattolicesimo.
Credo, pertanto, che il cardinale si riferisse senz’altro a quest’aspetto del documento, nell’affermare, dopo aver detto che esso deve definirsi eretico: “…Dato poi che anche il fatto della divina rivelazione viene qui messo in discussione, o frainteso, si deve anche parlare, in aggiunta, di apostasia”.  In effetti, come fa a definirsi ancora cattolico un documento che, nelle parole del cardinale, dopo averci riproposto una rielaborazione dell’ideale (fasullo) del c.d. “buon selvaggio” di illuministica memoria, appare del tutto improntato  ad una sorta di “idolatria panteistica della natura”? 
L’Instrumentum ne è completamente saturo, al punto da mostrare di aver smarrito il significato autentico dello Spirito Santo.  Si scrive infatti al n. 120, nella sezione intitolata “L’evangelizzazione delle culture” :  “Lo Spirito creatore che riempie l’universo (cf. Sap 1, 7) è lo Spirito che per secoli ha nutrito la spiritualità di questi popoli anche prima dell’annuncio del Vangelo e li spinge ad accettarlo a partire dalle loro culture e tradizioni.  Tale annuncio deve tener conto dei ‘semi del Verbo’[S. Giustino, Apol., II 8] presenti in esse…”(sottolineatura mia).  Secondo S. Giustino i “semina Verbi” si ritrovavano in alcuni concetti ed intuizioni del pensiero classico più elevato [“in filosofi e legislatori”] non nella religiosità antica in generale.  Ora apprendiamo, invece, che essi avrebbero nutrito anche la “spiritualità” di questi popoli, ossia degli sciamani, stregoni, curandoras et similia che la punteggiano, al punto da doverne tener conto nella loro evangelizzazione.  Perciò, continua il n. 121 dell’ Instrumentum, “è necessario cogliere ciò che lo Spirito del Signore ha insegnato a questi popoli nel corso dei secoli:  la fede in Dio Padre-Madre Creatore [sic], il senso di comunione e armonia con la terra, il senso di solidarietà con i propri compagni, il progetto del “buon vivere”, la saggezza di civiltà millenarie che gli anziani possiedono e che ha effetti sulla salute, sulla convivenza, sull’educazione e sulla coltivazione della terra, il rapporto con la natura e la ‘Madre Terra’, la capacità di resistenza e di resilienza delle donne in particolare, i riti e le espressioni religiose [!], i rapporti con gli antenati [il culto degli antenati!], l’atteggiamento contemplativo e il senso di gratuità, di celebrazione e di festa e il senso sacro del territorio”(sottolineature mie).
 Dunque:  lo Spirito Santo avrebbe insegnato a questi straordinari popoli pagani “la fede in Dio Padre-Madre-Creatore”? Come si è visto, è la tesi fantasiosa ed eretica della “teologia india”(vedi supra).  Ma di quale religione si sta parlando? E di quale “Spirito”?  Non certamente della Terza Persona della Santissima Trinità.  Ma intanto l’Instrumentum laboris non si vergogna ad insinuare che il culto pagano della Dea Madre androgina verrebbe anch’esso dallo Spirito Santo! Non solo un errore ma un’autentica bestemmia!  Dallo Spirito Santo verrebbero anche “i riti e le espressioni religiose”, il “culto degli antenati”, nonché un “atteggiamento contemplativo” verso la vita in generale, che mostrerebbe quanto questi popoli (prima di essere invasi e colonizzati dagli Europei) vivessero all’insegna di ideali di solidarietà, pace, armonia, pervasi da un senso persino poetico “di celebrazione, di festa, della sacralità del territorio”! Qui si danno dei punti ai Diderot e ai Rousseau, tra i più noti responsabili (anche se in diversa misura) del mito nefasto del “buon selvaggio” ossia (come ho già ricordato) dell’uomo primitivo idealizzato, elevato in quanto tale a modello di una costituenda nuova società, a-cristiana, nata dalla tabula rasa di ogni tradizione positiva, civile e religiosa!

6.1 La falsa citazione di san Giustino, per giustificare “l’inculturazione” della nostra fede al paganesimo.
Si è appena visto che l’IL, per sostenere autorevolmente il tipo di “inculturazione” della fede da esso proposto, cita l’autorità di S. Giustino Martire, fatto decapitare nell’AD 165 a Roma con altri sei martiri su ordine del prefetto Giunio Rustico.[101]  Il passo di S. Giustino sui “semi del Verbo” lo troviamo citato innumerevoli volte dal Concilio Vaticano II in poi per giustificare l’ecumenismo inaugurato dallo stesso Concilio. E  difatti, alla nota n. 56, l’IL cita anche il Concilio: “[56]  Cf. San Giustino, Apologia II, 8;  Ad Gentes, n. 11”.  Il riferimento a Giustino si appoggia sull’autorità del Concilio, è lo “spirito” affermatosi nel Concilio ad aver inflazionato questa citazione di Giustino.  Ma valga il vero:  si tratta di una pseudo-citazione dal momento che Giustino non ha mai detto che i “semi del Verbo” si potessero ritrovare nelle religioni pagane, da lui aborrite, come da tutti gli altri Padri della Chiesa.  Ciò significa, in altre parole, che il pastorale e innovatore Concilio Vaticano II ha falsificato il riferimento a Giustino. 
Cosa dice infatti il decreto Ad Gentes sull’attività missionaria, all’art. 11.2? Dopo aver detto che i missionari devono inserirsi nel gruppo umano costituito da coloro cui devono render testimonianza di vita autenticamente cristiana (non si vuol più dire: da coloro che devono esser convertiti), sì da prender parte alla loro “vita culturale e sociale”,  il testo precisa:  “Così debbon conoscere bene le tradizioni nazionali e religiose degli altri, lieti di scoprire e pronti a rispettare quei germi del Verbo che vi si trovano nascosti…”(Ad Gentes, 11.2, sottolineature mie – Latino:  familiares sint cum eorum traditionibus nationalibus et religiosis; laete et reverenter detegant semina Verbi in eis latentis…”). Si vede chiaramente che il celebre detto di Giustino sui “semi del Verbo” viene applicato come se Giustino lo avesse riferito sia alle tradizioni “nazionali” che a quelle “religiose” dei popoli pagani.  Ma le religioni pagane, per Giustino, potevano contenere “semi del Verbo”?  No, nel modo più assoluto.  Il celebre passo della seconda Apologia, citato dallo IL, recita infatti: 
“Tuttavia in ciò che gli Stoici a volte dissero giustamente sui costumi resero ciò che ai poeti a volte capitò di dire per via del seme del Verbo [sperma tou logou] insito in ogni uomo…”.[102]   Il “seme del Verbo” a volte fruttificante in filosofi e poeti, dunque, grazie alle capacità razionali poste da Dio in ognuno di noi.  Il concetto, affermato nel secolo successivo anche da Clemente Alessandrino negli Stromata, come ricorda in nota il curatore dell’edizione appena citata, viene utilizzato anche per dimostrare la superiorità dei cristiani, i quali possono godere del Verbo (il Logos) nella sua integrità e non solo in parte ed occasionalmente, come i filosofi e poeti pagani.  “Non c’è affatto da meravigliarsi se contro coloro i quali, al modo dei  cristiani, si sforzano di vivere non secondo la parte disseminata del Verbo ma secondo l’intero Verbo,  ossia nella conoscenza e contemplazione di Cristo, i demoni incitino ad un odio molto più forte…”.[103]   Solo i cristiani possiedono il Verbo nella sua interezza.  Presso i pagani, invece, il Verbo può darsi solo in parte, nelle cose migliori che essi hanno fatto.  “Tutto ciò che rettamente mai dissero o escogitarono  i filosofi o i legislatori, l’elaborarono dopo aver scoperto e riflettuto su qualche parte del Verbo.  Ma poiché non conobbero tutto ciò che appartiene al Verbo nella sua interezza, pronunziarono spesso concetti contraddittori.”[104]
Altaner sintetizza efficacemente il vero pensiero di Giustino.  “Colla sua teoria del lógos spermatikós Giustino getta un ponte tra l’antica filosofia e il cristianesimo.  In Cristo apparve, in tutta la sua pienezza, il Logos divino, ma ogni uomo possiede nella sua ragione un germe (spérma) del Logos.  Questa partecipazione al Logos, e conseguentemente la disposizione a conoscere la Verità, fu in alcuni sapienti particolarmente efficace; così per i Profeti del giudaismo e per i greci, come Eraclito e Socrate.  Molti elementi della verità sono passati, così opina Giustino, nei poeti e nei filosofi greci dall’antica letteratura giudaica poiché Mosè fu il più antico degli scrittori.  I filosofi furono per conseguenza, in quanto vissero e insegnarono conformemente alle regole della ragione, dei Cristiani, in un certo senso, prima della venuta di Cristo.  Tuttavia, solo dopo questa venuta, i Cristiani sono entrati in possesso della verità totale e sicura, priva di ogni errore.  Il pensiero teologico di San Giustino è fortemente influenzato dalla filosofia stoica e platonica.”[105] Un ponte con la loro filosofia e letteratura, non con la religione dei pagani!  Nei confronti di quest’ultima, Giustino ha sempre manifestato la più assoluta avversione e condanna, già espressa lapidariamente nell’Antico Testamento (“Omnes dii gentium daemonia”(Sal 95 (96), 5)  e ribadita da san Paolo, con parole che (io credo) dovrebbero esser oggi riproposte alla meditazione di tutti i cattolici:  “ciò che i Gentili sacrificano, è sacrificato ai demoni e non a Dio.  Or, io non voglio che voi siate in comunione con i demoni. Non potete bere il calice del Signore e il calice dei demoni; né potete partecipare alla mensa del Signore e a quella dei demoni.  O volete provocare la gelosia del Signore?  Siam forse più forti di lui?”(1 Cor  10, 20-22).
San Giustino, pur con la condanna a morte incombente, non esitò a rifiutare e in modo fermissimo il paganesimo, vedendo in esso, oltre che una manifestazione di idolatria in divinità inesistenti, l’azione dei “demoni”, esseri nati dal concubito degli angeli decaduti con le femmine degli uomini (Ap II 5).  La prima Apologia, in particolare, indirizzata all’imperatore Antonino Pio, mentre la seconda lo fu al Senato Romano, denuncia continuamente l’azione di questi “demoni cattivi”, da contrapporsi, osservo, ai “demoni” buoni, cioè a quella sorta di genio tutelare che per gli Antichi accompagnava ogni uomo.  Gli dèi, sono essi stessi “demoni cattivi” che seducono e corrompono gli uomini portandoli all’idolatria (Ap I V, IX, XXI, XXV, XXV, passim).  I “cattivi demoni” raccontano favole “per bocca dei poeti”.  Noi cristiani, ribatte orgogliosamente, gli dèi, dei quali voi celebrate tanti miti vergognosi e impudichi, “li abbamo sempre disprezzati [katephronésamen-contempsimus], con l’aiuto di Gesù Cristo, anche se minacciati di morte”  (Ap I, XXV).
Nel cap. XLIV della Prima Apologia, in particolare, il santo Martire scrive, ad esempio della sua concezione dei semina Verbi:  “quando Platone disse ‘la colpa è di chi sceglie, Dio non è responsabile’[contro le concezioni fatalistiche, che negano il libero arbitrio], prese il concetto da Mosè, poiché Mosé è più antico anche di tutti gli scrittori greci.”  Inoltre:  “Tutte le teorie di filosofi e poeti sull’immortalità dell’anima o sulle punizioni dopo la morte o sulla contemplazione delle cose celesti o su simili dottrine, essi le hanno potute comprendere e le hanno esposte prendendo le mosse dai Profeti.” Sono queste, concezioni positive che possono condurre alla verità rivelata da Cristo.  “Per questo appaiono esserci semi di verità [spérmata aletheías – veritatis semina] presso tutti costoro.  Li si può però accusare di non aver inteso giustamente quando si contraddicono tra di loro”.[106]  Uno dei passi di Platone che dimostra la presenza di questi “segni di verità”, è sempre stato inteso esser quello de Le Leggi, suo ultimo e incompleto dialogo, nel quale Socrate condanna senza mezzi termini le unioni omosessuali, sia maschili che femminili, quali frutto di volontà temeraria e disordinata di piacere, cosa katà physin, “contro natura”, perché contro le tendenze naturali del maschio e della femmina, che li portano ad unirsi spontaneamente per generare (I 636 c).
Sul fatto che Concilio e Postconcilio siano andati oltre il pensiero dei Padri, nella fattispecie di S. Giustino Martire e Clemente Alessandrino, si era a suo tempo espresso con l’abituale chiarezza e precisione mons. Brunero Gherardini, nella sua articolata critica all’ecumenismo di origine conciliare, contenuta in un suo importante studio del 2009.  In un paragrafo intitolato I “semina verbi” o elementi di verità nelle religioni non cristiane, l’illustre teologo lamentava il diffondersi dell’indifferentismo religioso tra i cattolici, in conseguenza delle concessioni fatte alle religioni non cristiane, considerate ora (erroneamente) apportatrici di verità salvifiche in proprio cioè in quanto tali. Concessioni, aperture abbastanza numerose:  ben quattro i riferimenti nel decreto Ad Gentes, 11/b, 9/b, 18/b, 22/a, da completare con riferimenti indiretti in Nostra Aetate 2/b; Lumen Gentium 16 e 17.   
Ma questa dottrina dei “semina Verbi”, precisava mons. Gherardini,  l’ha elaborata soprattutto la Patristica greca, il “mondo culturale di estrazione ellenistica e non consente, perciò, che se ne tragga una legge universale. Ne consegue che l’invocarla a giustificazione di tradizioni religiose non cristiane genericamente considerate, va molto al di là del dato tradizionale.”  Ma per i Padri si trattava sempre, bisogna ribadire, di semina che erano fioriti nella filosofia dei pagani non nella loro religione.  Mons. Gherardini ricorda che, nel mondo latino, S. Girolamo, nel suo scritto De viris illustribus, aveva messo, accanto agli autori cristiani degni di nota, anche i giudei Filone e Giuseppe Flavio nonché Seneca, il filosofo che Nerone, suo ex pupillo, fece uccidere nel 65, ordinandogli di suicidarsi. L’inclusione di Seneca fu dovuta al fatto che alcuni aspetti della dottrina di Seneca, seguace dello stoicismo, “come il concetto della divinità, della fraternità e dell’amore fra gli uomini, e della vita dopo la morte, son così vicini al cristianesimo che han fatto nascer la leggenda dei rapporti di Seneca con San Paolo”.  Pertanto, attenendosi ai fatti, bisogna dire che “la posizione dei Padri resta al di sotto di quella del Vaticano II”;  e persino al di fuori, aggiungo, dal momento che mai i Padri pensarono di rinvenire semina Verbi nelle religioni pagane.
“Pertanto, concludeva mons. Gherardini richiamandosi ad Altaner, all’attuale rivalutazione delle religioni non cristiane sulla base dei “semina Verbi”, rivolgon un invito alla prudenza quei medesimi Apologisti del II sec. ai quali in genere si fa appello.  Essi, infatti, rapportando la sapienza antica alla verità cristiana come “il seme” alla sua efflorescenza più piena e matura”, non furono mai reticenti “sull’assurdità ed immoralità dei miti idolatrici”, nonché della cosiddetta “religione delle tre razze” (barbari, greci, ebrei), dal momento che:  --i barbari onoran come divinità elementi caduchi (terra, acqua, fuoco sole e venti) oppure esseri semplicemente umani;  --i greci attribuiscono alle loro divinità vizi e debolezze della natura umana; --e gli ebrei si perdon dietro l’esteriorità del loro ritualismo”.[107] 
* *
Visti i risultati disastrosi cui ha portato la dottrina dei “semi del Verbo” da “scoprire e rispettare” nelle altre religioni, ci si deve o no interrogare, a questo punto, sull’effettiva validità di essa, così come si è diffusa in séguito alle dichiarazioni contenute nel Vaticano II?  Una serie di considerazioni si rendono a mio avviso necessarie.
1. Questa dottrina, come ha ricordato mons. Gherardini, non è mai stata universale nella Chiesa, ha avuto una certa diffusione soprattutto nella prima Patristica greca.
2.  San Giustino vedeva “semi del Verbo” nella filosofia e poesia greche non nella religione.  Inoltre,
3.  Da un lato sembrava attribuire queste intuizioni al buon uso dell’intelletto naturale, dall’altro ad una (non provata e praticamente impossibile) conoscenza di Mosè e dei Profeti da parte di filosofi e poeti greci, riconducendo in tal modo i presunti “semi del Verbo” alla Rivelazione, in sostanza oscurandone l’origine indipendente.
4.   Tale dottrina è diventata di fatto universale solo con il pastorale Concilio Vaticano II, che però ha esteso i “semi del Verbo”alla religione pagana, andando nettamente al di là  di S. Giustino (decreto Ad Gentes, 11.2) e proponendo, in tal modo, una nuova dottrina.
5.  Se si collega questa nuova dottrina  alla dichiarazione Nostra aetate 2.5, che esorta i cattolici non a cercare di convertire “i seguaci delle altre religioni bensí “a conservare e far progredire i valori spirituali, morali e socio-culturali” da loro condivisi, mediante “il dialogo e la collaborazione” (un testo capitale, questo, per i “teologi indi”); ed inoltre la si collega a Lumen gentium 8.2 (il paragrafo del “subsistit in”) e Unitatis redintegratio 3.4, dai quali si evince che le religioni cristiane eretiche e scismatiche contribuiscono anch’esse in quanto tali, anche se in modo meno pieno [?], alla salvezza;  se si considera tutto ciò, ne risulta che la Chiesa cattolica non appare più esser l’unica e sola Arca della Salvezza, come insegnato per quasi due millenni dal Magistero, sulla base della Tradizione.  Si comprende, quindi, come “i teologi indi” et similia si sentano legittimati a “far germinare” i supposti “segni del Verbo” non solo dalla cultura indigena ma anche e soprattutto dalla religiosità indigena; ad industriarsi per “raccogliere i semina Verbi sparsi nelle religioni precolombiane” --- il che ha portato, come abbiamo dovuto constatare, a rivalutare in blocco tutte quelle idolatrie, al punto che oggi si cerca di sovrapporle alla fede nel vero Dio.
6.  Le “aperture” introdotte dai testi conciliari hanno dunque prodotto l’aberrante conseguenza di sostituire all’apostolato naturale, quello di conversione, il falso apostolato del  dialogo c.d. rispettoso dei valori altrui, che ha finito con “l’inculturare” il cattolicesimo ai valori delle altre religioni.  Si è così instaurata quella che potremmo chiamare una pastorale della conversione a rovescio.  L’impostazione tradizionale – trovare nella cultura e mentalità dei pagani quelle “scintille di verità” che, opportunamente stimolate, favoriscano la loro conversione a Cristo – è stata  abbandonata ed anzi capovolta:  gli eventuali “semina Verbi” rinvenuti e fatti germogliare devono esser riconosciuti quali elementi di una religiosità non cattolica e non cristiana che costituisce per noi un arricchimento [!] e merita in quanto tale rispetto e collaborazione, per concorrere con la Chiesa agli obiettivi supposti umanitari e politicamente universali, del tutto terreni, che la presente Gerarchia si è voluta dare come preminenti.  In questo modo, della originaria dottrina di S. Giustino martire non è rimasto nulla; anzi, essa è stata stravolta e pervertita, rovesciata nel suo contrario: invece di servire alla conversione dei pagani ora viene utilizzata per “inculturare” i cattolici al paganesimo.
7.  Dobbiamo pertanto chiederci:  i “teologi indi” interpretano erroneamente il dettato conciliare o si limitano a spingerlo all’estremo?  La seconda risposta sembra più vicina al vero.  Infatti, non possiamo certo dire che il Concilio volesse la trasformazione del cattolicesimo in un’altra religione, per via di sincretismo con i presunti semi del Verbo rinvenibili nei culti pagani.  Tuttavia, dal momento che il Concilio ammette l’esistenza di “semi del Verbo” anche nelle altre religioni in quanto tali, e non nei loro singoli membri solamente, e dichiara, inoltre, che il compito del cattolico è quello di farli fruttificare, ma non nel senso della conversione a Cristo bensì per “conservarli e farli progredire” sempre secondo i valori delle altre religioni, la conversione a Cristo diventa impossibile, la sua esigenza viene a cadere da sola.  E si apre la porta ad ogni sorta di cattolica “fornicazione con gli idoli”.
8.  Come negare che l’unico uso legittimo dei possibili “semina Verbi” resta quello fatto da S. Paolo, sempre adottato e con successo dalla Chiesa per tanti secoli?  Mi riferisco, ovviamente, al Discorso sull’Areopàgo :  “Ateniesi, sotto ogni rapporto, io vi trovo grandemente religiosi.  Percorrendo, infatti, la vostra città, e vedendo gli oggetti della vostra venerazione, ho trovato pure un altare con questa iscrizione:  A un dio ignoto!  Quello che voi venerate senza conoscerlo, io lo annunzio a voi […] Perciò Iddio, non tollerando più i tempi di questa ignoranza, annunzia agli uomini, che tutti e in ogni luogo devono pentirsi, perché ha fissato un giorno, in cui a rigor di giustizia, giudicherà il mondo per mezzo di un uomo, che egli ha designato, dandone sicura prova a tutti col risuscitarlo dai morti”(Atti, 17, 22-23; 30-31).  Tutto il contrario della “inculturazione”, quando si annuncia la Parola di Dio!   San Paolo prese lo spunto della sua predicazione dalla singolare prassi di dedicare altari a “dèi ignoti”, trasformandola in una possibile quanto inconsapevole “scintilla di verità”:  utilizzò pertanto un elemento della religiosità antica, in verità più filosofico che religioso.  E difatti, fu la discussione con alcuni filosofi epicurei e stoici a provocare la sua esortazione --- per sentir bene i suoi argomenti, del tutto nuovi ai loro orecchi, costoro lo condussero nel mezzo della collina dell’Areopàgo, dove si esibivano gli oratori popolari.  Erano dunque i filosofi a mostrare  interesse (Atti, 17, 16-20).[108]   

7. La vera natura dei culti indigeni meso e sudamericani.
Nel proporre ora addirittura quale tipo ideale per la Chiesa e l’umanità i popoli primitivi dell’Amazzonia, intesi quale simbolo di tutti i popoli aborigeni delle Americhe e dell’Africa che i bianchi avrebbero non solo oppresso ma anche violentato culturalmente, accogliendo questo topos della “teologia india”, l’Instrumentum si dimostra privo di ogni spirito critico, anche minimo, dal momento che è costretto a diffondere un’immagine del tutto edulcorata, per non dire falsificata di ciò che sono effettivamente stati e ancora sono, per diversi aspetti, i cosiddetti primitivi. 
 Siamo pertanto costretti a ricordare certi  f a t t i , storicamente inoppugnabili, anche se oggi lasciati cadere nell’oblio, come  non fossero mai esistiti.
Per salvare il nostro pianeta, l’Instrumentum propugna un ritorno al culto della Terra come omaggio a Gaia, fondato quindi su di un “senso sacrale del territorio”, come quello che avrebbero avuto e avrebbero le tribù dell’Amazzonia o dell’Africa . I popoli primitivi avranno pur avuto un “senso sacrale del territorio”, ma certamente non nel modo idilliaco ed irenico suggerito dall’Instrumentum, visto che le tribù erano quasi sempre in guerra tra loro, per quelli che consideravano i loro spazi vitali, indulgendo anche in pratiche antropofaghe nei confronti dei nemici catturati e poi uccisi, sottoposti spesso anche a tortura.  Nonostante i tratti miti e gentili  mostrati da alcune popolazioni, non si può certo dire che avessero un “senso sacrale” della vita umana.  In antico, i sacrifici dei bambini, in varie e crudeli forme, erano diffusi in tutta la Mesoamerica e il Sudamerica (ma anche presso popolazioni fenicie, ad esempio), mentre vigeva (ed è in vigore ancor oggi nell’Amazzonia più interna, come si è detto) la pratica dell’infanticidio, che i gesuiti delle missioni paraguaiane faticarono molto ad estirpare.[109]    
“La commovente grandiosità di questa grande città maya con le sue stele splendide, con la bellezza morbida della trachite verdina adoperata in così vasta scala, col fasto della grande scalinata tutta scolpita di geroglifici, è accentuato dall’imponenza delle montagne intorno.  Copán ha un tale splendore pacato che, se dimentichiamo gli orribili sacrifici di bambini che vi si compivano, ci può ricordare il terzo movimento della Quinta Sinfonia di Beethoven”.[110]
Con questo insolito paragone musicale, l’Autore di questo classico studio sulla civiltà Maya, eminente archeologo, ci rammenta la sostanziale impossibilità di dimenticarne gli “orribili sacrifici”.  Fatte le debite differenze, anche di fronte al Colosseo, a Roma, l’ammirazione per la severa e nello stesso tempo elegante architettura dell’opera, è guastata dal pensiero delle crudeli esecuzioni capitali collettive e dei ludi gladiatorii ivi svoltisi per circa due secoli, solo in parte progressivamente attenuati, questi ultimi, dagli interventi umanitari degli imperatori influenzati dallo stoicismo, a partire dagli Antonini, che imposero l’uso (impopolare) di armi smussate, sino alle ulteriori limitazioni dovute a Costantino, che abolì nel 326 la condanna ad bestias, cioè a combattere nel Circo, grazie alla quale  si iniziò la graduale estinzione dei ludi, perfezionata dall’imperatore Onorio con un decreto del 404.[111]    
Aztechi, Maia, Inca, pur non conoscendo la ruota, la lavorazione del ferro, gli animali da tiro, il cavallo, l’aratro, il tornio, la scrittura e la moneta, erano ugualmente grandi architetti e costruttori, eccellenti artigiani ed artisti; hanno creato civiltà complesse e forme estetiche originali (si pensi alle loro splendide città, che destavano lo stupore ammirato dei Conquistadores) ma non è lecito idealizzarli, facendo dei loro discendenti attuali addirittura un tipo indigeno da proporre in quanto tale come modello all’umanità; un tipo che i “teologi indi” sono impegnati a far risorgere dalle ceneri delle loro antiche e mortifere idolatrie, dopo 500 anni di “dolore” cioè di cattolicesimo supposto coatto; come se gli aspetti torbidi, feroci e incredibilmene superstiziosi della loro concezione della vita e addirittura demoniaci delle loro religioni non fossero mai esistiti, quasi si trattasse solo di calunnie degli spagnoli invasori o di missionari troppo zelanti, come sembrano voler insinuare i suddetti “teologi indi”.
“Gli scritti pittografici aztechi considerano il sacrificio umano e le penitenze una cosa del tutto normale, ma indicano raramente il numero delle vittime.  Anzi, un solo manoscritto descrive le cerimonie mensili; un altro, pervenutoci in una copia posteriore alla Conquista, dà notizia d’un sacrificio di ventimila vittime, in occasione della riconsacrazione del grande tempio di Città di Messico, dopo il suo ampliamento.  Le fonti spagnole e quelle degli indi convertiti concordano, ma è difficile accertare in questo periodo fino a che punto la pietà cristiana abbia potuto indurre all’esagerazione.  Il conquistador che contò migliaia di teschi sulla rastrelliera dei crani di Tenochtitlán sembra confermare tali testimonianze, che sono invece minimizzate dal grande filantropo e indianofilo Las Casas, nella sua perorazione per un piú umano trattamento della popolazione indigena della Nuova Spagna”.[112]
 Ciò che le cronache e i resoconti spagnoli attestavano, al di là di imprecisioni od esagerazioni, ha trovato ampi riscontri a partire dalla monumentale Historia general de las cosas de Nueva Hispaña del già menzionato francescano spagnolo Bernardino de Sahagún, morto nel 1590. Impadronitosi delle lingue locali, servendosi delle testimonianze degli indi convertiti, “egli controllò i suoi dati in tre località diverse e impiegò molti anni nelle sue ricerche”.  Ma ci sono anche minuziosi resoconti come quello del vescovo Landa per i costumi dei Maya o deposizioni giudiziarie di fine Seicento su sacrifici umani clandestini (in pratica omicidi rituali o presunti tali) perpetrati da gruppetti di indios isolati e consegnati alla giustizia, scoperte per caso nell’Archivio delle Indie di Siviglia, quattro secoli dopo.[113]
Ci sono poi le conferme che l’archeologia continua ad offrire.
“I Cakchiquel [popolazione guatemalteca] certamente davano a un membro della nobiltà una festa d’addio migliore di quanto non facesse Mayapán, distrutta probabialmente una decina d’anni prima della data di questa sepoltura. Erano anche una genia assetata di sangue. Un nascondiglio per le offerte scoperto di recente conteneva 48 teste umane decapitate”.[114]  Ancora oggi si fanno ritrovamenti inequivocabili.  Il Times di Londra del 4 gennaio 2014 ci informava che a Città del Messico, durante alcuni scavi, erano stati trovati tre crani umani presentanti fori parietali, unitamente al cranio di un cane.  Erano una testimonianza degli antichi sacrifici, il cane nella mitologia locale accompagnava gli uccisi nell’aldilà. I crani appartenevano ad un altare pieno di ossa umane.[115]  Il quotidiano on-line IlSussidiario.net, il 28 agosto 2019 ha riportato la notizia, con tanto di foto, del ritrovamento casuale in Perù, durante una campagna di scavi archeologici in una nota cittadina turistica sul mare a nord di Lima, dei resti di 227 bambini tra i 4 e i 14 anni, quasi sicuramente “sacrificati nell’ambito di un rituale per onorare gli dei della civiltà Chimu, chiamati in causa nel tentativo di fermare gli effetti nefasti del maltempo procurati dall’ormai conosciuto fenomeno di El Niño”.[116]
I sacrifici dei bambini e delle donne erano in genere collegati a quelli dei culti agrari, per ingraziarsi gli dèi, affinché facessero piovere o procurassero un buon raccolto di mais o altro.
“Il culto di quello sgradevole dio noto agli Aztechi come Xipe Totec, che indossava una pelle umana tagliata ai polsi e alle caviglie per mostrare le mani e i piedi e una maschera di pelle umana sul viso, fu trovato in tutta l’America centrale, compreso il territorio dei Maya.  È un dio della vegetazione, e i suoi riti di scorticamento li condivide in gran parte con una dea della terra.”[117]  
La descrizione di come fosse ritagliata questa “pelle umana” nel corso degli orripilanti e mostruosi “culti delle fertilità”, riscontrabili anche in India, Africa, nelle Isole del Pacificio, la si ritrova, ad esempio, nel citato trattato di storia delle religioni di Mircea Eliade, nel par. 131 dell’opera, intitolato Sacrifici umani degli Aztechi e dei Khond , inserito nel capitolo: L’agricoltura e i culti della fertilità.  Ad esso rimando il lettore.[118]
Il quadro più impressionante lo offrono notoriamente gli Aztechi, un popolo che sembrava giornalmente immerso in una religiosità sincera ma nello stesso tempo grossolana e deviata in forme rituali selvagge, un vero e proprio culto della tortura e del sangue, incluso il cannibalismo cerimoniale.  Lascio la parola di nuovo a Vaillant,  sicuramente non sospettabile di preconcetti di tipo cattolico.
“Esempi di sacrifici umani si ritrovano in tutti i sistemi religiosi del mondo; e anche nella nostra civiltà conserviamo il concetto di martirio, compiuto sia volontariamente sia involontariamente, come un atto di virtù.  Il bellissimo esempio del Salvatore trasporta sul più alto piano spirituale quest’idea del sacrificio per il bene dell’umanità.
Gli Aztechi non raggiunsero questo livello spirituale, ma il simbolismo dei loro sacrifici ebbe nondimeno una barbara bellezza [!].  Essi pensavano che per la sopravvivenza dell’uomo era necessario che vivessero e fossero forti anche gli dèi da cui dipendeva la sua esistenza.  Ma poiché quegli dèi ricevevano il loro miglior nutrimento dall’offerta più preziosa, cioè dai cuori umani, si stabilì un circolo vizioso, che portò a compiere sacrifici in scala sempre maggiore.  Gli dèi manifestavano agli Aztechi il loro favore e la loro forza permettendo loro di prosperare, ma gli Aztechi, da parte loro, dovevano offrire cuori agli dèi per conservarne la benevolenza.  Gran parte dalla prosperità dello Stato proveniva dal successo militare, quindi i sacrifici più accetti dovevano essere quelli dei cuori degli avversari, che erano anche i piú difficili da procurarsi, giacché non si potevano prendere prigionieri senza la vittoria militare.  D’altra parte, il successo militare era possibile solo per effetto del favore divino.  Così il sacrificio portava alla guerra e la guerra al sacrificio, in una progressione infinita.  Descriveremo nel prossimo capitolo quale fu la conseguenza di questa pratica nelle relazioni politiche con le altre tribù.”[119]
La conseguenza fu che “le altre tribù” erano tenute sottomesse con una dura disciplina dalla casta teocratico-militare azteca. Oltre ai tributi, dovevano contribuire regolarmente ai sacrifici  umani, che, come ho detto, si svolgevano in grande stile una volta al mese nella capitale, diciotto volte l’anno, essendo l’anno azteco di 18 mesi di venti giorni l’uno. Bernal Díaz del Castillo, riferisce che i templi a piramide con le loro vertiginose scalinate, grandi e piccoli, erano diffusi e attivi in tutto il Messico visto da lui.  Gli Aztechi erano evidentemente posseduti dall’idea pazzesca che senza sacrifici umani continui il Sole si sarebbe fermato![120] 
Egli fu tra coloro che, assieme a Cortez, visitarono, su loro richiesta, la grande piramide sacrificale di Vichilobos [Huitzilpotli] nel centro di Tenochtitlán, di 114 gradini, quando gli spagnoli furono inizialmente introdotti nella capitale l’8 novembre 1519 dall’incerto Montezuma II quali temuti ospiti, “tutti armati e molti a cavallo”.  Tutto il complesso architettonico colpiva per la sua monumentale imponenza ma dentro la costruzione posta sulla piattaforma della sommità, contenente gli idoli, “[la statua di] Vichilobos portava al collo alcune teste di indios e cuori d’oro e d’argento; davanti a lui ardevano bracieri dai quali saliva fumo d’incenso e di carni arrostite:  tre cuori di indios che erano stati sacrificati quello stesso giorno.  Le pareti e il suolo erano lordi di sangue e il fetore insopportabile”.[121]
Il sangue e il fetore, le carni o le teste appese, oltre alle fattezze spesso orrende degli idoli scolpiti – su tutti la famosa statua di 2 m e 70 cm, trovata sotterrata nel 1791, della madre del dio del sole e della guerra, la dea Coatlicue, “quella dalla veste di serpenti”, una mostruosa testa di serpente formata da due teste di serpente combaciate, su un corpo greve adorno di mani, cuori, teschi, serpenti, con le mani a forma di artiglio di leopardo con gli unghioni dell’aquila: l’agghiacciante immagine di Satana – tutto ciò è una costante nelle impressioni registrate da Diaz del Castillo.  Al pari di tutti gli altri soldati spagnoli, egli considerava quei templi vere e proprie anticamere dell’Inferno, da demolire al più presto.  Come dar loro torto? E non si può certo dire, come si cerca di fare oggi, che l’Autore fosse prevenuto nei confronti degli Aztechi né che non cercasse di esser veritiero.  Pur ammirando Cortez per il suo grande coraggio, la ferrea volontà, la capacità di comando, il valore, non ne tace l’avidità, la spregiudicatezza, l’occasionale doppiezza, l’ingiustizia di alcune decisioni, né tace sulla brama smodata di oro di molti suoi compagni, sui continui litigi e imbrogli reciproci nella spartizione del bottino, schiave comprese… Loda senza riserve la bellezza delle città azteche, ricche di acque, strade diritte, giardini, splendide costruzioni; la sapienza con cui erano state costruite; le capacità artigianali e artistiche del popolo, l’organizzazione commerciale, il grande mercato all’aperto della capitale e riconosce anche il valore dimostrato dal nemico nei combattimenti, soprattutto in quelli finali.  Naturalmente, ne fustiga anche i vizi, a cominciare dalla sodomia, a suo dire diffusa, e ne condanna nel modo più radicale la sanguinaria idolatria.[122]
L’odio verso i crudeli dominatori aztechi era fortissimo ed esplose quando arrivarono dal nulla gli spagnoli, che trovarono una situazione per loro favorevole anche in Perù, in preda al caos delle guerre civili.  Il loro piccolo contingente, pur ben armato e guidato da capitani audaci e spregiudicati, non avrebbe mai potuto riportare la vittoria finale senza l’aiuto dei popoli sottomessi, decisivo sul piano logistico, del numero e anche, in vari casi, della qualità dei guerrieri impegnati. I popoli alleati degli spagnoli, alcuni sin quasi dall’inizio della spedizione, dopo la vittoria comune furono debitamente ricompensati.[123] Lo Stato azteco non possedeva vera unità, essendo costituito da una moltitudine di città-stato a base tribale, sottoposte ad un duro potere centrale, esercitato dalla casta dominante sacerdotale-guerriera.  Sembra che la mistica del sacrificio umano condizionasse anche il modo di combattere degli Aztechi, i quali, più che a distruggere il nemico sul campo miravano a prendere il maggior numero possibile di prigionieri per poter poi offrire un grande sacrificio al dio Sole.[124]
“I prigionieri di guerra erano l’offerta più stimata, ed avevano tanto più  pregio quanto più erano valorosi e di alto grado.  Gli schiavi erano sacrificati nelle cerimonie secondarie.  Talvolta, in occasione di riti di fertilità, furono uccisi donne e bambini, per assicurare, per virtù di magia simpatetica, la crescita delle piante.  Qualche volta praticavano il cannibalismo cerimoniale, nella credenza che si potessero assorbire le virtù di chi veniva divorato, ma questo rito non può essere considerato un vizio.  Infliggersi ferite a sangue era un altro modo d’assicurarsi il favore divino.  La popolazione faceva orribili penitenze, mutilandosi con lame o trapassandosi la lingua con spaghi cui erano annodate spine di maguey [agave].  Più alta era la posizione sociale, più vasta era la conoscenza delle norme rituali, e piú severamente ci si sottometteva ai digiuni, alle pene e alle torture imposte dalla  religione.  Perciò i sacerdoti erano profondamente consapevoli delle loro responsabilità sociali e si sforzavano d’assicurare con il rigore della propria vita il benessere della tribù”.[125]
Se, a proposito dei selvaggi riti aztechi,  sembra improprio parlare di “vizio”, del tutto esatto è invece parlare di m a l e , di cosa malvagia e diabolica, mentre si resta sconcertati di fronte alla supposta “barbara bellezza”  che vi scorgeva il pur autorevole e acuto Vaillant. “Barbari”, certamente; ma dov’è qui la “bellezza”?  Non possiamo considerare tale la rutilante atmosfera di colori, canti e forme architettoniche cupe e solenni, scandite dal suono lugubre e ossessivo di giganteschi tamburi e di altri strumenti, nella quale si svolgevano i sacrifici umani al Sole, sacrifici che lasciavano i gradini dei famosi templi a piramide lordi di sangue umano, sparso dai corpi dei sacrificati che venivano fatti rotolare in basso, per esser poi divorati in parte dagli uomini in parte dai serpenti e altre bestie albergate nel ventre della piramide![126]
“Gli dèi maya costituivano un pantheon mostruoso, terribile, allucinante, dove alcuni idoli apparivano con espressioni contraffatte e oscene.  Il dio principale, Cuculcan, era un serpente venuto dal mare, che ammaestrò gli uomini, poi, sbarazzatosi dell’aspetto di rettile, si gettò in un rogo e si fuse con la stella del mattino […] Collegi di sacerdoti officiavano in loro onore entro templi giganteschi e multicolori, nel corso di cerimonie spesso grandiose ma cruente.  In alcune feste, i presenti facevano, con pompa inaudita, sacrifici umani:  la folla dei guerrieri trapassava di frecce la vittima dipinta e coronata di fiori, oppure un sacerdote apriva il petto del suppliziato e, con un sol colpo, gli strappava il cuore.”[127]
 Ma forse qualcuno potrebbe credere che la religiosità naturale dei popoli  ancora immersi in una vita tribale, in Amazzonia o in Africa o dovunque si voglia, sia più umana, migliore dei crudeli culti solari statali del tempo antico?  Ma tale religiosità costituiva, in realtà, il sostrato di quei feroci culti, rappresentato dalle credenze e dai riti amministrati da sciamani, stregoni, con larga partecipazione di magia, fattucchiere etc.  Ed era sempre presente in essi.[128]  E in questo sostrato arcaico e primitivo, barbarico, troviamo i culti agrari con i loro sacrifici umani e le loro orgie collettive, la poligamia e la promiscuità sessuale, le pratiche magiche e spiritiche degli sciamani, l’uso degli allucinogeni, ogni sorta di superstizione, e insomma, chi più ne ha più ne metta:  basta documentarsi.[129] 
Di fronte a tutti questi dati di fatto, cosa ci vengono a raccontare i membri del REFAM quando ci presentano il quadretto idilliaco e zuccheroso di un mondo amerindio originario tutto pervaso del principio di “solidarietà con i propri compagni”, di “saggezza”, di “un rapporto con la natura e la Madre Terra”, attuantesi in “riti ed espressioni religiose” che, vogliono farci credere, si ispiravano a principii di bontà e altruismo e ad una concezione quasi poetica della natura, piena di feste, canti, danze e quindi beneficamente sacra?  Sulle feste e sui canti insiste in particolare Bergoglio nella sua singolare esaltazione del pueblo primitivo, sopravvissuto (secondo lui) nei poveri di oggi, come realtà mistica, luogo teologico, fonte di gioia e di ogni bene![130]
Ma non è stato il cristianesimo, anche se venuto inizialmente sulle spade dei Conquistadores, a liberare le Americhe dal putridume delle religioni c.d. “naturali”, imbevute di sangue, impestate da ogni tipo di traffico al minuto e all’ingrosso con il Demonio, senza una vera etica ed anzi aperte ad ogni tipo di  promiscuità sessuale, inevitabile del resto in costumi che ammettevano la poligamia e le pratiche dello sciamanesimo?  Non fu il cristianesimo a migliorare alquanto la condizione della donna, facendo sparire la poligamia e il concubinaggio, oltre a tutto il resto, imponendo il matrimonio cattolico, sacramentale e monogamico, che richiede il libero assenso della sposa, la cui dignità ne risultò pertanto di molto accresciuta?  I peggiori aspetti del paganesimo, nelle Americhe e in Europa, sono stati eliminati dal cristianesimo trionfante sul paganesimo.  E dobbiamo misconoscere questo fatto o addirittura rammaricarcene?
 Con la spada che ferisce e uccide è venuta subito anche la Croce, che salva, e la Chiesa, sorretta in questo dalla Monarchia spagnola, è sempre stata la protettrice degli indios contro il duro dominio imposto inizialmente dai nuovi padroni e dai loro immediati discendenti, cui si era presto aggiunta una folla di avventurieri  venuti dalla Spagna, quelli che Diaz del Castillo chiamava sprezzantemente “probes, de gran codicia, y caninos, hambrientos”.[131] E adesso proprio un Papa vorrebbe farci ripiombare, noi cattolici, nelle tenebre di queste pseudoreligioni, inventate dagli uomini sotto l’ispirazione di Satana?  Mai come per queste religioni americane vale la verità del Salmista, già ricordata: Quoniam omnes dii gentium daemonia! La verità storica è che, nonostante le violenze e crudeltà iniziali della Conquista, inevitabili e non tanto peggiori di quelle compiute dagli stessi spagnoli e dagli invasori della nostra Penisola nelle coeve Guerre d’Italia, i nativi furono finalmente liberati dal giogo crudele e bestiale delle loro false religioni e condotti gradualmente ad una condizione di superiore civiltà, soprattutto grazie all’azione congiunta della monarchia spagnola e degli Ordini religiosi.  Quest’azione  non riuscì ad esser efficace come avrebbe voluto, anche per l’affievolirsi della potenza spagnola (che ad ogni modo durò nelle Americhe per tre secoli), ma riuscì comunque a convertire a Cristo un enorme continente e a civilizzarlo, salvandone le lingue e la cultura in ciò che aveva di positivo.
Che la conversione non fosse meramente di facciata, lo dimostrò poi, da ultimo, nel caso del Messico, la già ricordata rivolta popolare dei Cristeros, contro le persecuzioni religiose organizzate dalla massonica classe dirigente del Paese.  

8.  L’autentico spirito missionario:  l’esempio di mons. Marcel Lefebvre nell’Africa Equatoriale Francese – La replica di mons. Schneider alla caramellosa retorica dei “teologi indi”.
L’Instrumentum rifiuta di convertire i popoli amazzonici ancora allo stato primitivo:  si deve far sì che essi accettino il cristianesimo, come si è visto, solo “a partire dalle loro culture e tradizioni”, presentate all’uopo in modo falso perché edulcorate e idealizzate, cancellandone i molteplici aspetti negativi.  Si deve addirittura continuare ad elaborare una “teologia india” e studiarla nei seminari.  Tutto l’opposto di quello che hanno sempre fatto in passato i veri missionari cattolici, ivi compresi i gesuiti del Paraguay, i quali predicavano ai nativi i valori cristiani senza  compromessi di sorta con “la cultura e le tradizioni locali”, orientando la loro opera sul S. Sacrificio della Messa, quella di rito romano antico, la vera Messa cattolica.  In tal modo si sono convertiti milioni e milioni di pagani, sino al Vaticano II.  Illuminante, in questo senso, la testimonianza di mons. Marcel Lefebvre, sulla sua lunga esperienza di missionario nell’Africa Equatoriale Francese, dal 1929 in poi.
“Certamente conoscevo, per gli studi fatti, questo grande mistero della nostra fede [la S. Messa], ma non ne avevo compreso tutto il valore, l’efficacia, la profondità.  Ciò lo vissi giorno per giorno, anno per anno, in Africa e particolarmente nel Gabon dove trascorsi 13 anni della mia vita missionaria, prima nel seminario, poi nella savana, in mezzo agli africani, tra gli indigeni.
E là ho visto, sì, ho visto ciò che poteva la grazia della santa Messa nelle anime sante di certi nostri catechisti.  Quelle anime pagane, trasformate dalla grazia del battesimo, dall’assistenza alla Messa e dalla santa Eucarestia, comprendevano il mistero del Sacrificio della Croce e s’univano a Nostro Signore Gesù Cristo; nella sofferenza della sua Croce, offrivano i loro sacrifici e i loro patimenti con Nostro Signore Gesù Cristo, vivendo cristianamente.
Posso citare dei nomi:  Paul Ossima di Ndjolé, Eugène Ndonc di Lambaréné, Marcel Mebale di Donguila e, continuando con un nome del Sénégal, il signor Forster, tesoriere di questo paese, scelto a ricoprire questa carica importante  dai suoi pari e dagli stessi musulmani per la sua onestà e integrità.
Uomini che la grazia della Messa ha suscitato.  Uomini che assistevano ogni giorno alla Messa, si comunicavano con fervore e che sono diventati modello agli altri, senza contare gli innumerevoli cristiani e cristiane trasformati dalla grazia.
Ho potuto vedere villaggi di pagani divenuti cristiani trasformarsi non solo spiritualmente e sovrannaturalmente ma anche fisicamente, socialmente, economicamente, politicamente; trasformarsi perché quelle persone, da pagane che erano, diventavano coscienti della necessità di compiere il loro dovere malgrado le prove e i sacrifici, di mantenere i loro impegni e particolarmente gli obblighi del matrimonio.  Allora il villaggio si trasformava poco alla volta sotto l’influenza della grazia e del santo Sacrificio della Messa; e tutti quei villaggi volevano avere la propria cappella e la visita del Padre.  La visita del missionario!  Come era attesa con impazienza per poter assistere alla santa Messa, potersi confessare e comunicare…Delle anime si consacravano a Dio; dei religiosi, delle religiose, dei sacerdoti si offrivano e si consacravano a Lui.  Ecco i frutti della santa Messa.[132]
Questi grandi frutti spirituali originati dalla S. Messa, per niente ostacolati dal fatto che non ci fosse un sacerdote stanziale, erano possibili proprio perché non si era fatto alcun compromesso con la “cultura” indigena, con i riti e le cerimonie del paganesimo locale, come pretende invece di fare l’Instrumentum laboris frutto delle ideologie malate imperversanti oggi nel clero.  La testimonianza di mons. Lefebvre dimostra la vacuità, l’assurdità dell’argomento invocato dallo Instrumentum, secondo il quale sarebbe necessario “favorire le vocazioni autoctone” ossia ordinar preti scegliendo tra i saggi del villaggio anche sposati per lenire “la sofferenza provocata dall’assenza dell’Eucaristia in molte comunità amazzoniche, specialmente nelle zone più remote”.[133]  E non si tratterebbe solo di lenire la supposta “sofferenza” dei nativi per la scarsa frequenza del comunicarsi bensí di far venir meno ciò che costituisce “quasi uno scandalo”, nelle parole di uno dei mentori dell’Instrumentum, il vescovo austriaco Kräutler, al quale mons. Schneider, nella sua condanna del documento sinodale, così ha replicato:
“Questo modo di esprimersi è in se stesso già poco chiaro e sicuramente tendenzioso.  Nessuno ha un diritto alla Santa Eucaristia.  Il Sacramento dell’ Eucaristia è il dono definitivo di Dio.  Si può parlare di scandalo nelle parrocchie cattoliche quando la Fede vi viene negata o non messa in pratica, quando Dio vi è offeso col dileggiarne i Comandamenti, col commettere gravi peccati contro la carità, col praticare l’idolatria, lo sciamanesimo, e così via.  Si potrebbe parlare di scandalo in una parrocchia se i suoi fedeli non pregassero abbastanza. Questo sarebbe un vero scandalo.
Si dovrebbe piuttosto parlare di scandalo, riflettendo sul fatto che, durante gli ultimi decenni, nella regione Amazzonica, non sono state affatto promosse intense iniziative pastorali per promuovere le vocazioni - iniziative in armonia con l’esperienza bimillenaria della Chiesa.  Vale a dire, mediante la costante preghiera, le mortificazioni e i sacrifici,  una vita santa ed esemplare da parte degli stessi missionari […]  Ciò che vescovi come Kräutler e i suoi compari ora chiedono, sono piuttosto caricature di sacerdoti sotto forma di operatori, inviati delle ONG, sindacalisti socialisti, eco-specialisti.  Ma questa non è la missione di Gesù Cristo, del Dio Incarnato che è venuto a dare la sua vita sulla Croce per redimere l’umanità dal suo peggior male.  Vale a dire, per redimerla dal peccato, affinché tutti gli uomini possano avere la vita divina e sovrannaturale, e in abbondanza (Gv 10, 10).
Non serve applicare il trucco di drammatizzare la “fame eucaristica” o la scarsità di celebrazioni eucaristiche:  non è la recezione della Santa Eucaristia la cosa necessaria alla salvezza bensí la Fede, la preghiera e una vita secondo i Comandamenti di Dio.”
Se, mancando i sacerdoti, per lungo tempo i cattolici non possono comunicarsi, prosegue il presule, allora possono comunque praticare la “Comunione spirituale, che ha grande forza spirituale ed efficacia”.  Non per nulla,  “ i Padri del Deserto sono vissuti per anni senza l’Eucaristia pur realizzando una grande unione con Cristo. Io e i miei genitori non abbiamo potuto ricevere la Santa Comunione per anni interi nell’Unione Sovietica.  Ma abbiamo sempre fatto la Comunione Spirituale, che ci ha dato tanta forza spirituale e consolazione.”  Quale sarebbe allora il giusto modo di evangelizzare in quelle terre?  Sempre quello rispondente alla vera tradizione missionaria della Chiesa. 
“Nell’Amazzonia si dovrebbe impiantare un ben organizzato sistema di missionari itineranti che dovrebbero recarsi nei singoli luoghi – anche se poche volte l’anno – al fine di celebrarvi una vera festa spirituale con buone confessioni e con Sante Messe, che verrebbero allora celebrate in maniera dignitosa.  Potrebbero pertanto lasciare Gesù nel Tabernacolo in modo che i cattolici potessero adorarLo, dopo aver instruito i fedeli su come fare l’Adorazione Eucaristica e su come pregare il Rosario, con intenzione di preghiera quella di avere bravi sacerdoti indigeni non sposati e brave famiglie cristiane.  Allora Dio, ne sono sicuro, concederebbe loro questa grazia…”.[134]
  
9. L’estinzione del celibato ecclesiastico, nei progetti ereticali dello ‘Instrumentum laboris’.
Il cardinale Brandmüller, al pari degli altri critici dello Instrumentum,  ha denunciato lo stretto collegamento tra l’attacco al celibato ecclesiastico e il tentativo di introdurre il sacerdozio femminile.  Ecco il passo:
“È impossibile nascondere che questo “sinodo” è particolarmente adatto per attuare due tra i progetti che da secoli si sono sempre voluti (ma invano) attuare: l’abolizione del celibato e l’introduzione di un sacerdozio femminile, a cominciare dalle donne diacono etc”. I due “progetti” sono esposti nel n. 129 dell’Instrumentum.  Fermiamoci al primo, ampliando lo scarno riferimento del cardinale.
Siamo al cap. IV, intitolato:  Organizzazione delle comunità.  Essa deve tener conto della “cosmovisione degli indigeni”, cosa che implica il rifiuto di ogni “clericalismo” (e qui appare una negazione del carattere “sacramentale-gerarchico” della Chiesa - vedi supra), e deve superare le “distanze geografiche e pastorali”.  Tra i “suggerimenti” abbiamo l’attacco al sacerdozio. Ci si copre inizialmente con la consueta professione di archeologismo, ispirandosi alla “Chiesa primitiva”, reinterpretata ovviamente secondo il punto di vista neo-modernista del documento.
“I seguenti suggerimenti delle comunità recuperano aspetti della Chiesa primitiva, quando rispondeva alle sue necessità creando ministeri appropriati [Atti 6, 1-7; 1 Tm 3, 1-13]”.  Quali sarebbero qui le necessità?  Occorrono sacerdoti stanziali, che non si limitino a visitare periodicamente le comunità locali amazzoniche. Ma nella attuale scarsità di sacerdoti, come fare?  Bisogna creare un nuovo “ministero”, ordinando individui in loco, membri rispettati della comunità, anche se sposati.  Naturalmente, solo nelle zone meno accessibili.  Ecco il passo, tratto dal paragrafo n. 129 a)2 :
“Affermando che il celibato è un dono per la Chiesa, si chiede che, per le zone più remote  della regione, si studi la possibilità di ordinazione sacerdotale di anziani, preferibilmente indigeni, rispettati e accettati dalla loro comunità, sebbene possano avere già una famiglia costituita e stabile, al fine di assicurare i Sacramenti che accompagnano e sostengono la vita cristiana.
a)3  Identificare il tipo di ministero ufficiale che può essere conferito alle donne, tenendo conto del ruolo centrale che esse svolgono oggi nella Chiesa amazzonica.”
Soffermiamoci sul primo capoverso, il secondo riguardando il “ministero femminile”, cioè l’introduzione delle donne nel sacerdozio, in qualche modo. Qual è il criterio per queste “ordinazioni”?  Andrebbero fatte solo “nelle zone più remote” del bacino amazzonico e dintorni.  Ma è chiaro che, una volta stabilito il principio che ordinazioni di questo tipo sono possibili, chi potrebbe vietarle anche in altre parti della Cattolicità?  Si invoca il criterio dello stato di necessità.  E, per quanto riguarda la scarsità delle vocazioni, la Germania, tanto per fare un nome, o l’Irlanda o la stessa Italia, stanno forse molto meglio dell’Amazzonia?  È chiaro che qui, muovendo dal caso particolare di una data regione, si viene a stabilire un principio suscettibile di esser applicato a tutta la Chiesa.  E questo è dunque il principio:  che si possano ordinare al sacerdozio uomini autorevoli nella loro comunità, rispettati, anche se sposati, senza bisogno di farli passare per il Seminario e senza nominare l’obbligo della continenza perfetta, della rinuncia assoluta al commercio carnale con la moglie. Nel caso delle comunità tribali isolate delle foreste amazzoniche, questi uomini autorevoli indigeni sarebbero, secondo la tradizione locale, soprattutto “gli anziani”.  La nuova evangelizzazione si appoggerebbe dunque ad una figura caratteristica della cultura e mentalità india, quella dell’anziano del villaggio, degli anziani della tribù. 
Lo Instrumentum Laboris è stato anticipato nel giugno del 2018 dal Documento Preparatorio assai più breve, di 24 pagine (vedi supra).  Anche in esso, nel paragrafo n. 6, intitolato Spiritualità e Saggezza , si parla degli “anziani” quale figura caratteristica della cultura indigena, con il medesimo tono lirico del posteriore Instrumentum.  “I popoli indigeni, infatti, vivono all’interno della casa che Dio stesso ha creato e ha dato loro in dono:  la Terra.  Le loro diverse spiritualità e credenze li portano a vivere una comunione con la terra, l’acqua, gli alberi, gli animali, con il giorno e con la notte.  I vecchi saggi, chiamati indistintamente – fra l’altro – payés, mestres, wayanga o chamanes, hanno a cuore l’armonia delle persone tra loro e con il cosmo.  Tutti costoro “sono memoria viva della missione che Dio ha affidato a tutti noi:  avere cura della Casa Comune”[frase da un discorso di Papa Francesco in Perù, nell’incontro con i popoli dell’Amazzonia, il 19. 1. 2018 - sottolineature nostre].
Dunque: gli anziani indigeni dai quali si pensa poter trarre nuovi sacerdoti, anche se sposati, sarebbero in pratica i “saggi” del villaggio, qualità che nella tradizione locale ha sempre ricompreso lo stregone e lo sciamano, il guaritore e l’àugure.  Solo un nome, questo di “sciamano”, rimasuglio di epoche scomparse?  Considerando gli elogi sperticati dell’Instrumentum alla “religiosità” amerindia, senza escludere l’epoca precolombiana, idealizzata oltre ogni dire, tale religiosità, e presentata senza sfumatura alcuna, quasi rappresentasse il tipo stesso del vero sentimento religioso, se ne deve dubitare.  Il cristianesimo delle origini, impropriamente richiamato da questa aberrante pastorale, ci liberava dalle tenebre del paganesimo grazie alla Parola autentica del Verbo, predicata fedelmente dagli Apostoli.  Il cattolicesimo ufficiale attuale, avendo dal Concilio in poi oscurato la Parola autentica del Verbo, punito dall’ira divina con una desertificazione ormai impressionante di vocazioni, oltre che con altri ben noti castighi, ci vuole evidentemente ricondurre alla schiavitù delle false religioni, andando a pescare improbabili sacerdoti  “inculturati” fra gli stregoni delle foreste.
Eresia, dunque, o errore prossimo all’eresia?  La distinzione ha, a questo punto, un’importanza relativa. La domanda scaturisce dal fatto che il celibato ecclesiastico, come rilevano i suoi contestatori all’interno della Chiesa, non è mai stato definito formalmente come dogma. Tuttavia esso è imposto come un “dovere” al clero latino dal dogmatico Concilio Tridentino, a partire dal diaconato (Sessione XXIV, can. 9, sul sacramento del matrimonio, Denz, 979, che infligge l’anatema per l’opinione contraria).  Gli avversari del celibato ecclesiastico (della perfetta castità richiesta ai sacerdoti di Cristo), sia dentro che fuori la Chiesa, hanno sempre sostenuto che il celibato non fosse sentito come un obbligo nei primi tempi della Chiesa:  sarebbe stato solo consigliato – tant’è vero (dicono) che i primi Apostoli sarebbero stati sposati – lasciando ai singoli la libertà di seguire o meno tale consiglio, per una migliore attuazione della propria santificazione personale e della missione apostolica.  Solo dopo diversi secoli, il papato avrebbe imposto il celibato ai preti, esso sarebbe quindi  frutto del diritto positivo della Chiesa, non deriverebbe dalla Rivelazione originaria.  In particolare i protestanti sostengono tesi del genere, arrivando a dire che il celibato fu stabilito per legge dai Papi solo a partire da Gregorio VII, che regnò dal 1073 al 1085. 
Si tratta di tesi palesemente erronee, smentite dai fatti, se uno si prende la pena di esaminarli con la dovuta acribia.[135]  L’obbligo del celibato non nasce nel Medio Evo, per  trovare poi la sua fissazione in una sentenza di carattere dogmatico al Tridentino:  al contrario, è stato sempre presente nella Chiesa sin dall’inizio e viene ribadito come dovere da osservare addirittura già nel Concilium Illiberitanum o Concilio di Elvira, presso Cordoba, tenutosi fra gli anni 300 e 305, primo Concilio di vescovi i cui canoni ci siano stati conservati. Da questi canoni si evince chiaramente che il Concilio non faceva altro che ribadire l’obbligo di osservare fedelmente un costume già esistente ab antiquo nella Chiesa e sentito come un dovere. La sua origine è apostolica, sull’esempio di Gesù Cristo, della castità perfetta da Lui praticata.  
“Si è deciso all’unanimità la proibizione: e cioè che vescovi, sacerdoti, diaconi, vale a dire tutti i chierici costituiti nel ministero, si astengano dalle loro spose e non generino figli; e che chi contravviene sia cacciato dal clero” (can. 33 del Concilio).[136]
Il can. 19 dell’Illiberitanum  dichiarava che la scomunica per un membro dei tre ordini che si fosse macchiato di adulterio doveva essergli mantenuta per tutta la vita. Inoltre, stabiliva che chi avesse commesso adulterio nell’adolescenza non poteva essere ordinato sub-diacono; e chi fosse riuscito a farla franca, venendo comunque ordinato, dovesse esser espulso dal clero (can. 30).  Da queste severissime norme, si deduce che si richiedeva al clero, in tutti i suoi gradi, la continenza perfetta. Il canone si occupa, evidentemente, di coloro che erano già sposati quando erano stati ordinati, imponendo loro la continenza perfetta nei confronti delle loro mogli.  Ma nel programma formulato dallo Instrumentum laboris si dice forse che gli anziani del villaggio maritati, passibili di ordinazione sacerdotale, devono, in ottemperanza alla tradizione e all’insegnamento della Chiesa, prepararsi a praticare la continenza perfetta o lasciare le loro spose?  Da nessuna parte lo si dice.  E ai ministri anglicani maritati convertitisi anni fa al cattolicesimo, il motu proprio di Benedetto XVI che li inquadrava nella Chiesa, imponeva forse l’obbligo di trattare d’allora in poi le loro mogli come sorelle o di lasciarle, secondo la Tradizione e l’insegnamento della Chiesa?
Da ulteriori fonti ufficiali si ha conferma della grande antichità del celibato ecclesiastico, sentito sempre come un dovere, per i sacerdoti di Cristo.  Il Papa S. Siricio (384-399), il primo del quale ci siano rimaste Lettere Decretali, in una di queste ai Vescovi dell’Africa, nell’AD 386, scriveva, a proposito del celibato ecclesiastico ossia della “perfetta continenza” che si richiedeva ai chierici, che non si trattava di “nova praecepta”  ma semplicemente di voler imporre l’osservanza, trascurata per mollezza e ignavia, di  “un ordinamento stabilito dagli Apostoli e dai Padri”: “…observari cupiamus, quae tamen apostolica et patrum constitutione sunt constituta”.[137]  Il concetto fu ribadito poco dopo dal vescovo Genezio, che presiedeva il Concilio di Cartagine del 390, nel giustificare la necessità della continenza perfetta di vescovi, sacerdoti, diaconi, “affinché anche noi custodiamo ciò che gli Apostoli hanno insegnato e che l’antichità stessa ha osservato”:  ut quod Apostoli docuerunt et ipsa observavit antiquitas, nos quoque custodiamus”.[138]  I vescovi presenti acclamarono le parole di Genezio, aggiungendo per di più che vescovi, preti, diaconi, tutti coloro che amministrano i Sacramenti,  veri “pudicitiae custodes”, si dovevano astenere anche dalle loro mogli, in modo che tutti coloro che servivano all’altare osservassero sempre la castità.[139]  Infine ricordiamo S. Epifanio che, in un’opera scritta fra il 377 e il 385 contro le eresie, aveva scritto:  “La Santa Chiesa rispetta a tal punto la dignità del Sacerdozio da non ammettere al diaconato, al sacerdozio, all’episcopato e nemmeno al sub-diaconato, colui che vive ancora nel matrimonio e genera figli; vi ammette solamente colui che, sposato, si astiene dalla moglie o colui che l’ha persa, soprattutto nei paesi nei quali le leggi ecclesiastiche sono esattamente osservate [o redatte]”.[140]
Tutti questi dati di fatto dimostrano una cosa sola:  che la pratica della perfetta castità risaliva, come era logico, agli Apostoli, i quali avevano Nostro Signore a modello.  Né a questo si può opporre il fatto che il Beato Pietro fosse coniugato, quando fu chiamato dal divino Maestro.  In base alle fonti, è l’unico che risulta maritato.  Il Vangelo di Matteo testimonia che Gesù guarì dalla febbre, toccandole la mano, la suocera di Pietro, che stava in casa di Pietro (Mt 8, 14-15).  Tra gli esegeti moderni c’è anche chi sostiene che Pietro fosse già vedovo quando incontrò Gesù, dato che le fonti autentiche nominano la suocera ma non la moglie.  Difatti, appena guarita dal Signore, la suocera di Pietro “si alzò e si mise a servirlo” (Mt, cit.).  Della moglie non si parla, né qui né altrove, nel Nuovo Testamento.  
Con precisa documentazione e argomentazione, l’Abbé Deen confuta le notorie interpretazioni errate dei Protestanti su alcuni passi di S. Paolo che potrebbero indurre in equivoco il lettore incauto o in malafede.
Il primo si trova in 1 Cor 9, 5:  “ Non abbiamo noi il diritto di condurre con noi una donna, sorella nella fede, come fanno gli altri Apostoli e i fratelli del Signore e Cefa?”.  I nemici di Paolo lo attaccavano perché, come Apostolo arrivato dopo, non si faceva mantenere dalla comunità, come gli altri Apostoli ma lavorava con le sue mani - però, come loro, si faceva aiutare da qualche pia donna, per esser materialmente assistito e per poterla inviare presso le donne ad annunciare il Vangelo ed iniziare l’opera di conversione.  Che l’espressione “condurre con noi una donna” non significhi “prendere una donna in moglie” ma una donna facente funzione di governante e assistente, che lo aiutasse anche a portare il Vangelo tra le donne, è cosa ovvia e pacifica e così è sempre stato inteso questo testo, sin da Clemente d’Alessandria e Tertulliano, che scrivevano attorno all’AD 200.   Senza andare nel dettaglio di queste e altre testimonianze riportate dall’Abbé Deen, mi limito a ricordare l’acuta interpretazione di Pelagio, proprio l’eretico, tuttavia sagace nell’interpretare i testi.  Egli notò che l’Apostolo delle Genti non disse “ducere mulierem”, che avrebbe significato “prender moglie” bensì “mulierem circumducere” ovvero”portare [in giro] con noi”, con lui e Barnaba, una donna che li assistesse durante la loro attività missionaria.[141]
L’altra nota fonte di interessati equivoci è stata l’espressione “uomo di una sola moglie” (unius uxoris vir)  riferita alla situazione personale di chi era candidato a diventare vescovo.
“Bisogna che il vescovo sia irreprensibile, uomo di una sola moglie” (1 Tim 3,2).  L’espressione è ripetuta più volte da S. Paolo.  La applica anche ai diaconi:  “I diaconi siano uomini di una sola moglie” (1 Tim 3, 12).  Il requisito vale anche per i sacerdoti.  “…costituire, secondo le istruzioni che ti ho dato, dei presbiteri [sacerdoti, lett.: anziani] in ciascuna città.  Ognuno d’essi sia irreprensibile, sia uomo di una sola moglie…”(Tito, 1, 5-6).   L’Abbé Deen nota che S. Paolo applica la stessa definizione  alle vedove: “Una donna per esser iscritta nell’elenco delle vedove deve avere almeno sessant’anni ed esser stata  moglie di un solo marito”(1 Tim 5, 9).   Il senso di queste espressioni dovrebbe esser pacifico:  si trattava di vedovi e vedove.  I vedovi, per diventar vescovi o sacerdoti, occorreva che fossero stati maritati una volta sola, ossia che non si fossero risposati, dimostrando così di esser capaci di continenza, virtù di fondamentale importanza per lo stato ecclesiale.  La versione latina dell’ultimo testo, nota l’Abbé Deen, presenta un “che sia stata” (quae fuerit) mancante nel greco:  vidua…quae fuerit unius viri uxor” (henòs andròs ghyné), frase che è stata inserita dal traduttore forse proprio per far capir meglio che si sta parlando di una vedova non più risposatasi dopo la morte del marito.
A proposito delle vedove inserite nell’elenco di cui sopra, una nota nell’edizione della Bibbia da me utilizzata, spiega: “Si parla di vedove consacrate a speciali servizi nella Chiesa (malati, fanciulli), ora compiuti in gran parte dalle suore”.  È  ovvio che il “consacrate” del commento significa, in italiano, “dedicate a”, non persone consacrate, ordinate sacerdotalmente.  Gli Apostoli, i vescovi, i sacerdoti per forza di cose dovevano circondarsi di un coetus di donne pie e virtuose, dedicate a tutti quei servizi e attività successivamente svolte dalle suore.  In questo ceto rientravano anche le diaconesse, che oggi le “teologhe femministe” e  i loro amici tentano di far passare per persone ordinate, in modo da mantenere aperta l’istanza dell’ordinazione delle donne, contro il dogma della fede.  Ma questo archeologismo è, come sempre, infondato.  Nella stessa prima Lettera a Timoteo, San Paolo, elenca, dopo quelli per i vescovi, i requisiti per esser degni diaconi e diaconesse.
“I diaconi del pari conviene che siano dignitosi, non doppi nel parlare, non dediti al molto vino, non avidi di brutto guadagno, ma conservino il mistero della fede con pura coscienza.  E anche questi siano prima messi alla prova e siano addetti all’ufficio di diaconi quando siano inappuntabili.  Del pari le donne siano caste, non malediche, sobrie, fedeli in tutto.  Anche i diaconi siano mariti di una donna sola, e sappiano tener bene i figliuoli e le case proprie” (1 Tim 3, 8-12).  Di quali “donne” sta parlando l’Apostolo?  Forse delle mogli dei diaconi?  Impossibile, dal momento che precisa subito (come si è visto) che anche i diaconi, come i vescovi, devono esser vedovi che non si siano risposati (“mariti di una donna sola”).  Le donne in questione, come hanno sempre sottolineato tutti i commentatori,  sono appunto le “diaconesse”, quelle pie donne che si rendevano utili e in un certo senso indispensabili ai Sacerdoti di Cristo, sul piano organizzativo, logistico e anche pastorale.  Le diaconesse non erano persone consacrate.  Su questo la tradizione della Chiesa è costante.  Un “diacono” di sesso femminile lo nomina lo stesso S. Paolo, nella chiusa della Lettera ai Romani.  “Vi raccomando Febe, la nostra sorella, ministra della chiesa di Cencrea, [diákonon ts ekklesías..], affinché l’accogliate nel Signore in modo degno dei Santi e l’assistiate in quelle cose in cui abbia bisogno di voi;  anch’essa è stata d’aiuto a molti e anche a me stesso” (Rom 16, 1-2).[142]
In latino, il diacono era il minister, nel senso generale di “aiutante”:  “Commendo autem vobis Phoebem sororem nostram, quae est in ministerio Ecclesiae, quae est in Cenchris…”.  La diaconessa Febe era una “aiutante” degli Apostoli.  “Le diaconesse erano vedove con importanti uffici nella Chiesa primitiva, specialmente nel battezzare le donne, nell’assistenza dei poveri e dei malati. Corrispondevano alle suore di oggi addette alle opere di carità”.[143] 
Il saggio dell’Abbé Deen offre ulteriori prove dell’esistenza dall’inizio della Chiesa dell’obbligo del celibato ecclesiastico, ma credo quanto qui riprodotto sia sufficiente a dimostrare la totale infondatezza delle pretese di chi, mal interpretando i testi, vorrebbe ancora una volta eliminare questo fondamentale istituto, risalente a Cristo Nostro Signore e agli Apostoli.


10.  L’eresia del “sacerdozio femminile”, tappa essenziale per “render femminile” la Chiesa.
Abbiamo visto (vedi supra)  che lo Instrumentum laboris propone di avviare le donne al sacerdozio, ma lo fa in modo non chiaramente percepibile, dal punto di vista del semplice fedele.  Il suggerimento è così formulato:
“3.  Identificare il tipo di ministero ufficiale che può essere conferito alle donne, tenendo conto del ruolo centrale che esse svolgono oggi nella Chiesa amazzonica” (IL  129, a) 3).
Come viene giustificata questa proposta?  Come un suggerimento proveniente dal basso ossia dalle “comunità”, secondo lo stile sinodale, di una sinodalità permeante tutta la Chiesa ma in realtà pilotata, inaugurato da Bergoglio:  “129.  I seguenti suggerimenti delle comunità recuperano aspetti della Chiesa primitiva, quando rispondeva alle sue necessità creando ministeri appropriati (cf. Atti 6, 1-7; 1 Tim 3, 1-13)”.   Il testo citato degli Atti, è quello nel quale si narra la creazione dell’istituto del diaconato, composto da sette uomini, tra i quali Stefano, poi primo santo martire.  In quello della prima Lettera a Timoteo, l’abbiamo visto,  San Paolo detta i requisiti per essere vescovo, diacono, diaconessa.
Quale sarebbe allora, per la regione amazzonica, il tipo di “ministero appropriato” da crearsi per le donne, per rispondere alle vantate nuove esigenze?  Sarebbe un “ministero ufficiale” però “da identificare”.  Che significa?  Usando l’aggettivo “ufficiale” si intende ovviamente far riferimento ai ministeri sacerdotali, nei tre ordini: diacono, sacerdote, vescovo (tre ordini o gradi di un Sacramento unico, indivisibile).  Fra questi tre bisogna “identificare” quello che andrebbe bene alle donne.  Il pensiero va subito al diaconato, ovvio.  Ma non si tratterebbe di un diaconato come quello di “nostra sorella Febe” benemerita e coraggiosa assistente e aiuto degli Apostoli, si tratterebbe dello stesso diaconato degli uomini, primo gradino dell’ordine sacerdotale. Se così non fosse, il testo non avrebbe usato il termine “ministero ufficiale”.  In tal modo si aprirebbe la porta all’entrata delle donne nel sacerdozio, cominciando per l’appunto dal suo gradino più basso, dal diaconato.
Abbiamo visto  le critiche, anche veementi, profuse dai sopra citati cardinali e vescovi a questa subdola proposta.  Subdola, perché insinua in modo surrettizio una novità contraria alla fede, a quello che deve considerarsi vero e proprio dogma di fede, anche se non definito formalmente.   Che l’esclusione delle donne dal sacerdozio appartenga al Deposito della Fede, gli illustri prelati critici dello Instrumentum l’hanno ribadito più volte e con estrema chiarezza.  Ma oggi il dogma della fede non conta nulla, nella Santa Chiesa.  E come potrebbe, dato che il Magistero,  a partire da Giovanni XXIII, ha rinunciato ufficialmente (per la prima volta nella sua storia) a condannare gli errori, in nome di una misericordia che non possiamo non ritener falsa, agendo essa come  “il medico pietoso che fa la piaga sporca”?
Vediamo comunque cosa scrisse esattamente Giovanni Paolo II nella Lettera Apostolica Ordinatio sacerdotalis  del 22 maggio 1994, indirizzata “ai vescovi della Chiesa cattolica sull’ordinazione sacerdotale da riservarsi soltanto agli uomini”. 
L’ordinazione sacerdotale, esordì, “nella Chiesa cattolica sin dall’inizio è stata sempre ed esclusivamente riservata agli uomini”.  Nella c.d. Chiesa primitiva non ci sono mai state sacerdotesse.  Già Paolo VI dovette intervenire a ribadire questa verità con la Dichiarazione Inter Insigniores  della Congregazione per la Dottrina della Fede del 15 ottobre 1976, “circa la questione dell’ammissione delle donne al sacerdozio ministeriale”.   Nei nostri travagliati tempi, annoto, la questione periodicamente ritorna, ingigantendosi sempre più, sotto la spinta del femminismo e della decadenza dei costumi, alimentati massicciamente dai media, e grazie alla complicità di teologi e chierici neo-modernisti.   Paolo VI riaffermava un millenario princio:  “la Chiesa non si riconosce l’autorità di ammettere le donne all’ordinazione sacerdotale”.  Ciò significa, sottolineo, che eventuali ordinazioni di donne sarebbero ex sese nulle, prive di qualsiasi effetto e le Messe da loro celebrate invalide.  Che le donne non possano esser ordinate, aggiungo, questa è evidentemente la volontà di Cristo, che altrimenti avrebbe sicuramente ordinato sua madre, Maria Santissima.  Bisogna pensare che non le ritenesse all’altezza del sacerdozio vero e proprio, per tanti motivi, facilmente intuibili. 
“Il fatto che Maria Santissima, Madre di Dio e della Chiesa, non abbia ricevuto la missione propria degli Apostoli né il sacerdozio ministeriale mostra chiaramente che la non ammissione delle donne all’ordinazione sacerdotale non può significare una loro minore dignità né una discriminazione nei loro confronti, ma l’osservanza fedele di un disegno da attribuire alla sapienza del Signore dell’universo.  La presenza e il ruolo della donna nella vita e nella missione della Chiesa, pur non essendo legati al sacerdozio ministeriale, restano comunque assolutamente necessari ed insostituibili”.  Ma lo spirito di ribellione che agita tante donne di oggi, anche cattoliche o presunte tali, non si accontenta di questa “insostituibilità”: vuole la parità con l’uomo in tutto, per poter dimostrare di essergli superiore, acquisendo innumerevoli posizioni di comando e potere in tutti i campi, con tanti saluti per i sani costumi, il matrimonio, la famiglia, la prole, l’esistenza stessa delle nazioni, condannate alla denatalità e quindi all’estinzione dal tradimento delle donne.  
Giovanni Paolo II voleva far capire che si affannavano invano  coloro che ritenevano la dottrina della Chiesa in questo caso o “discutibile” o avente “un valore solo disciplinare”,  non riguardante cioè il Deposito della Fede.  Contro questi erronei atteggiamenti, il Papa ribadiva la dottrina di sempre, in modo inequivocabile.
“Pertanto, al fine di togliere ogni dubbio su di una questione di grande importanza, che attiene alla stessa divina costituzione della Chiesa, in virtù del mio ministero di confermare i fratelli (Lc 22,  32), dichiaro che la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa”.
Il testo latino fa ancora più effetto:  “virtute ministerii Nostri confirmandi fratres (Luc. 22, 32), declaramus Ecclesiam facultatem nullatenus habere ordinationem sacerdotalem mulieribus conferendi, hancque sententiam ab omnibus Ecclesiae fidelibus esse definitive tenendam”.[144]   
Mi ricordo perfettamente che al tempo questa dichiarazione così recisa e solenne del Papa sembrò una dichiarazione dogmatica in senso formale, anche perché il Papa chiariva trattarsi di questione attinente alla “costituzione divina della Chiesa”.  Il Papa dichiarava formalmente chiusa ed anzi improponibile la discussione su questo punto: ogni dibattito era inutile, tutti i fedeli dovevano accettare ed anzi credere come dogma di fede (tenere in modo definitivo) che la Chiesa “non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale”.  Ritenere il contrario significherebbe, quindi, andare contro l’ intenzione di Nostro Signore quando ha stabilito il sacerdozio.
     Papa Francesco non avrebbe allora dovuto troncare da tempo la questione, appellandosi a questa chiara e definitiva presa di posizione del suo predecessore?  In dichiarazioni informali ha naturalmente ribadito la validità del dictum di Giovanni Paolo II, però ha permesso la formazione di gruppi di studio, ben provvisti di “teologhe” progressiste, intesi ad indagare sul diaconato femminile delle origini, per vedere come stavano  effettivamente le cose, come se non si sapesse a sufficienza.   Alcune “teologhe” se ne sono venute fuori con stravaganti teorie, affermando di aver trovato, in qualche antico mosaico, le “prove” dell’esistenza delle diaconesse-sacerdotesse…Fantasie, polveroni mediatici senza fondamento.  È anche vero che il carattere dogmatico della dichiarazione di Giovanni Paolo II fu in apparenza annacquato dall’allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il cardinale Joseph Ratzinger.  Disse, infatti, il cardinale súbito dopo la pubblicazione della Lettera Apostolica in questione, che, nonostante la sua formulazione nello stile della definizione dogmatica, e quindi del magistero straordinario, perché del Papa definente da solo in modo solenne una fondamentale questione di fede;  nonostante questa veste esteriore, la precisazione papale doveva ritenersi pur sempre dogmatica, ma in quanto appartenente al magistero ordinario.  E quindi infallibile ma dell’infallibilità del magistero ordinario, che è quello del Papa e dei vescovi dispersi sulla terra, non di quella del magistero straordinario (del Papa da solo pontificante ex cathedra o del Concilio Ecumenico sotto il Papa).  Il Romano Pontefice aveva ribadito una verità di fede sempre ritenuta tale per due millenni dalla Gerarchia dispersa su tutta la terra, da tutti i vescovi nelle loro diocesi:  le donne non possono accedere al sacerdozio, in nessun grado.  Le sacerdotesse appartengono al paganesimo, al culto degli idoli, degli dèi “falsi e bugiardi”.   
Ma, si tratti di magistero ordinario o straordinario, il carattere dogmatico del divieto deve ritenersi assolutamente certo.  La precisazione del cardinale Ratzinger, per quanto sorprendente e forse inopportuna,  toglieva solennità alla dichiarazione pontificia ma non ne modificava l’intrinseca valenza dogmatica. 
In un’ulteriore denuncia dello Instrumentum laboris, il cardinale Müller ha riaffermato il carattere dogmatico della pronuncia di Giovanni Paolo II, con queste parole:  “È certamente sicuro, comunque, che questa decisione definitiva di Giovanni Paolo II è effettivamente un dogma della Chiesa Cattolica:  il dogma esisteva ovviamente già prima che questo Papa, nel 1994, definisse questa verità come contenuta nella Rivelazione.  L’impossibilità per una donna di ricevere validamente il Sacramento dei Sacri Ordini in ognuno dei tre gradi è una verità contenuta nella Rivelazione ed è in questo modo infallibilmente confermata dal Magistero della Chiesa e presentata alla fede dei fedeli.”  Dopo aver accennato all’imponente letteratura teologica sul tema, in genere saltata a pie’ pari dai contestatori del dogma, il cardinale così precisava il concetto del dogma, forse pensando proprio alla precisazione di Ratzinger, che, agli occhi di molti, sembrava averlo per così dire “declassato”  a dogma del magistero ordinario.
“Quando si tratta di un dogma, bisogna distinguere la sostanza dalla forma.  La verità rivelata che si manifesta in esso – la cui negazione viene sanzionata con un “anathema sit” – o che viene pronunziata ex cathedra dal Papa [uti singulus], non dipende pertanto dalla forma esterna della sua definizione.  Le proposizioni del nostro Credo, fondamentali per la nostra fede, ad esempio, non sono state definite formalmente [come dogma di fede], ma lo sono state dal punto di vista sostanziale ed in modo eccellente, e sono presentate dalla Chiesa come proposizioni che devono esser credute per la salvezza della nostra anima.”[145]
Un articolo di fede ha carattere di dogma, ossia di verità assolutamente certa e immutabile perché di origine divina, quando deve esser obbligatoriamente creduto come tale da tutti i  fedeli, sulla base non della loro opinione personale ma dell’autorità legittima della Chiesa, che l’ha proclamato.  Ma il venire in essere del dogma può aversi in due modi.
Se ad opera del Papa da solo, con i segni visibili, linguistici, di una dichiarazione solenne ex cathedra Petri, come si suol dire, allora il dogma viene definito sulla base della suprema giurisdizione che il Papa ha, uti singulus, su tutta la Chiesa --- giurisdizione che nell’occasione si manifesta in modo straordinario, come quella esercitata dal Papa nel Concilio Ecumenico, non essendo entrambe queste forme magistero ordinario del Romano Pontefice, così come quella conciliare ecumenica non è magistero ordinario per i vescovi.  E secondo il magistero straordinario sembrava appunto essersi manifestata la dichiarazione di Giovanni Paolo II sull’impossibilità del sacerdozio femminile.
Se, invece, un’indiscutibile verità di fede risulta esser stata insegnata dal Magistero, cioè dal Papa e dai vescovi nelle loro rispettive diocesi, dalla Chiesa “dispersa sulla terra” come si suol dire, per tanti secoli come immutabile verità di origine divina, tale verità deve ritenersi dogma della fede, risultante in questo caso oggettivamente dal magistero ordinario stesso della Chiesa.  È  quella verità che consiste in “quod ubique, quod semper, quod ab omnibus creditum est”, secondo le celebri parole di S. Vincenzo di Lerino, nel V secolo.[146]  E così è stato sempre creduto da tutti per ciò che riguarda l’ordinazione delle donne al sacerdozio, per due millenni, sempre in base a quello che ha fatto o non ha fatto Gesù:  non licet.  Il Signore non ha voluto una donna tra i Dodici, non ha incluso donne nell’inviare i Dodici e poi  72 Discepoli a predicare (Lc 9; 10), non le ha volute all’ultima Cena.  Ha certamente voluto per loro un ruolo importante nella Chiesa, che però non includeva il sacerdozio. Erano presenti, con Maria Santissima, e pregavano nel Cenacolo quando è venuto lo Spirito Santo, il giorno della Pentecoste, da sempre considerato il giorno di nascita della Chiesa.  Ciò dimostra che esse fanno parte della Chiesa allo stesso titolo ma in maniera diversa rispetto agli uomini.  Insufflato e manifestatosi in modo soprannaturale lo Spirito Santo, fenomeno perecepito anche all’esterno del Cenacolo,  solo “Pietro e gli undici” uscirono incontro alla folla, stravolta dal grande prodigio, e San Pietro fece il famoso discorso, terminante con l’esortazione a pentirsi e battezzarsi:  “Salvatevi da questa generazione perversa”(Atti 2, 38-40).  
La proposta dello Instrumentum laboris ha quindi un contenuto radicalmente eversivo.  Essa, per il solo fatto di esser formulata, dimostra il disprezzo più completo per la Tradizione della Chiesa e per il Deposito della Fede.   Ma vediamo il contesto nel quale è inquadrata.
“c)  Ruolo della donna:
1.  In campo ecclesiale, la presenza delle donne nelle comunità non è sempre valorizzata.  Viene chiesto il riconoscimento delle donne a partire dai loro carismi e talenti.  Esse chiedono di recuperare lo spazio dato da Gesú alle donne, “dove tutti/tutte possiamo ritrovarci” [61][Citazione della REPAM].
2.  Si propone inoltre di garantire alle donne la loro leadership, nonché spazi sempre più ampi e rilevanti nel campo della formazione:  teologia, catechesi, liturgia e scuole di fede e politica.
3.  Si chiede anche che la voce delle donne sia ascoltata, che siano consultate e partecipino ai processi decisionali, e che possano cosí contribuire con la loro sensibilità alla sinodalità ecclesiale.
4.  Che la Chiesa accolga sempre piú lo stile femminile di agire e di comprendere gli avvenimenti.” (IL 129).
Questi i suggerimenti, accanto alla richiesta di istituire, fra “nuovi ministeri”, anche un “ministero ufficiale” per le donne.
Come si vede, si tratta di nozioni e di un linguaggio tipico dell’ideologia femminista, introdottisi da tempo nella dottrina della Chiesa; un’ideologia costruita su luoghi comuni quali la supposta grande e profonda “sensibilità” delle donne, che si tradurrebbe in un superiore “stile di agire e comprendere gli avvenimenti”.  Affermazioni del tutto gratuite,  generiche e vuote.  Qualcuno saprebbe fornire un esempio di questo supposto “stile”?  Quale sarebbe poi “lo spazio” concesso da Nostro Signore alle donne e che si tratterebbe oggi di recuperare, perché la Chiesa l’avrebbe in passato soppresso?  Quello delle donne alla sequela di Gesù?  Ma costituivano per l’appunto già il coetus dei diákonoi di sesso femminile (da: diakonéo, servo, amministro; in senso traslato: aiuto).  Quel coetus che vediamo poi organizzato da San Paolo con precise indicazioni sui relativi requisiti (vedi supra).  La diakonía, in latino: ministerium, era uno dei tanti càrismi dei quali potevano godere in quei primi tempi i cristiani. Si trattava di “un ministero (diakonía, Rom 12, 7) indeterminato, poteva designare ogni ufficio compiuto in beneficio della comunità”, sia “ministeri spirituali” che ministeri “materiali, di carità”.[147]  Di questo carisma godevano ampiamente anche le donne nella sequela di Gesù e degli Apostoli.
Sulle donne al séguito del Signore, ci informa il Vangelo di Luca.
“In séguito se ne andava di città in città, di villaggio in villaggio, predicando e annunciando la buona novella del Regno di Dio, mentre i Dodici erano con lui, come pure alcune donne, che erano state liberate da spiriti maligni e da malattie:  Maria, detta Maddalena, dalla quale erano usciti sette demoni, Giovanna, moglie di Cusa, procuratore di Erode, Susanna e molte altre, che li assistevano con i loro beni” (Lc 8, 1-3).
Quello era dunque “lo spazio” che il Signore aveva stabilito per loro, successivamente occupato e ampliato dalle suore, nella Chiesa formata.  La sequela delle donne, delle diaconesse al séguito degli Apostoli, ricalcava quella al séguito del Signore (vedi supra).  Ma le donne al séguito non si limitavano a svolgere un’azione di supporto amministrativo-logistico, per così dire:  il loro contributo  era anche spirituale.  Pregavano con gli Apostoli e i diaconi; erano con loro in preghiera, presente Maria Santissima, il giorno della Pentecoste (vedi supra). E quasi sicuramente facevano le catechiste (per usare un termine moderno) soprattutto quando avvicinavano altre donne nelle loro case, nei ginecei, cosa al tempo impossibile ad un uomo, che non fosse un parente o il marito.  Contribuivano, quindi, già allora, alla salvezza delle anime, dando un apporto prezioso anche in questo senso.  “Mistero certamente tremendo, né mai sufficientemente meditato: che cioè la salvezza di molti dipenda dalle preghiere e dalle volontarie mortificazioni, a questo scopo intraprese dalle membra del mistico Corpo di Gesù Cristo, e dalla cooperazione dei Pastori e dei fedeli, specialmente dei padri e delle madri di famiglia, in collaborazione col divin Salvatore”.[148]
 E tutto questo facevano senza bisogno di essere persone consacrate.  Per ciò che riguarda la santificazione personale,  il vero “spazio” che la divina misericordia aveva concesso loro era quello della conversione e della salvezza, uno spazio del tutto spirituale e come infinito per noi, quello dell’anima resa disperata dai peccati che, pentita e perdonata, si ritrovava inaspettatamente guarita dai suoi tumori, crescendo nella vera umiltà e nell’obbedienza ai precetti del divino Maestro, provando in tal modo per la prima volta la vera felicità interiore.  Maria di Magdala, rinata in Cristo perché da Lui liberata da una grave possessione diabolica, certamente non dovuta a semplice esaurimento nervoso, era quasi sicuramente la donna di vita infame della tradizione, anche se non si può dimostrare che fosse la cortigiana innominata che rese al Signore pubblico e per lei umiliante omaggio al banchetto del fariseo, venendo assolta dai suoi gravi peccati grazie al suo pentimento e alla sua fede (Lc 7).  Di quali “malattie” fossero state liberate le altre pie donne, l’Evangelista nulla ci fa capire.  Tra esse c’erano anche donne socialmente altolocate, come la citata Giovanna, “moglie del procuratore di Erode”, cioè di un alto funzionario di Erode Antipa, l’uccisore di S. Giovanni,  il re locale a capo di uno degli staterelli vassalli dei Romani.  I primi cristiani non avevano luoghi di culto, chiese, si riunivano quasi sempre nelle case dei devoti, l’organizzazione delle quali doveva esser spesso nelle mani della padrona di casa, che diventava così preziosa assistente e coadiutrice nell’apostolato anche da questo lato. 
 Lo “spazio” della rinascita interiore, della liberazione dal peccato, che il Salvatore offriva alle donne, era lo stesso che offriva ai suoi seguaci di sesso maschile; tutti uguali, uomini e donne, in quanto peccatori, tutti ugualmente bisognosi e desiderosi di salvezza.  Perché il Verbo si era incarnato non per realizzare la giustizia sociale in terra, sempre imperfetta e aleatoria, ma per salvarci dal peccato e dalla dannazione eterna.  Ora, questo “spazio”, identico per uomini e donne, la Chiesa non l’ha sempre offerto ad entrambi, allo stesso titolo?  Ma questo è, per l’appunto, uno spazio umano-divino, una realtà naturale che diventa soprannaturale, nella misura in cui è abitata dalla Grazia, rendendoci membri effettivi del Corpo Mistico di Cristo che è la Chiesa.  In quanto realtà dello spirito, illuminata dalla grazia, esso è del tutto identico per uomini e donne, pur conservando essi le differenze inerenti ai loro rispettivi sessi, con i loro diversificati riflessi sociali.  
Lo “spazio” di cui allo Instrumentum all’opposto è uno spazio puramente materiale, quello delle rivendicazioni, delle contrapposizioni, della lotta accanita e vociferante della donna contro l’uomo in nome di supposti diritti calpestati dalla società  cosiddetta “patriarcale”.   È lo “spazio” ambíto da chi vuole acquisire potere, prestigio, influenza, vantaggi di ogni tipo, insomma gloria mondana senza limiti, spinto da un’ambizione sfrenata, frutto a sua volta di una superbia senza confini, l’arma preferita di Satana.   Questo è appunto lo spirito che anima la cosiddetta “teologia femminista”, una pseudo-teologia al pari della “teologia india”, sua consorella. Infatti, questa “teologia” vuole interpretare i testi sacri da una prospettiva del tutto particolare, peculiare al punto di vista femminile, come inteso per di più dalle femministe:  ricercare nella Bibbia il posto riservato alle donne e valutarlo alla luce della concezione femminista del valore e dell’importanza da attribuire alla donna.  Ne consegue che il concetto base di questa “ermeneutica”, come per i “teologi indi”, non è più quello della salvezza bensì quello della “liberazione” – la liberazione della donna, individuale e sociale, da tutti i vincoli, costumi e leggi, in nome della libertà assoluta del proprio Io.  La prospettiva sovrannaturale, senza la quale i Testi Sacri diventano incomprensibili, viene pertanto a scomparire.  Non abbiamo qui più un discorso su Dio, come nel caso della vera teologia: il termine risale notoriamente a Platone e viene precisato da Aristotele, come ragionamento, discorso (logos) su Dio, sulla sua natura, i suoi attributi, in quanto possibile alla ragione umana.  L’Aquinate ne dà una articolata definizione, ancor oggi perfettamente valida, come “scienza di Dio”.[149]
Nel caso della “teologia femminista” non abbiamo nessuna “scienza”, già per il fatto che (come per la “teologia india”) manca il suo oggetto specifico, ossia Dio in sé e per sé, sostituito dal sentido puramente soggettivo della emancipata donna contemporanea, dal modo nel quale vuole vedere Dio e la sua Rivelazione, filtrato dalla sua esperienza di donna, dalla sua coscienza di sé, anelante alla “liberazione”.
“La teologia femminista nasce come riflessione all’interno dei canoni della teologia della liberazione. Usa la metodologia del vedere-giudicare-attuare [ver-juzgar-actuar]: parte dalla realtà della donna, la giudica alla luce della Parola di Dio e prende decisioni in relazione alle azioni che devono trasformare questa realtà.  Tra i suoi còmpiti si segnala la centralità della Bibbia, al fine di recuperare e riabilitare l’esperienza delle donne, sia nel movimento di Gesù che nella Chiesa primitiva”.[150]
L’esperienza delle donne:  come per la teologia della liberazione e india, ciò che conta è l’esperienza del soggetto per stabilire la verità della religione:  si parte da questa esperienza per accettare o respingere i Testi Sacri.  E per quale fine, quello indicato dalla religione stessa cioè la santificazione personale, la salvezza?  No:  per “riabilitare e recuperare l’esperienza delle donne nel cristianesimo primitivo, scisso in “movimento di Gesù” e “Chiesa primitiva”.  È  l’approccio tipico dei  modernisti (vedi supra).  Ma questa “esperienza” non vive nell’empireo, nel senso che essa muove già da canoni ben stabiliti prima ancora che questa “esperienza” prenda coscienza di sé,  per applicarli al proprio oggetto come criteri di giudizio.  Questi canoni sono quelli dell’ideologia femminista.  Ciò significa che con essi si vuol applicare alla Bibbia il modo di intendere i rapporti uomo – donna tipico dell’odierna gender ideology, per riformare la teologia tradizionale, ritenuta “patriarcale, androcentrica e unilaterale”, caratteristiche negative attribuite peraltro anche ai Testi Sacri, in quanto scritti da maschi.[151]   Ciò dà luogo, pertanto, ad una reinterpretazione in chiave femminista di molte  figure femminili significative della Bibbia, a cominciare dall’Antico Testamento.  E ad una reinterpretazione femminista dell’intera Bibbia, a cominciare dal concetto stesso di Dio.  Bisogna trovare l’elemento femminile che il supposto patriarcalismo degli autori sacri avrebbe occultato, farlo emergere a tutti i costi.  Ovviamente, la femminilità che si vuole qui rivendicare nei sacri testi non è quella che potevano mostrare di avere le donne ebree dell’Antico Testamento, è quella della esperienza di sé che credono di avere le odierne “teologhe femministe”.
Ci si imbatte, quindi, in interpretazioni di figure bibliche femminili che colpiscono per la loro povertà e piattezza. Accennerò solamente, per ragioni di spazio, al modo nel quale viene “reinterpretata” Giuditta.
Giuditta rappresenta la “resistencia popular”.  Assistiamo al “protagonismo decisivo di una donna”.  Giuditta: “donna, vedova, sola, senza uomini…si mette in azione con una indipendenza e autorità straordinaria:  non va dai  capi, ma li chiama a casa sua per esporre loro il suo piano.  Chiede la loro autorizzazione ma decide lei la strategia da seguire in assoluta libertà”.[152]  Tanto “assoluta”, osservo, che nemmeno spiega ai capi della città assediata, e ormai inclini ad arrendersi, i dettagli del suo piano, altrimenti a quelli sarebbe venuto un accidente.  Giuditta era grandemente rispettata da tutti perché, nonostante fosse molto bella, ricca e vedova, era onesta e religiosissima, tanto da portare il cilicio e osservare tutti i severi obblighi della vedovanza (Gdt 8, 1-7).  Ma quest’aspetto essenziale della sua personalità, che la rendeva graditissima a Dio, viene taciuto dalla teologa femminista.  Et pour cause: l’elemento propriamente religioso, sovrannaturale, che domina tutta la storia di Giuditta, non dice nulla alle femministe, non entra nel loro orizzonte.  Alla nostra “teologa” preme metter in rilievo che “Giuditta mostra una coscienza molto chiara del proprio agire”,  che consiste nel sedurre Oloferne, capo dell’esercito pagano che assediava la sua città e voleva imporre la religione degli idoli, per poi ucciderlo a tradimento, per la salvezza della stessa città e per l’onore di Dio. 
Certamente, la teologa femminista non può non ricordare che l’impresa riesce solo grazie all’aiuto di Dio.  Ma ciò che conta è il consapevole, sicuro, freddo protagonismo della donna, che rappresenta soprattutto i deboli capaci di abbattere i forti, un fatto rivoluzionario, da perseguire evidentemente con ogni mezzo.  “Di notte, nell’accampamento nemico, ammazza Oloferne.  In quest’azione si presenta molto netta l’opposizione attiva nel postesilio tra il Tempio e la Casa”.[153]  Il “Tempio” sarebbero i capi della comunità, nell’occasione incapaci di fare alcunché.  La “Casa” sarebbe invece lo spazio proprio di Giuditta, in quanto vedova amministratrice di un patrimonio, spazio dal quale muove all’attacco del nemico.  “Giuditta, con un’azione che pianifica da casa sua, con l’aiuto dell’ancella – donna anch’essa – e con armi “femminili”, la sua seduzione e la sua bellezza, realizza la sua missione e ne esce trionfante”.[154]  
La contrapposizione tempio-casa appare incomprensibile al non iniziato, in ogni caso ininfluente quanto alla comprensione del significato del racconto.  L’esegesi “femminista”, tutta presa nell’esaltare l’azione indipendente e spregiudicata di Giuditta, che sembra umiliare gli uomini in tutti i sensi, lascia fuori del quadro i gravi problemi etici sempre sollevati da questo libro, uno di quelli difficili e scabrosi dell’Antico Testamento – problemi che quest’interpretazione probabilmente non scorge nemmeno, risiedendo i suoi presupposti concettuali negli pseudo-concetti e nei falsi valori della Rivoluzione Sessuale, distruggitrice di ogni etica. 
Giuditta, prima mente poi seduce, per colpire infine a tradimento.  Presentatasi ad Oloferne con l’ancella dicendo di conoscere il modo di far cadere la città, mentendo quindi, e da lui trattata con rispetto, ne accese la concupiscenza accettando l’invito ad una cena nella sua tenda con i soli servi di lui.  Rimasta sola, dopo che i servi se n’erano andati, con Oloferne ormai addormentato, sfinito dal vino, che lei non aveva bevuto per mantenere la purità rituale, con l’aiuto dell’ancella staccò la testa ad Oloferne usando la sua stessa spada e la portò ai suoi concittadini uscendo subito dal campo, approfittando della libertà di movimento concessale da Oloferne.  Che dire della condotta di Giuditta? Esiste qui un problema morale o no? In certi casi, il fine giustifica i mezzi?    Le azioni di Giuditta “hanno lasciato perplessi i moralisti di tutti i tempi. Il libro non riferisce un caso di coscienza, ma va considerato come un libro di fede: Dio paga i suoi nemici con la loro stessa moneta; li fa cadere nella stessa fossa che aveva preparato per i suoi fedeli.  Oloferne voleva sedurre il popolo santo facendogli tradire Dio e venerare gli idoli; Dio invece lo seduce e lo sconfigge per opera di una debole donna.  Inversamente:  coloro che sono fedeli a Dio possono sempre contare sulla sua fedeltà.”[155]  La spiegazione è dunque religiosa:  in difesa della fede, Dio può, in via eccezionale, concedere l’uso di mezzi perfidi, per se stessi immorali, per ripagare i suoi nemici della loro moneta.  Questa spiegazione potrà non convincere tutti,  appare tuttavia legittima.  Nell’ àmbito della “teologia femminista”, di interrogativi  su questo fondamentale aspetto neppure l’ombra, ovviamente.  Le femministe si esaltano all’uso spregiudicato delle sue “armi femminili” fatto da Giuditta, che è riuscita ad uccidere un maschio…
La lettura “al femminile” della Bibbia non si limita alle figure femminili della Bibbia.  Essa cerca di trovare l’elemento “femminile” anche in Dio e nello stesso Gesù Cristo.  Dio non può essere concepito come “Padre” solamente. Il Padre è maschio, dov’è la madre, la femmina?  Ci dev’essere in Dio anche la Madre, non si può ammettere che non ci sia.  Insomma, Dio deve concepirsi come Padre e Madre, alla maniera appunto delle idolatrie panteistiche dei primitivi, oggi tanto di moda in Vaticano e dintorni.  Dio deve dunque esser anche “femminile”.[156]
A maggior ragione si dovrà poter trovare l’elemento “femminile” in Gesù di Nazareth.  Assistiamo così ad una “reinterpretazione” della Parabola del Figliol Prodigo. Incapace di scorgere il significato sovrannaturale del perdono del peccatore sinceramente pentito, la profondità della divina Misericordia, l’umanità del padre, attributo perfettamente virile -  tale interpretazione si impiglia in tutta una serie di ragionamenti sull’abbraccio del padre al figliol prodigo ritornato, per sostenere che quell’abbraccio è in realtà della madre, peraltro del tutto assente dalla Parabola (e perché non compare mai, perché?); l’abbraccio e l’intera storia sarebberoin realtà il frutto di una sensibilità femminile che Gesù doveva aver assorbito dal suo ambiente familiare, materno --  e via sragionando di questo passo per cercare di dimostrare che Dio bisogna assolutamente concepirlo come Padre-Madre.[157] 
Altrimenti si violerebbe il principio di uguaglianza.  In posizione di assoluta uguaglianza, si intende, deve concepirsi il rapporto tra l’elemento mascolino e quello femminino.  Quello dell’uguaglianza è un canone ermeneutico fondamentale, per la “teologia femminista”, assolutamente irrinunciabile. “Tutto ciò che mantenga schemi sociali ingiusti comportanti una subordinazione della donna, non può esser rivelazione di Dio”.  La creazione, vista nel suo complesso, deve intendersi come “comunità di uguali”; pertanto, “tutto ciò che non conduce all’esperienza concreta della comunità di uguali, non può accettarsi come rivelazione divina”.[158]  Una volta stabilito questo principio, tanto unilaterale quanto astratto, frutto di un’ideologia ugualitarista che non potrebbe essere più falsa, si crederà di poter mettere sottosopra la Bibbia, in quanto scritta da un punto di vista “patriarcale”, riscrivendola dal punto di vista dell’uguaglianza, che sarebbe poi quello della femminilità liberata dalla cappa patriarcale.  La quale cappa ovviamente non avrebbe a che vedere con l’insegnamento di Gesù di Nazareth: Egli voleva la Chiesa da Lui fondata come “una comunità di fratelli nella quale non c’era distinzione tra maschio e femmina”. [159]  Non c’era, ma solo dal punto di vista morale, di fronte a Dio, e per le anime degli Eletti, in Paradiso:  ma questo non è un aspetto che interessi le femministe, chiuse al sovrannaturale.  La “comunità” cui loro pensano è quella tutta terrena, ugualitaria, nella quale non ci sia nessuna gerarchia e nessuna differenza, nemmeno quella biologica dei sessi, giusta le demenziali teorie gender da loro abbracciate, che fanno un optional dell’identità sessuale stabilita dalla natura.
Siffatta impostazione, applicata al Nuovo Testamento, dà luogo, come si può immaginare, a peculiari reinterpretazioni. 
San Paolo afferma nella prima Lettera ai Corinti, 14, 34-35, che le donne non devono prender la parola nelle assemblee, perché la cosa non è dignitosa?  Niente paura, il passo è sicuramente aprocrifo, non può essere autentico.  E perché, non può? Si oppongono cinque argomenti, tutti piuttosto deboli, a mio modesto avviso.  Nell’edizione critica che va per la maggiore, The Greek New Testament,  elaborata secondo i criteri più moderni, di origine protestante, da me già citata, il passo in questione non presenta alcun rilievo quanto ad una sua presunta natura apocrifa. Si discute solo della sua diversa collocazione in alcuni codici, ritenuta una modifica arbitraria da parte di qualche amanuense. [160]  
Scelgo tre altri esempi.  Si attribuisce a San Pietro la compagnia della moglie nella sua attività missionaria, appoggiandosi a 1 Cor 9, 5:  “altri uomini appaiono aver svolto attività missionaria in compagnia delle loro mogli [en compañia de sus esposas].  È il caso di Cefa (1 Cor 9, 5)”.[161]  Ma che vuol dire qui un termine generico come “in compagnia”: che  la moglie di Cefa svolgeva apostolato allo stesso titolo del marito?  Il testo sembra volerlo insinuare.  Ma il passo paolino, da me già citato (vedi supra), non contiene alcun riferimento alla moglie di Pietro. Si è visto, infatti, che in esso San Paolo si doleva dell’ipocrisia dei suoi nemici, che accusavano lui e Barnaba per il fatto di tener con sé una pia donna (in genere vedova), “sorella nella fede”, che li assistesse (e li aiutasse a portare la Buona Novella fra le donne pagane, per convertirle), quando la stessa cosa facevano “gli altri Apostoli, i Fratelli del Signore e Cefa”.  Qui apprendiamo da San Paolo che il Beato Pietro conduceva anche lui nei suoi viaggi missionari una pia donna, una diaconessa che lo assistesse.  Non ne abbiamo il nome, non sappiamo chi fosse.  Di sicuro non era la moglie di San Pietro:  costei non è mai menzionata nel Nuovo Testamento, nella documentazione non apocrifa.  Sappiamo che San Pietro era (o era stato) maritato solo perché il Signore ne guarì la suocera con il tocco miracoloso della sua mano.[162]
Ma le donne nella sequela degli Apostoli potevano esser considerate addirittura “apostole”, ne farebbe fede San Paolo stesso, nella chiusa della Lettera ai Romani così ricca di saluti e riconoscimenti ai suoi collaboratori maschili e femminili:  “…Salutate Andrònico e Giùnia, miei congiunti e miei compagni di prigione, che sono insigni fra gli Apostoli e che sono stati di Cristo prima di me.  Salutate Ampliato, mio carissimo nel Signore…”( Rom 16, 6-8).  “E infine, commenta la citata teologa, appaiono Andrónico e Junia, che divide con il suo sposo il titolo di “apostolo” (Rom 16, 7). Tuttavia, in quest’ultimo caso, la tradizione tardiva convertì Junia in un uomo”.[163]  E come mai?  Il fatto è curioso.  Il commento critico al Greek New Testament, sopra citato, permette forse di spiegarlo? Riporto solo la conclusione sul punto: il nome è accettato come è nella maggior parte dei codici, Jouniân, un accusativo maschile, come risulta dall’accento, ci viene spiegato. Ma, nonostante ciò, il nome potrebbe esser femminile, soprattutto per questo motivo: Jounías, maschile, sarebbe un diminutivo di Junianus ma non risulta dalle iscrizioni; Junia, femminile, risulta invece da più di 250 iscrizioni greche e latine.[164]
Un argomento dirimente, quest’ultimo o secondario e non decisivo?  Il testo paolino sembra riferirsi a due uomini,  ebrei nonostante il loro nome greco e romano, suoi consanguinei o perché parenti o della stessa sua tribù, convertitisi prima di lui a Cristo, che avevano anche condiviso una sua prigionia, “insigni tra gli apostoli”.  Ma come deve intendersi qui il termine apostolo?  Gli Apostoli in senso proprio sono solo i Dodici, compreso il sostituto di Giuda, più Paolo e Barnaba.   Apostolo, sappiamo, viene dal verbo greco apo-stéllō, mando, invio. Gli apóstoloi sono gli “inviati, i messi”, in latino:  missi, legati. In senso proprio, essi sono “plenipotenziari di Cristo”, sotto la direzione di Pietro.  Hanno il potere di insegnare e santificare, quello giudiziario ed esecutivo (Atti 5, 1-11, episodio di Anania e Saffira), sono assistiti dallo Spirito Santo, possono far miracoli.  La loro missione si fonda sul rapporto diretto con Cristo o sulla visione di Cristo (San Paolo) e sull’elezione da parte di Cristo.  È ovvio che Andrónico e Giunia non possono considerarsi “apostoli” in questo senso.  Secondo l’interpretazione tradizionale, qui San Paolo usa il termine nel senso dell’apostolato carismatico. “Apostoli (1 Cor 12, 28;  Efes  4, 11) in senso carismatico diverso da quello giuridico (v. Apostoli) sono apostoli Andrónico e Giunia (Rom 16, 7), Sila e Timoteo (1 Tess 2, 6).  Sono predicatori deputati all’evangelizzazione delle regioni ignare del Cristianesimo”.[165]  Si trattava di discepoli che avevano il carisma della predicazione e venivano inviati tra i pagani come in terra di missione;  apostoli, pertanto, nel senso di missionari, come rilevava  Zorrell, nello spiegare il senso largo del termine.[166]  E tra questi “missionari” v’erano anche le coppie di sposi, la più celebre delle quali era quella di Prisca e Aquila, ebrei romani, pure ricordati nella chiusa della Lettera ai Romani, “miei collaboratori in Gesù Cristo i quali hanno esposto la loro testa per salvarmi la vita. Ad essi devo render grazie non solo io, ma anche tutte le chiese dei Gentili.  Salutate pure la chiesa, che è nella loro casa”(Rm 16, 3-5)?  Forse non possiamo escluderlo, tuttavia  si noterà che San Paolo definisce Prisca e Aquila non “apostoli” bensí “collaboratori” (synergoús, adiutores), come se il loro carisma fosse quello della diaconía, così ampio, ma escludente la predicazione missionaria.  Infatti, a casa loro, a Roma, si riuniva la Chiesa, una sua parte (domestica ecclesia), che Paolo pure saluta: “…ego gratias ago, sed et cunctae ecclesiae gentium; et domesticam ecclesiam eorum [di Aquila e Prisca]”.
Infine, forzata appare l’interpretazione che vuol vedere le donne al séguito degli Apostoli partecipare all’elezione del successore di Giuda.  “Il versicolo 15 di Atti 15-16 comincia con “in quei giorni…”, riferendosi ai versicoli immediatamente anteriori dai quali risulta la presenza delle donne nelle preghiere con i Dodici. Pertanto, se le donne pregavano con il gruppo, dovevano esser presenti all’elezione di Mattia, gruppo che per di più è presentato come “moltitudine”.[167]
“Moltitudine”, cioè óchlos, turba.  Erano circa centoventi persone, tutte riunite nel Cenacolo, precisano gli Atti (1, 15).  Da giorni gli undici, Maria Santissima, le donne, i “fratelli del Signore” si runivano a pregare nel Cenacolo.  Gli stessi si ritrovarono nel medesimo luogo, il giorno di Pentecoste (Atti, 2, 1).  Il testo dice che “Pietro si alzò in mezzo ai fratelli (in medio fratrum).  Le donne non vengono più nominate, ma si può ritenere che “fratelli” fosse termine generale, per indicare tutti i fedeli presenti, donne comprese.  L’elezione fu sicuramente fatta alla presenza di questa “turba”, che tuttavia non vi prese parte attiva, fu solo spettatrice.  Non vi fu infatti alcuna elezione, non fu il gruppo ad eleggere il successore di Giuda.  Pietro, già riconosciuto come capo, decise autonomamente che il successore sarebbe stato scelto tra chi aveva seguito il Signore come quelli tra i presenti che erano stati  Discepoli sin dall’inizio, cioè “incominciando dal battesimo di Giovanni” sino al giorno dell’Ascensione.  Nessuno fiatò e così fu fatto. E poiché se ne trovarono due con quella caratteristica si procedette con un’estrazione a sorte, fidando nello Spirito Santo.    Il prescelto fu Mattia, che “fu aggregato agli undici” (Atti, 1, 16-26).  Secondo la Tradizione, avrebbe evangelizzato l’Etiopia trovandovi il martirio.   Le donne dovevano esser presenti ma spettatrici passive, come gli uomini, del resto. Ma attive nella preghiera, come gli uomini:  tutti recitarono una preghiera allo Spirito Santo affinché scegliesse il migliore tra i due candidati.  Da questo episodio non si può certo inferire la partecipazione attiva delle donne alle scelte di governo della Chiesa.
Questi esempi mi sembrano sufficienti per dare al pubblico un’idea della “esegesi” della “teologia femminista”:  una continua forzatura dei sacri testi per far spazio alle donne, al femminino, per modificarli in senso femminista: un’opera capillare di dissolvimento.
Riflessione finale.  Questa “teologia”, se nasce come un sottoprodotto della “teologia della liberazione”, dal punto di vista del metodo, dell’ermeneutica, utilizza i criteri, di origine protestante-luterana ma razionalista, della moderna ermeneutica biblica – individuazione delle c.d. “forme letterarie” e ricostruzione della “redazione” dei testi sacri -  giustamente accusata dai suoi critici di avventurarsi in decostruzioni del tutto arbitrarie dei testi, senza tener alcun conto né della logica interna degli stessi né della tradizione esegetica che li ha sempre accompagnati, a partire dai tempi apostolici.  E, cosa ancor più grave, colpevole di eliminare per principio ogni riferimento al sovrannaturale, col risultato di costruire veri e propri miti, come quello della “comunità primitiva”, che avrebbe, e molti anni dopo la sua morte, in ogni caso dopo il 70 AD, costruito la figura del Gesù Messia e Figlio di Dio, mitizzando il Gesù storico.  Il Gesù della fede sarebbe dunque una creazione posticcia, della primeva “comunità cristiana”.  Quasi tutto il Nuovo Testamento sarebbe stato scritto dopo il 70 AD, anno della distruzione di Gerusalemme.  Prove?  Nessuna.  Ma non credendo al sovrannaturale, bisogna squalificare le profezie di Nostro Signore sulla fine di Gerusalemme contenute nei Vangeli.
  E quando, con i sistemi più moderni di ricerca, quelli elettronici, si dimostra inequivocabimente che un frammento in greco trovato nella Grotta di Qumran, presso il Mar Morto, abbandonata dagli Esseni all’avvicinarsi dell’esercito romano che si preparava ad assediare Gerusalemme nel 68 AD, appartiene al Vangelo di Marco, si fa finta di niente, salvo poi sminuire la scoperta, come se fosse ininfluente, e insabbiarla.  Certo, quella scoperta, se mantenuta, manderebbe al macero quintali di libri, scritti da accademici più o meno illustri, quasi in serie…[168].
Così, nelle “esegesi” delle teologhe femministe si parla di “tradizione postpaolina”, che includerebbe la Lettera ai Colossesi, quella agli Efesini e la Prima di san Pietro, servendosi delle arbitrarie decostruzioni e ricomposizioni dell’esegesi che va per la maggiore, ormai omologata sugli schemi sopra richiamati, e del pari si utilizzano scorrettamente le fonti apocrife come se avessero lo stesso valore di quelle canoniche.[169] Il fatto è che non esiste più il concetto stesso di fonte canonica di fronte alla anarchica libertà che gli esegeti contemporanei si sono presa, contro ogni autentico metodo scientifico.
Alla base di questa involuzione, c’è l’adozione di un errato concetto di verità, intesa  come un dato in perenne evoluzione, i cui unici punti di riferimento sarebbero costituiti dalla prassi, dall’autonomo e persino casuale evolversi delle realtà sociali, economiche, politiche, culturali, di costume.  Tale concetto viene applicato anche alla Rivelazione e quindi alla nozione di tradizione cattolica, alterandole entrambe. Quest’impostazione, che contraddice la nozione stessa di Verità Rivelata, per sua natura immutabile, relegata inizialmente negli scritti di pensatori cattolici eterodossi come Maurice Blondel, è alla fine penetrata nei documenti del pastorale Vaticano II, segnatamente nell’art. 8.2 della costituzione Dei Verbum sulla divina Rivelazione, ove si afferma, contraddicendo il concetto di Deposito della Fede:  “Così la Chiesa nel corso dei secoli tende incessantemente alla pienezza della verità divina, finché in essa vengano a compimento le parole di Dio”.  Da questa frase, si può ricavare il concetto che la Chiesa non possieda ancora, dopo duemila anni, “la pienezza della verità divina”, visto che vi “tende incessantemente”.   Se tendo incessantemente ad una cosa, ciò significa che ancora non la possiedo, in tutto o in parte.  E se ne può conseguentemente dedurre che la Rivelazione, nella quale consiste la verità che interessa la Chiesa, non si è ancora compiuta, contro quello che è sempre stato considerato articolo di fede, e cioè che la Rivelazione si è compiuta con la morte dell’ultimo Apostolo.  Si è sempre ritenuto in passato che “il tendere” della Chiesa, la sua aspirazione costante, dovesse essere nel senso della propria santificazione, al fine di predicare e mettere in pratica nel miglior modo possibile per le anime quella verità rivelata che possiede in modo definitivo. 
Invece oggi è la Rivelazione stessa che si considera sottoposta al movimento, all’esperimento, alle aperture, alle novità.  Le femmniste hanno imparato subito la lezione.  “La rivelazione di Dio si attua nella storia:  pertanto, è un processo.  Di conseguenza, intendiamo la rivelazione come una realtà che progredisce [como progresiva].  Inoltre, quest’affermazione è oggi comunemente accettata, tra gli studiosi come nella comunità ecclesiale”.[170]
Il presente Pontefice non pensa e non dice cosa diversa.  La sua “Chiesa in uscita” è una Chiesa in continua evoluzione verso forme nuove, non solo pastorali ma anche dottrinali, senza arretrare di fronte all’eresia e all’apostasia, come dimostra da ultimo anche lo Instrumentum laboris. Ora, per esser bene aperti e “in uscita” dagli schemi del passato, bisogna aprire la Chiesa all’assalto delle donne, delle femministe, filoabortiste e omofile, nemiche del vero Dio per vocazione, innanzitutto perché è Dio Padre.      
   
Paolo  Pasqualucci
Filosofo   cattolico
Sabato, 12 ottobre 2019



[1] Articolo pubblicato su The Catholic Thing, tradotto in italiano dal blog Chiesa e Postconcilio il 10 ottobre 2019.
[2] Cito il testo del cardinale Brandmüller nella traduzione italiana di tre pagine apparsa sul blog Chiesa e postconcilio, di Maria Guarini, che ha ripreso il testo in italiano apparso sul blog Settimo Cielo, di Alessanrdo Magister.  L’Instrumentum  laboris verrà citato spesso come IL.
[3] Cito dall’intervista rilasciata a LifeSiteNews del 25 giugno 2019:  Peruvian expert in liberation theology reveals ‘scheme’ behind the Amazon Synod, pp. 1-7; p. 2/7.  Il dr. Loredo partecipa attivamente al sito internazionale Pan-Amazon Synod Watch, organizzato dalla TFP e da altre organizzazioni conservatrici internazionali, al quale contribuiscono anche di livello accademico, che ha il grande merito di fornire una  controinformazione equilibrata ed obiettiva contro la propaganda indigenista sull’Amazzonia e di mettere in guardia contro le gravi deviazioni dalla dottrina cattolica contenute nello Instrumentum laboris  L’organizzazione Tradizione, Famiglia, Proprietà ha anche organizzato un importante Convegno internazionale a Roma, tenutosi il 5 ottobre scorso, dedicato al Sinodo per l’Amazzonia, intitolato: Amazzonia:  la posta in gioco.
[4] Op. cit., p. 2-3/7  et passim.
[5] Op. cit., pp. 6-7/7.
[6] Ivi.  La vera triste e tragica condizione degli indigeni dell’Amazzonia è documentata anche da un intervento del 26 agosto 2019 sul suo ben noto blog da parte dell’illustre vaticanista Aldo Maria Valli, Il vero volto dell’Amazzonia e certe analogie inquietanti, che riferisce l’opinione di specialisti in materia.  In quelle popolazioni persiste una “cultura di morte” imbevuta di superstizioni, magia, spiritismo.  L’infanticidio e il suicidio sono praticati su scala abbastanza ampia; i bambini albini vengono uccisi perché considerati malvagi, come avviene ancor oggi in certe regioni dell’Africa.  La violenza sulle donne, in una società che pratica la poligamia e la promiscuità sessuale, si perpetua anche oggi inalterata. Solo il nobile e difficile lavoro di conversione effettuato dai missionari ha strappato in passato questi popoli alle loro tenebre, commenta alla fine Valli, ma  ora con lo IL, “i missionari cattolici sono dissuasi dal condannare quelle pratiche e dall’impegnarsi nella guerra spirituale che assicurerebbe loro il successo”.  In effetti, il rapporto ora si è rovesciato, diventando irrazionale.  Come sottolinea il dr. Loredo:  l’Onu e lo IL “vogliono che gli indi dell’Amazzonia siano gli evangelizzatori del mondo” (intervista cit., p. 6/7).  
[7] Ho riassunto dal testo pubblicato da LifeSiteNews il 17 luglio 2019, che a sua volta l’ha ripreso da Pan-Amazon Synod Watch.  Anche le dichiarazioni di mons. Galanti, le ho riprese da LSNews.  Tutti gli interventi su questo tema in LSNews sono stati curati da Maike Hickson.   Life Site News ha riportato il 4 agosto scorso anche dichiarazioni di mons. Viganò sullo Instrumentum, nel quale l’illustre prelato rileva una totale assenza di Cristo, in sostanza la totale assenza di una autentica visione cattolica.
[8] Vedi: Bishop Schneider:  Pope Francis has ‘strict duty’ to reaffirm priestly celibacy at Amazon Synod, LifeSiteNews, Jul 18, 2019, pp. 1-11; pp. 10/11.  Successivamente, il 10 agosto 2019, mons. Schneider ha rilasciato una bruciante dichiarazione, nella quale ribadisce la sua radicale condanna:  “il Sinodo sull’Amazzonia è un attentato a tutta la fede cattolica.  È un attentato di tutte le forze del modernismo e del liberalismo che si sono accumulate nella Chiesa già per cento anni e fanno adesso un attacco frontale all’essenza della fede cristiana.  Praticamente è un’apostasia dal Vangelo” (riportato da Chiesa e Postconcilio del 30 agosto 2019).
[9] I due testi reperiti su LifeSiteNews del 13 agosto 2019.  Il cardinale Pell è stato recentemente condannato a sei anni di carcere per abusi sessuali, nonostante i suoi difensori in appello avessero ampiamente dimostrato l’insostenibilità delle incredibili accuse. La recente sentenza della Corte d’Appello australiana ha confermato la condanna, ma uno dei tre giudici si è dissociato, facendo capire che si tratterebbe di una sentenza costruita su fatti del tutto inesistenti (vedi LSNews del 21 agosto 2019).  In un’intervista al sito First Things del 27 settembre, il cardinale Burke ha rincarato la dose, affermando che l’Instrumentum “è un attacco diretto alla Signoria di Cristo” (cito dalla tr.it. apparsa su Chiesa e Postconcilio dell’1 ottobre corrente). 
[10] Forte critica del cardinale Müller all’Instrumentum laboris del Sinodo sull’Amazzonia, pubblicato dal blog Corrispondenza Romana il 16 luglio 2019, pp. 2-3/7. Sottolineature mie. Il passo di Papa Francesco citato proviene dalla Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, 115:  “La grazia suppone la cultura, e il dono di Dio si incarna nella cultura di chi lo riceve”.  Ma la “cultura” di chi si converte non dovrebbe subire una trasformazione radicale, se il cristiano deve essere “l’uomo nuovo” , totalmente in Cristo, spiegato dal Signore a Nicodemo, in Gv 3?
[11] Cardinale Müller, op. cit., p. 3/7.
[12] Op. cit., pp. 3-4/7.
[13] Op. cit., p. 4/7.
[14] Op. cit., p. 5/7.
[15] Op. cit., pp. 6-7/7.
[16] Un piccolo florilegio:  “L’Amazzonia è una regione con una ricca biodiversità; è multi etnica, pluri-culturale e pluri-religiosa, uno specchio di tutta l’umanità che, a difesa della vita, esige cambiamenti strutturali e personali di tutti gli esseri umani, degli Stati e della Chiesa”(Documento preparatorio, cit., p. 2/24);  “Da questo incontro e dialogo fra le culture, sono emersi nuovi cammini dello Spirito.  Oggi, nell’incontro e nel dialogo con le culture amazzoniche, la Chiesa scruta nuove vie”(IL 108);  “Il mondo indigeno mostra valori che il mondo moderno non ha.  Per questo motivo è importante che il rafforzamento dei mezzi di comunicazione raggiunga i nativi stessi.  Il loro contributo può avere grande risonanza e aiutare la conversione ecologica della Chiesa e del pianeta.  Bisogna che la realtà amazzonica esca dall’Amazzonia e abbia ripercussione planetaria”(IL 141).
[17] Il pensiero del prof. Stark l’ho ripreso da un’intervista apparsa su LifeSiteNews del 23 agosto 2019, pp. 1-6, intitolata:  Catholic philosopher:  Amazon Synod working doc promotes ‘most dangerous’ form of socialism, a cura di Maike Hickson. L’equivalente dell’infanticidio praticato dai primitivi sarebbe da noi il “diritto” di libero aborto concesso alle donne mentre la promiscuità sessuale trova da noi oggi, come purtroppo sappiamo, attuazioni plurime e diversificate, grazie all’abnorme prevalere del femminismo e al conseguente tenace e articolato processo di dissoluzione cui è stata sottoposta la famiglia secondo natura.  Per gli altri interventi demolitori dell’immagine mitica dell’Amazzonia propagandata dallo IL, vedi sempre LifeSiteNews, del 9 settembre 2019,  a cura di Maike Hickson, Amazon Synod working document earns strong criticism from Amazon experts, di 6 pagine.    
[18] La Nuova Bussola Quotidiana, Un vescovo brasiliano allo scoperto:  “Col sinodo sull’Amazzonia si rischia lo scisma”, 25 agosto 2019, pp. 1-4, passim.
[19] Vedi le interviste citate alle due note precedenti.
[20] Matteo D’Amico, Synode sur l’Amazonie, commentaire de l’’Instrumentum laboris’., ‘Courrier de Rome’, LIII, n. 623, Juilliet-août 2019, pp. 1-12; p. 3.
[21] George C. Vaillant, La civiltà azteca, edizione riveduta a cura di Susannah B. Vaillant, nota introduttiva e aggiornamento bibliografico di Alberto Guaraldo, tr. it. di Eugenio Battisti, Einaudi, Torino, 1992, p. 147.  Concezioni simili dovevano trovarsi presso i Maya: J. Eric S. Thompson, La civiltà maya, nuova edizione a cura di Alberto Guaraldo, tr. it. di Ugo Tolomei, Einaudi, Torino, 1994, pp. 276-279. 
[22] Op. cit., p. 4 e 5.
[23] Op. cit., p. 8.
[24] Op. cit., ivi.  
[25] Un autore come l’archeologo George C. Vaillant, di nascita protestante del New England, autore nel 1941 di un’opera classica sugli Aztechi, lodava incondizionatamente l’opera svolta dai frati spagnoli, non solo a difesa degli Indi ma anche della loro cultura, grazie allo studio accurato della loro storia, costumi, lingua: “Ammirevoli furono gli studi dei costumi indi fatti dai monaci; specialmente i Francescani e i Domenicani mostrarono capacità eccezionali…”(op. cit., p. 212).  Nel suo documentatissimo saggio demolitore della Leggenda nera, Jean Dumont dimostra, basandosi sulle ricerche degli storici messicani, che gli archivi distrutti furono piuttosto pochi.  La prima università delle Americhe non fu a Harvard, come ritengono i più, fu a Città del Messico, nel 1552, e vi si insegnava anche la lingua nahuatl, la lingua culturale azteca, per interesse personale del vescovo Zumárraga. Nello stesso tempo i religiosi demolivano le tracce della “idolatria” Maya, per esempio, civiltà peraltro già estinta. Ma quei religiosi si trovavano davanti le “insopportabili spoglie di morte lasciate dalla civiltà maya sotto l’influenza tolteca. Come il mastaba dei crani, la grande tavola dei sacrifici umani per squartamento, un tempio su piramide che accoglievaa gli altri sanguinari sacrifici, un grande pozzo destinato ai sacrifici umani per annegamento...”(Jean Dumont, Il Vangelo nelle Americhe.  Dalla barbarie alla civiltà, con un’appendice sul processo di beatificazione della regina Isabella la Cattolica, prefazione di Marco Tangheroni, tr. it. di Italo De Giorgi, effedieffe, 1992, p. 84).
[26] John Locke, The Second Treatise of Government, 1690, a cura di J. W. Gough, Oxford, 19663, par. 37. 
[27] Vedi: Jean Dumont, Il Vangelo nelle Americhe, cit., p. 61 per il “contagio microbico” che devastò il continente. Per le cifre gonfiate di Las Casas, il quale non parlava le lingue indie:  op. cit., pp. 43-47.  Per la frase di Toynbee, p. 19.  
[28] Il punto è stato sviluppato con ricchezza di argomentazioni dal prof. Carlos A. Casanova, El republicanismo español en América:  una evaluación, México, Universidad Nacional Autónoma de México, Instituto de Investigaciones juridicas, 2015, pp. 147;  alle pagine: 21-23, 27 ss.  L’Autore ricorda che la Florida fu tenuta per quasi tre secoli dalla Spagna monarchica e cattolica, che convisse con gli indiani Seminole, rudi abitanti di laghi e difficili zone paludose, foreste tropicali: tribù di cacciatori e non di agricoltori, quasi sterminati invece, dopo cruente campagne (the Seminole Wars), dagli anglosassoni americani, i successivi padroni. Questo importante saggio di equilibrata e approfondita revisione della Leggenda Nera,  si basa sull’analisi minuta della situazione sociale risultante dalle accurate e ponderose relazioni di funzionari governativi e di vescovi nel XVI e nel XVIII secolo rispettivamente, in Perù e in Venezuela.  I documenti dimostrano una realtà incompatibile con quella della Leggenda ossia il buon grado di protezione e di inserimento degli indigeni nelle rispettive società.  Anche il saggio di Jean Dumont citato, sfata diversi luoghi comuni, oltre che sulle encomiendas, anche per quanto concerne la cultura degli indigeni, mettendo nel dovuto rilievo l’opera fondamentale della Chiesa nello sviluppo dell’istruzione popolare e non e di un’arte sacra locale popolare, nella quale poteva esprimersi pienamente l’appassionata sensibilità indigena, al servizio della vera fede, una volta liberata dal mostruoso paganesimo degli avi (op. cit.,, 70 ss.).  Una conferma dell’insostenibilità della Leggenda viene anche dalla relazione di viaggio di Thomas Gage, un ex-domenicano inglese, passato addirittura a Cromwell, che nel XVII secolo viaggiò ampiamente per il Messico, quand’era ancora frate. Osservatore onesto, egli descrisse più volte la prosperità e la libertà di movimento delle comunità indigene da lui visitate (Sir Nicolas Cheetham, A Short History of Mexico, Apollo Edition, New York, 1972, p. 111).
[29] Jean Dumont, op. cit., pp. 23-28;  19-43; 35 --  con le fonti ivi citate.
[30] Op. cit., p. 43.
[31]  In questo senso il prof. Casanova usa il termine “repubblicanismo spagnolo”, attuato dalla monarchia iberica, di cui al titolo del suo libro, nel senso della definizione ciceroniana dello Stato: concezione dell’impero come una res publica nella quale i sudditi sono anche cittadini (cives), nel senso di esser garantiti e protetti dalle leggi di un potere che mira istituzionalmente al bene comune (Casanova, op. cit, p. VIII). La documentazione riportata da Dumont è assai precisa  e dirimente.  Nella difesa del buon diritto degli Indi si distinse la regina Isabella la Cattolica. Si veda l’Appendice al suo saggio. Anche le accuse all’Inquisizione di aver bruciato non si sa quanti indi, refrattari alla conversione, sono del tutto campate in aria.  L’Inquisizione arrivò nelle Americhe solo nel 1571 e nel 1575 i nativi furono comunque esclusi dalla sua competenza.  I nativi condannati  per eresia su iniziativa dei vescovi furono quindici in tutto il Messico e soltanto in un caso si ebbe una condanna al rogo, per “eresia dogmatizzante” (op. cit., pp. 86-88).
[32] Il cordone ombelicale che connette le due teologie, india e della liberazione, viene ribadito da molti fra i “teologi indi”, ad esempio dal P. Paulo Suess, tedesco ottantunenne, da 40 anni in Brasile, uno dei più noti esponenti del movimento (vedi l’articolo di Maicke Hickson, 81-year-old liberation thelogian is an architect of the Amazon Synod, in LifeSite News del 9 settembre 2019,  pp. 1-7).
[33] Mons. Javier Lozano Barragán, La teología india, www.inculturación.net/Autores, testo di 17 pagine; p. 1.
[34] Op. cit., pp. 1-2.
[35] George C. Vaillant, La civiltà azteca, cit., p. 82.  Questo classico testo così spiega il perché di queste guerre:  “Gli attriti politici ed economici che portavano al conflitto erano accolti gioiosamente dai guerrieri come l’occasione di partecipare ai profondi ritmi della natura, ritmi che si fondevano in un divino contrappunto nella sacra guerra che il Sole combatte ogni giorno, assicurando con la sua morte ed il suo sacrificio la vita dell’uomo [moriva al tramonto e rinasceva all’alba, secondo gli Aztechi]. Per soddisfare questa brama, quando nessuna guerra era in corso, si intraprendeva la “guerra dei fiori”.  In questo combattimento di carattere cerimoniale, dal nome improprio, i migliori guerrieri di parecchi stati s’affrontavano in una vera e propria battaglia, in cui era possibile compiere atti di valore e catturare prigionieri per saziare la fame degli dèi […] Chi veniva catturato incontrava la morte più gloriosa, l’immediato sacrificio al Sole [gli strappavano vivo il cuore con un coltello di ossidiana, per offrirlo al Sole]; chi sopravviveva acquistava rinomanza; chi restava ucciso era cremato, un onore riservato ai combattenti, e saliva nello speciale cielo dove dimoravano i guerrieri”(op. cit., p. 184).
[36] Barragán, op. cit., pp. 2-3.
[37] Chi sono i partecipanti al Sinodo eco-modernista, articolo della Redazione, ‘Corrispondenza Romana’, 25 settembre 2019 (www.corrispondenzaromana.it).
[38] Eleazar López Hernández, La teología india en la Iglesia.  Un balance después de Aparecida, Revista Iberoamericana de Teología, 6, enero-junio, 2008, pp. 87-117;  pp. 87-88 (www.redalyc.org).  L’autore è un indio zapoteca, della stessa etnia del famoso rivoluzionario e dittatore messicano Benito Suarez, colui che fece fucilare l’imperatore Massimiliano d’Asburgo.  Nella famosa Conferenza della CELAM tenutasi ad Aparecida in Brasile nel 2007, si ribadì l’impegno della Gerarchia cattolica ad eliminare tutte le ineguaglianze del Continente, facendo emergere l’istanza india accanto a quella tipica della teologia della liberazione.
[39] Op. cit., p. 88.  Si noti che, per l’Autore, la civiltà è india, senza sfumature, mentre quella europea è solo colonizzazione.
[40] Op. cit., pp. 88-89.
[41] José Vasconcelos, La raza cósmica. Misión de la raza iberoamericana, biblioteca virtual universal (www.biblioteca,org.ar/libros/1289.pdf); pp. 1-27; p. 4.  Lo scritto visionario di Vasconcelos, da lui riproposto nel 1948, partiva dalla constatazione del processo di autoannientamento cui la razza bianca sembrava in preda, dopo i grandi massacri della I gm.  Egli rimarcava che nessuna razza da sola aveva mai creato imperi e civiltà.  La civiltà-civilizzazione contemporanea, creata dai bianchi, si era in realtà servita anche dell’ausilio delle altre razze, pur dominate.  Ma il mondo, scriveva, entrava ora in una fase nella quale la mescolanza delle razze sarebbe diventata la nota dominante e questo avrebbe favorito (come “quinta razza”) l’etnia ibero-americana nata dalla fusione tra iberici e indigeni meso e sudamericani.  L’esistenza stessa di questa nuova razza o etnia era un esempio per il futuro.  Ma, nell’ottica dell’Autore, non si trattava di inaugurare un razzismo di nuovo tipo, rispetto a quello già noto, tratto dal darwinismo o da de Gobineau.  La nuova razza iberoamericana, secondo lui, sarebbe stata capace di elaborare un nuovo modello di cultura, nel quale la bellezza avrebbe avuto un posto essenziale.  La missione cosmica ossia universale della Iberoamerica sarebbe dunque stata di tipo soprattutto culturale ed estetico.  Prospettiva certamente utopistica, a volte poco chiara nell’esposizione ma intessuta tuttavia di penetranti notazioni. Sviluppando l’idea che le grandi civiltà erano nate attorno ai  Tropici e ai Tropici sarebbero tornate, Vasconcelos scriveva:  por la posesión del Amazonas se librarán batallas que decidirán el destino del mundo y la suerte de la raza definitiva […] El mundo futuro será de quien conquiste la región amazónica”(op. cit., p. 16 dell’estratto).  Queste parole ci appaiono oggi di inquietante attualità, anche se la “profezia” di Vasconcelos non sembra attuarsi nel modo da lui immaginato, che è soprattutto spirituale, culturale.  La “teologia india”, infatti, predica la riscossa del pueblo dei nativi americani contro l’intera civiltà occidentale (bianca) in nome però di un ritorno ai culti feroci e ottusi dei loro antenati, all’insegna, quindi, di un impressionante regresso spirituale e culturale.    
[42] Citato da:  José Ignacio Saranyana, Carmen José Alejos-Grau, Teología en América Latina. Vol. III:  El siglo de las teologías latinoamericanistas (1899-2001), Iberoamericana, Vervuert, 2002,  pp. 382-383 (www.books.google.ie>books).
[43] Op. cit., ivi.
[44] Eleazar Lopez Hernández, La teología india en la Iglesia, cit., pp. 88-89.
[45] Barragán, op. cit., pp. 4-5.
[46] Discorso di Giovanni Paolo II durante l’incontro di quattro generazioni – Stadio ‘Azteca’ (Città del Messico), Lunedì, 25 gennaio 1999, (w2.vaican.va/content/john-paul-ii/it’travels’1999/documents; pp. 1-6; p. 1).
[47] Valliant, La civiltà azteca, cit., pp. 150-151.
[48] Sir Nicolas Cheetham, cit., pp. 32-33.
[49] Barragán, op. cit., p. 4.
[50] Documento preparatorio, cit., p. 3/24.
[51] Op. cit., p. 5.
[52] Pbro.  Eleazar López Hernández, La teología india y su lugar ne la Iglesia, Mayo 2012,  cimi.org.br>pub>assteologica, pp. 1-20; p. 17.  Certo, se i supposti contatti con gli “spiriti” delle pratiche sciamaniche e stregonesche, li vogliamo considerare un colloquio con Dio…   
[53] Eleazar López Hernández, La teología india en la matriz latinoamericana, México, 2009, www.curasopp.com.ar/web/es/teologia-india/43-la-teología-india-en-la-matriz-latinoamericana, pp. 1-8; p. 6. Sottolineature mie. 
[54] Sapienza 12, 3-6, tr. it. Edizioni Paoline, 1963. 
[55] P. Eleazar López Hernández, Pueblos Indios e Iglesia – Historia de una relación difícil, gennaio 1999, Centro Nacional de Ayuda a Misiones indígenas (Missioligia, Brazil –www.sedosmission.org/old/spa/hernandez_1htm), pp. 1-14. 
[56] Op. cit., p. 8/14.
[57] Bernal del Castillo, La conquista del Messico, tr. it. di E. de Zuani, Longanesi, Milano, 19592, versone non integrale con un buon apparato di note, p. 73, 89, 101- 102, 175 et passim.
[58] Eleazar López Hernández, op.cit., p. 5/14.
[59] Francisco Morales OFM, El diálogo de los Doce de fray Bernardino de Sahagún.  Un transvase cultural y lingüístico en sentido opuesto, Universidad Nacional Autónoma de México, Instituto de investigaciones históricas, 2002, pp. 221-244; p. 243.  Tratto da:  historicas.unam.mx. Il materiale di questi colloqui con interprete, unitamente ad altri testi di tipo dottrinale, fu raccolto con grande acribía filologica da P. Bernardino de Sahagún, il grande missionario francescano che parlava tre lingue dell’antico Messico, in un volume (Coloquios y doctrina cristiana etc) contenente una vera e propria “enciclopledia dottrinale” per la conversione dei pagani.  Egli è considerato un “pioniere dell’antropologia” per i criteri altamente scientifici con i quali scrisse sui popoli della Mesoamerica.  Di questi colloqui in trenta capitoli, solo quattordici rimasti, oltre al testo castigliano fece pubblicare una traduzione in  nahuatl, grazie all’opera di quattro nativi convertiti, esperti in tre lingue: castigliano, latino, nahuatl.  Ad un certo punto di questo non comune confronto, i francescani, contro la concezione sostanzialmente utilitaristica della divinità dei loro avversari – gli dèi erano veri, lo dimostrava il fatto che ricoprivano di benefici i loro adoratori – opposero l’argomento che il Dio cristiano era evidentemente il più forte e l’unico vero dal momento che i cristiani, con il suo aiuto, avevano vinto la recente guerra.  Ebbene, questo è l’unico argomento che i “teologi indi” sembrano ricavare da questi Colloqui, al fine di far passare i missionari per critici sprezzanti di una religione cui non sapevano opporre riflessioni più profonde. Vedi: El Diálogo de los Doce. El diálogo de 1524, estratto con una piccola antologia dei vari P. López, Suess, Siller (usuaris.tinet.cat).  Ma non è affatto così.  Nei colloqui si trovano diffuse spiegazioni sugli attributi di Dio, la figura del Papa, la natura della Chiesa, l’origine del bene e del male (la teodicea). Condotti per convincere e convertire, ovviamente, ma nel rispetto dell’avversario, nonostante il tono a tratti polemico.  Infatti, l’analisi del testo sviluppata da P. Morales dimostra che le tradizionali definizioni dogmatiche sulla natura e gli attributi di Dio venivano rese in lingua nahuatl (ritradotta per noi in castigliano) con espressioni ricalcate sulla terminologia religiosa degli aztechi, proprio per facilitare la loro comprensione delle nuove dottrine. 
[60] P. López Hernández, op. da ultimo cit., p. 4/14.
[61] Op. cit., p. 5/14.
[62] Barragán, op. cit., p. 5.
[63] Sul punto, Casanova, op. cit., p. 25.   Sia questo Autore che Dumont notano che un dibattito come quello avutosi in Ispagna, sull’obbligo di considerare gli indi sudditi come gli altri, aventi diritto alla protezione delle leggi, sarebbe stato inconcepibile in ambiente protestante:  per i puritani, gli indiani erano  “progenie di Satana”, predestinati alla dannazione.  Il dibattito non fu privo di influenza sull’amministrazione spagnola.  Purtroppo, uno dei suoi effetti principali furono le c.d. “Nuove Leggi” , ispirate dalla visione utopistica di Las Casas, che si rivelarono in pratica inapplicabili (Dumont, op. cit., pp. 44-61; Casanova, op. cit., p. 31).  
[64] Barragán, La teologia india, p. 6.
[65] Op. cit., p. 7.
[66] Op. cit., p. 8.
[67] Raffaele Pettazzoni, L’essere supremo nelle religioni primitive (L’onniscienza di Dio), Einaudi, Torino, 1957, p. 17.
[68] Op. cit., pp. 76-77; p. 79.
[69] Op. cit., pp. 157-158.
[70] Voce: Ometeotl, en.wikipedia.org/Ometeotl.
[71] Voce:  Religione azteca, it.wikipedia.org/Religione azteca.  Sulla religione della Mesoamerica ho tenuto presente, come testi principali:  Vaillant, op. cit., cap. 11, La religione azteca, pp. 145-156, e cap. 12, I riti, pp. 157-174.  Per quella dei Maya mi sono basato su:  J. Eric S. Thompson, La civiltà maya, nuova edizione a cura di Alberto Guaraldo, tr. it. di Ugo Tolomei, Einaudi, Torino, 1994, cap. VI, La religione dei Maya, pp. 276-316.  L’originale è del 1954. 
[72] Vaillant, op. cit., p. 149.
[73] Op. cit., pp. 148-149.
[74] Vaillant, op. cit., p. 148.
[75] Op. cit., p. 149.  “Gli aztechi credevano che i loro dèi avessero forti poteri materiali e s’interessavano poco della loro spiritualità”(op. cit., p. 154).
[76] Barragán, cit., pp. 8-9.
[77] Op. cit., p. 9:  No es propiamente salvar al hombre, sino formar su conciencia indígena.  La cultura indígena es en sí salvadora”.  Che la “cultura indigena” contenga in sé un messaggio di salvezza per l’intera umanità, è nozione spesso ossessivamente ripetuta.  Una condanna del “proselitismo” del tutto simile, non ricorre anche in certe esternazioni private di Papa Francesco, da lui mai smentite? E non solo nelle sue esternazioni private: “Tutti hanno il diritto di ricevere il Vangelo.  I cristiani hanno il dovere di annunciarlo senza escludere nessuno, non come chi impone un nuovo obbligo, bensì come chi condivide una gioia, segnala un orizzonte bello, offre un banchetto desiderabile.  La Chiesa non cresce per proselitismo ma ‘per attrazione’” (Evangelii Gaudium, 14).  Le ultime due parole sono riprese da una omelia di Benedetto XVI.  Dal Vaticano II in poi, questo è l’atteggiamento ufficiale: si proclama l’annuncio (il kérygma, per gli iniziati) senza invitare alla conversione, che viene lasciata all’opera dello “Spirito”.  Ma questo è il punto: l’annuncio è   f a l s o  perché edulcorato, dimidiato dei Novissimi, reso appetibile alla miscredenza e ai costumi del Secolo e quindi proposto all’insegna dell’eresia della salvezza collettiva, garantita a tutti dall’Incarnazione. Il Giudizio, l’Inferno e il Purgatorio sono scomparsi dall’annuncio, allo stesso modo della nozione stessa di peccato, e in particolare di quella di “peccato originale”.  Ora, con il presente Pontefice, sta sparendo dall’annuncio anche l’etica cristiana in quanto tale. Se “tutti hanno il diritto di ricevere il Vangelo”, hanno il diritto di ricevere un Vangelo autentico non quello adulterato predicato oggi dalla Gerarchia del Postconcilio.
[78] Op. cit., p. 9.
[79] Op.cit., p. 10.
[80] Mircea Eliade, Trattato di storia delle religioni, a cura di Pietro Angelini, tr. it. di Virginia Vacca riveduta da Gaetano Riccardo, Bollati Boringhieri, Torino, rist. 2016, vedi il cap. 9:  L’agricoltura e i riti della fertilità, pp. 301-331.  “Il significato di questi sacrifici umani dev’essere ricercato nella teoria arcaica della rigenerazione delle forze sacre. Evidentemente ogni rito o complesso drammatico che tende alla rigenerazione di una “forza” è esso stesso la ripetizione di un rito primordiale, di tipo cosmogonico, avvenuto ab initio […] L’uomo “primitivo” vive nel timore incessante di veder esaurire le forze utili che lo circondano.  La paura che il sole si spenga definitivamente nel solstizio invernale, che la luna non sorga più, che la vegetazione scompaia ecc., ecco il suo tormento per migliaia d’anni…”., pp. 316-317.  Questo il vero sentire dei popoli primitivi nei confronti della natura, per loro sempre ostile!  

[81] Barragán, op. cit., p. 11.
[82] Op. cit., ivi. 
[83] Op. cit., ivi.
[84] Op. cit., -p. 12.
[85] Op. cit., ivi.  Ho tradotto in termini tradizionali ma il testo rappresenta la Crocifissione nel modo (ambiguo) oggi penetrato anche nel linguaggio dei documenti vaticani, come “totale svuotamento di Cristo in croce”, “total vaciamento de Cristo en la cruz”, kénosis, per gli iniziati: “svuotamento” (credo) della sua umanità nella morte in croce. 
[86] Op. cit., pp. 12-13.
[87] Op. cit., p. 13.
[88] David Herbert Lawrence, Il serpente piumato, tr. it. di Elio Vittorini, con cronologia, vita dell’autore, antologia critica e bibliografia a cura di Piero Nardi, Mondadori, 1935, Oscar, 1970, p. 441. Nell’originale inglese:  “Mary and Jesus have left you, and gone to the place of renewal./ And Quetzalcoatl has come.  He is here./ He is your Lord” (D. H. Lawrence, The Plumed Serpent, edited with an introduction and notes by L. D. Clark and Virginia Crosswhite Hyde, Penguin, 1994, p. 337).
[89] David Herbert Lawrence, op. cit., cap. XXVI, Kate sposa, p. 533; 536-538.  La voce dell’antico, lascivo e lugubre paganesimo celtico era invece fortunatamente spenta da molti secoli, grazie al cristianesimo. La sta facendo risentire oggi di nuovo la corruzione dei costumi, alimentata da ideologie irrazionali e perverse, penetrate anche nel clero, che sono riuscite ad influenzare classi dirigenti incolte e inadeguate.   La riproposizione del paganesimo amerindio non è un’esclusiva di Lawrence, come ben  sappiamo. Era presente nella saggistica che cercava di rivalutare la cultura india del passato, nel filone cosiddetto “indigenista”, anche se in toni e sfumature diverse.  Un’esaltazione della religione degli Inca troviamo in un bislacco e intellettuale romanzo di uno scrittore di destra come Pierre Drieu La Rochelle, una sua opera minore: L’homme à cheval, edito nel 1943 da Gallimard, ambientato nel Perù.  Egli profetizza che gli indios sarebbero risorti dalla loro secolare pigrizia, con la loro cultura e religione: allora “le christianisme y succombera ou se transformera” (op. cit., pp. 196-197).    Per la presenza del filone amerindio nella saggistica neopaganeggiante francese, vedi, per puntuali notazioni critiche ai suoi evidenti travisamenti, Jean Dumont, op. cit., p. 97 et passim.
[90] Mons. Schneider, op. cit., p. 9/11.
[91] Sulla rivolta dei Cristeros, vedi:  Paolo Gulisano, Viva Cristo Re! Cristeros: il martirio del Messico 1926-29,  con Prefazione di Franco Cardini, il Cerchio, 1999, pp. 147. Il merito di questo breve saggio consiste soprattutto nel far emergere con la dovuta chiarezza la predominante componente religiosa della guerra civile, che la storiografia prevalente credo tenda a sottovalutare, accentuando il motivo della lotta di classe, contadina, per le riforme agrarie. Motivo che pure ci fu ma secondario rispetto a quello religioso in senso stretto.  Giusta enfasi viene data alle figure dei martiri della Crociata, in particolare a quella del giovane gesuita padre Miguel Augustin Pro, fatto proditoriamente fucilare dal presidente Calles, assieme a uno dei suoi fratelli (capp. VI-VIII). Peccato che l’Autore non ci dica praticamente nulla delle operazioni militari e non ci faccia capire come mai stesse vincendo l’esercito più debole e meno armato. L’Autore, inoltre, in maniera incomprensibile, intreccia al tema principale la ben nota polemica antiunitaria oggi di moda in Italia nell’ambito dei c.d. “tradizionalisti”, lasciandosi ad un certo punto andare a un singolare paragone fra il compromesso finale cui si piegò la gerarchia cattolica messicana nel 1929  e i Patti Lateranensi conclusi lo stesso anno, stipulando i quali, scrive, “la Segreteria di Stato mise i cattolici italiani sotto la “tutela” del Fascismo, rinunciando definitivamente alla constestazione dei presupposti e dei fondamenti ideologici dello Stato italiano nato contro la Chiesa, quello Stato che si era consolidato stabilmente solo con lo spaventoso “battesimo di sangue” della Prima Guerra Mondiale, che aveva imposto agli italiani i dogmi del nazionalismo di ispirazione massonica” (p. 143).  Una tipica tirata propagandistica neolegittimista, di quelli che vorrebbe riportarci all’Italia preunitaria, quando eravamo il Campo Giochi delle grandi potenze europee e aperti a tutte le incursioni piratesche; di quelli che ritagliano i fatti a modo loro, vedendo il fascismo come  un “nazionalismo di ispirazione massonica” quando il fascismo al potere per prima cosa soppresse la massoneria e per seconda sistemò in modo reciprocamene soddisfacente la Questione Romana, per lo scorno di tutti i massoni e anticlericali; di quelli che non hanno ancora capito che la Chiesa sottoscrisse i Patti, che le restituivano la necessaria libertà d’azione nel temporale con una forma statale adatta ai tempi, dopo essersi resa conto che la perdita del decrepito potere temporale d’un tempo rappresentava un sostanziale vantaggio per quella stessa libertà d’azione.
[92] Il serpente piumato, tr. it. cit., pp. 534-353.
[93] Graham Green, The Power and the Glory, Penguin, 1962. 
[94] Il serpente piumato, tr. it. cit., pp. 195-196.   La traduzione di questo passo sostanzialmente blasfemo è letterale.  Si tratta del cap. VIII, Night in the House. “For Jesus is no Saviour to the Mexicans.  He is a dead god in their tomb.  As a miner who is entombed underground…” (D. H. Lawrence, The Plumed Serpent, edited with an introduction and Notes by L. D. Clark and Virginia Crosswhite Hyde, Penguin, 1995, p. 136.  Il testo riproduce l’edizione definitiva come apparsa nella Edizione Cambridge delle Opere di D. H. Lawrence, del 1987.  Il sopravvalutato Lawrence è considerato un’icona della letteratura inglese contemporanea).    
[95] Il serpente piumato, tr. it. cit., p. 412.
[96] Sulla profondità del sentimento religioso popolare dimostrato dalla rivolta, cfr. :  Casanova, op. cit., p. 26.
[97] Si veda la documentazione fornita da Amazon Synod Watch sull’attività del governo brasiliano in difesa delle popolazioni amazzoniche.
[98] Lo presenza di questo ulteriore errore nella fede mi è stata suggerita da uno spunto presente in un articolo di Steve Skojec, apparso su Catholic Voice, quindicinale di lingua inglese dell’Associazione Una Vox.  L’articolo si intitola:  “Amazon Synod Working Document Confirms There’s Trouble on the Horizon”, 21 giugno 2019, p. 4. Ecco il passo:  “In one section (par. 39), we are treated to what appears to be a furtherance of the religious indifferentism that caused so much concern in the Abu Dhabi statement [segue il passo da me riportato nel testo]”. 
[99] Istrumentum Laboris, n. 75.  Stampato da: www.SinodoAmazonico.va.  Il testo consta di 65 pagine per 147 paragrafi e 61 pagine di testo, seguite da note finali.  Sottolineature mie. Citato spesso con la sigla IL.
[100] Eberhard Gothein, Lo Stato cristiano-sociale dei Gesuiti nel Paraguay, cit., pp. 199-294; p. 241.  I gesuiti di allora non si adattarono alla mentalità pagana dei nativi ma cercarono di conformarla ai valori del cristianesimo e di una cultura superiore.  Il loro audace progetto alla fine naufragò nell’ostilità interessata di chi (gli Stati vicini) voleva impossessarsi dei beni (terreni, ricche mandrie, grossi villaggi, magnifiche chiese) della loro singolare teocrazia agraria e comunistica, fondata sulla disciplina, sul lavoro e sulla religione, con la pratica quotidiana della Messa.  Crollò con la soppressione dell ‘Ordine ad opera di Carlo III di Borbone, re di Spagna, nel 1768, dopo 159 anni.  Fu un grave errore, la soppressione.  Ma non naufragò di certo perché i gesuiti adattarono (con ottimi risultati) la mentalità degli indigeni convertiti ai misteri e alle bellezze della S. Messa e del culto cattolico, certamente non “inculturato”.  Studiarono la cultura e la lingua dei Guaranì, la popolazione locale, ne fecero la grammatica, creando lo strumento di una cultura indigena che riuscì in tal modo a sopravvivere ma non pensarono certo di adattare ad essa la liturgia cattolica, la struttura della Messa!  (Sull’esperimento gesuita, vedi anche: Alberto Armani, Città di Dio e Città del Sole.  Lo “Stato” gesuita dei Guaranì (1609-1768), Edizioni Studium, 1977.  Le Riduzioni dei gesuiti non furono un fenomeno isolato.  Esse continuarono una politica di protezione e conversione degli indios iniziata dai francescani, i  primi ad impegnarsi nel salvataggio della cultura indigena, imparando anch’essi le lingue locali, esistenti solo allo stato orale, e mettendole per iscritto: op. cit., cap. I, Religione, politica e diritto nella conquista dell’America, pp. 19-63).
[101] Berthold Altaner, Patrologia, tr. it. delle Benedettine del Monastero di S. Paolo in Sorrento, riveduta dal dr. sac. S. Mattei, aggiornata e corretta dall’Autore, Marietti, Torino-Roma, 1940, pp. 69-73; p. 69.
[102] S. Iustini philosophi et martyris apologia II pro Christianis, II, 8, Migne, PG, www.Documenta Catholica Omnia.eu, Migne 006 0441 0470.
[103] Op. cit., ivi.
[104] Op. cit., II, 10.
[105] Altaner, op. cit., pp. 71-72.
[106] Iust., Ap I, XLIV.  La prospettiva di Giustino ha questo di singolare, l’attribuire le intuizioni precristiane del filosofi pagani ad una loro conoscenza di testi dell’Antico Testamento, cosa impossibile da provare e comunque anacronistica per Platone, vissuto prima della traduzione in greco dell’Antico Testamento fatta dai Settanta, nel III secolo a. C.,  dal 250 a.C. in giù, quando Platone era morto da più di un secolo.
[107] Brunero Gherardini, Quale accordo fra Cristo e Beliar? Osservazioni teologiche sui problemi, gli equivoci ed i compromessi del dialogo interreligioso, Fede & Cultura, Verona, 2009, pp. 48-53.   La voce di mons. Gherardini, come sappiamo, è rimasta isolata, allo stesso modo di quella, anteriore, di Romano Amerio.  Dalle analisi della crisi della Chiesa apparse sul blog Chiesa e Postconcilio,  segnalo un intervento di Maria Guarini del 22 marzo 2012, che ribadisce contro la Vulgata dominante la corretta interpretazione della nozione di Semina Verbi, non includente le religioni pagane.   In una serie di articoli con lo pseudonimo di Canonicus apparsi sul quindicinale sì sì no no, dal n. 7 del 2002 al n. 1 del 2004, intitolati Sinossi degli errori imputati al Concilio Vaticano II, nel cap. 9, dedicato a: L’erronea e fuorviante rappresentazioni delle religioni non-cristiane, ho accennato, nel § 9.2, alla indebita estensione conciliare dei “semina Verbi” alle altre religioni (vedi ora il volumetto: Canonicus, Sinossi degli errori imputati al Concilo Vaticano II, Editrice Ichthys, Albano Laziale, 2012, pp. 78-79). 
[108] Giuseppe Ricciotti, Paolo Apostolo. Biografia con introduzione critica e illustrazioni, Coletti Editore, Roma, 19575, pp. 355-367.
[109] Gothein, op. cit. :  l’infanticidio “era frequente nel Paraguay, come presso tutti gli altri popoli barbari”; e questo nonostante le tribù oggetto dell’attività delle missioni della Compagnia fossero “di indole mitissima e docile, anche quelle che avevano opposto agli Spagnoli la più ostinata resistenza armata; soltanto in poche Missioni settentrionali s’incontrarono tribù bestiali di cannibali” (p. 225; p. 227).  Ma certe feroci abitudini ancestrali ogni tanto riapparivano all’improvviso. I gesuiti dovettero organizzare una valida forza militare, per difendere le loro Missioni, soprattutto dai portoghesi (Paulisti, del vicino Brasile, i quali compivano razzie per procurarsi manodopera servile per le loro vaste fattorie).  Dopo una battaglia vinta contro di loro, “all’ottimo Floriano Baucke [Padre gesuita]  la gioia della vittoria fu non poco conturbata dal vedere che un vecchio indiano, di solito pio e mite, cui nella riduzione era affidata la cura della gioventù, dopo la battaglia era ricaduto nelle viziose abitudini pagane, tanto da divorare un nemico trucidato”(op. cit., p. 266).  
[110] J. Eric S. Thompson, La civiltà maya, cit., p. 87. 
[111] Jérôme Carcopino, La vita quotidiana a Roma all’apogeo dell’Impero, tr. it. di Eva Omodeo Zona, Laterza, Bari, 19785, p. 282.
[112] George C. Vaillant, La civiltà azteca, cit., p. 168.  Gli Aztechi si esprimevano in pittogrammi, i Maya in geroglifici. Tenochtitlán era la fastosa capitale dello Anahuac, il “paese tra due mari” ossia il Messico.  Fu distrutta nel 1521, durante i 73 giorni di tremendo assedio  da parte degli spagnoli e dei loro alleati, sviluppatosi in combattimenti cruenti via per via, casa per casa, e riscostruita poi come Città del Messico.  Il mese azteco era di venti giorni, diciotto mesi facevano un anno; ogni mese c’era un grande sacrificio, per il quale i popoli sottomessi dovevano fornire vittime umane. I nomi messicani antichi hanno per noi un suono singolare, dovuto forse al fatto che l’alfabeto locale mancava di divese consonanti, per esempio, la  r, la  b. 
[113] Vaillant, p. 155 per il riferimento a Sahagún.  Thompson, op. cit., pp. 297-303, per il resto.  Per la bibliografia moderna, vedi Vaillant, l’amplissima Bigliografia acclusa al suo volume, con le relative indicazioni, ancora utile per il lettore comune.
[114] Thompson, op. cit., pp. 161-162.
[115] Vaillant, op. cit., p. 168, per il “cagnolino rosso” che veniva a volte sacrificato con le vittime umane. Sulle prassi funerarie maya, vedi la ricostruzione di Thompson:  sulla tomba del capo del villaggio erano uccisi Il suo cane preferito, schiavi di ambo i sessi del morto e offerti da altri capi in omaggio, affinchè le ombre di tutti potessero accompagnare l’ombra del defunto nell’aldilà (op. cit., pp.  273-277). 
[116] IlSussidiario.net, pp. 1-5; 1-2/5.
[117] Thompson, op. cit., p. 285.  . 
[118] Mircea Eliade, Trattato di storia delle religioni, tr. it. cit., pp. 313-316.  I Khond erano una tribù del Bengala.  Eliade riporta una descrizione dettagliata dei “riti del granturco” degli Aztechi (basati su Sahagún) e di quelli, ancor più sanguinari, dei Khond.  Che in tempi arcaici vi siano stati sacrifici umani, collegati in genere ai culti agrari, anche in Europa, gli studiosi lo ritengono sicuro.  Oltre al già citato Eliade, pp. 311-313, vedi anche il classico J.G. Frazier, The Golden Bough, abridged edition, MacMillan, London, 1961, tutto il capitolo del II volume, intitolato: Lityerses, pp. 558-587.  La prassi barbarica di uccidere a discrezione i prigionieri di guerra era diffusa in tutto il mondo arcaico, Americhe comprese.  Nell’Iliade, ci viene mostrato Achille che, dopo aver sacrificato animali, miele e unguenti sulla pira funebre dell’amato Patroclo morto in battaglia, “Preso alfin da spietata ira, le gole/ di dodici segò prestanti figli/ de’magnanimi Teucri, e sulla pira/scagliandoli, destò del fuoco in quella/ l’invitto spirto struggitor…”(XXIII, vv. 233-237, tr. it. Vincenzo Monti, L’Iliade di Omero, Salerno Editrice, Roma, 2004).  I ludi gladiatorii dei Romani si svilupparono dai ludi funebri degli Etruschi, poi persero ogni connotato religioso, venendo intesi da un lato come sorta di cruda pedagogia alla virtù militare per gli spettatori, dall’altro come modo di eliminare i delinquenti, costretti a far da manovalanza nei ludi.  Appaltati dallo Stato sin dal I secolo a. C., durante l’Impero diventarono una professione, minuziosamente regolamentata,  che poteva conferire ai più bravi e fortunati ricchezza e popolarità.
[119] George C. Vaillant, op. cit.,  p. 167. 
[120] Bernal Díaz del Castillo, La conquista del Messico, tr. it. cit.,  cap. 71. Come noi togliemmo tanti vizi e nefandezze agli indios della Nuova Spagna e li istruimmo nelle cose della buona dottrina, pp. 391-402.  Il titolo originale è:  La Verdadera Historia de la Conquista de la Nueva España.  Si tratta dell’insostituibile resoconto di un protagonista, ancor oggi attendibile.  Si potrà discuterne qualche dettaglio e qualche giudizio, ma il quadro d’insieme appare veritiero, ispirato ad una notevole sincerità.   Il titolo “vera storia” si spiega con l’intenzione dell’Autore di rettificare la biografia di Cortez scritta dal suo confessore, in relazione a certi fatti (come la morte di Montezuma II) e rivendicando il trascurato, fondamentale contributo dei soldati, tra i quali lui stesso.   Nell’anno 1568, ormai vecchio, carico di famiglia e in ristrettezze, egli era uno dei cinque sopravvissuti ai 550 soldati spagnoli che iniziarono la grande avventura con Cortez, muovendo da Cuba: “tutti gli altri sono morti nelle guerre, nelle mani degli indios, sacrificati agli idoli; e poi che voi mi domandate dove sono i nostri sepolcri, vi risponderò che sono nei ventri degli indios, che gli hanno mangiato le gambe, le cosce, le braccia, le mani, i piedi; e quel che non mangiavano loro buttavano alle tigri [giaguari] e agli uccelli di rapina:  ecco dove sono i loro sepolcri, i loro blasoni.  Eppure, i loro nomi dovrebbero essere scritti a lettere d’oro, perché tutti hanno affrontato quella orrenda morte per servire Dio e Sua Maestà, per portare la luce a quelli che erano immersi nelle tenebre e anche, diciamolo pure, per metter da parte qualche cosa, per diventar ricchi, che è quello che cercano di solito gli uomini ”(op. cit., p. 397).
[121] Diaz del Castillo, op. cit., p. 203.
[122] Op. cit., p. 189 per l’elogio entusiasta delle città azteche “alcune costruite sull’acqua”, sicuramente più belle di quelle spagnole del tempo (come annota il curatore, rifacendosi ad un rapporto di Guicciardini, autore di una ambascieria in Ispagna).  Gli spagnoli restarono “molto meravigliati nel vedere la grande piazza di Tatelulco”, sovrastata dalla piramide di Vichilobos, nella quale piazza c’era il vastissimo mercato, “con gran moltitudine di gente e abbondanza di mercanzie:  da una parte mercanti d’oro, d’argento, di pietre preziose, di piume e di stoffe, e dall’altra mercanti di schiavi, che ci pareva di essere dove i portoghesi vendono i negri della Guinea; e i poveri indios erano tutti legati con collari a lunghi bastoni, perché nessuno potesse fuggire.  Poi c’erano mercanti di tessuti più ordinari…”(p. 201). Nella loro avanzata, gli spagnoli trovarono più volte, accanto ad individui di ambo i sessi rinchiusi in gabbie in attesa di essere sacrificati e mangiati, gruppi di ragazzi e fanciulli vestiti da donna.  Da qui le rampogne, anche pubbliche, di Cortes contro il vizio della sodomia, che doveva esser eliminato.  Vaillant riporta (senza specificare) che la sodomia “era punita con rivoltante crudeltà” dal sistema penale azteco, il quale puniva con la morte l’omicidio (anche di uno schiavo), le streghe, la magia nera, chi si travestiva da alto funzionario, e a volte anche l’adulterio, pur ammettendosi poligamia e concubinato (Montezuma II aveva due mogli e numerose concubine), mentre gli incestuosi erano impiccati (op. cit., p. 101).  
[123] A proposito della conquista di Tenochtitlán, l’Autore scrive:  “Una parola di lode voglio anche dire dei nostri amici di Tlascala, di Tezcuco e degli altri paesi che si erano alleati con noi; si portarono così bene, che Cortez espresse loro tutta la sua gratitudine, promettendo anche che li avrebbe fatti a suo tempo signori di vaste province;  per intanto, quando si congedarono erano carichi di roba e d’oro, perché avevano fatto abbondante bottino, e si portarono dietro anche molta carne salata di messicani [!] per ripartirla fra i parenti e gli amici; una vera festa quando se la mangiarono” (La conquista del Messico, cit., p. 351).  Vedi anche p. 395, dove parla della ricchezza di “quasi tutti i cacicchi”, i capi degli indigeni, quelli alleati degli spagnoli, che si muovevano sempre a cavallo e con ricco séguito di indios e paggi. I dominatori spagnoli sposarono fin dall’inizio donne dell’aristocrazia indigena.  Le figlie del gran capo Xicotenga, alleato di Cortez, furono battezzate e date in spose a capitani di Cortez.  Da una di esse il capitano Pedro de Alvarado ebbe un fglio, don Pedro e una figlia, donna Leonora, “che adesso è moglie di don Francisco de la Cueva, buon cavaliere, e ha avuto da lui quattro o cinque figli, molto buoni cavalieri; e questa donna Leonora è grande signora, tanto da parte di un tal padre, che fu commendatore di Santiago, adelantado [governatore] del Guatemala, e comandante di un’armata al Perù, quanto per parte di Xicotenga, gran capo di Tlascala”(op. cit., p. 167).  Molti capi indigeni furono nobilitati dai re spagnoli, tra gli storici del Messico moderno abbiamo don Luis de Montezuma, discendente dell’antico capo dell’Anahuac (nota del curatore, op. cit., p. 411).   Su 190 stemmi nobiliari concessi dalla Corona “per servizi compiuti durante la conquista dell’America centrale e meridionale, almeno 20 toccarono ad Indi”(Valliant, op. cit., p. 212).  
[124] Sul punto: C. Vaillant, op. cit., cap. XIII, La politica estera e la guerra, pp. 175-186.
[125] Op. cit., pp. 167-168.   La morale della società azteca era comunque di tipo piuttosto formale.  L’al di là azteco, come ho detto, non contemplava una dimensione etica, non c’era un Giudizio che separasse i buoni dai cattivi, una distinzione fra paradiso e inferno: “nessuna punizione post mortem attendeva i peccatori.  Speciali “cieli” erano destinati ai guerrieri, alle donne morte di parto, a coloro che perivano in speciali circostanze; ma tale credenza era associata all’idea di un particolare favore divino.  Non ci fu mai un sistema ben definito di ricompense e pene”(Valliant, op. cit., p. 100).
[126] Vedi la famosa descrizione di Diaz del Castillo del sacrificio dei prigionieri spagnoli in cima alla grande piramide di Vichilobos, osservata con sgomento e raccapriccio dagli Spagnoli assedianti Tenochtitlán :  “..li misero di spalla sopra le pietre degli altari e con certi coltellacci di quarzo li spaccarono per mezzo il petto e ne cavarono fuori i cuori caldi che offrirono ai loro idoli; i corpi poi li buttarono giù per la gradinata; sotto c’erano altri indios macellai che tagliavano ai poveri cadaveri braccia e piedi e disossavano le teste per poi imbalsamarle e appenderle, con la barba, come altra volta ho detto, nei loro templi.  Le parti migliori delle carni se le mangiavano dopo averle messe in una salsa piccante, e il resto lo davano alle fiere”(op. cit., p. 334).  
[127] Emmanuel Aegerter, Le grandi religioni, tr. it. di Ornella Polidori Castellani, Garzanti, Milano, 19632, p. 30.  Vi erano anche numerosi sacrifici di animali.  Per una loro descrizione, vedi le fonti storiche riportate antologicamente in appendice a:  Louis Baudin, Lo Stato socialista degli Incas, tr. it. di Enrico Massa, Garzanti, Milano, 1962, pp. 178-182.   Anche gli Incas praticavano sacrifici umani. I loro sacerdoti si dividevano in tre categorie: I dottrinari, esperti del culto e delle cerimonie; gli indovini; gli stregoni e i sacrificatori.  Questi ultimi (nacac) erano esperti nell’uccisione delle vittime da immolare (op. cit., pp. 174-178).
[128] Descrivendo la rigida e complicata organizzazione della casta sacerdotale azteca, Vaillant scrive:  “Sembra che ci fossero anche delle sacerdotesse, e presso alcuni templi vennero fondate scuole per la loro istruzione [come per i  maschi]. Come naturale conseguenza d’una religione estremamente ritualizzata e perciò troppo lontana dalla comprensione delle masse, si faceva assiduo ricorso alla magia, praticata da stregoni e fattucchiere.  Indubbiamente molti di quei riti non ufficiali risalivano ai più primitivi stadi dell’evoluzione azteca: e ancor oggi [1941], sebbene la religione azteca sia stata quasi completamente estirpata, molte antiche pratiche medico-magiche sopravvivono tra la popolazione indigena” (op. cit., p. 158).  Stregoneria e magia (nera) potevano esser proibiti dalle leggi (vedi supra), ma ciò non impediva, evidentemente, che venissero largamente praticate.  La pregevole statua in pietra di 79 cm di Xochipilli o “principe dei fiori”, rappresentante un dio “simbolo del sole nascente, del sole bambino, dio della luce, della vita, del gioco, della poesia e dell’arte”, cui si facevano comunque sacrifici umani, ci mostra un uomo mscherato accovacciato con le braccia semiaperte e il volto rivolto in alto, nell’atteggiamento tipico dell’estasi sciamanica -- interpretazione rafforzata dai simboli di “piante psicoattive” cioè di piante e funghi dai quali si estraevano droghe e allucinogeni utilizzati nei riti, scolpiti numerosi sulla mantellina e sul corpo dell’idolo (samorini.it/archeologia/americhe/inebrianti-maya-aztechi/xochipilli).
[129] Vedi Eliade, op. cit., tutto il menzionato capitolo su Agricoltura e culti della fertilità, pp. 301-331.  Sulla “androginia”, in realtà omosessualità, degli sciamani, così apprezzati nella Presentazione dello Instrumentum Laboris e nel documento stesso nella figura degli anziani dei villaggi indigeni da ordinare preti, vedi un autore fautore del neo-sciamanesimo: Tom Cowan, Fire in the Head.  Shamanism and the Celtic Spirit, HarperSanFrancisco, 1993, il paragrafo: The Androgynous Shaman, nel capitolo: The Edges of Twilight, pp. 49-69:   “In Siberia uno sciamano gay era chiamato “una molle entità uomo”. Nelle Comunità dei nativi americani, un giovane che mostrasse interesse nelle attività femminili, si travestisse [da donna], e adottasse un comportamento femminile, diventava spesso un leader spirituale o un guaritore, confortato da sogni ad hoc e visioni.  Si credeva che gli spiriti l’avessero investito di una speciale magia, di poteri o di una saggezza utile per la Comunità.  Questa tradizione dei berdache tra gli indiani d’America (termine usato dagli esploratori francesi, per una persona che mischiasse il mascolino e il feminino), la stanno correntemente ristabilendo i gays della Comunità dei nativi americani, riportandola all’onorata e stimata posizione [sic] che aveva prima di esser screditata dai missionari cristiani.  Una simile tradizione esisteva tra le lesbiche nelle società tribali. Giovani donne, che si sentivano chiamate dagli spiriti, si sentivano incoraggiate al travestimento, a diventare cacciatrici o guerriere, ad adottare atteggiamenti mascolini.  Anch’esse venivano eccezionalmente stimate dalla loro gente quali membri della tribù in unione con gli spiriti.  Sciamane lesbiche sono state riscontrate dal Circolo Artico alla regione amazzonica…”  Anche se “non sempre lesbiche”, prosegue l’autore, “ritroviamo la robusta cacciatrice e guerriera femminile nelle primitive società celtiche..” (op. cit., p. 59).
[130] Papa Francesco, Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, nn. 111-134.
[131] Citato nelle Note a La conquista del Messico, p. 414:  “gentaglia di grande avidità, dai denti canini, famelici” (traduzione mia, a senso). 
[132] Mons. Marcel Lefebvre, Omelia per il suo Giubileo Sacerdotale, tenuta a Parigi il 23 settembre 1979, tr. it. secondo lo stile parlato dell’originale a cura della FSSPX, nell’opuscolo La Crociata di S.E. Mons. Marcel Lefebvre, che riunisce tre sue omelie, del 1979-1980, Albano Laziale, s.d., pp. 4-18; pp. 6-7.  La “Crociata” era quella a favore della S. Messa di rito antico, della quale l’illustre presule spiegava con esempi concreti il fondamentale significato per la conversione dei cuori e una vita autenticamente cristiana. 
[133] Espressioni usate da mons. Fabio Fabene, nel breve suo intervento illustrativo alla già ricordata Conferenza Stampa di presentazione dello Instrumentum laboris tenuta dal cardinale Baldisseri il 17 giungo 2019, p. 8/8.
[134] Bishop Schneider, Pope Francis has ‘strict duy’ to reaffirm priestly celibacy at Amazon Synod, cit., pp. 4-5/11.
[135] Tutti i dati che riporto sulla questione provengono da: Abbé Henri Deen, Le célibat des prêtres dans les premiers siècles de l’Église, Les Editions du Cèdre, Paris, 1969, pp. 65.
[136] “Placuit in totum prohiberi episcopis, presbyteris et diaconibus, vel omnibus clericis positis in ministerio, abstinere se a coniugibus suis, et non generare filios:  quicumque vero fecerit, ab honore clericatus exterminetur” (citato da: Abbé Herni Deen, op. cit., p. 20.  Vedi anche Denzinger/Schönmetzer, 52c/119.   Il DS commenta:  Eius can. 33 videtur esse antiquissima caelibatus lex – lex: legge, norma cogente, che impone un dovere).
[137] P. L. t. 13, col. 1155.  Citato da Deen, op. cit., p. 21.
[138] Mansi, t. 3, col. 692.  Citato da Deen, op. cit., ivi. 
[139] Mansi, t. 3, col. 692, 693.  Heen, op. cit., pp. 21-22.
[140] Aimé Puech, Hist. litt. Gr. Chr., t. 3, p. 654.  Heen, op. cit., p. 24.  La formula “e genera figli” significa:  “e abbia rapporti carnali con la moglie”.
[141] Deen, op. cit., pp. 29-30.   L”equivalente greco di circumducere è periágein. “Numquid non habemus potestatem mulierem sororem circumducendi sicut et ceteri Apostoli…” – “…adelphèn  gunaĩka periágein..”(Novum Testamentum Graece et Latine, ed. Nestle-Aland, London, 1969 23 + The Greek New Testament, ed. Aland, Black, Martini, Metger, Wikgren, United Bible Societies, 3 rd ed. (corrected), 1983).
[142] È  probabile che la Lettera ai Romani sia stata portata a Roma dalla sunnominata Febe.  Cencrea  era “il porto di Corinto verso oriente” ( da: La Sacra Bibbia, con introduzioni e note di Giuseppe Ricciotti, Salani Editore, Firenze, 1954, nota a Rom 16). 
[143] Nota a Rom 16 cit., ne La Sacra Bibbia delle Edizioni Paoline, cit.  Il battesimo avveniva allora per immersione, ciò poteva creare problemi alla femminile modestia, al pudore; era necessaria l’assistenza delle diaconesse.
[144]  Il testo, sia italiano che latino, proviene dal sito vaticano: w2.vatican.va.
[145] Vedi l’intervista sul tema rilasciata dal cardinale Müller a Maike Hickson, Vatican’s former doctrine head:  Ban on female deacons, priests an infallible Catholic ‘dogma’, ‘LifeSiteNews’, 3 ottobre 2019, pp. 1-9; pp.  5-6/9. 
[146]  EP 2168.  “Ciò che è stato creduto ovunque, da sempre, da tutti”.  “Ovunque”, si intende, nell’orbe cattolico.
[147] Dizionario Biblico, diretto da Francesco Spadafora, Ordinario di Esegesi nella Pontificia Università del Laterano, Editrice Studium, Roma, 1963, 3a ediz. riveduta e ampliata, voce:  carismi.
[148] Pio XII, Enciclica Mystici Corporis sul Corpo Mistico di Cristo, tr. it. de L’Osservatore Romano del 4 luglio 1943, Vita e Pensiero, Milano-Roma, 1959, pp. 36-37.
[149] Summa Theologiae, I, q. 1.

[150] Olga Consuelo Vélez Caro, Caminos trazados por la hermenéutica biblica feminista, www.curasopp.com.ar/web/es/teología-feminista/46...; 2019,  pp. 1-13; p. 3.
[151] Op. cit., pp. 2-3.
[152] Carmiña Navia Velasco, El Dios que nos revelan las mujeres, www.curasopp.com.ar, s.d., pp. 1-18; pp. 13-14.
[153] Op. cit., p. 14.
[154] Op. cit., ivi.
[155] Dall’introduzione al libro di Giuditta, La Sacra Bibbia, Edizioni Paoline, 1963, p. 500.  Per la verità, i problemi etici sollevati dal Libro di Giuditta scompaiono del tutto anche dalle brevi introduzioni allo stesso che troviamo ne La Sacra Bibbia delle Edizioni Paoline cioè della Conferenza Episcopale Italiana di dopo il Concilio, interessata soprattutto alle questioni redazionali del Testo Sacro, e nella nota Bibbia di Gerusalemme.
[156] Per il dibattito interno alle femministe sull’elemento “femminile” da scoprire in Dio, vedi i cenni in Carmiña Navia Velasco, op. cit., pp. 2-3.
[157] L’analisi femminista della Parabola, si trova in:  Carmiña Navia Velasco, La revelación de Dios en Jesús de Nazaret, www.curasopp.com.ar, 2019, pp. 1-10; pp. 4-7.
[158] Olga Consuelo Vélez Caro, op. cit., p. 7.
[159] Op. cit., p. 10.
[160] Cfr. The Greek New Testament, cit., Pros Korinthious A, 14, 34-35.  Bruce M. Metzger, A Textual Commentary on the Greek New Testament, in cooperazione con gli editori dei testi greci del Nuovo Testamento, Deutsche Bibelgesellschaft-United Bible Societies, Stuttgart, 19942, pp. 499-500. Gli argomenti contro l’autenticità sono: 1. Il passo potrebbe omettersi senza alterare il testo;  2.  Non sembra paolino il riferirsi alla legge come autorità.  3.  Contraddirebbe 1 Cor 11; 4, 4.  4.  Non è paolino il riferimento alla “Chiesa dei santi”.  5.  L’argomento “donna” non rientrava nel discorso che Paolo stava facendo.  Replica:  S. Paolo sta dando istruzioni su come si debbano utilizzare i “doni spirituali [càrismi] nelle adunanze.  Bisogna evitare la confusione e far tutto “in modo da edificare”.  Quelli che ricevono il dono delle lingue o della profezia parlino in modo da non ostacolarsi a vicenda, possibilmente  uno alla volta.  Se non c’è chi ha il carisma di intender le lingue, è meglio per quelli che hanno ricevuto il dono delle lingue “tacere nell’adunanza, e parlino con se stessi e con Dio”(1 Cor 14, 28).  Ordine ci vuole anche per chi ha avuto il dono della profezia:  “Gli spiriti dei profeti sono sottomessi ai profeti, perché Dio non è un Dio di disordine ma di pace.  Come in tutte le Chiese dei Santi, le donne nelle riunioni tacciano, perché non è stata affidata a loro la missione di parlare ma stiano sottomesse, come dice anche la Legge.  Se vogliono esser istruite in qualcosa interroghino i loro mariti a casa, perché è indecoroso che una donna parli in un’assemblea.  Forse è uscita da voi la parola di Dio?  È giunta soltanto a voi?”(1 Cor 14, 32-36).  Evidentemente a Corinto, città di costumi molto liberi, anche le donne prendevano la parola in queste adunanze, accrescendo la confusione generale, il “disordine”.  Forse per questo, San Paolo ricorda loro il divieto di Genesi, 3, 16: nelle adunanze devono tacere, per il loro decoro (e per non incrementare la componente emotiva ed isterica delle assemblee, evidentemente).  L’argomento calza a pennello.  Che l’espressione “Chiesa dei Santi” non sia paolina, è affermazione sicuramente ardita. Nell’incipit della Lettera San Paolo scrive:  “…a coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù, chiamati per essere santi..” (1 Cor 1, 2); nell’incipit della Seconda ai Corinti, scrive:  “ ..alla Chiesa di Dio che è a Corinto, insieme a tutti i santi, che sono nell’intera Acaia..”(2 Cor 1, 1).  L’autorità della Legge non viene mai contestata da San Paolo:  egli non nega né rinnega la Legge ma il fariseismo, con il suo arido formalismo, superato dall’insegnamento di Gesù:  Rm 3, 31 spiega che la Fede (in Cristo) non distrugge la Legge ma la conferma. In 1 Cor 11, prescrive l’abbigliamento delle donne nelle adunanze sacre, modesto come da tradizione: l’inciso di 1 Cor 14, 34-35 vi appare in perfetta conformità. Il non parlare nelle adunanze rientra nella modestia femminile, come l’abito decoroso e pudico.  
[161] Olga Consuelo Vélez Caro, Caminos trazados por la hermenéutica biblica feminista, cit., p. 9.
[162] Mt 8, 14-17.  Ricordo che, all’uso semitico, “fratelli” era termine di largo impiego per indicare anche cugini e cognati.  I “fratelli del Signore” erano i suoi cugini.  Vedi il Dizionario Biblico, voce: fratelli di Gesù. “Spesso il Nuovo Testamento parla dei “fratelli e delle sorelle di Gesù”.  Conosciamo I nomi di alcuni:  Giacomo, Giuseppe, Giuda e Simone.  Alcuni storici antichi (Elvidio, Celso) e moderni protestanti [ma anche odierne femministe] pretesero da questa espressione evangelica, negare la perpetua verginità di Maria SS.  In realtà, si tratta soltanto di “cugini” e “parenti” in genere.  L’ebraico e l’aramaico, lingua dei Giudei di Palestina al tempo di Gesù e degli Apostoli, non hanno un termine distinto per indicare: cugino, nipote, cognato;  esprimono tali gradi di consanguineità o affinità col termine: fratello, sorella, se non vogliono ricorrere a lunghe circonlocuzionI , quale ‘figlio del fratello del padre’ etc.”.
[163] Vélez Caro, Caminos trazados etc., cit., p. 9.
[164] A Textual Commentary on the Greek New Testament, cit., pp. 475-476.
[165] Dizionario Biblico, voce: carismi.  Vedi anche la voce:  apostoli.  Mi sono basato su entrambe queste voci.  Sila o Silvano era un uomo.
[166] Lexicon Graecum Novi Testamenti auctore Francisco Zorell S.I., Rome, Biblical Institute Press, 19783, voce:  apóstolos.
[167] Caminos trazados, cit., p. 7 e 11.
[168] Sulla rivoluzionaria scoperta di un frammento di Marco e di altri frammenti neotestamentari a Qumran, oggi del tutto e volutamente obliata, vedi il saggio di uno dei protagonisti della scoperta stessa:  Carsten Peter Thiede, Il più antico manoscritto dei Vangeli?  Il frammento di Marco di Qumran e gli inizi della tradizione scritta del Nuovo Testamento, Rome, Biblical Institute Press, 1987, pp. 63.  Il frammento appartiene a Marco 6, 52-53.  Il testo ricostruito è:  “..avevano capito riguardo al pane, ma il loro cuore era indurito.  E quando ebbero compiuto la traversata, vennero a Genezaret e approdarono.  E quando..” (op. cit., p. 31).  Il testo corrente è:  “..non avendo compreso il miracolo dei pani, per essere il loro cuore indurito. Attraversato il lago vennero nel territorio di Genezaret e presero terra. Quando [sbarcarono]”.  La presenza di questo frammento dimostra che il Vangelo di Marco doveva esistere già dalla metà del I secolo, in accordo con i dati della tradizione (Marco fece il segretario di Pietro, a Roma, del quale raccolse le testimonianze, provocate dalle richieste dei fedeli romani).  Nella grotta c’era anche un frammento di 1 Tim 3, 16 - 4,3. 
[169] Caminos trazados etc, cit., p. 9; La revelación de Dios en Jesús de Nazaret, p. 6.
[170] Carmiña Navia Velasco,  El Dios que nos revelan las mujeres, p. 1.

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