lunedì 4 marzo 2019

Storia. 1918-2018 : "il crollo della duplice monarchia asburgica nel 1918 costituì la perdita di un "centro cattolico"ancora "fulcro dell'equilibrio e della sstabilità dell'Europa"? - Critica di un mito



Storia : 1918-2018 - “il crollo della duplice monarchia asburgica nel 1918 costituì la perdita di un “centro cattolico” ancora “fulcro dell’equilibrio e della stabilità dell’Europa”?  -  Critica di un mito - Paolo  Pasqualucci

"Tutto il nostro esercito definisce la guerra contro l'Italia 'la nostra guerra'.
Ciascun ufficiale nutre in petto fin dai suoi giovani anni l'ardente desiderio,
Trasmessogli dai padri, di combattere contro il nostro nemico ancestrale".
(Carlo I d'Asburgo-Lorena, Imperatore d'Austria, Re Apostolico d'Ungheria).


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Sommario:  1. Solo estremisti e rivoluzionari volevano la dissoluzione dell’Austria-Ungheria alla vigilia della Grande Guerra.  2. L’Austria-Ungheria, in quanto Stato cattolico, era davvero principale nemico da abbattere per le potenze dell’Intesa?  3. Critica della tesi sull'austriaco "principale nemico"sulla base degli elementi di fatto storicamente accertati:  3.1  Gli Stati Uniti, quando entrarono nel conflitto il 2 aprile 1917, dichiararono guerra unicamente alla Germania.  All’Austria-Ungheria solo il 7 dicembre successivo, ben 8 mesi e 5 giorni dopo e solo dopo molte pressioni, anche americane.  3.2  La verità è che per tutto il 1917 e fino alla primavera del 1918 ci furono ripetuti tentativi angloamericani per indurre la Duplice Monarchia ad una pace separata, staccandola dal mortale abbraccio tedesco. 3.3  L’errore decisivo di Carlo d’Asburgo: puntare alla vittoria sul campo, nell’estate del 1918.  4. Nell’impero austro-ungarico “il riflesso” della  “Christianitas medievale” appariva sempre più opaco:  4.1 Il rilassarsi della morale.  4.2 Il Sacro Romano Impero tra ideale e realtà.  4.3 Le contraddizioni dell’asburgico “cattolicesimo illuminato”, anticuriale, anticlericale e filogiansenista prima della Rivoluzione Francese, anticlericale filoliberale  all’epoca di Francesco Giuseppe.  4.4  L’Italia “appendice austriaca” all’epoca della Restaurazione.   5.  La vera missione storica dell’Austria:  difendere l’Europa dalle invasioni provenienti dall’Est e dai Balcani, civilizzare sia l’ Est che i Balcani.  6. I guasti prodotti dall’anticlericalismo di taglio liberale durante il regno di Francesco Giuseppe, il quale sanzionò l’introduzione del matrimonio civile (1868) e reagì negativamente al dogma dell’infallibilità pontificia (1870) denunciando unilateralmente il Concordato del 1855.  6.1  Francesco Giuseppe non fu “buon figlio devoto al Santo Padre”, anche se fu un imperatore sollecito dei suoi sudditi.  7. Nella cultura della “Grande Vienna”, prevalentemente positivistica e antimetafisica, si delineava la dissoluzione della recta ratio, la fuga nell’irrazionale in accoppiata con la pseudocultura esoterica e völkisch. 7.1 L’irrazionalismo a sfondo nichilistico di Wittgenstein, emblematico del tramonto di una cultura e di una civiltà.  7.2 Filoni austriaci della pseudocultura esoterica e völkisch. 8.Il tempo storico dell’impero austro-ungarico si era ormai compiuto.    


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 Soprattutto nel secondo dopoguerra si è diffusa la nostalgia per il defunto impero degli Asburgo, resa popolare dalla diffusione, anche a livello mediatico, di un vero e proprio “mito asburgico”, per usare la fortunata espressione di Claudio Magris: visione assurta a mito di quella che fu indubbiamente una notevole realizzazione statale.  Notevole e anche gloriosa, se pensiamo ai due assedi di Vienna, alle sanguinose guerre contro i turchi musulmani, per la difesa dell’Europa e della religione cristiana, alla creazione (con la Mitteleuropa) di una  realtà sociale e culturale civile ed evoluta, capace di far progredire e convivere per quasi quattro secoli popoli non solo diversi ma persino ostili tra loro. 
Marx e Engels, commentando le rivoluzioni del 1848 e la dura repressione che ne era seguìta, scrivevano con ingiustificato disprezzo che gli unici prodotti della civiltà austriaca erano il funzionario e il militare (di un Haydn, di un Mozart, nulla sembravano sapere). In effetti, un impero multietnico (ma ogni impero lo è, a ben vedere) poteva reggersi solo sulla fedeltà assoluta alla dinastia, impersonata dalla figura del monarca.  Questa fedeltà, che si esprimeva nel culto minuzioso (ed anche eccessivo) del protocollo, dell’etichetta, della gerarchia, delle cerimonie, delle festività religiose e militari, costituiva in ogni caso il vero patriottismo di quella monarchia, trascendente la dimensione territoriale e politica in senso stretto:  una sorta di Austria dello spirito, se così posso dire, le cui istituzioni non potevano non essere sovranazionali, come appunto lo erano la burocrazia e l’esercito, i due pilastri di quello Stato (e di ogni Stato, anche se non in quella misura). E come lo era la Chiesa cattolica, altro pilastro fondamentale, anche se i preti di questa o quella etnìa a volte tendevano a foraggiarne il patriottismo in senso esclusivistico, alimentando odi e divisioni.
Della burocrazia austriaca e del sistema di governo  basato su costruttivi compromessi e la ricerca di una sapiente aurea mediocritas, resta valido il giudizio che ne dava, con affettuosa ironia, nel suo celebre romanzo L’uomo senza qualità, il grande scrittore austriaco Robert Musil:  “L’Austria aveva una perfetta burocrazia che funzionava immutata da due secoli; andava ancora fiera delle belle strade militari costruite all’inizio del Settecento e delle ben architettate fortezze dell’età napoleonica.  Non si parlava mai a Vienna di paesi d’Oltreoceano e di problemi coloniali.  Si spendevano somme enormi per l’esercito, senza aver l’ambizione di possedere il primo esercito europeo; la capitale non era grande come le città grandissime, ma un po’più grande delle città che si dicevano grandi per definizione.  Si aveva una costituzione liberale, la vecchia costituzione giuseppina [riesumata in parte con lo Ausgleich, vedi infra], ma comandavano i clericali; comandavano i clericali, i quali però vivevano alla maniera dei liberali, cioè da libertini. Il parlamento poteva fare un uso tanto esteso della sua libertà, che il più spesso bisognava tenerlo chiuso, applicando leggi di emergenza [per via delle violente risse tra esponenti delle varie nazionalità e dei loro leggendari ostruzionismi].  Ma quando tutti erano contenti della felice chiarificazione ottenuta col ritorno all’assolutismo, la Corona decretava all’improvviso che si doveva governare di nuovo nelle forme costituzionali” (Mittner).    
Ma un conto è la giusta rivalutazione storica dei non pochi meriti della plurisecolare monarchia danubiana;  altro conto lasciarsi andare a sopravvalutazioni che tendono a sfociare nel mito, con il risultato di proporre modelli del tutto irripetibili e illusori per la rinascita di uno Stato cristiano, che sia cioè improntato ai valori del Cattolicesimo.  Intendere il tragico e apocalittico susseguirsi del secolo che va dal 1918 al 2018 unicamente quale conseguenza della caduta, nel 1918, dell’impero asburgico, come se esso avesse rappresentato ancora (nel 1918) l’effettivo fulcro dell’equilibrio continentale e proprio per la sua qualità di integro Stato cattolico, ciò significa proporre, a mio giudizio, una visione che non corrisponde, se non in piccola parte, alla realtà storica.
Questa tesi è stata riproposta recentemente (il 19 dicembre 2018) dal prof. Roberto De Mattei sul sito Corrispondenza Romana, in un articolo a commento del significato del “secolo breve” appena trascorso: 1918-2018: ‘Tutto crolla, il centro non regge più’.  Il titolo virgolettato è tratto da un verso di W.B. Yeats, ci ricorda lo stesso Autore. 
La tesi contiene certamente una verità di fondo, ma una verità pur sempre parziale.  Dico “parziale”, perché bisogna per l’appunto chiedersi sino a che punto la duplice monarchia danubiana fosse ancora, già a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, l’effettivo “fulcro dell’equilibrio e della stabilità dell’Europa”, come lo era stata durante il periodo della Restaurazione e ancor più nell’epoca prenapoleonica, al tempo di Eugenio di Savoia, per intenderci, quando aveva il più forte esercito dell’Europa continentale.  O non si era essa indebolita a paragone della superiore potenza di  Germania e Russia e non era diventata un elemento instabile, a causa dei sempre più gravi conflitti fra le sue nazionalità – insanabile quello tra cèchi e tedeschi  - non risolvibili a livello politico, e quindi tali da impedire le indispensabili riforme costituzionali, da più parti auspicate e proposte?  Instabilità politica interna dietro il tradizionale, calibrato “immobilismo” asburgico e conseguente mancanza di lucidità, che si sarebbe  appunto manifestata nella drammatica incapacità (con il sopravvalutare le proprie forze) di mantenere la crisi seguìta all’assassinio di Sarajevo, nel luglio del 1914, entro i limiti di un confronto balcanico con la Serbia, possibilmente non militare.  Questo non significa, come hanno fatto in molti, voler attribuire alla sola dirigenza asburgica (e tedesca, che l’appoggiò) la colpa per lo scoppio della Grande Guerra.  Anche l’aggressiva e spregiudicata politica russa nei Balcani (che assieme ai serbi armò la mano omicida di Serajevo) ha le sue gravi responsabilità, mentre sullo sfondo non mancano quelle di francesi e inglesi.      

1.  Solo estremisti e rivoluzionari volevano la dissoluzione dell’Austria-Ungheria alla vigilia della Grande Guerra.
 Mi sembra più valida la tesi in passato prevalente, secondo la quale l’Austria-Ungheria aveva da tempo cessato di rappresentare “il fulcro determinante” cui accenna il prof. De Mattei, pur continuando a svolgere un importante ruolo geografico-strategico e politico-economico nello scacchiere europeo.  Un importante ruolo di “equilibrio” che si stava però squilibrando sempre più verso un conflitto frontale con l’impero russo, alleatosi alla Francia repubblicana e massonica (che voleva recuperare l’Alsazia e la Lorena), per il dominio nei Balcani ossia per la divisione delle spoglie del sempre più decrepito impero ottomano.   Il vero “centro” era ormai costituito dalla protestante e laica Germania guglielmina, potenza egemone dell’Europa continentale.  Ma chi voleva la dissoluzione dell’Austria-Ungheria nel 1914?  In Occidente solo gli elementi più estremisti della cultura e politica laica, massoni legati al Grande Oriente,  gli eredi del mazzinianesimo, gli irredentisti più accesi, i rivoluzionari, i pangermanisti aspiranti allo Anschluss con la Germania per spezzare “l’accerchiamento slavo”, come dicevano; in Oriente quelli più aggressivi dello zarismo, i panslavisti, i cui obiettivi di guerra comportavano di fatto il disgregamento dell’impero asburgico;  i rivoluzionari di professione, come l’ancor poco noto Vladimir Ilijc Lenin, il quale, in una lettera del 1913 a Maksim Gorkij, aveva scritto:  “La guerra tra l’Austria e la Russia sarà utilissima alla causa della rivoluzione nell’Europa occidentale. Ma è difficile credere che Francesco Giuseppe e Nicola ci rendano questo servigio” (Shub) .  E invece glielo resero, eccome, “il servigio”…
Bisogna rammentare che il Patto di Londra, concluso in segreto il 26 Aprile del 1915 tra l’Italia e le Potenze dell’Intesa (Gran Bretagna, Francia e Russia), con il quale ci impegnavamo ad entrare in guerra entro un mese contro “tutti i nemici” delle suddette; patto seguìto dalla nostra uscita il 4 maggio dalla Triplice, appunto quasi un mese prima dell’entrata in guerra, dichiarata però alla sola Austria-Ungheria dal 24 maggio (alla Germania fummo in pratica costretti – il 27 agosto 1916 – dalla pressione sempre più forte e sempre più irritata dei nostri alleati, dai quali dipendevamo per i rifornimenti e i crediti, la cui stampa ci accusava di tradimento) ---- ebbene, questo patto non contemplava la dissoluzione dell’impero asburgico bensì un suo ridimensionamento, anche se questo ridimensionamento poteva apparire indubbiamente eccessivo, per esempio nel voler acquisire all’Italia Trieste, porto di vitale importanza per l’impero danubiano, e la munita base navale di Pola.  I nostri obiettivi di guerra erano il raggiungimento delle frontiere naturali sulla displuviale alpina - Bolzano e Merano erano ricomprese nel Ducato di Trento dall’Italia longobarda (Huber-Dopsch;  Ferrandi). Il controllo dei passi alpini permetteva quello della valle dell’Adige, indispensabile per  la difesa della pianura padana, mentre occorreva almeno l’Istria occidentale per  coprire nel modo dovuto Trieste.  Miravano, inoltre, alla Dalmazia del Nord con le isole prospicienti e al controllo dell’Albania mediante il possesso di Valona e dell’isola di Saseno – le appendici adriatiche ritenute necessarie innanzitutto per proteggere la nostra costa adriatica, costituita da 700 km di spiagge  quasi ovunque piatte, praticamente indifendibili.  C’era anche l’ovvia intenzione di proteggere le nostre comunità in Istria e Dalmazia dall’ostile preponderanza slava (favorita da Vienna) e l’aspirazione a potersi espandere (economicamente) nei Balcani, fin allora terreno di caccia delle Grandi Potenze, e in particolare della Duplice Monarchia.  Ma l’Italia si voleva ritagliare dalla potenza asburgica (rimasta di fatto ostile nonostante l’alleanza impostaci da Bismarck) innanzitutto territori considerati indispensabili  alla sua difesa, prima ancora che trampolino di lancio per una possibile espansione balcanica. La nostra frontiera centro-orientale era pessima, praticamente indifendibile, con il confine poco a nord di Verona, trovandosi il Trentino e l’Alto Adige in mano austriaca, e l’arco alpino nella stessa mano, che poi afferrava l’Isonzo, oltrepassandolo in qualche punto.
Nemmeno la classe dirigente dell’Italia umbertina, liberal-massonica come amano sottolineare i “tradizionalisti” cattolici e non, voleva la dissoluzione dell’antico Stato degli Asburgo, che aveva voluto essere il nostro  nemico per eccellenza sin dal tempo dell’imperatore Massimiliano I, il quale, durante le Guerre d’Italia (nella prima metà del Cinquecento), tentò con tutti i mezzi di conquistare la Repubblica di Venezia, senza peraltro riuscirci, così come non ci riuscì il suo successore, l’imperatore Carlo V.  Noi eravamo diventati, agli occhi degli Asburgo, un “nemico ereditario”, “ancestrale” e l’odio per l’Italia cementava, a quanto sembra, gli altrimenti divisi popoli dell’impero (vedi infra). 
Da alcuni secoli il mondo austro-tedesco avanzava lentamente verso la pianura padana, scendendo per la valle dell’Adige, assorbendo o respingendo verso Sud gli italiani, erodendo i confini del Friuli e del Trentino ai danni della Repubblica Veneta, che svolse per tanti secoli azione di difesa contro lo straniero  e di protezione dell’italianità.  Riuscito ad impossessarsi di quest’ultima nel 1815, l’Asburgo aveva poi  favorito, soprattutto a partire dal 1867,  la penetrazione slava ai danni delle antiche comunità italiane di Istria e Dalmazia e lungo l’Isonzo e l’avanzata tedesca nel Trentino, dove negli anni anteriori alla Grande Guerra la pressione pangermanista era stata in certi momenti piuttosto forte.  Nel Consiglio della Corona del 12 novembre 1866, l’imperatore Francesco Giuseppe, approvò “misure contro l’elemento italiano in alcune regioni della Corona” (Toscano).   Comunque, l’Italia, nel settembre del 1918, quando si profilava ormai la vittoria dell’Intesa, aveva riconosciuto il diritto all’esistenza di uno Stato jugoslavo, con il quale sarebbe poi stato necessario trattare per le questioni adriatiche.  Che divennero incandescenti con la questione di Fiume, quando, negli ultimi giorni della guerra, mentre l’impero si dissolveva, il 30 ottobre 1918 la maggioranza italiana della città espresse in un Consiglio da essa nominato la volontà di essere inclusa nel Regno d’Italia.  Gli italiani di Dalmazia, Istria, Trieste non volevano esser governati dagli jugo-slavi, che da decenni cercavano di coartarli in tutti i modi o assimilandoli o costringendoli ad andarsene (Monzali).  Forte era l’ostilità slovena e croata nei nostri riguardi, ben anteriore alla prima guerra mondiale.  

2.  L’Austria-Ungheria, in quanto Stato cattolico, era davvero il principale nemico da abbattere per le potenze dell’Intesa?
Ma torniamo alla tesi di De Mattei.  Dopo aver ricordato che “il 3 novembre [1918] l’impero austro-ungarico aveva firmato a Padova l’armistizio di Villa Giusti con le Forze Alleate”(per l’esattezza a 4 km da Padova, a Villa Giusti, sulla strada per Abano, sede del nostro Quartier Generale, trattando i rappresentanti  austro-ungheresi unicamente con generali e colonnelli italiani, mentre il testo della resa incondizionata alle Potenze alleate e associate, imposta in cambio della concessione dell’armistizio, veniva redatto a Versailles, dal Consiglio Supremo di Guerra Interalleato, riunito quasi in permanenza); dopo aver ricordato le vicende drammatiche che portarono alla rinuncia al governo dello Stato da parte dell’ultimo Asburgo, l’imperatore Carlo I; all’abdicazione del Kaiser Guglielmo II Hohenzollern, all’armistizio concesso alla Germania (sempre in cambio, rammento, della resa incondizionata) e firmato l’11 novembre successivo; l’Autore espone il suo argomento di fondo: 
“il 14 dicembre [1918] il presidente americano incontrò a Parigi il primo ministro francese Georges Clemenceau.  I due uomini politici furono i principali artefici della repubblicanizzazione dell’Europa che seguì alla Prima Guerra Mondiale.  Clemenceau, mistico del giacobinismo, vedeva nella vittoria il compimento degli ideali della Rivoluzione francese.  Wilson voleva trasformare il globo in una confederazione di repubbliche rigorosamente uguali, ricalcate sugli Stati Uniti d’America.  Il principale ostacolo da abbattere era l’Austria-Ungheria, ultimo riflesso della Christianitas medioevale.  Charles Seymour, uno dei negoziatori americani del Trattato di Versailles, ricorda:  “La Conferenza di pace si trovò posta nella posizione di un autentico liquidatore dello Stato asburgico (…) in forza del principio di autodeterminazione dei popoli, spettava alle nazioni danubiane di determinare da sole il loro destino””.
De Mattei vede un significato che potremmo definire teologico nell’azione politica franco-americana, per la quale la lotta contro la religione cattolica sarebbe  stata un interesse prevalente o quasi.  Si sarebbe trattato, per costoro, di eliminare del tutto l’eredità del Sacro Romano Impero, istituzione che, secondo De Mattei, rappresentava l’incarnazione stessa dell’Europa cattolica:  “il Sacro Romano Impero – egli conclude -  era stato ufficialmente dissolto da Napoleone nel 1806, ma l’Austria-Ungheria continuò a svolgere fino al 1918 la sua missione, costituendo il fulcro dell’equilibrio e della stabilità dell’Europa”.  
È vero che Clemenceau e Wilson erano due “mistici laici” della democrazia, il primo di quella di tipo giacobino erede dell’estremismo ideologico anticristiano e anticlericale della Rivoluzione francese, il secondo di quella anglo-americana, missionaria dei laici diritti dell’uomo e della american way of life in tutto il globo.  Entrambi comunque ben attenti, osservo, a fare spregiudicamente gli interessi dei loro rispettivi Paesi nelle aree che consideravano vitali (il Messico e l’America Centrale per Wilson; il Reno, Fiume, i Balcani, il Medio Oriente, i possessi coloniali per Clemenceau).  Ed è vero che negli ultimi dieci mesi della guerra la propaganda e la stampa anglo-americana ebbero mano libera nello scagliarsi contro la Duplice Monarchia, invocandone la dissoluzione, con slogan che spacciavano inaudite falsità:  “L’Austria-Ungheria non è uno Stato europeo. È un sistema asiatico di oppressione, un sultanato che vive e opera, scevro di ogni spirito civile, nel vuoto assoluto” (l’inglese Wickam Steed, citato da Wolf Giusti).
 Tuttavia, il quadro generale degli eventi appare più articolato di quanto la sintetica rappresentazione di De Mattei faccia presumere.  La tesi che lo scopo essenziale della guerra fosse per francesi e americani soprattutto la lotta alla religione, ragion per cui l’avversario da abbattere sarebbe stato soprattutto l’Austria-Ungheria in quanto unico Stato cattolico rimasto dalla Cristianità medievale:  tale tesi sembra trasformare in motivo primario un motivo sicuramente presente ma politicamente secondario, costituito dall’avversione al cattolicesimo.
L’autorevole storico, forse ritenendolo mera propaganda di guerra, non dà evidentemente il dovuto peso al fatto che per britannici, francesi e americani l’avversario principale, quello da distruggere, era uno Stato protestante, la luterana e laica Germania: il militarismo tedesco, con i suoi risvolti pangermanisti. La religione non c’entrava.  Era la formidabile Germania guglielmina a far veramente paura, con le sue poderose forze armate, di terra e di mare, la sua aggressiva politica di espansione coloniale e imperiale su scala mondiale, proiettata anche verso il Golfo Persico, dove era stato da poco trovato il petrolio, con il progetto ufficiale della Ferrovia Berlino-Bagdad, tale da suscitare a Londra le più vive apprensioni. Non si può dire facesse paura l’Austria-Ungheria, Stato assai più antico, ancora vitale ma da tempo in seria crisi politica perché bisognoso di radicali riforme costituzionali di tipo federale, già inutilmente dibattute da decenni al suo interno; riforme che dessero maggior spazio all’elemento slavo di contro a quello tedesco e magiaro (c.d. trialismo); riforme, comunque, di impossibile attuazione per l’incrociarsi feroce dei divieti nazionalistici (tedeschi contro cèchi; ungheresi contro romeni e croati;  croati contro serbi; austro-tedeschi timorosi di perdere la loro posizione di preminenza e spesso in latente conflitto con gli ungheresi). Uno Stato, comunque, che Londra aveva sempre ritenuto suo alleato, sin dall’inizio del Settecento, in quanto strumento essenziale di quella politica europea dell’equilibrio continentale così cara agli inglesi perché così utile ai loro interessi imperiali.  Costituivano gli Asburgo, agli occhi dei britannici, la “sentinella austriaca”, che impediva ai Russi di dilagare nei Balcani ed occupare gli Stretti.  Tale funzione gli Asburgo espletavano anche agli occhi di francesi e prussiani.  Tutte le grandi potenze occidentali cercavano di mantenere in piedi in qualche modo l’impero ottomano, in funzione antirussa, e ciò comportava la conservazione della Duplice Monarchia.  La politica di Bismarck per i Balcani era quella di non coinvolgervi la Germania e di organizzarvi due coabitanti sfere d’influenza: austriaca ad ovest, russa ad est, ma senza far cadere l’impero turco, per quanto fatiscente, che andava tenuto in vita, anche se dimidiato di quasi tutte le sue province europee.  Sarebbe crollato, quell’impero, nell’ottobre del 1918, dopo quattro anni di estenuante guerra, sotto l’attacco britannico, dalla Mesopotamia e dall’Egitto.    
In ogni caso, nel 1917, indurre l’Austria-Ungheria ad una pace separata significava anche indebolire la Germania, che sarebbe stata costretta a disperdere le sue forze nell’Europa orientale e nei Balcani, in sostituzione di quelle imperiali e regie.  

3. Critica della tesi sull'austriaco "principale nemico" sulla base degli elementi di fatto sicuramente accertati: 

3.1  Gli Stati Uniti, quando entrarono nel conflitto il 2 aprile 1917, dichiararono guerra unicamente alla Germania.  All’Austria-Ungheria solo il 7 dicembre successivo, ben 8 mesi e 5 giorni dopo e solo dopo molte pressioni, anche americane.
Questo fatto conferma, con ogni evidenza, quanto sempre detto da Woodrow Wilson e cioè che l’avversario principale era e restava il “militarismo tedesco” non la monarchia asburgica.   Egli dichiarò guerra alla Duplice Monarchia solo il 7 dicembre 1917. Non tanto per soddisfare le richieste italiane in questo senso quanto perché, dal punto di vista politico e morale, lo richiedeva la situazione difficile, per noi e quindi per l’Intesa, che si era creata dopo il  rovescio di Caporetto.  La Russia era crollata, gli eserciti degli Imperi Centrali dilagavano nei Balcani e in tutta l’Europa orientale. L’Italia sembrava vacillare. L’esercito francese era in piena crisi morale e di riorganizzazione dopo i vasti ammutinamenti dell’estate del ’17, seguìti al fallimento delle sanguinose offensive lanciate dal generale Nivelle. L’uscita dell’Italia dalla guerra avrebbe creato gravissimi problemi strategici all’Intesa, con l’eventuale occupazione austriaca e tedesca dell’intera valle del Po sino all’arco alpino e forse anche sino a Genova. Gli Alleati avrebbero dovuto schierare numerose divisioni sulle Alpi francesi, indebolendo pericolosamente la linea che fronteggiava i tedeschi, in via di rafforzamento con le truppe rese libere dal disfacimento dell’esercito imperiale zarista.  Le divisioni americane in Francia erano all’epoca solo quattro.
 Wilson fece la sua dichiarazione dopo che, in durissimi combattimenti durati dal 10 al 26 novembre, avevamo definitivamente bloccato l’avanzata austro-tedesca sulla linea Altipiani-Grappa-Piave, noi da soli in prima linea con le nostre fanterie (con le divisioni che si erano ritirate dall’Isonzo, dalla Carnia e dal Cadore, dopo lo sfondamento di Caporetto, ove fu distrutta l’ala sinistra del fronte isontino non l’intero esercito (come qualcuno continua a ripetere falsamente ancor oggi), abbandonando molto materiale e infrastrutture, ma mantenendo la coesione e un buon ordine, combattendo), mentre alle nostre spalle si era in fretta schierata una forte riserva strategica costituita inizialmente da 11 divisioni franco-britanniche e relativa logistica (250.000 uomini ben provvisti di artiglieria) poi ridotte rapidamente a cinque.  Per l’anno circa che restava di guerra, Wilson avrebbe mandato in Italia un ospedale da campo con ricco parco di autoambulanze, seguìto dal 332° Rgt di fanteria, quattromila uomini al comando del col. Wallace, aggregato da noi alla 31a divisione di fanteria, inserita nella Riserva del Comando Supremo.  Il Reggimento prese parte alla fase finale della Battaglia di Vittorio Veneto, con perdite minime. Questo fu il contributo strettamente militare di Wilson al fronte che combatteva contro il supposto “ostacolo principale” da abbattere per vincere la guerra.  Dall’esperienza dell’ospedale militare americano nacque il celebre romanzo A Farewell to Arms, di Ernst Hemingway, volontario in quell’ospedale, nel quale è descritta la ritirata di Caporetto, peraltro con ampio uso di particolari di fantasia.  Non ci venne mai meno, tuttavia, il fondamentale aiuto americano in crediti, materiali e materie prime, viveri.
Quando annunciò al Congresso il 4 dicembre 1917 che stava per dichiarare guerra all’Austria-Ungheria, Wilson si premurò di sottolineare che, pur dichiarando guerra, “noi non desideriamo in alcun modo menomare o risistemare l’Impero austro-ungarico”; concetto ribadito, in sostanza, al n. 10 dei suoi famosi 14 punti, resi noti al mondo nel gennaio del 1918, per indicare le condizioni alle quali si doveva finire la guerra per costruire una pace mondiale duratura (10. “Ai popoli dell’Austria-Ungheria, alla quale noi desideriamo salvaguardare ed assicurare un posto tra le nazioni, deve essere accordata la più ampia possibilità per il loro sviluppo autonomo”).

3.2 La verità è che per tutto il 1917 e fino alla primavera del ’18 ci furono ripetuti tentativi angloamericani per indurre la Duplice Monarchia ad una pace separata, staccandola dal mortale abbraccio tedesco.
Wilson, sino alla fine di marzo del 1918, si associò ai ripetuti tentativi inglesi, auspice il primo ministro Lloyd George, di indurre l’Austria-Ungheria ad una pace separata, per salvarla quale futuro fattore d’equilibrio in Europa Centrale, sia pure a struttura federale e inevitabilmente ridimensionata. Si trattava di iniziative serie, tant’è vero che se ne preoccupò vivamente  Edoardo Beneš, uno dei capi all’estero del partito cèco votato allo smembramento della Monarchia per ottenere una Cecoslovacchia del tutto indipendente  (Giusti).   
Contatti segreti soprattutto con i francesi per una pace non separata, l’imperatore Carlo li aveva presi abbastanza presto, dopo esser succeduto il 21 novembre 1916 al prozio Francesco Giuseppe, deceduto per vecchiaia, dopo un lunghissimo regno di quasi 68 anni.  I complessi negoziati segreti condotti dal cognato dell’imperatore, principe Sisto di Borbone-Parma, ufficiale dell’esercito belga, non giunsero ad imbastire proposte concrete di negoziato, anche perché l’imperatore escluse caparbiamente l’Italia da qualsiasi concessione territoriale, cosa che francesi e inglesi non potevano formalmente accettare.  Eravamo entrati in quella terribile guerra liberamente ma anche richiesti da loro, sin dall’Agosto del ’14; da loro, che si trovavano nel 1915 in notevole difficoltà: non potevano ora concludere con il nostro nemico una pace separata che ci escludesse completamente.  L’atteggiamento austriaco nei nostri confronti veniva giustificato con motivazioni moralistiche e storiche, quali l’aver noi  “tradito” la loro alleanza, l’esser noi per loro il “nemico ereditario”, anzi “ancestrale” cui tutto l’impero era da sempre avverso, senza remissione (ci accusavano di aver tradito un’alleanza per loro stessi falsa perché con “il nemico ereditario”).  Il dato di fondo, a mio giudizio, era il secolare disprezzo asburgico per gli italiani, in generale, considerati una razza inferiore, dal Papa all’umile facchino: un sentire peraltro diffuso in tutta Europa, accomunante aristocrazia e plebi.
“L’Italia era da secoli punto di convergenza dell’Europa, scuola, campo di battaglia, premio al vincitore, santuario, colonia di sfruttamento, terra di piacere e di riposo, demanio collettivo.  Le genti si erano abituate a considerarla soggetta ad una specie di servitù internazionale, in omaggio ai superiori diritti dell’arte o della religione o della politica dei grandi Stati.  Quindi, interesse grande; ma anche contrarietà” (Gioacchino Volpe).  E dell’italiano l’unica immagine era quella negativa del settario e avventuriero, dell’attaccabrighe, dell’imbroglione e donnaiolo.  C’era ammirazione per i grandi segni del passato (presso i più colti) ma il più grande disprezzo per l’italiano del presente, per “la terra dei morti”, come la chiamò il poeta francese Lamartine.  Sempre Volpe ricordava un giudizio dello storico prussiano Heinrich von Treitschke: “Questa nazione di vivo ingegno passava nel mondo per un popolo servile, ricco di spirito e di perfidia, incapace di libertà civile.  Ogni anno, migliaia di forestieri percorrevano la penisola e si formavano un giudizio dalla marmaglia dei mendicanti e facchini e ciceroni che li assediava mercanteggiando…”.  
Che ci fosse stata una notevole decadenza, rispetto alle virtù civiche e militari dei liberi Comuni, delle Repubbliche marinare e alle glorie artistiche e culturali dell’Umanesimo e del Rinascimento, non si poteva comunque negare: decadenza civile, politica e militare, ma anche culturale, nonostante la presenza di grandi figure isolate come Giordano Bruno, Galileo o Gian Battista Vico, e una costante ripresa spirituale (nella cultura) a partire dalla seconda metà del Settecento.  Questa decadenza era stata anche il risultato dell’asservimento secolare (anche economico) alle Grandi Potenze europee, in primis alla Spagna asburgica e successivamente borbonica.  Le “preponderanze straniere”, come le chiamava Cesare Balbo, avevano accentuato i nostri difetti, sul piano civico e morale, favorendo il particolarismo e un'esistenza municipale senza ideali, provinciale, imbelle, dominata dal conformismo, dal servilismo nei confronti dello straniero, priva di nerbo morale mentre le plebi rimanevano nella miseria e nell’ignoranza.  A questo proposito sono sempre istruttive le riflessioni del Leopardi, nel Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani, del 1824: costumi incapaci di dar vita ad una vera etica civile, poiché gli italiani, dietro l’omaggio formale alla religione e alle autorità, vivevano all’insegna di uno sconsolante “ognun per sé, Dio per tutti”.       
Arthur J. May, nella sua celebrata monografia in tre volumi sulla monarchia asburgica dal 1867 al 1918, scrive che, secondo l’ambasciatore tedesco, si notavano “disprezzo e persino odio per l’Italia:  era questo  l’unico punto sul quale l’opinione pubblica fosse quasi unanime in Austria – soltanto una guerra con l’Italia sarebbe veramente popolare nella monarchia asburgica”.  E lo scriveva, l’ambasciatore, non nel 1915 ma nel 1906!  Stupisce comunque, anche a distanza di un secolo, la mancanza di realismo e di intelligenza politica della classe dirigente austro-ungherese, nel momento decisivo.  L’imperatore Carlo era disposto a riconoscere le pretese della Francia alla restituzione dell’Alsazia e della Lorena, cedendo in cambio all’impero tedesco possessi austriaci nell’Europa orientale: sarebbe bastato che riconoscesse le aspirazioni italiane sul Trentino (Tirolo di lingua italiana, per gli Austriaci) con qualche piccola aggiunta o anche senza aggiunta.  Escludendo a priori l’Italia dalle possibili trattative di pace, rendeva a priori impossibili le stesse, pur trovandosi ormai il suo impero in difficoltà interne sempre più gravi.  Il principio plurisecolare che non si dovessero mai cedere territori dell’impero, tanto meno al “nemico ancestrale” italiano, ribadito ossessivamente da Francesco Giuseppe, venne mantenuto rigidamente da Carlo I sino al crollo finale, provocato anche da quella rigidità.  
Lo scoglio della mancata offerta (come semplice base negoziale) di qualsiasi lembo di territorio, anche piccolo, all’Italia, fu poi di nuovo una grossa pietra d’inciampo nelle successive trattative segrete con inglesi e americani, durate sino alla primavera del 1918.  Tutto ciò è stato ben documentato da tempo, in pubblicazioni ufficiali e non, e non è il caso di rifarne la storia qui.  Possiamo tuttavia chiederci:  perché le trattative non riuscirono mai a decollare?  Forse perché  Wilson voleva distruggere la Duplice Monarchia? Nient’affatto. Nonostante la mistica democratica che lo affliggeva e un’astrattezza di fondo, derivantegli dalla sua formazione culturale, Wilson era ben capace di valutazioni realistiche. Tutto il suo atteggiamento, sino appunto al fallimento delle trattative segrete, dimostra inequivocabilmente  che egli voleva salvare la Duplice Monarchia. Lo stesso deve dirsi del primo ministro britannico, il gallese Lloyd George, personalità del tutto opposta a quella di Wilson; un disincantato e pragmatico Realpolitiker, che ad un certo punto, nel dicembre del 1917, poco dopo Caporetto,  inviò in Isvizzera a trattare con l’ex ambasciatore austriaco a Londra il generale sudafricano Jan Smuts, membro del potente War Cabinet di Londra, uno degli esponenti politici più prestigiosi dell’Impero. Smuts cercò di far capire agli austriaci che l’Intesa non poteva non appoggiare certe richieste territoriali romene, serbe, italiane.  Incitò pertanto a formulare il piano per una trasformazione federale dell’Impero e ad indicare, tra l’altro, quali specifiche concessioni Carlo volesse fare all’Italia. Insistette perché Carlo si impegnasse a cedere all’Italia almeno il Trentino, oltre, ovviamente, allo sgombero del Veneto occupato (Valiani).  In sostanza, si sarebbe trattato per noi di esser ristabiliti sulla frontiera del ’14, migliorata dall’inclusione del Trentino (credo che, dopo la batosta di Caporetto, per noi sarebbe bastato e avanzato, avremmo dovuto persino ringraziare).  Ma gli austriaci risposero picche.  Ugualmente, nel marzo del 1918, replicando ad un messaggio di Carlo fattogli pervenire via Spagna, Wilson chiedeva proposte austriache concrete per “il soddisfacimento delle aspirazioni nazionali slave” e proposte concrete “delle concessioni del tutto precise all’Italia” che la Duplice Monarchia sarebbe stata disposta a fare (Valiani). Per discutere seriamente di pace, separata o non, occorrevano proposte concrete dalle quali partire, per poter poi negoziare.  E non potevano escludere nessun alleato minore delle Grandi Potenze.
 Ma ancora una volta, Carlo ribadì che all’Italia non era intenzionato a far alcuna concessione di territorio dell’impero. In tal modo, ogni trattativa si arenò (Valiani).   Non si può dire che l’imperatore facesse delle proposte che poi gli italiani, superbi e infidi, rifiutassero persino di discutere.  L’imperatore Carlo non ci vedeva proprio, come si suol dire, scartava a priori l’Italia dal negoziato, come se non esistesse: un atteggiamento tipicamente asburgico nei nostri confronti – non ci hanno mai riconosciuto il diritto di essere un popolo e uno Stato – ma addirittura demenziale in quel particolare momento, considerando in quali pessime acque stesse navigando il suo impero e quanto fosse vitale giungere ad una dignitosa pace di compromesso, per la quale comunque aveva buone carte in mano, ancora all’inizio del 1918, prima della sconsiderata offensiva finale tedesca in Francia.

3.3  L’errore decisivo di Carlo d’Asburgo:  puntare alla vittoria sul campo, nell’estate del 1918.
Il fatto è che, dopo la vittoria di Caporetto e la conquista del Friuli e di parte del Veneto, l’atteggiamento austriaco e ungherese si era irrigidito.  Peggio ancora, si lasciò affascinare, la dirigenza austro-ungarica, dal funesto miraggio dello Stato Maggiore tedesco, quello di vincere la guerra anche in Occidente, prima che la presenza americana crescesse oltre ogni limite.  Alla fine del 1917 c’erano solamente 4 divisioni statunitensi in Francia, equivalenti a 8 europee (una divisione americana a pieno organico equivaleva al doppio di una europea ed era potentemente armata, poteva pertanto arrivare a circa 25.000 uomini, una forza notevole anche se ancora inesperta).  Nel marzo del ’18 erano 6, delle quali 3 in linea, nel maggio 13, 27 in luglio.  Nel luglio del 1919 avrebbero dovuto essere 100, una forza gigantesca, da sola superiore all’intero esercito tedesco (Bandini).  Invece di pensare a vincere anche ad Ovest con apocalittiche battaglie di annientamento, per le quali non avevano mezzi sufficienti,  gli Imperi Centrali, dominatori dei Balcani (esclusa parte dell’ Albania, occupata da noi, e la Grecia), signori dell’Europa dell’Est dai Paesi Baltici sino alla Crimea dopo il crollo della Russia, date anche le condizioni sempre più penose delle loro lacere e affamate, esauste ed incupite popolazioni, non avrebbero dovuto darsi attivamente da fare per una seria e generosa pace di compromesso sulla base dei 14 punti di Wilson?  Non era forse in questa direzione che si stava muovendo anche la diplomazia vaticana, premendo anch’essa invano sugli austriaci perché, tra l’altro, si impegnassero a fare qualche concessione all’Italia, anche piccola?  In realtà nessuno dei  capi civili e militari degli Imperi Centrali dimostrò di essere uno statista all’altezza della difficile situazione.
L’imperatore Carlo, cattolico fervente, persona integerrima e animata da un forte senso del dovere e dello Stato, era tuttavia ancor giovane ed inesperto, come uomo di governo. Gli mancò sia la forza di imporsi ai tedeschi e agli ungheresi, per ciò che riguardava la pur giusta e vitale esigenza della pace, sia la lucidità del vero statista, capace cioè di vincere le sue personali e asburgiche avversioni in nome della Ragion di Stato, che qui avrebbe coinciso con l’interesse supremo del suo Stato multinazionale, che si doveva trarre urgentemente da quella sciagurata guerra, prima che fosse troppo tardi; cosa che evidentemente richiedeva alcune concessioni territoriali, dolorose e tuttavia sopportabili.  Così il conte Ottokar Czernin, il boemo ministro degli esteri austro-ungarico, poco dopo l’inizio tanto folgorante quanto illusorio delle grandi offensive finali tedesche in Francia, a fine marzo del ’18  fece un discorso di sfida al ReichsRat, il parlamento austriaco, facendo capire che l’impero puntava sulla vittoria finale tedesca.  Il governo italiano rispose organizzando dall’8 al 10 aprile successivo il Congresso di Roma delle nazionalità soggette all’Austria-Ungheria, le cui conclusioni furono in pratica per la dissoluzione della Duplice Monarchia, in caso di vittoria dell’Intesa. 
Errore decisivo, imperdonabile, fu quello dell’imperatore Carlo, nel decidere di rispondere positivamente alle sollecitazioni tedesche, che lo esortavano imperiosamente a partecipare alla grande battaglia per la vittoria finale.  Si ebbe quindi dal 15 al 24 giugno sul nostro fronte l’ultima offensiva degli Asburgo, con tutte le forze rese libere dal crollo del fronte orientale: la Seconda battaglia del Piave o del Solstizio, come la chiamò D’Annunzio,  un poderoso attacco su tutta la linea, per travolgerci. Le affamate e lacere fanterie austro-ungariche speravano in una seconda Caporetto per potersi rimpinzare nelle doviziose retrovie del Regio Esercito, rifornite di ogni ben di Dio anche grazie agli aiuti dei suoi alleati, dominatori dei mari e delle fonti di petrolio. L’ultima offensiva della vecchia Austria, come è stata chiamata, si risolse in uno scacco cocente, nonostante un inizio promettente sul Piave. Il fronte italiano tenne egregiamente e l’Imperiale e Regio Esercito dovette ripassare il fiume: da quel momento, avendo bruciato le ultime risorse, perse ogni capacità di iniziativa.  Nell’autorizzare l’avventata offensiva, contro il parere dei suoi generali più esperti, condotta sottovalutando il nemico e per di più senza una direttrice principale d’attacco ben delineata, Carlo si dimostrò inesperto e incapace di ben valutare la situazione, come comandante in capo (Fiala).  Fors’anche vanesio, se è vera la storia dei timbri e delle targhe ricordo fatti preparare per l’occupazione, data per scontata, di Venezia e Milano e la preparazione della cerimonia per assegnare il bastone di Maresciallo all’imperatore, in Vicenza non appena la si fosse conquistata (Cervone; Primicerj).
La sorprendente beatificazione di questo imperatore ha prodotto in Italia una pubblicistica apologetica che ha fabbricato il santino del Beato Carlo, uomo di pace piangente per le perdite sul campo di battaglia, mirante solo a finire al più presto la guerra con una giusta pace per tutti, un’anima pia imbevuta di sentimenti umanitari, frustrata nei suoi alti propositi e preghiere dalla perfidia e dalla cattiveria dei nemici…È quasi superfluo rilevare che una simile pappa del cuore non ha nulla a che vedere con l’autentico Carlo d’Asburgo.  Comandante di battaglione sul fronte orientale e poi di un corpo d’armata contro di noi nel 1916 nella Battaglia degli Altipiani (la c.d Strafexpedition, la fallita offensiva strategica di Conrad, vedi infra), per le sue qualità di comandante capace e coraggioso benvoluto dai soldati, tra i quali militò anche il padre di Giovanni Paolo II, mise in atto i ricordati tentativi di pace ma non esitò mai ad impiegare con la massima determinazione tutti i mezzi in possesso del suo esercito, dalle mazze ferrate e dalle corte accette delle sue fanterie all’uso massiccio dei gas, per vincere le battaglie sul campo, in particolare contro di noi, il detestato “nemico ancestrale”.  Come dicono i francesi, “la guerra è la guerra”.  Era il capo di un esercito e uno Stato impegnati in una lotta mortale, non delle Dame di San Vincenzo o delle Figlie di Maria.   
Dopo il fallimento dell’offensiva del giugno del ‘18, Carlo cambiò atteggiamento e cominciò a chiedere pressantemente la pace sulla base dei 14 punti di Wilson, mentre in Francia iniziava da agosto l’inesorabile riflusso dei tedeschi, incalzati dalle controffensive alleate:  la richiesta divenne drammatica, dopo che alla fine di settembre improvvisamente l’alleata Bulgaria  capitolò senza condizioni, aprendo la strada dell’indifesa Sofia, di Belgrado, di Budapest agli eserciti dell’Intesa, avanzanti dai Balcani meridionali: non c’erano più riserve per tappare la falla.  Ma a quel punto, sentendosi la vittoria in pugno,  gli Angloamericani cominciarono a far orecchie da mercante.  Dopo il fallimento delle trattative segrete e la svolta bellicista della dirigenza austriaca, la propaganda alleata, diretta dallo spregiudicato Lord Northcliffe, proprietario della stampa inglese più importante, aveva iniziato a martellare lo slogan Austriam  delendam (vedi supra).  La dissoluzione dell’Impero era  ormai inarrestabile, era cominciata spontaneamente dal 16  di ottobre 1918, di fronte al profilarsi della sconfitta, dopo la capitolazione della Bulgaria, quando Carlo si era visto costretto ad esortare i suoi popoli a darsi un ordinamento di tipo federale (ma ormai era troppo tardi), cosa che aveva spinto gli ungheresi a dichiarare unilateralmente decaduto il Compromesso costituzionale del 1867. La costituzione  della Duplice Monarchia non c’era più: stavano nascendo lo Stato cecoslovacco, il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, uno Stato ungherese indipendente mentre i risuscitati romeni avanzavano verso Budapest; la Polonia austriaca stava confluendo nel nuovo Stato polacco.  Il 25 ottobre, un giorno dopo l’inizio della nostra offensiva finale, i deputati italiani al Parlamento di Vienna, costituitisi il giorno prima in Fascio nazionale italiano, con Alcide De Gasperi come segretario, dichiararono “che tutti i territori italiani, finora soggetti alla Monarchia austro-ungarica […] si debbono ormai ritenere come appartenenti allo Stato italiano”(Craveri). I trentini molto avevano sofferto durante la guerra. Rovereto, retrovia del fronte, fu brutalmente saccheggiata dalle stesse truppe imperiali, nell’ultimo anno di guerra, quasi fosse territorio nemico.  Quarantamila i richiamati, inviati sul fronte orientale; decine di migliaia gli internati e deportati in Austria ed oltre; molte famiglie vennero divise, furono imposte restrizioni di ogni tipo. Trentacinquemila trentini riuscirono a fuggire nel Regno d’Italia.  Ci fu una forte ripresa del pangermanesimo tirolese dopo Caporetto (“un solo Sud Tirolo [tedesco] dal Brennero alle Chiuse di Verona”)(Craveri).  Wilson, agendo anche al di là e contro lo spirito dei suoi stessi 14 punti, smentendo disinvoltamente il principio da lui tanto vantato della “pace senza vincitori né vinti”, pretendeva ora abdicazioni e rese incondizionate, imponeva la pace di Brenno.  Dichiarò superato il punto n. 10, appoggiando in pieno l’indipendenza cecoslovacca e la formazione di uno Stato jugoslavo. 
Dal punto di vista militare, tedeschi e austriaci stavano tentando di ritirarsi a difesa dei rispettivi confini nazionali anche se senza un piano organico comune.  Lo Stato imperiale stava scomparendo ma l’esercito imperiale e regio, nonostante le diminuite scorte, le  diserzioni e gli ammutinamenti nelle retrovie, teneva ancora in prima linea. Gli austriaci pensavano inizialmente di potersi ritirare con calma dal Veneto e dal Friuli, a sezioni, in un tempo che poteva durare anche mesi! (Cervone)  L’esercito tedesco, pur non avendo più riserve e scarseggiando di viveri e munizioni, teneva ancora bene la linea, anche se non più continua, soprattutto grazie alla qualità straordinaria dei suoi ufficiali.  Cercava di ripiegare per gradi sul Reno, l’armistizio lo sorprese ancora in Francia, quasi sui confini del ’14; fatto che avrebbe poi consentito di fabbricare l’infame leggenda di un esercito tedesco ancora vittorioso “pugnalato alle spalle” dai politici, ovviamente “traditori”, che avevano firmato l’armistizio (il deputato cattolico Matthias Erzberger, che aveva firmato l’armistizio fu poco dopo assassinato da due tedeschi di estrema destra).  L’intenzione di entrambi era quella di resistere ancora per qualche tempo, di arrivare all’inverno, nella speranza di strappare condizioni di pace meno dure:  gli Alleati, ad eccezione degli americani, erano anch’essi stremati.  Ma la pur tardiva offensiva italiana (24 ottobre - 4 novembre, Terza Battaglia del Piave o di Vittorio Veneto), durante la quale, dopo cinque giorni di aspri combattimenti, il Regio Esercito italiano e i suoi alleati sfondarono (il 28 ottobre) il fronte dell’indebolito Imperiale e Regio sul Piave, mandò all’aria questi disperati piani dell’ultima ora.  
L’Austria-Ungheria si vide costretta (dalla mattina del 29 ottobre) a chiedere urgentemente un armistizio.  Dopo convulse trattative, fu concesso solo in cambio dello sgombero immediato del Veneto e di una resa incondizionata, cose che dovevano esser  fisicamente trattate con gli italiani (e non con gli americani, come avrebbe voluto Carlo).  Il crollo militare asburgico apriva l’indifesa e ormai indifendibile Germania meridionale all’invasione da parte delle forze dell’Intesa.  I tedeschi, in irreversibile ritirata ma non ancora battuti, furono quindi costretti ad accettare rapidamente le condizioni dell’armistizio già chiesto da loro il 3 ottobre, in un momento di panico poi rientrato, quando Ludendorff, capo di Stato Maggiore, l’impressione errata che il loro fronte stesse per cedere di colpo.  Queste condizioni contemplavano un’umiliante capitolazione incondizionata, firmata, come si è detto, l’11 novembre, otto giorni dopo quella austriaca.  Tra il 29 e il 30 ottobre cominciarono ad ammutinarsi i marinai della flotta tedesca, a Kiel, rifiutandosi di obbedire all’ordine di uscire in mare per attaccare il traffico inglese lungo le coste olandesi e belghe.  Chiedevano la pace non la rivoluzione. Il 4 novembre gli ammutinati si impadronirono di Kiel ed elessero Consigli di soldati, alla maniera bolscevica. Il moto diventò nazionale dal 9 novembre (Rosenberg). Anche nella Duplice Monarchia vi erano in quei primi giorni di novembre moti di piazza e conati rivoluzionari.  Il bolscevismo di colpo sembrava dilagare.  La Battaglia di Vittorio Veneto non decise l’esito della guerra, ormai segnato a favore dell’Intesa; contribuì però ad accelerarne la fine e in senso del tutto favorevole alla stessa Intesa, che ebbe un’arma in più per costringere i tedeschi ad accettare rapidamente la resa incondizionata, senza discutere.
“Un effetto importante di questa prolungata discussione [nel War Cabinet imperiale britannico] fu che le condizioni da proporre alla Germania furono definitivamente stabilite solo dopo la capitolazione dell’Austria, cosa che, come aveva previsto astutamente Lloyd George, consentiva agli alleati di “imporre alla Germania termini più duri” con minori probabilità di rifiuto.  I tedeschi furono indotti ad accettare frettolosamente questi termini non tanto dalla situazione esistente sul fronte occidentale quanto piuttosto dal crollo del “fronte interno”, cui si aggiungeva il pericolo di un nuovo colpo alle spalle attraverso l’Austria”(Basil H. Liddell Hart).  Il precedente “colpo” era stato il collasso della Bulgaria. Il collasso militare austriaco in Italia non lo provocò ma contribuì al “crollo del fronte interno” in Germania:  esso dimostrava all’improvviso a tutti i tedeschi che la guerra era irrimediabilmente perduta.   
Sì, “tutto crollò, il centro non resse più, sul mondo si scatenò l’anarchia”.  Ma in questo tragico “crollo” finale di  u n  mondo, quanta parte vi ebbero anche gli errori di valutazione e le vedute ristrette, i pregiudizi e la superbia dei militari tedeschi e dei governanti e militari austro-ungarici, incluso l’imperatore Carlo?  Forse la storiografia e la saggistica di impostazione cattolica “tradizionalista” e tutti gli adepti del “mito asburgico” dovrebbero porsi  quest’interrogativo, a un secolo di distanza.  E magari chiedersi quanto effettivamente cattolico fosse rimasto il supposto centro dell’Europa costituito dalla Monarchia Danubiana, pur continuando ad essere uno Stato cattolico.

4.  Nell’impero austro-ungarico il “riflesso della Christianitas medievale” appariva ormai opaco, messo in crisi dalla rinascita del giuseppismo  e dal diffondersi dello spirito del Secolo:

4.1 Il rilassarsi della morale
L’immagine di una monarchia danubiana integralmente cattolica sino alla fine, centro e baluardo immarcescibile della fede e della morale cattolica nel mare magnum della cultura e pseudocultura materialistica e anticristiana, di tipo positivistico e scientifico da un lato, irrazionalistico dall’altro, che si era diffusa sin dalla seconda metà dell’Ottocento, andrebbe a mio giudizio anch’essa rivista.  In questo senso:  è vero che si era conservata  la “Christianitas medievale” ma piuttosto diluita, per così dire, nell’inarrestabile processo di secolarizzazione, ben all’opera anche nello Stato asburgico e non contrastato nel dovuto modo dall’istituzione imperiale.  Sotto il lunghissimo regno di Francesco Giuseppe il giuseppismo non era stato solo un ricordo del passato, c’era stata una sua riesumazione.  Né si può dire che la morale  della classe dirigente si fosse mantenuta al livello richiesto dalla vera pratica cattolica. 
Francesco Giuseppe ebbe un matrimonio infelice e la moglie, l’imperatrice Elisabetta, irrequieta ed eccentrica principessa bavarese (da lui sposata quando aveva solo 16 anni) insofferente della pesante etichetta di corte, si distaccò di fatto da lui, dopo la fosca tragedia del suicidio del loro unico figlio maschio (gennaio 1889), iniziando una vita di viaggi continui e solitari, che, nel settembre del 1898, sarebbe finita di colpo a Ginevra ad opera dello stiletto di un esaltato e criminale anarchico, l’italiano Luigi Lucheni.  L’imperatore emendò in qualche modo la sua solitudine mantenendo una lunga e stabile relazione con una famosa attrice austriaca dell’epoca, separata dal marito.  All’imperatrice Elisabetta la vox populi attribuiva una grande simpatia (rimasta forse platonica) per l’affascinante conte Gyula Andrássi, ministro degli esteri. Sono umane debolezze, dovute anche a circostanze avverse, sarebbe ingeneroso assumere atteggiamenti moralistici.
 Non si può tuttavia sottacere la torbida atmosfera nella quale maturò la tristemente famosa tragedia di Mayerling, allorché il depravato ed esaltato giovane erede al trono, abituale frequentatore delle più raffinate prostitute viennesi, il trentenne e (infelicemente) maritato Rodolfo d’Asburgo, si uccise subito dopo aver sparato alla sua ultima amante,  la diciassettenne baronessa Maria Vetsera, che, a quanto sembra, avrebbe accettato di morire con lui.  Né lo scandalo del capo del controspionaggio austriaco, il colonnello Redl, omosessuale, indotto dai superiori a suicidarsi (nel maggio del 1913) perché ricattato per anni dai russi, che l’avevano costretto a spiare per loro, con il pagargli i debiti del suo dispendiosissimo regime di vita.   Carlo I, esemplare marito e padre, è stato uno dei pochissimi regnanti asburgici senza amanti o scappatelle checchesia, così come sembra che il solo san Luigi IX, Luigi XIII e Luigi XVI, il "re martire", siano stati i soli Re di Francia capaci di mantenere il talamo incontaminato.  La prima favorita ufficialmente in carica di un Re di Francia si chiamava Agnese Sorel, morta nel 1450 poco dopo il quarto parto. Diede quattro figlie a Carlo VII, tutte riconosciute dal monarca.   Così i re cattolici, cristianissimi e apostolici, istituzionalmente difensori della morale cristiana e del matrimonio cattolico,  svilivano di fatto l’una e l’altro, dando (in troppi di loro) il cattivo esempio con le loro non esemplari vite private.  La colpa era anche della politica dinastica, che spesso imponeva a prìncipi e principesse che non si erano mai conosciuti prima di sposarsi in nome  della ragion di Stato, visto che la moglie portava in genere in dote territori e popoli  o preziose alleanze, anche se a volte proprio da queste “doti” scaturivano guerre tremende, come quella detta dei Cento Anni tra inglesi e francesi.  O imponeva matrimoni troppo legati ad una concezione angusta dei quarti di nobiltà necessari per la successione al trono.  
 Queste unioni furono raramente felici.  Lo furono, per esempio, nel caso del citato Carlo I con sua moglie Zita di Borbone-Parma; di Maria Teresa d’Austria con Francesco Stefano di Lorena; della coppia granducale assassinata a Sarajevo. Nell’aristocrazia asburgica del tempo sembra che le infedeltà matrimoniali e la licenziosità fossero abbastanza diffuse (il padre di Carlo I, ad esempio, l’arciduca Ottone Francesco, era un libertino notorio; dopo una vita di scandali, morì a soli 41 anni, lontano dalla famiglia, devastato dalla sifilide).  Ma anche tra i contadini, in certe regioni dell’impero, e nella stessa Vienna, i figli illegittimi erano relativamene frequenti, ci ricorda Arthur J. May (dal censimento imperiale del 1910, meno del 10 % dei nati, in Dalmazia; più del 37% in Carinzia).  Anzi, l’Austria, da statistiche ufficiali del 1909 risultava avere il tasso di illegittimi più alto d’Europa, il 14-15% delle nascite tra il 1896 e il 1900 (Tannenbaum). Mentre non si può dire che la borghesia in ascesa fosse immune da un certo lassismo: la madre del  citato grande scrittore austriaco Robert Musil, impose al debole marito la presenza ufficiale del suo amante, immortalato il ménage à trois in una foto includente il giovane Robert, nella quale il “decoro borghese” non riesce a nascondere il carattere stralunato e falso della situazione (Cases).  
L’aristocrazia austro-ungarica perì in gran numero sui campi di battaglia della Prima Guerra Mondiale, i nobili fecero coraggiosamente il loro dovere sino in fondo, non mancarono di certo nel patriottismo e nel senso dell’onore, nello spirito di sacrificio.  Ma nei decenni precedenti la guerra quella fondamentale classe appariva in decadenza, troppo presa anch’essa, salvo le inevitabili eccezioni, dalla tendenza dell’epoca alla “gioia di vivere”, al materialismo, al carpe diem, alle mode di una pseudocultura ammantata di “spiritualità” ovvero pervasa di spiritismo, teosofia, occultismo et similia.  Non si sottraeva, quella classe, al clima decadente  della Belle Époque, così ben rappresentato, per la Francia, in certe pagine della proustiana Recherche, per ciò che riguarda il suo aspetto più raffinato.  E per la stessa Austria, per l’appunto da L’uomo senza qualità di Musil, il cui primo volume uscì nel 1931, dopo lunga gestazione.  L’aristocrazia, salvo qualche eccezione, era anche ignorante, nel senso che si limitava ad una cultura minima, superficiale, senza nulla sapere degli orientamenti di pensiero dominanti, preferendo di gran lunga i balli e la caccia, lo sport (May).  La grande scrittrice cattolica austro-morava, baronessa Marie von Ebner-Eschenbach (1830-1916), nei suoi racconti e romanzi, pur non trascurando di rappresentare nei suoi personaggi i nobili ancora praticanti le antiche virtù nei confronti di inferiori e contadini, metteva in rilievo la vacuità, l’aridità, la mollezza della vita della maggior parte dell’aristocrazia, di contro alla condizione dura e a volte miserabile dei contadini, incitando invano i nobili a mutare il proprio modo di vivere per dedicarsi invece “a riforme per il progresso e la rinascita della monarchia”(May; Magris).
Il tumultuoso sviluppo industriale e commerciale, demografico e sociale nell’impero,  a partire dal Compromesso (Ausgleich), positivo per i miglioramenti di vita e l’ampliarsi della cultura ma negativo per la mentalità materialistica e utilitaristica che faceva sorgere, sembrava livellare tutto, distruggendo tradizioni e valori secolari, anche estetici e paesaggistici, demolendo antichi rapporti di classe e nello stesso tempo instaurandone di nuovi, più fluidi; provocando l’accumularsi di forze materiali e spirituali soverchianti, che sarebbero poi deflagrate nella guerra mondiale.  Di questa situazione risentì in particolare la religione cattolica.
In tutta la società europea era abbastanza diffuso l’indifferentismo nei riguardi della religione, e persino l’ostilità vera e propria, diffusa anche tra le masse dal socialismo e dal marxismo avanzanti grazie allo sviluppo di un vasto proletariato urbano, provocato dalla rivoluzione industriale.  Anche esponenti prestigiosi della cultura accademica più elevata, imbevuti com’erano di positivistico disdegno per la religione, liquidavano il cristianesimo quale espressione di una mentalità pre-scientifica, animistica, come dicevano.  Da quella mentalità scaturì poi il noto opuscolo dell’ateo e miscredente Sigmund Freud  intitolato L’avvenire di un’illusione, dove “l’illusione” sarebbe stata la religione, interpretata in termini di nevrosi da sottoporre a terapia!
L’Austria-Ungheria non si sottraeva al clima generale, nonostante la partecipazione dell’imperatore e della nobiltà ai riti religiosi quotidiani, imposti anche nelle scuole militari, e alle imponenti festività religiose tradizionali, con recite pubbliche del Rosario da parte del monarca, in ginocchio come gli altri.  E difatti arrivò la Grande Guerra, che fu un castigo tremendo per tutti, vincitori e vinti; anche se per noi italiani, non dobbiamo mai dimenticarlo, fu, con l’eroico sacrificio di un’intera generazione, il prezzo di sangue che dovemmo pagare, per riscattarci da quasi quattro secoli di servitù e umiliazioni di ogni tipo e ricostituirci finalmente come popolo libero e sovrano nei suoi confini naturali.

4.2 Il Sacro Romano Impero tra ideale e realtà.
Bisognerebbe poi precisare, a mio modesto avviso, cosa si intende effettivamente  con “Christianitas medievale”, al di là dell’idea di una religiosità mantenutasi nell’Austria-Ungheria in modo (formalmente) simile a quella praticata nel Medio Evo, epoca cristiana per eccellenza. La nozione risulterebbe discutibile se identificata, come suo  simbolo, con l’istituzione del Sacro Romano Impero, che in realtà di quella Christianitas fu solo una componente, per di più contestata da monarchie nazionali, liberi comuni, papato.  Anzi, le lotte feroci tra comuni italiani e impero e tra papato e impero per questioni temporali che poi tracimarono nel dogma, con l’ereticale proclamazione della superiorità dell’imperatore sul Papa, provocata, questa deriva, anche dalla crisi della Scolastica scaduta nel nominalismo e nel volontarismo; tali lotte indebolirono notevolmente la medievale Christianitas, mettendola in crisi prima ancora dell’avvento dell’Umanesimo.
Il Sacro Romano Impero, che l’irriverente Voltaire definiva non a torto “nè romano, nè impero”, non coincise mai con la totalità dei popoli europei occidentali.  La sua “romanità” era un’astrazione, se da riferirsi al “popolo romano”, scomparso da secoli, assieme al suo impero, rimasto in piedi nella sua parte orientale, ma come Stato greco, bizantino e non più romano. Il “rinnovato” o meglio reinventato impero, dalla fine del X secolo fu uno Stato tedesco con l’Italia come sua appendice. Si aggiunsero secoli più tardi, sotto la dinastia asburgica, le “appendici” vallone, slave e ungheresi.  Si trovò  a dover sempre lottare contro altri Stati europei (p.e. contro la monarchia francese) e al proprio interno (all’epoca degli imperatori tedeschi) contro la nobiltà, i comuni, le città libere: una frammentazione politica che non si riuscì mai a ridurre, in Germania e in Italia.  Esiziale fu il conflitto con il papato, che comunque non ne uscì affatto indenne, sul piano del prestigio.  Dopo la fase iniziale, delle conquiste consolidatesi nella unitaria civiltà carolingia, che durò in buona salute solo per qualche decennio, poco dopo  la morte di Carlo Magno (814) l’impero fu travagliato da crisi gravissime, devastato per circa un secolo dalle guerre civili e dalle nuove invasioni barbariche (Vikinghi, Ungari, Saraceni); sprofondò in un caos sanguinoso che coinvolse anche lo Stato della Chiesa e dal quale risorse non come effettivo, restaurato impero (a parte il nome) bensì come Stato tedesco in formazione, uno Stato accanto agli altri, p.e. alla monarchia francese, nascente a sua volta dalle ceneri dell’impero carolingio, grazie ai Capetingi. 
Ma lo Stato tedesco restò sempre diviso, sino al 1871, anche se non occupato dagli stranieri.  Ciò dipese in larga misura dal fatto che il peso dell’impero “romano” lo obbligò a sprecare grandi energie nello sforzo di tenere l’Italia, troppo spesso ribelle, ragion per cui l’autorità imperiale nella stessa Germania era debole, vittima di infiniti compromessi con il particolarismo interno. E le lotte medievali per l’indipendenza comunale e pontificia concorsero a mantenere divisa anche l’Italia, a farvi trionfare l’endemico e settario particolarismo, iniziatosi dopo la nefasta Guerra Gotica (535-554) che riconquistò per breve tempo l’Italia all’impero romano d’Oriente, ma devastandola completamente.  Dall’appartenere all’impero, l’Italia ebbe qualche vantaggio, per esempio quando l’imperatore scendeva con il suo esercito a combattere contro i Saraceni, a difendersi dai quali tuttavia dovevano provvedere in genere i potentati italiani. E vantaggio ne ebbe il Papa, quando invocava l’aiuto imperiale contro gli eretici o contro le fazioni romane che lo attaccavano o i rivoluzionari isolati come Arnaldo da Brescia o Cola di Rienzo. Ma non esitavano i Papi a chiamare il popolo e le fazioni alla rivolta contro l’imperatore, quando era lui ad angariarli, il che non accadde poche volte.  Maggiori furono gli svantaggi, dipendenti in primo luogo dal fatto che le nostre organizzazioni politico-territoriali dovevano aver sempre il beneplacito imperiale per esser considerate legittime ossia l’approvazione di un sovrano nei fatti straniero, che procedè anche, come potè, all’intedescamento delle nostre zone alpine. Quando il Sacro Romano Impero fu formalmente abolito da Napoleone, scrisse Luigi Salvatorelli, “l’Italia fu liberata da una delle più gravi schiavitù reali e ideali gravante da secoli su di lei, e da cui i vecchi Stati italiani non erano per sé riusciti a liberarla mai”.      
Rappresentava certamente, l’idea dell’impero, un elevato ideale di governo universale cristiano, in accordo con il Papato.  L’ideale di un governo che difendeva i sudditi da tutti i pericoli, puniva i malvagi, premiava i meritevoli, insomma attuava la giustizia in tutte le sue forme, mettendo sotto controllo la molteplicità degli interessi e delle fazioni, delle passioni, nell’esercizio di un potere uno e unitario perché fondato sulla vera religione e sui valori di un’aristocrazia cosciente della sua missione. Difendendo l'unica e vera religione, distinto ma non separato dalla Chiesa, l'impero contribuiva indirettamente  cioè con il buon governo della sfera temporale anche alla salvezza dell'anima dei suoi sudditi.   Ma, al dunque, questo alto e nobile ideale ebbe sempre un’attuazione difficile, stentata, contestata e limitata da ogni lato, sia per ragioni interne che esterne.  Quando l’ufficio imperiale divenne elettivo, aperto a tutti i maneggi dei prìncipi, la sua autorità si indebolì ulteriormente.   I momenti di unione, di slancio concorde dei componenti la politicamente e socialmente frammentata Christianitas medievale, furono del resto rari, nonostante l’unità di fede e di costumi, garantita dal Magistero della Chiesa.    
Con la Pace di Westfalia del 1648, sigillante la Guerra dei Trent’anni, iniziata per questioni religiose ma risoltasi con il prevalere del nuovo soggetto politico, gli Stati nazionali sovrani,  tutti monarchie tranne le repubbliche olandese, svizzera, veneta, l’impero era in sostanza definitivamente tramontato come realizzazione politica e spirituale di una Christianitas unitaria; ben prima, dunque, che Napoleone ne imponesse la soppressione formale nel 1806.  Infatti, quella pace aveva riconosciuto anche ai calvinisti la libertà di culto già concessa con la cinquecentesca Pace di Augusta ai luterani (1555) e, tra le inutili proteste del Pontefice Innocenzo X, aveva regolato la disposizione di numerosi beni ecclesiastici in modo minuzioso, attribuendone molti in feudo a prìncipi protestanti. Inoltre, aveva limitato il potere degli Asburgo, titolari dell’impero, dando vita ad una elastica Confederazione Germanica e conferendo maggior libertà e potenza a Stati tedeschi come la Baviera e la Prussia. È da notare che la Bolla di protesta di Innocenzo X, del 26 novembre 1648, non fu nemmeno pubblicata a Vienna, ormai succube del nuovo spirito (Bettanini). 
 Lo Stato che si fondava sul suo proprio sovrano potere fu la risposta laica alle guerre di religione che avevano devastato l’Europa per più di un secolo, creando una situazione di guerra civile semipermanente, rivelatasi impossibile a risolversi sul piano religioso, cioè con il riassorbimento dello scisma dei protestanti eretici.  Il potere sovrano si scindeva dalla vera religione:  si affermava, infatti, il principio della libertà di culto ma in modo che in ogni Stato si imponesse la religione del detentore del potere, cattolico o protestante (cuius regio, eius religio: la religione sia di colui cui appartiene il territorio).
L’impero austriaco, deciso nel 1804, si poneva in evidente successione ideale con il Sacro Romano Impero.  Ma si trattava semplicemente di uno Stato cattolico che riaffermava la continuità con le sue istituzioni, con se stesso, con la sua tradizione, nella nuova forma costituzionale imposta dalle circostanze storiche, esse stesse il risultato di una situazione maturatasi in un lungo arco di tempo.  Sparivano la sacertà e la fittizia romanità. Finiva l’equivoco, restava lo Stato cattolico, la monarchia multinazionale austriaca, danubiana e balcanica, la cui creazione specifica era la Mitteleuropa, che di “romano” non aveva nulla.  Ma cattolico, come?  Esteriormente, con molteplici “riflessi” della Cattolicità medievale, in uno  Stato che istituzionalmente proteggeva e privilegiava la vera religione, fondamento del costume e dell’etica, sia privata che pubblica, nel rispetto dei suoi istituti e della solennità e puntigliosità delle forme di culto e devozionali tramandate; ma con cedimenti anche vistosi alle infiltrazioni liberali, o comunque allo spirito del Secolo, che già si spingeva oltre la “mentalità liberale”; cedimenti evidenti nei rapporti fra Stato e Chiesa, nella vita morale e di famiglia, nel costume. E anche nella cultura, che vedeva il predominio di concezioni del mondo sempre più laiche e sempre meno cattoliche.     

4.3  Le contraddizioni dell’asburgico “cattolicesimo illuminato”, anticuriale, filogiansenista e anticlericale prima della Rivoluzione Francese, filoliberale all’epoca di Francesco Giuseppe.
L’assolutismo illuminato aveva trovato proprio in Austria, in uno dei figli di Maria Teresa, fratello di Maria Antonietta, l’imperatore Giuseppe II di Asburgo-Lorena, uno dei suoi artefici più radicali, deciso a riformare la società in tutti i suoi aspetti secondo i canoni del razionalismo illuminista allora culturalmente prevalente – razionalismo che, del resto, sotto la spinta di necessità concrete sempre più forti, aveva cominciato ad apparire anche nel riformismo teresiano. Molte riforme erano necessarie, a cominciare da quelle riguardanti la riorganizzazione amministrativa dello Stato, la riduzione dei privilegi fiscali della nobiltà e del clero, la pubblica salute, la lotta all’analfabetismo, la possibilità di esprimere le proprie opinioni politiche, le condizioni dei contadini.
 Tuttavia Giuseppe II, poco curandosi della sensibilità e delle tradizioni dei suoi sudditi, diede alle riforme un taglio tendenzialmente astratto e, quel ch’è peggio, accentuatamente anticlericale oltre che imposto dall’alto con maniacale regolamentazione burocratica, con tendenza ad entrare nel merito delle questioni di culto e religiose.  Si lasciò influenzare dalle tesi del Fabronius, al secolo Johan Nikolaus von Honthein, vescovo suffraganeo, poi ritrattatosi in punto di morte, il quale affermava che il Papa dovesse considerarsi solo un primus inter pares e che dovessero crearsi delle chiese nazionali (S. K. Padover).  Giuseppe II fece dei vescovi e del clero degli impiegati dello Stato;  concesse libertà a tutti i culti con un editto di tolleranza; iniziò l’emancipazione civile degli ebrei; attenuò la censura, avocandola allo Stato, e concesse la libertà di stampa; cominciò a sviluppare un’istruzione pubblica obbligatoria, di Stato; eliminò numerosi conventi degli ordini contemplativi e mendicanti, incamerandone le vaste proprietà, il cui ricavato impiegava per il sostentamento del clero e per le riforme civili.
La Massoneria, all’epoca molto diffusa in tutta l’Europa colta sino ad esser diventata una vera e propria moda, fiorì notevolmente sotto di lui, che non risulta esser stato massone, almeno formalmente.  Del resto il padre, marito di Maria Teresa, Francesco Stefano di Lorena, Granduca di Toscana e poi Imperatore, era massone, gran maestro di una delle Logge viennesi (e difatti la scomunica della Setta, fulminata nel 1738 da Clemente XII, non fu pubblicata in Austria [S. K. Padover]).  In Toscana, Francesco Stefano, iniziatosi a Londra, contribuì al fiorire delle Logge, ivi introdotte da residenti inglesi (Aldo A. Mola).  Il figlio Pietro Leopoldo, granduca di Toscana e poi per due anni imperatore nel 1790 alla morte di Giuseppe II suo fratello, fu in Toscana un grande riformatore però anticlericale anzi anticuriale, favorevole al giansenismo e alla formazione di una Chiesa di Stato, insomma promotore di una politica ecclesiastica simile a quella di Giuseppe II. Nel 1786 favorì il famoso Sinodo di Pistoia, nel quale i giansenisti subornarono la gran parte dei parroci ignari partecipanti (delle sue 86 proposizioni, Pio VI ne condannò poi sette come eretiche e le altre come “prossime all’eresia, false, scandalose” [Adam Wandruzska]).  Questi granduchi e imperatori imbevuti dello spirito del Secolo praticavano in realtà, già nel Settecento, un cattolicesimo cosiddetto ragionevole, illuminato, adattato ai tempi, pur attuando sempre scrupolosamente i loro doveri formali di sovrani cattolici, protettori della vera religione.
“Il cattolicesimo illuminato di derivazione lorenese, ispirato a Fénelon e Muratori, non senza numerosi apporti postgiansenisti, e con qualche venatura perfino massonica, non escludeva né in Francesco Stefano né nei figli e neppure nei figli di questi uno stretto e coscienzioso adempimento dei doveri religiosi.  Sappiamo che Francesco Stefano imponeva ai figli la quotidiana preghiera del mattino, l’ascolto quotidiano della Messa, l’esame di coscienza serale, la frequente confessione (caratteristico che tenesse molto più alla confessione, assai meno alla comunione):  tutti princìpi che ritroviamo esposti in una delle memorie trovate tra le sue carte dopo la sua morte.  È anche vero che, pur astraendo dal fatto che la stretta osservanza dei doveri religiosi era considerata obbligo morale di un sovrano cristiano e imperatore del Sacro Romano Impero, tanto per Francesco Stefano quanto più tardi per i figli Giuseppe e Leopoldo, essa era anche premessa indispensabile per poter andare d’accordo con Maria Teresa, di così stretta e così rigorosa osservanza religiosa.  Che la coscienza di una assoluta ortodossia cattolica presso Maria Teresa come presso Giuseppe e Leopoldo si accompagnasse poi a forti interferenze nella vita ecclesiastica, a controversie violente con la Curia di Roma, con aperte prese di posizione a favore di tendenze e personalità gianseniste, può apparire a noi uomini del XX secolo una insolubile contraddizione, ma secondo ogni più attendibile testimonianza dell’epoca, né l’imperatrice né i suoi figli ebbero mai coscienza di una tale contraddizione”(Wandruzska).
Gli ultimi anni di Giuseppe II furono tristi.  Anche per colpa delle numerose riforme oltre che di una difficile guerra con la Turchia, il peso fiscale era diventato greve, intere province si ribellavano, come l’Ungheria e soprattutto i ricchi Paesi Bassi austriaci, l’attuale Belgio, che gli Asburgo si apprestavano a perdere, nel turbine che stava cominciando ad investire l’Europa, con la Rivoluzione Francese.  Giuseppe II morì nel febbraio del 1790, angosciato dalla Rivoluzione dilagante dall’estate precedente, pentito delle sue riforme e dopo aver revocato la libertà di stampa, che del resto aveva provocato anche notevoli effetti negativi, quali l’impressionante diffondersi di una letteratura di bassissima lega, non solo anticlericale ma anche libertina, per non dire pornografica (S. K. Padover).

4.4  L’Italia “appendice austriaca” nell’epoca della Restaurazione
Dopo il turbine rivoluzionario e napoleonico, momentaneamente scomparsa dalla scena la Francia, l’Austria appariva effettivamente la potenza egemone nell’Europa continentale, in particolare in Italia, ridotta la nostra penisola quasi ad una “appendice austriaca” (May). Si salvava solo il Regno di Sardegna: Piemonte, Liguria, Sardegna.  All’inizio del Settecento, venuto meno il lungo dominio spagnolo, l’Austria, dopo varie campagne militari in casa nostra, si era impadronita della Lombardia, tranne la parte sotto la sovranità veneziana. L’aveva persa ad opera  di Napoleone, che ne aveva fatto il nucleo di un piccolo Regno d’Italia sotto tutela francese ma strutturato come Stato indipendente, esteso al nord sino al Brennero ad Est sino all’Isonzo a Sud sino alle Marche, dotato di istituzioni civili e militari moderne, sul modello francese.  La Lombardia l’Austria l’aveva riacquistata nel 1815.  Al Congresso di Vienna, l’impero austriaco dovette rinunciare ai Paesi Bassi meridionali e a qualche possedimento lungo il Reno ma acquistò la Dalmazia, l’Istria occidentale, alcune isole adriatiche, tutti possessi veneziani, la stessa Venezia con il Veneto, la Lombardia. Fu creato il Regno del Lombardo-Veneto, governato da Vienna tramite un Vicerè che risiedeva a Monza.  Rami della dinastia austriaca continuavano a regnare a Parma, Modena (considerata “terza progenitura asburgica”) e nel Granducato di Toscana (“seconda progenitura asburgica”) mentre lo Stato del Papa e il Regno delle Due Sicilie subivano fortemente l’influenza di Vienna; la quale  ottenne a Est anche la Galizia polacca, assorbendo poi la piccola Repubblica di Cracovia.
 In base a quale principio del diritto internazionale l’Austria si annetteva la Repubblica Veneta con tutti i suoi possessi? Uno Stato neutrale e in pratica disarmato, dissolto e occupato da Napoleone, non avrebbe dovuto esser ripristinato nella sua indipendenza e sovranità, se si fosse voluto applicare il diritto?  Ma si disse che i veneziani non avevano combattuto contro il Tiranno, erano stati imbelli, quindi… Ai milanesi e a tutti quegli italiani che cercavano di salvaguardare l’indipendenza del napoleonico Regno d’Italia, in pratica ormai della sola Lombardia, non si disse forse che essi avevano combattuto sino in fondo ma dalla parte sbagliata, appoggiando il Tiranno sino all’ultimo, quindi… Anche la Repubblica di Genova fu assegnata al Piemonte sabaudo, che aveva combattuto sino in fondo contro Napoleone, il quale l’aveva persino incamerato nel suo effimero impero.  Il fatto è che la storia non fa sconti.  Le due antiche e gloriose Repubbliche erano imbelli e decrepite, campavano solo di ricordi.  Ugualmente senescente lo Stato Pontificio, che però non poteva ovviamente esser tolto al Papa.
La Restaurazione aveva ristabilito per l’appunto l’antico ordine, con tutte le sue ipocrisie, a cominciare dall’occultamento della tradizionale, rapace politica di potenza mediante alti princìpi morali, religiosi, giuridici.  Lo aveva ristabilito, quest’ordine, anche e soprattutto nei rapporti con la Chiesa cattolica, sanzionati in Austria dal Concordato del 1855, che restituiva alla Chiesa molte delle prerogative sottrattele da Giuseppe II, anche se l’Imperatore manteneva, tra altri antichi privilegi, il diritto di nominare i vescovi: approvata la nomina imperiale dal Papa, i vescovi dovevano poi giurare fedeltà all’imperatore (Huber-Dopsch). 
La Restaurazione fu per certi aspetti positiva.  I popoli dovevano pur tirare il fiato, dopo i 26 anni di rivoluzioni, guerre, ingenti perdite umane e materiali,  profondi sconvolgimenti spirituali e sociali provocati dalla Rivoluzione Francese e dal Grande Còrso. Ma la quiete durò poco.  Le esigenze nuove, imposte dagli inizi dell’industrializzazione, dall’espandersi planetario del colonialismo europeo,  dall’avanzata della borghesia, dietro la quale già si affacciavano le masse dei proletari sradicati dalle campagne; dall’inquietudine intellettuale di ceti che non si riconoscevano più (e da tempo) nella visione del mondo del cristianesimo,  messa in crisi dal pensiero scientifico e filosofico;  tutto ciò non trovava gli sbocchi necessari. I quali sbocchi, nel campo politico,  si traducevano nella richiesta di costituzioni, anche conservatrici, e di libertà di associazione e di parola, di stampa mentre le élites di popoli sottomessi e divisi cominciavano ad anelare alla libertà.  Così, dopo conati minori nel 1821 e nel 1830-31, si giunse al 1848, quando, dopo alcuni anni di seria crisi economica, tutta l’Europa, ad iniziare dalla Sicilia, andò in fiamme.  L’impero austriaco sembrò sul punto di crollare. Grazie alla disunione dei vari Stati italiani (il Regno delle Due Sicilie, dotato di un discreto esercito e una buona flotta, purtroppo si disimpegnò subito dalla lotta per l’indipendenza mentre il Papa toglieva il suo appoggio politico e morale, consentendo solo la partecipazone di un corpo di volontari), l’occupante austriaco riuscì a ristabilire rapidamente la situazione nel nostro Paese ma fu la Russia dell’autocrate moscovita (chiamato in soccorso da Francesco Giuseppe, appena asceso diciottenne al trono) a salvarlo in Ungheria, dando un contributo decisivo alla repressione della rivoluzione nazionale. La Prussia represse i rivoluzionari tedeschi.  In Austria e Ungheria, si ebbe una vera e propria guerra, civile e convenzionale, molto cruenta (Deák).  

5.  La vera missione storica dell’Austria: difendere l’Europa dalle invasioni provenienti dall’Est e dai Balcani, civilizzare sia l'Est che i Balcani.
Seguì un periodo di crisi, anche economica, il cui punto più basso non fu la sconfitta in Italia nella Guerra del 1859 contro Francia e Regno di Sardegna, dovuta soprattutto alla superiorità francese, coniugata all’inettitudine di alcuni generali austriaci e alle cattive condizioni del loro esercito; fu nel 1866, quando la nascente potenza prussiana spacciò l’esercito austriaco con una rapidità impressionante, in una sola grande battaglia, a Sadowa o Königgrätz, in Boemia, il 3 luglio 1866 (Guerra delle sette settimane).  Magro contentino per gli austriaci la duplice vittoria, terrestre e navale, contro di noi, che avevamo le forze armate e la flotta ancora in fase di rodaggio unitario, poco amalgamate e soprattutto mal dirette da un comando supremo nei fatti incapace di operare.  Nel ‘66  l’Austria perse anche il Veneto, concessoci comunque da Bismarck in ottemperanza ai patti pregressi, acquisto confermato da un plebiscito praticamente unanime dei veneti.  In sette anni l’Austria aveva visto svanire la Lombardia e il Veneto, due province importanti,  soprattutto dal punto di vista agricolo, preziose nell’economia dell’impero, in particolare la Lombardia.  Non solo.  I disprezzati e detestati italiani, soggetti in vario modo agli Asburgo da più di tre secoli, si stavano costituendo come Stato unitario, potenziale minaccia da Sud, per via dell’aspirazione ai confini naturali della Penisola, sino al Brennero e a Trieste, e dei desideri di espansione in Adriatico e nei Balcani.  L’emergente potenza tedesca che si poneva come la prima nel mondo tedesco ed anzi europeo, unita alla perdita delle due province italiane,  costringeva l’Austria a ripiegarsi sulla sua missione originaria, di Marca e poi Stato, “Regno a Oriente” (dal 996 si trova Ostarrichi (Ost-reich ossia Österreich), il cui confine orientale, con l’Ungheria, era il fiume Leith; Huber-Dopsch); Stato a difesa dell’Europa dalle invasioni dall’Est e dai Balcani cioè, in sostanza, dai russi e dai turchi, succedendo nell’opera al monarca tedesco,  che in passato aveva posto fine con la forza  alle devastanti incursioni magiare, sul declinare del X secolo (battaglia di Augusta, 955).  E subentrando al Re d’Ungheria, quando questa nazione fu quasi interamente sottomessa dai turchi dopo la disastrosa battaglia di Mohács, nel 1526.  Difesa, ovviamente, che era e non poteva non essere anche conquista: politica, militare, culturale, religiosa.  Nel rapporto vitale e drammatico tra difesa ed espansione si crea una civiltà, se la conquista si tramuta in effettiva opera di governo.
“Un contributo letterario di notevole interesse, e che si distingue per alcune sue peculiari caratteristiche, giunge dalle estreme terre orientali dell’impero, quelle in cui più si accentuano i contraddittori problemi della monarchia austro-ungarica.  Galizia e Lodomiria, Bucovina e Transilvania, le remote province al confine russo e rumeno che ricordavano le gesta e la colonizzazione tedesca di Maria Teresa, s’inseriscono con un tono particolare nel mosaico absburgico, e nella letteratura paesana e locale.  In queste terre d’oriente, che Franzos chiama “Halb-Asien”, russe per civiltà e stirpe, lo sforzo di creare un patriottismo austriaco, vasto e rispettoso delle caratteristiche locali, è particolarmente intenso.  Anzi, proprio il loro carattere asiatico, lontanissimo dalla cultura tedesca, farà di esse in un certo senso i tipici paesi absburgici, legati cioè alla monarchia danubiana da un ideale etico-culturale, sovranazionale.  Terre che erano un crogiolo di popoli, un punto d’incontro di stirpi […] Era la Zwischen-europa [l’Europa intermedia], che era stata il teatro della secolare missione dell’Austria, colonizzatrice militare ed economica dei paesi posti  fra la Russia e la Germania, vero e proprio cuore della tradizione absburgica la cui vera ragion d’essere era stata la reciproca incapacità tedesca e slava di costituirsi in confini geografici nazionali”(Magris, che sviluppa uno spunto di Scipio Slataper).  
Giustamente Cesare Balbo, esponente liberale moderato del Risorgimento, esortava l’Austria a riprendere la via dell’Oriente e a farvi persino conquiste,  a “inorientarsi” ai danni dei turchi, lasciando libera l’Italia e facendosi magari alleata degli italiani. Visione politicamente utopistica  quella di Balbo, in relazione alle concrete possibilità di attuazione, basata tuttavia su di un dato di fatto inoppugnabile: la vera missione storica dell’Austria non era conquistare la pianura padana e dominare in tal modo l’Italia, logorandosi in guerre secolari contro l’espansionismo francese, vòlto allo stesso obiettivo, bensì quella di essere la protettrice della religione cattolica contro gli scismatici e l’islam, l’educatrice dei popoli balcanici e orientali suoi sudditi (come hanno riconosciuto anche i politici ed intellettuali slavomeridionali e romeni più obiettivi, nonostante la loro ostilità al centralismo asburgico).  O la “protettrice” di alcune nazionalità, come quella cèca, altrimenti schiacciata dai tedeschi (come ricordava un secolo fa Giani Stuparich, citando il celebre detto di un illustre storico cèco, che propugnava una completa autonomia nazionale ma all’interno di un impero austriaco confederato: “se l’Austria non ci fosse stata, si sarebbe dovuto inventarla”). Protettrice, anche di fronte all’avanzata turca e nonostante l’oppressione e le dure repressioni inflitte dopo la Guerra dei Trent’anni, il cui scopo era anche quello di estirpare l’eresia hussita, scopo tuttavia riuscito solo in parte, essendo poi successivamente riemerso quel tipico atteggiamento di ribellione in nome della libertà assoluta della coscienza individuale, quale connotato peculiare dell’intellettualità ma anche dell’anima nazionale cèca, sia pur privo ormai di autentico risvolto religioso.
Non credo di peccare di presunzione nell’affermare che la condizione dell’Italia, nonostante le sue miserie e arretratezze, era alquanto diversa da quella dei popoli balcanici e nemmeno da porre sullo stesso piano di quella dell'evoluta Boemia soverchiata dai tedeschi. Forse che la Lombardia, le Venezie, il ducato di Parma, la Toscana (attribuite arbitrariamente dalle Potenze agli Asburgo dopo l’estinzione dei Medici e dei Farnese, nonostante le proteste dei diretti interessati, con il pretesto che erano ancora feudo imperiale, del quale l’Imperatore poteva disporre come voleva), avevano  bisogno di essere “civilizzate” da un’occupazione asburgica o asburgo-lorenese diretta e indiretta? O di essere “protette” contro popolazioni straniere?  Lo straniero invasore era proprio l’occupante austriaco, efficiente amministratore e freddamente civile ma severo nel tassare e senza remore nell’infliggere carcere e forca ad oppositori e ribelli, nel mostrare (quando necessario) il volto truce del gendarme croato che picchiava, incarcerava, fucilava e impiccava.  L’espansione austriaca in Italia (raccomandata all’imperatore da uno dei suoi migliori generali, l’italo-savoiardo Principe Eugenio, il gran nemico di Luigi XIV) era pura conquista, pura politica di potenza; tradizionale lotta con le altre Potenze europee, in particolare contro la Francia, una volta scomparsa dalla scena italiana la Spagna, per il dominio diretto della pianura padana  e indiretto dell’intera Italia (indiretto, su alcuni territori, poiché bisognava pur lasciare ai veneziani o al Papa la loro formale indipendenza, anche se poi, quando occorreva, se ne violava impunemente e brutalmente la neutralità con i propri eserciti, facendo spallucce di fronte alle alte proteste del disarmato Pontefice o della decaduta e non meno disarmata Serenissima).
Nei domini austriaci, i trentini si sentirono “protetti” contro l’elemento tedesco avanzante da Nord; gli italiani di Dalmazia, Istria, delle città sino a Trieste e Gorizia, si sentirono “protetti” contro l’elemento slavo, incalzante dal contado:  da qui la loro lunga fedeltà all’impero, che tuttavia cominciò ad incrinarsi, quando, dopo il 1859 e il 1866, Vienna cominciò a favorire l’avanzata tedesca e slava contro di loro (vedi supra).  Il Trentino fu separato dalle altre provincie italiane dell’Impero e sottomesso all’egemonia istituzionale del Tirolo tedesco; in Dalmazia l’elemento slavo potè iniziare una politica di graduale assimilazione forzata nei confronti degli italiani.  “Nei territori italiani d’Austria anche dopo la conclusione della Triplice continuò la politica del governo austriaco mirante al ridimensionamento dell’influenza dell’elemento italiano e italofilo nel Tirolo e nelle regioni adriatiche, attraverso il sostegno ai partiti nazionalistici slavi, tirolesi tedeschi o cattolici lealisti”(Monzali).  Più che del tradizionale “divide et impera” praticato più volte dalla dirigenza austriaca e ungherese, che evidentemente non sapeva come altrimenti sbrogliarsi dal viluppo dei contrasti delle nazionalità, nei confronti delle popolazioni italiane sembra si sia voluta attuare, ad un certo punto, una loro progressiva emarginazione, che avrebbe portato al loro finale assorbimento o alla loro cacciata, se non ci fosse stata la nostra vittoria nella Grande Guerra.
Il tracollo del periodo 1859-1866 aveva dimostrato che l’Austria era mancata in due tra quelli che la geo-politica poneva come suoi tre obiettivi  fondamentali, al fine di mantenere una posizione di predominio continentale:  impedire la nascita di un forte Stato unitario tedesco e di uno Stato unitario italiano.  Il terzo obiettivo, impedire la formazione di uno Stato unitario degli slavi meridionali, alla fine non si potè ugualmente conseguire e fu la lotta per mantenerlo a provocare il tracollo finale dell’impero, nella Grande Guerra.  Ma forse questi tre obiettivi, che pesavano contemporaneamente, erano superiori alle forze della Duplice Monarchia, che cominciava anche a sentire il peso della crescente potenza russa, il “rullo compressore” da tutti temuto. Superata la grave crisi del 1848-49 anche grazie all’aiuto zarista, e, indirettamente, a quello prussiano, dopo l’ancor più grave crisi del periodo 1859-1866, Vienna, per mantenersi e per mantenere lo status di grande Potenza, dovette associarsi agli ungheresi, facendo incoronare l’imperatore come monarca costituzionale in quel paese, protettore delle antiche e tradizionali prerogative di quella nazione. Ma la costituzione stessa della monarchia  di diritto divino venne a mutare, diventando di fatto quella di un regime costituzionale, di taglio liberal-conservatore: accanto all’Indice dei libri proibiti e alla censura, ad un Esecutivo ancora di nomina regia, si concedevano quasi tutti i diritti del cittadino o civili, tipici dello Stato borghese liberale.  La polizia, efficiente ed occhiuta, continuava a godere di una certa discrezionalità ma sempre nell’àmbito della legge.  
  La monarchia austriaca, da Stato solo tedesco-vallone che era inizialmente, aveva cominciato a diventare plurinazionale nel 1526 quando l’arciduca Ferdinando d’Austria, in nome dei diritti della moglie, di un trattato, e del fatto che non ci fossero eredi reclamò le corone dei regni di Boemia e d’Ungheria.  Il giovane Luigi II, re d’Ungheria e di Boemia, era morto senza eredi nella citata battaglia di Mohács.  I turchi erano alle porte, così  “le assemblee dei due regni alla fine ratificarono la sua pretesa e lo nominarono re pur avanzando delle riserve intese a salvaguardare l’indipendenza e le libertà nazionali dei loro paesi “(May; Huber-Dopsch). In Ungheria ci furono dei brevi combattimenti con un pretendente locale.  Dal punto di vista di cèchi e magiari non si trattava di un’unione fondata sul diritto divino quanto piuttosto di un’unione che dava vita a una sottomissione fondata su un contratto, con un patto pubblico che aveva valore costituzionale, una sorta di covenant.  Il motivo della salvaguardia delle rispettive tradizioni nazionali, con le loro autonomie, avrebbe costituito la causa principale dei susseguenti conflitti con il centralismo asburgico.  Ma rinforzatosi con le accessioni dei due nuovi regni, il regno asburgico fu capace nel 1529 di opporre una valida resistenza a Solimano il Magnifico giunto sotto le mura di Vienna, costringendolo a retrocedere nella conquistata Ungheria. Fu quella una vittoria difensiva assai importante, per la sopravvivenza dell’Europa, dilaniata dai conflitti religiosi scatenati dallo scisma protestante e dalle guerre tra gli stessi Asburgo e i Valois per la conquista della debole e divisa Italia, mentre il turco puntava al cuore dell’Europa e continuava ad infestare tutto il Mediterraneo con i corsari, i feroci Barbareschi.  

6. I guasti prodotti dall’anticlericalismo di taglio liberale durante il regno di Francesco Giuseppe, il quale sanzionò l’introduzione del matrimonio civile (1868) e reagì negativamente al dogma dell’infallibilità pontificia (1870) denunciando unilateralmente il Concordato del 1855.
Ai fini del tema che qui ci interessa maggiormente – l’effettiva continuazione della Christianitas medievale da parte dell’impero asburgico e della Duplice Monarchia – bisogna dire che la tradizione di anticlericalismo inaugurata da Giuseppe II non scomparve ed anzi riprese vigore sotto Francesco Giuseppe, a partire dal tracollo del 1866.  L’imperatore chiamò al governo un protestante tedesco liberale anti-prussiano come il barone Ferdinand Beust nonché il principe austro-boemo Karl Auersperg, grande nemico del “clericalismo”, considerato ora responsabile della generale arretratezza dell’impero nei confronti dell’emergente potenza prussiana.  Era ormai convinzione diffusa, nella classe dirigente, che fosse necessario modificare profondamente la struttura ancora assolutistica dello Stato, forse la causa principale dell’immobilismo austriaco, dell’inefficienza dimostrata dall’esercito, delle ripetute sconfitte.  L’ampia e originale riforma costituzionale che diede vita alla Duplice Monarchia dimostra che la classe dirigente austro-ungarica non era affatto votata all’immobilismo:  essa attuò un trasformazione che rafforzò lo Stato e ne prolungò sicuramente l’esistenza, anche se in tal modo venne a compromesso con le istanze liberali e a urtarsi seriamente con la Chiesa.  A partire dal compromesso del ’67, che fece progredire notevolmente l’Ungheria, l’impero fu sempre in pace, cessarono le rivolte interne, si effettuarono riforme sociali e si diffuse un certo benessere medio, anche se ad un certo punto cominciò la grave crisi politica con la componente slava, che voleva anch’essa esser riconosciuta, al pari di quella ungherese.  L’unica attività bellica fu la repressione della guerriglia-brigantaggio dei bosniaci, passati sotto ammnistrazione austro-ungarica nel 1878 e annessi nel 1907, con gran scorno dei serbi ma anche dei russi, che avrebbero appunto cercato di vendicarsi nel 1914. In Bosnia, l’amministrazione austro-ungarica sollevò rapidamente il paese dalle condizioni pietose nelle quali l’aveva lasciato l’impero ottomano, con il risultato che le divisioni bosniache, in gran parte composte da musulmani, largamente impegnate contro di noi, furono tra le migliori e più fedeli nella Grande Guerra (Deák).
 La costituzione nata dal Compromesso (Ausgleich) all’origine della Duplice Monarchia o Monarchia Austro-Ungarica era piuttosto elaborata e complessa.  Un caso unico nella storia, che merita la nostra ammirazione per l’ingegneria costituzionale escogitata e per le capacità della burocrazia imperiale e regia di farla funzionare in un modo che possiamo considerare eccellente, nonostante gli inevitabili limiti e difetti, dovuti anche alla complessità del meccanismo messo in opera.  
Si creava un dualismo  istituzionale.  Esistevano due Stati, separati ed indipendenti, con la loro legislazione, il loro Parlamento, il loro governo, con proprie regolamentazioni, amministrazione, sistema giudiziario. Erano separati dal Leith, fiumiciattolo a Est di Vienna. L’Austria (Cisleithania perché al di qual del Leith) includeva: Boemia, Moravia, Slesia austriaca, Galizia, Bucovina, più le terre ereditarie austriache, compresi i distretti sloveni.  L’Ungheria (Transleithania, perché al di là del Leith) includeva l’Ungheria vera e propria più i possessi della Corona di S. Stefano: Croazia, Voivodina, Transilvania, parte della Romania, Slovacchia.  I due Stati venivano però inscindibilmente connessi in un’ unione reale, che comprendeva, oltre alla Dinastia, i soggetti, gli enti che dovevano occuparsi della politica estera, delle forze armate, delle finanze statali.  Queste attività “comuni” dovevano esser esercitate da tre ministeri comuni, restando tuttavia l’organizzazione e la direzione delle forze armate di competenza esclusiva dell’imperatore. E difatti l’esercito si denominava kaiserliche und koenigliche Armee (k. u. k. Armee) o Imperial e Regio Esercito, poiché era l’esercito dell’imperatore d’Austria e re d’Ungheria.  Era ancora l’antica concezione della forza armata come forza personale del Sovrano:  nel giurare fedeltà alla sua augusta persona si giurava fedeltà allo Stato che il sovrano rappresentava. Questo era indubbiamente un “riflesso” medievale, comune tuttavia a tutte le altre monarchie dell’epoca, anche a quella costituzionale britannica.  Accanto all’esercito comune c’erano quelli nazionali austriaco (Landwehr) e ungherese (Honvédség). In quello ungherese erano ricomprese le milizie locali della Croazia-Slavonia (Deák).  
Inoltre, si introducevano (come si è detto) molti elementi del moderno Stato di diritto, riallacciandosi ai Diplomi di Giuseppe II.  La costituzione garantiva al suddito determinati diritti individuali e la protezione delle leggi nei confronti degli eventuali soprusi dell’autorità.  L’imperatore conservava la possibilità di legiferare direttamente mediante ordinanze (art. 14) ma solo in caso di necessità e con l’assunzione di responsabilità del Ministero competente, quando il Parlamento (Reichsrat o “consiglio dell’impero” per l’Austria, Reichstag o “Dieta dell’impero” per l’Ungheria) non era convocato e sempre sul presupposto che il suo decreto non violasse la costituzione.  L’ordinanza imperiale perdeva forza di legge se dopo un mese non era presentata al Parlamento o se una delle due Camere del Reichsrat non la ratificava.  Il Parlamento, bicamerale, veniva eletto su base di ceto e censo, ma dal 1907 fu concesso il suffragio universale maschile, fatto che mise in crisi nell’irrequieta Boemia (la regione più ricca ed evoluta dell’impero) la componente tedesca, divenuta minoritaria rispetto a quella cèca.  Le materie di interesse comune, elaborate dai tre ministeri competenti, dovevano essere approvate dai due Parlamenti. “Nessuno dei ministri comuni poteva essere simultaneamente un membro dei gabinetti austriaci o ungheresi”(May).  Non c’era un esecutivo comune  nominato dal Parlamento, i ministri erano di nomina imperiale allo stesso modo del capo del governo. L’imperatore poteva dimettere qualsiasi ministro o capo del governo, ungherese o austriaco.  La funzione comune di governo era esercitata, al di fuori della costituzione in senso formale, anche da un Consiglio della Corona, presieduto dall’imperatore, organo “di carattere informale, che comprendeva i ministri in comune ed i primi ministri dei due paesi; di tanto in tanto altri funzionari di gabinetto, uomini politici di rilievo e capi militari erano presenti a questo consiglio che si occupava di questioni di interesse generale, specialmente di affari esteri”(May; Huber-Dopsch). 
Venivano poi garantiti al suddito  “diritti del cittadino” tipici del costituzionalismo liberale, quali l’uguaglianza di fronte alle leggi, l’accessibilità di tutti i sudditi ai pubblici uffici, l’inviolabilità della persona, della proprietà, della corrispondenza privata; il diritto di associazione, di parola entro i limiti stabiliti dalle leggi, completa libertà di fede e di coscienza, di ricerca scientifica e di insegnamento.  Si tutelava maggiormente l’individualità delle nazionalità e l’uso delle loro rispettive lingue.  Si riconosceva poi libertà di culto pubblico e di organizzazione nell’ambito delle leggi esistenti ad “ogni Chiesa e Comunità religiosa riconosciuta dalle leggi” (per tutti i dettagli sopra esposti, Huber-Dopsch, pp. 362-372; May).
Il taglio liberale della nuova Costituzione sembrava mettere la religione cattolica sullo stesso piano delle altre, cosa grave per uno Stato ufficialmente cattolico e in patente contraddizione con il Concordato del 1855, espressione per molti aspetti dello spirito della Restaurazione e, per l’appunto, ancora “riflesso della Cristianità medievale”. Da qui le inevitabili critiche di Pio IX.
Ma nel maggio del 1868 furono emanate tre leggi che colpivano duramente la Chiesa e la religione, approvate dalla maggioranza liberale del Reichsrat e sanzionate dall’imperatore, anche per influenza della moglie, si disse.  Esse stabilivano: 
1. La possibilità del matrimonio civile, nella forma di un “matrimonio civile di necessità”(Notzivilehe) quando ci fossero impedimenti ecclesiastici ma non di diritto civile.  Si applicava soprattutto ai matrimoni misti.  In pratica, un cattolico poteva ora sposare civilmente una protestante, che non era più obbligata a convertirsi e a sposarsi in chiesa.  Inoltre, le questioni matrimoniali erano tolte ai tribunali ecclesiastici ed affidate a quelli civili.  In regime concordatario, i tribunali laici si occupavano solo degli aspetti civili del matrimonio.
2. L’istruzione e l’educazione della gioventù fu tolta alla Chiesa e passò allo Stato; rimase al clero solo l’istruzione religiosa, peraltro facoltativa.  (Rimanevano, ricordo, le scuole private, i collegi gestiti dal clero, in particolare dai Gesuiti, tra i migliori - May).
3. Si davano nuove regole per i rapporti interconfessionali tra i cittadini nell’ambito dei matrimoni misti:  a 14 anni si poteva scegliere la propria religione liberamente e persino dichiarare di non averne alcuna, concedendosi così di fatto la possibilità di uscire dalla Chiesa (Maigesetze (Österreich-Ungarn) wikipedia.de; Huber-Dopsch).   
Ci furono ovviamente violente manifestazioni anticlericali e drammatici dibattiti alla Camera Alta, con i prelati cattolici (anch’essi tra i deputati) che uscivano dall’Aula per non votare l’iniqua legislazione.  La legislazione ecclesiastica imponeva altre limitazioni:  per esempio, non si potevano negare le esequie di un membro di una fede diversa se la parrocchia comprendeva una sola chiesa.  I “liberi pensatori” non potevano più esser perseguiti né imprigionati. Lo Stato non interferiva nella autonomia amministrativa della Chiesa e non si appropriava della sua vastissima proprietà fondiaria, ma gli ecclesiastici dovevano presentare ogni anno un bilancio dei loro conti alle autorità civili (May).  Il vescovo di Lienz, mons. Rudigier invitò in una ferma lettera pastorale i cattolici a resistere a questa legislazione, cioè alla disobbedienza contro l’autorità macchiatasi di leggi inique perché ostili alla religione e alla Chiesa. Fu processato e condannato a 14 giorni di prigione, contro i sei mesi chiesti dall’accusa, ma l’imperatore lo graziò. Ci furono manifestazioni popolari a suo favore.
La nuova legislazione ecclesiastica, dal taglio fortemente giurisdizionalistico,  smantellò sensibilmente l’opera della Restaurazione.   Le proteste e anche ribellioni degli uomini di chiesa austriaci furono molte e accanite. Pio IX definì in un Concistoro tutta questa legislazione “assolutamente dissacrante, corruttrice, abominevole e condannabile”, dichiarando inoltre che non aveva valore legale (come aveva spiegato san Tommaso, una legge di per sé ingiusta non doveva ritenersi vincolante).  L’Allocuzione di condanna di Pio IX fu violentemente contestata dal primo ministro Beust, in nome della libertà dello Stato nei confronti della Chiesa, come se questa normativa non colpisse profondamente la morale cattolica e il suo fondamento religioso, e cioè quei valori che lo Stato austro-ungarico, in quanto monarchia cattolica riconosceva come supremi e si impegnava a far rispettare e difendere. Con la piena approvazione dell’imperatore, lo Stato asburgico perseguiva nei confronti della Chiesa una politica che, pur non facendo venir meno la tradizionale collaborazione tra Trono e Altare, ne riduceva l’ambito e ne minava le fondamenta.  Non sembrava tanto diversa, come impostazione, da quella del “libera Chiesa in libero Stato”, messa in atto dal detestato conte di Cavour e dai liberal-massoni in quell’epoca al governo nel Regno d’Italia; i quali erano riusciti  (con il Codice civile del 1865) ad istituire anch’essi il matrimonio civile, però addirittura quale unico riconosciuto dallo Stato, fallendo nel contempo il tentativo di introdurre il divorzio a causa dell’opposizione di Casa Savoia.  Nella Duplice Monarchia, che era uno Stato con forti minoranze protestanti (in Boemia e Ungheria soprattutto) e ortodosse (in Dalmazia e Transilvania)  si voleva, inoltre, promuovere la parificazione di tutti i culti.
L’anticlericalismo era appoggiato dalle classi medie e da ampi settori del mondo politico; avversato dalle masse rurali, soprattutto in alcune regioni, per tradizione più conservatrici, come il Tirolo ed il Vorarlberg (May).  L’introduzione del matrimonio civile portò ad una progressiva modificazione dell’istituto matrimoniale in senso laico ed ugualitario.  L’illustre giurista Eugen Ehrlich, ebreo della Bucovina, uno dei padri della sociologia del diritto, poteva affermare, in una conferenza del 1906, dedicata a “Sociologia e giurisprudenza”, che il diritto di famiglia austriaco era diventato uno dei più individualisti d’Europa. La moglie rispetto al marito e i figli rispetto ai genitori godevano di notevole indipendenza patrimoniale e il marito, formalmente pater familias, era ridotto piuttosto alla posizione di un tutore.   
Unitamente alla Baviera, la dirigenza austro-ungarica si oppose al dogma dell’infallibilità del Romano Pontefice, quando si pronuncia in modo solenne sulla fede e i costumi, proclamato dal Concilio Vaticano I.  Francesco Giuseppe, in un rescritto imperiale, dichiarò che il dogma dell’infallibilità alterava i rapporti tra Chiesa e Stato, così come regolati dal Concordato del 1855, che doveva esser riconsiderato.  Con questo pretesto, il Concordato fu abrogato nel 1871.  Un nuovo Concordato si sarebbe avuto solo il 5 giugno 1933, firmato per lo Stato austriaco dal Cancelliere Engelbert Dollfuss, cattolico conservatore e amico personale di Mussolini, assassinato l’anno dopo dai nazisti.   Diversi vescovi austriaci erano pubblicamente contrari al dogma dell’infallibilità.  Si allinearono poi rapidamene alla posizione ufficiale, tranne il famoso mons. Josip Juraj Strossmayer, patriota croato, sostenitore dell’illirismo, cioè di quell’ideologia che contemplava uno Stato croato ma già jugoslavo sempre ricompreso nell’impero e tuttavia autonomo rispetto all’Ungheria, alla quale la Croazia allora apparteneva; Stato che avrebbe dovuto includere, oltre alla Bosnia-Erzegovina e alla Dalmazia (inclusa nei possessi austriaci), anche Gorizia, Gradisca, Trieste; insomma, profeta di quel trialismo che avrebbe dovuto dar finalmente spazio agli slavi meridionali nell’impero, ponendoli sullo stesso piano degli ungheresi;  progetto politico che si dimostrò di impossibile attuazione  per la rigida opposizione dell’elemento magiaro da un lato e dei tedeschi della Boemia (ma anche dell’Austria) dall’altro.  Il molto stimato mons. Strossmayer auspicava che la curia romana e lo stesso papato venissero “deitalianizzati”.  Egli era avverso al Primato di Pietro, favorevole all’abbraccio “ecumenico” con gli Ortodossi scismatici. Si piegò al dogma dell’infallibilità solo verso la fine della sua lunga vita (morì nel 1905, a novant’anni).     
Il trialismo, in verità, era ben visto dall’arciduca Francesco Ferdinando, l’assassinato di Sarajevo, anch’egli, come Strossmayer, fortemente ostile all’Italia (e ancor di più, ma per altre ragioni, all’Ungheria).  L’arciduca Francesco Ferdinando, pur essendo divenuto erede al trono, non coltivava rapporti con le comunità italiane dell’impero e sarebbe stato favorevole alla guerra preventiva contro di noi, auspicata dai circoli militari austriaci oltranzisti nel 1908 e nel 1911, in particolare dal generale Franz Conrad (Crankshaw; May). Ma non avrebbe voluto guerre contro la Serbia.  L’arciduca aveva un carattere difficile, autoritario e i suoi pregiudizi, ma era senz’altro uomo preparato ad affrontare gli ardui problemi dell’impero, dei quali aveva lucida percezione:  era convinto che il “dualismo” fosse stato un male perché aveva indebolito il potere centrale senza risolvere le questioni di fondo; pertanto, “egli intendeva ripristinare un forte potere centrale unitario, ma lo riteneva possibile solo con la contemporanea concessione di larghe autonomie amministrative a tutte le nazionalità della monarchia” (Valiani).  Si trattava di ridurre l’oppressione esercitata dagli ungheresi sui romeni della Transilvania, sugli slavi del pari sudditi della Sacra Corona Ungherese (slovacchi, croati, serbi) con l’instaurare un “federalismo supernazionale”: Croazia, Dalmazia, Bosnia-Erzegovina riunite in un Regno autonomo  nell’àmbito di una “riforma federalistica di tutto l’impero”(Valiani).    
La (imprescindibile) riforma costituzionale dell'impero implicava tuttavia una ridefinizione del concetto stesso di Austria o meglio del principio ideale che quello Stato doveva far proprio.  Finivano sempre col contrapporti due visioni, come ha messo in modo eccellente in rilievo Giovanni Franchi, cogliendole nelle riflessioni su questo vitale argomento sviluppate in articoli e saggi del periodo di guerra e dopoguerra da due scrittori e intellettuali del calibro di von Hoffmansthal e Musil.  Secondo il primo, l'Austria doveva superare la dimensione plurinazionale per diventare "sovranazionale", costituirsi cioè come patria in primo luogo "culturale o storico-spirituale", continuando in tal modo a svolgere in chiave europea la sua missione di "mediatrice" tra Est e Ovest.  Ciò poteva avvenire solo recuperando determinati valori tradizionali.  Hoffmansthal fu il primo ad usare il termine "rivoluzione conservatrice", in una conferenza del 1927.  La concezione di Hoffmansthal sembrava una proiezione in chiave sovranazionale, europea della nozione di "Austria dello spirito", intesa sempre come autentico valore ( e non come semplice metafora) da parte delle élites dell'impero.  Essa faceva prevalere, in chiave ideale e federativa sul piano istituzionale, l'elemento della nazione di contro a quello dello Stato.  Una nazione, però, che doveva intendersi in modo "sovranazionale", prospettiva non priva di un taglio utopistico anche se coerente con la tradizione culturale austriaca.
Di contro, Musil riaffermava la necessità di uno Stato centrale, ben solido nelle sue prerogative, senza concessione di autonomie nazionali che avrebbero trasformato i tedeschi in minoranze più o meno oppresse. Lo Stato non poteva essere "federale"e quindi largamente aperto alle tendenze centrifughe.  Esso doveva basarsi su una nazionalità egemone, compatta nei suoi valori e soprattutto nella sua lingua e cultura, come quella tedesca, alla quale si doveva del resto la fondazione della monarchia danubiana.  L'impostazione di Musil era simile a quella dell'Arciduca Ferdinando, senza però concedere, almeno in linea di principio, le autonomie amministrative che quest'ultimo giudicava indispensabili alle varie nazionalità.  Musil, nel difficilissimo primo dopoguerra, era favorevole, come molti altri intellettuali delle più disparate provenienze, allo Anschluss, all'unione con la Germania:  l'esistenza di un'Austria solo tedesca, come Stato indipendente, gli sembrava una contraddzione in termini.  Su tale unione pesava tuttavia il veto delle Potenze vincitrici.

6.1  Francesco Giuseppe non fu “buon figlio devoto al Santo Padre”, anche se fu un imperatore sollecito dei suoi sudditi.
 L’atteggiamento di Sua Maestà l’Imperatore d’Austria e Re Apostolico d’Ungheria, Francesco Giuseppe I, nei confronti del dogma dell’infallibilità, sembra l’opposto di quello di un fedele servitore e difensore della Chiesa, obbediente in tutto al suo insegnamento innanzitutto per ciò che riguarda la religione.   Il divorzio restava al bando ma l’imperatore aveva approvato l’introduzione di una forma di matrimonio civile,  grave lesione del concetto del matrimonio e della famiglia, come intesi ed insegnati dal Cattolicesimo.  Maria Teresa, nelle Istruzioni lasciate al figlio Pietro Leopoldo, che un giorno sarebbe stato imperatore (vedi supra), scrisse:  “Mostrati buon figlio, devoto al Santo Padre su ogni questione di religione e di dogma.  Ma ricordati di essere sovrano, e non consentire la sia pur minima interferenza della Corte di Roma negli affari di Stato”(Adam Wandruszka).  Ma il dogma dell’infallibilità e l’istituto del matrimonio cattolico, non riguardavano forse “la religione e il dogma”?  Rifiutando di riconoscere nei suoi Stati il primo e autorizzando un tipo di matrimono civile accanto a quello religioso, Francesco Giuseppe non si dimostrava per nulla “buon figlio, devoto al Santo Padre”, come aveva raccomandato la grande imperatrice.  Né dava il buon esempio con la sua vita privata.  Voglio dire, il buon esempio che avrebbe dovuto dare come imperatore, monarca cattolico per diritto divino a capo di uno Stato cattolico, avente l’obbligo morale di difendere la fede innanzitutto con il suo esempio di vita conforme in tutto a quella fede.  Ma, prescindendo dalla sua vita privata, come uomo di Stato cattolico aveva comunque l’obbligo di legiferare mantenendosi sempre nell’insegnamento della Chiesa per ciò che concerneva questioni fondamentali della fede,  rilevanti anche politicamente, o  un istituto come il matrimonio. 
In queste contrapposizioni, non si rinnovavano forse (in chiave moderna) gli antichi e dolorosi conflitti che nel Medio Evo avevano a lungo contrapposto impero e papato?  Ma non è certo questa la Christianitas medievale che i "tradizionalisti" vedono ancora riflessa nella Duplice Monarchia.  Era rimasta, ovviamente, la tradizione di mutua collaborazione tra Chiesa cattolica e Stato asburgico (“fra trono e altare”), ma il rapporto con la Chiesa, rimessosi al bello con la Restaurazione e il Concordato del 1855, dopo lo shock delle riforme del mangiapreti Giuseppe II, si era di nuovo incrinato e in maniera che possiamo definire profonda.  Non conferire riconoscimento ufficiale al dogma dell’infallibilità appena proclamato, significava misconoscere l’autorità del Romano Pontefice che quel dogma aveva voluto far definire solennemente da un Concilio Ecumenico,  indebolire quell’autorità agli occhi del Secolo e di tutti i suoi sudditi. Sul piano della morale e del costume, ugualmente grave era poi l’introduzione del matrimonio civile, anche se circoscritto ai matrimoni misti. Sul piano dei rapporti tra Stato e Chiesa, grave era la pretestuosa denuncia unilaterale del Concordato del 1855, che il Papa non aveva violato in alcun modo.  
Se l’alta concezione della propria missione di reggitore per grazia di Dio induceva Francesco Giuseppe ad atteggiamenti anticuriali, giurisdizionalistici e persino anticlericali nei confronti della Chiesa o comunque a tollerarli e a farsene in certi casi interprete, egli mostrò comunque di possedere sempre un alto senso del dovere, applicandosi giornalmente con sollecitudine al disbrigo degli affari correnti e non facendo mai venir meno, per quanto possibile, quel contatto personale con i sudditi tipico  delle monarchie del passato.  Per questo era amato dalla gran maggioranza dei suoi sudditi e comunque rispettato anche da chi gli era politicamente avverso.
 “Cortese e ad un tempo distaccato, Francesco Giuseppe non aveva difficoltà a ridimensionare quanti si presentavano da lui con delle lagnanze.  Ogni settimana egli concedeva oltre cento udienze, durante le quali riceveva ogni visitatore – si trattasse di arciduchi, membri del gabinetto o del più povero dei poveri – nella stessa atmosfera di dignità e rituale accuratamente orchestrato.  Fermo sull’attenti, l’imperatore e re faceva assumere ai suoi ospiti la stessa postura militare ed esigeva che essi riferissero in modo breve e preciso.  Al minimo segno di un contegno scorretto, l’ospite veniva congedato prima dello scadere del tempo a lui concesso con un appena percettibile battere di tacchi o con un cenno dell’imperiale capo.  Alla sua augusta presenza, ogni passione e ogni odio venivano ridotti a semplice cerimoniale e routine burocratica”(Deák).
L’ironia dello storico che ci rammenta questo stile di governo con i sudditi, mi sembra fuori luogo.  Va apprezzato, invece, lo sforzo dell’imperatore di mantenere l’autentica dimensione imperiale, quella che fa del governante non un nume inaccessibile bensì un capo di Stato che, come un buon padre di famiglia, ascolta le lagnanze e le suppliche di tutti i sudditi per deciderle in modo imparziale, secondo equità e giustizia.  E in questo c’era indubbiamente il “riflesso” della Christianitas medievale, anche se essa a sua volta, dobbiamo dire, riprendeva, arricchendolo di contenuti cristiani,  il modello di un governare imperiale che ritroviamo nei migliori monarchi dell’antica Roma. Francesco Giuseppe viveva in modo semplice, con il suo patrimonio privato soccorreva poveri ed indigenti (Deák). Con la sua esemplare dedizione all’ufficio, dava il buon esempio ai suoi funzionari, ispirandoli nelle loro qualità migliori:  il senso del decoro, la rigida disciplina, il dovere di essere al servizio di tutti senza preferenze di sorta, l’orgoglio di appartenere ad un corpo di  élite improntato allo spirito di fedeltà all’istituzione nella persona del Sovrano.  La burocrazia imperiale avrà anche avuto i suoi aspetti negativi, quali ad esempio un’eccessiva pignoleria e troppo rigide vedute su determinate questioni, ma vale comunque il giudizio complessivo che ne ha dato la storia:  essa era “in Austria, se non in Ungheria, scrupolosa ed imparziale” (Valiani – Weiczen, ebreo magiaro-tedesco di Fiume).  L’efficienza della burocrazia era una delle ragioni del relativo benessere economico goduto da larghe fasce della popolazione dell’impero, anche se ovviamente esistevano zone di povertà e miseria, soprattutto nelle campagne e in certe periferie operaie viennesi. Chi ritiene che il quadro angosciante e sinistro di una burocrazia impersonale, prevaricatrice e anche corrotta, quale emerge dalle pagine de Il Processo di Kafka, sia in realtà una rappresentazione crudele ma giustificata della burocrazia dell’impero asburgico, erra grandemente, come ha sostenuto a ragione Ladislao Mittner.  L’atmosfera da incubo de Il Processo , con l’accusato che ignora quale sia l’accusa, il processo che si svolge per via solo amministrativa, ad opera di un’entità che non compare mai in prima persona, pur incombendo continuamente, la feroce esecuzione finale:  tutto ciò anticipa profeticamente l’atmosfera diabolica dei processi bolscevici e staliniani, la mostruosità di un apparato dominato da un arbitrio assoluto e tutto avvolgente, come quelli del totalitarismo, comunista prima e nazista poi.   
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Durante il regno di Francesco Giuseppe, si ebbe anche una ripresa del Protestantesimo. Estintosi con la Controriforma, grazie anche alle maniere forti impiegate, era timidamente riemerso in séguito all’editto di tolleranza di Giuseppe II.  Nel 1861 ottenne la libertà religiosa, effettiva solo dopo il 1875. I protestanti godevano di una certa autonomia amministrativa e di aiuti statali.  All’Università di Vienna fu creata una Facoltà teologica evangelica (May). 
La Massoneria era stata soppressa dalla Restaurazione, in quasi tutta Europa.  In Austria era fuori legge ma non in Ungheria.  Karl Popper, filosofo della scienza e teorico del liberalismo, ritenuto uno dei più importanti pensatori del XX secolo, nato a Vienna nel 1902, figlio di un avvocato molto colto e umanista, tipico esponente della borghesia ebraica laboriosa e benestante dell’impero, ricorda che il padre era Maestro Venerabile di una loggia massonica, che finanziava anche un orfanatrofio, nella cui amministrazione, come in quella di altre organizzazioni simili non massoniche, il padre prestava la sua opera.  “Il lavoro di assistenza sociale di mio padre ricevette un inaspettato riconoscimento quando il vecchio Imperatore lo fece Cavaliere dell’Ordine di Francesco Giuseppe (Ritter des Franz Josef Ordens), cosa che costituì non solo una sorpresa ma anche un problema.  Infatti, mio padre, per quanto, come la gran maggioranza degli austriaci, rispettasse l’Imperatore, era un liberale di tendenze radicali, cioè della scuola di John Stuart Mill, e non approvava la politica del governo.  In quanto massone, era persino membro di una organizzazione che era stata dichiarata illegale dal governo austriaco di Francesco Giuseppe ma non dal governo ungherese di Francesco Giuseppe. Pertanto i massoni si riunivano spesso poco dentro il confine ungherese, a Pressburgo (ora Bratislava in Cecoslovacchia [oggi, 2019, Slovacchia, all’epoca inclusa nell’Ungheria])” (Popper).
Popper ricorda come il Parlamento fosse limitato nei suoi poteri dal fatto di non poter far cadere i due primi ministri o i due governi e come la censura, anche politica, fosse assai attiva, sequestrando libelli di satira politica (tra cui uno del padre) e iscrivendoli nell’Indice dei Libri Proibiti.  Tuttavia, rammenta anche come l’Università di Vienna, “con i suoi molti insegnanti di alto livello, godesse di un alto grado di libertà e autonomia”(Popper).  Ciò favoriva indubbiamente lo sviluppo della scienza e in generale della cultura.           
Allo sviluppo dell’economia, della società e della cultura gli Ebrei diedero un importante contributo.  Dopo l’emancipazione (1867-1870), erano presenti nel cuore della società:  nelle professioni, nel commercio, nell’industria, nella finanza, nella cultura.   Secondo il censimento del 1910 costituivano quasi il 5% della popolazione. La maggior parte viveva nella provincia della Galizia, zona di povertà dalla quale emigravano verso Ovest e verso gli Stati Uniti, dopo il 1870.  
“Il venditore ambulante ebreo era un personaggio familiare in ogni parte dell’impero austriaco.  Nel 1914 non c’era villaggio senza un negoziante od un proprietario di osteria ebreo e molti praticavano contemporaneamente l’usura insieme al loro lavoro, mentre molti erano impiegati nelle grandi proprietà come camerieri. A Vienna, Praga ed in altre città gli ebrei si contavano a migliaia. L’Austria doveva agli ebrei molte industrie d’avanguardia, come quelle del cuoio e della seta, la lavorazione del tabacco e la distillazione su grande scala di bevande alcoliche […] Mentre si andava prodigiosamente allargando la partecipazione ebraica nel mondo del commercio e della finanza, rimaneva comunque sempre in proporzione più numerosa la loro presenza nelle categorie dei piccoli operatori all’ingrosso e al dettaglio.  Per quanto non si abbiano dati statistici attendibili si può affermare con sicurezza che verso il 1914 l’industria e il commercio di Vienna erano in misura preponderante in mano agli ebrei.  Spesso si notavano esponenti cristiani negli uffici delle più importanti imprese commerciali e se essi erano quelli che il grosso pubblico notava, dietro le quinte chi veramente teneva i fili erano degli ebrei”(May).
Si stava formando una industriosa, ricca e colta borghesia ebraica, che si stava integrando, convertendosi in parte consistente al cattolicesimo.  Cosa che a molti non piaceva, anche tra gli ebrei.  “Tra gli ebrei che abitavano nelle città occidentali, in modo particolare a Praga e a Vienna, c’era la tendenza spiccata ad abbandonare le fede dei padri, ad accettare il battesimo cristiano e a mescolarsi completamente al resto della popolazione.  Questi ebrei che si erano assimilati scoprivano però spesso di esser considerati traditori e rinnegati dagli ebrei rigidi e conformisti e di venir considerati come degli indesiderabili intrusi dai nemici dell’ebraismo”(May).  
Il tumultuoso sviluppo capitalistico e sociale, provocò ad un certo momento un prevalere del desiderio di arricchirsi, una diffusa febbre speculativa:  ci furono scandali politico-finanziari ed episodi di corruzione, nel 1873 si ebbe un clamoroso crollo alla Borsa di Vienna. Data la evidente presenza ebraica fra capitalisti e finanzieri, ciò  contribuì al diffondersi (con l’ausilio di politici demagoghi) di un virulento antisemitismo tra il popolo, combattuto però dalle autorità civili e dai vescovi.  Nel 1869 e nel 1872 ci furono convulsioni finanziarie minori prima del grande crollo del 1873: la situazione ritornò alla normalità solo verso la fine degli anni Novanta.  Espressione del malessere spirituale del quale soffrivano gli ebrei fu l’azione politica e culturale di Theodor Herzl, ebreo ungherese trapiantato a Vienna: da sostenitore acceso dell’assimilazione divenne poi all’opposto acceso sostenitore  del “sionismo messianico”, ideologia di origine ebraico-orientale, da lui rielaborata e teorizzata nell’opera Der Judenstaat, del 1896 (May).
Accanto alla borghesia ebraica che si integrava socialmente e voleva integrarsi anche spiritualmente, c’era invece una parte che, pur integrandosi socialmente, confluiva nell’opposizione ideologica, prevalentemente di sinistra, e quindi socialista e marxista.  La socialdemocrazia austriaca era forte ed anche ben attrezzata culturalmente; diversi dei suoi intellettuali di spicco erano ebrei.  Ciò favoriva l’antisemitismo di coloro che volevano vedere negli ebrei solamente la partecipazione ai movimenti di opposizione o addirittura rivoluzionari, traendone spunto per  considerarli in blocco un elemento dissolvente da restringere nuovamente nei ghetti.  Lo stereotipo negativo dell’ebreo era duplice e anche contraddittorio: o il finanziere speculatore o il rivoluzionario socialista.  Quando non partecipava dei mali del capitalismo, speculando in Borsa o controllando settori troppo ampi del commercio, contribuiva attivamente a quelli della rivoluzione in marcia, come se fosse nell’essenza dell’ebraismo concorrere da due lati opposti, e per di più tra loro nemici, alla distruzione della società borghese e ancora cattolica.  Ma la falsità di questo modo di considerare l’ebraismo era dimostrata dal fatto che larga parte della borghesia ebraica in ascesa cercava sinceramente di assimilarsi, diventando cattolica.
 Intellettuali ebrei si trovavano anche tra i liberali di tendenza nazionalista, i liberal-conservatori. Tra i cinque estensori del primo Programma di Linz, nel 1882, promosso dal nazionalista Georg Ritter von Schönerer, c’erano due intellettuali ebrei: Victor Adler, che avrebbe poi fondato la socialdemocrazia austriaca, e lo storico Heinrich Friedjung, allievo di Momsen e Ranke. Il programma degli austriaci nazionalisti tedeschi, non ancora inquinato da Schönerer con il suo feroce antisemitismo accompagnato dalla conversione (politicamente motivata) al protestantesimo al grido di Los vom Rom!, via dalla Roma cattolica, voleva salvare l’Austria tedesca dalla preponderanza demografica slava, separare le due nazionalità con una serie di riforme, territoriali e sociali, far gravitare la monarchia danubiana verso la Germania (Wandruszka).  Si preparava così di fatto la via che avrebbe condotto al pangermanesimo, un’involuzione ovviamente rifiutata dagli Adler e dai Friedjung oltre che dalla maggioranza dei cattolici, fedeli all’impero. Da notare in von Schönerer il connubio di antisemitismo e odio per il cattolicesimo, che ritroveremo poi nell’austriaco Adolf Hitler, originario della periferia dell’impero, negli anni anteriori alla guerra squattrinato déraciné nella Grande Vienna, pittore di acquarelli.  Il fatto è che il mondo ebraico, cadute tutte o quasi le restrizioni civili di un tempo, partecipava totalmente alla vita della società, presentando al proprio interno le medesime divisioni di quella, riconducibili grosso modo alla contrapposizione di progressisti e conservatori.  È  vero che la maggioranza degli intellettuali ebrei era di tendenza liberale, e sosteneva l’indirizzo anticlericale del governo, attirandosi ovviamente l’avversione (spesso assai polemica) dell’antigiudaismo cattolico tradizionale, il cui fondamento era religioso e non razziale (May), ma è anche vero che questa intellighenzia non metteva in discussione il sistema-politico economico vigente e la fedeltà all’impero.
Contro le ingiuste e malsane generalizzazioni a danno degli ebrei, foriere di ben più gravi atteggiamenti ostili, bisogna ricordare che, in conseguenza dell’emancipazione, anche gli israeliti sudditi austro-ungarici furono chiamati al servizio militare. E fecero interamente il loro dovere, allo stesso modo degli ebrei tedeschi, nella Grande Guerra.  Contro la leggenda insensata degli ebrei “traditori” che avrebbero pugnalato alle spalle i due imperi, portandoli alla sconfitta, valgano i fatti, che qui riporto per l’Imperiale e Regio :  “circa 300.000 ebrei, fra i quali 25.000 ufficiali, servirono nella prima guerra mondiale. Furono numerosi gli ebrei che raggiunsero il grado di generale. Oltre al Generaloberst [colonnello generale] Hazai, ci furono altri ventiquattro generali ebrei o ebrei convertiti.  Delle tante onorificenze militari guadagnate dagli ebrei, bisogna almeno ricordare le 76 medaglie d’oro al valore e i 22 ordini della Croce di Ferro di terza classe.  Ufficiali ebrei prestarono servizio anche in formazioni elitarie, ad esempio, nel Primo Reggimento Kaiserschützen della Landwehr, una celebre unità da montagna”(Deák). Tra gli intellettuali e gli scrittori che hanno ricordato con grande nostalgia, non scevra però di notazioni critiche, il defunto impero, spiccano notoriamente su tutti tre ebrei: il saggista e romanziere austriaco Stefan Zweig, l’illustre storico ungherese François Feitö, il celebre scrittore austriaco Joseph Roth.

7.  Nella cultura della “Grande Vienna”, prevalentemente positivista e antimetafisica, si delineava la dissoluzione della recta ratio, la fuga nell’irrazionale in accoppiata con la subcultura esoterica e  völkisch.
Oltre ai vantaggi, materiali e spirituali ma avvolti entrambi nel turbine intrinsecamente distruttivo del “progresso”,  si diffondevano dunque anche certi evidenti mali della modernità nella Duplice Monarchia.   Il fatto è che anche nella Felix Austria il cattolicesimo non era più in grado di rappresentare un argine, di raccogliere le sfide del Secolo.  Raccoglierle, nel senso di contrapporvi una visione del mondo capace di attrarre ed imporsi, come nel passato ormai lontano.  Capace, pertanto, di orientare la società in senso autenticamente cristiano.   Proprio verso la fine dell’Ottocento (scomparsi in apparenza i problemi creati dal giansenismo e dal liberalismo) non cominciò a diffondersi nel cattolicesimo il successore di entrambi, l’errore modernista, che mirava a rendere la religione rivelata succube del pensiero moderno, adottando il soggettivismo di quest’ultimo per reinterpretare i dogmi, a dissolvere la Chiesa nell’umanità in marcia verso la supposta democrazia universale?  Nella Duplice Monarchia la Chiesa ne restò forse immune?  E la cultura cattolica?  Uno Strossmayer, con la sua contestazione del Primato e le sue aperture “ecumeniche” agli Ortodossi, fino a che punto era un isolato?
 La Grande Vienna tra fine Ottocento e inizio Novecento, lasciando da parte la patina brillante ma vacua e superficiale dei balli, di corte e popolari, dell’operetta, del teatro popolare e tutto il contorno Kitsch che ne scaturiva, incapace però di nascondere “un’atmosfera [ormai] crepuscolare, da tramonto di una civiltà”(Magris), risplendeva per le sue istituzioni scientifiche, per la sua cultura di grande capitale cosmopolita, per le tendenze innovatrici che vi apparivano, come in altre capitali europee e forse in misura maggiore.  Le scuole austriache nell’economia, nel diritto, nella filosofia del diritto, nella filosofia, nella storiografia, in vari rami della scienza, davano contributi essenziali alla cultura europea, ma nello spirito per l’appunto della modernità.
Da un lato, certamente influenzate dai difficili problemi politici e costituzionali dell’impero, si slanciavano nelle speculazioni più ardite, miranti a conciliare contrapposte esigenze in una armonia superiore, secondo la migliore tradizione austriaca:  penso ai Merkl, ai Verdross e ai Kelsen, alla loro costruzione a gradi dell’ordinamento giuridico, da quello nazionale a quello internazionale, in un sistema armonioso anche se astratto di norme, realizzante la perfetta immagine giuridica del mondo; norme poste da norme in base al principio di validità, riposante kantianamente sulla validità di una norma fondamentale presupposta, fondamento della validità dell’intero ordinamento; o allo stesso austromarxismo, che tentava, ispirandosi anch’esso al neo-kantismo, di coniugare Marx con l’etica kantiana e di costruire una razionale via parlamentare e democratica al socialismo, depotenziandone il terribile carico di violenza rivoluzionaria, suscitando con ciò il dileggio e l’ira funesta di un Lenin, il genio crudele della Rivoluzione alle porte, levatrice la Grande Guerra. 
Se la cultura dominante, in apparenza del tutto sicura di sé, tendeva ad una visione il più possibile razionale del diritto, dello Stato, dell’economia e persino del socialismo, la determinazione delle leggi della natura, quale avrebbe pur dovuto risultare dalle speculazioni della fisica e della filosofia della conoscenza in senso stretto, risultava invece per più aspetti problematica.  I fondamenti forniti alla scienza fisica dal positivismo, che sembravano solidissimi, venivano in realtà ad esser messi in discussione dalla scoperta dell’atomo e poi (soprattutto) del quanto elementare di energia, nell’anno 1900; cose tutte che introducevano la discontinuità e la probabilità nell’ordine della natura, almeno dal nostro punto di vista, puramente umano e limitato.  Ne discendeva un inevitabile ripensamento delle categorie fondamentali del conoscere, a cominciare dal principio di causalità. Tutto ciò, in filosofia, portava ad accentuare sempre più l’indirizzo antimetafisico inerente al positivismo, a credere (ad un certo punto) di poter risolvere il problema della conoscenza riducendo la filosofia all’analisi logica del linguaggio, con il viennese Ludwig Wittgenstein, per esempio, che finì di scrivere il suo celebre Tractatus durante la Grande Guerra e in prigionia in Italia; o con il ridurre la filosofia alla “logica della ricerca scientifica”, come titolava il famoso volume pubblicato nel 1934 da un altro celebre viennese, Karl Popper: una “logica” che metteva in discussione il principio di induzione dell’univerale dal particolare e in sostanza la possibilità stessa di un concetto dell’universale, riaprendo, senza risolverle, antiche questioni metafisiche (anche se a Popper va riconosciuto il merito di aver impostato una articolata critica filosofica del metodo scientifico, aprendo così il necessario confronto tra filosofia e scienza).
Il supposto “centro [ancora] cattolico” dell’Europa, dal punto di vista culturale era in realtà dominato dalla contraddizione tipica della Weltanschauung dei moderni, risultante dal suo sempre più radicale antropocentrismo.  Da un lato, lo sforzo intensissimo di costruire una visione integralmente razionale della realtà, a cominciare dal mondo della natura per finire a quello sociale e storico, pur escludendo da queste realtà la presenza e l’azione di un Creatore, ossia di ogni prospettiva trascendente – riducendo pertanto il principio di causalità alla sola causalità efficiente, intesa tuttavia come sistema di nessi il cui determinismo non rinviava ad una Causa Prima.  Dall’altro, il contestuale emergere di pulsioni irrazionali coinvolgenti non solo la sensibilità ma anche i valori:  l’esponente più evidente di questo movimento spiritualmente eversivo è notoriamente Nietzsche, morto pazzo nell’anno 1900, con la sua dissacrante opera di “rovesciamento di tutti i valori”, come diceva, per sostituirvi il “nichilismo” ossia un vuoto morale e spirituale riempibile dalla creativa “volontà di potenza” del soggetto naturalisticamente inteso, in ogni sua azione legge a se stesso.
 La spinta irrazionalista si esprimeva nelle ben note forme di decadentismo letterario e artistico fin de siècle.  Alle “scuole”codificanti la tradizione, si opponevano “i circoli” e “le secessioni”, famosa la Secessione viennese nelle arti figurative. Soprattutto in Austria e in Boemia (a Vienna e a Praga) nei letterati e negli artisti significativi di questo periodo (nei von Hofmannsthal, nei Rilke, nei Kafka, nei Trakl, in pittori come Klimt, Schiele, Kokoschka) si mostrava una sensibilità visionaria, morbosamente attratta dal tema della morte, della dissoluzione, della fine, della catastrofe. Aleggiava l’attesa angosciosa della fine dolorosa di un mondo, e un’attesa simile pervadeva anche certi ambienti dell’intellettualità russa, la cosiddetta “san Pietroburgo mistica” degli anni anteriori alla Grande Guerra; si intende, “mistica” nel senso esoterico e occultistico, teosofico del termine (Webb). Anche l’erotismo, specchio della diffusa sensualità dell’epoca, veniva rappresentato da due indubbiamente grandi pittori austriaci come Gustav Klimt e il suo allievo Egon Schiele non certo “tizianescamente” bensì in modo malato e deforme, nudità scheletriche afflitte da pallori mortali, tali da riuscire a render sgradevole il corpo della donna, trasformandolo in simbolo di malattia e morte.  Il movimento verso il disordine, la decomposizione, il caos, la “perdita del centro” per l’appunto (Sedlmayr), e quindi dell’equilibrio e dell’armonia, iniziatosi da tempo in Europa, investiva in modo sempre più ampio le arti figurative e la musica.  E proprio nella patria di Mozart, con la teoria e la musica del viennese Arnold Schönberg, che sembrava voler codificare la disarmonia e creare un nuovo ordine in realtà impossibile, si iniziava nella musica quel processo di autoannientamento dell’espressione artistica in generale, che oggi ha raggiunto in Occidente livelli inimmaginabili di squallore, almeno nell’arte ufficiale.  Se l’architettura civile e industriale, in particolare con Walter Gropius e l’esperienza della Bauhaus, conservava ancora un’impostazione razionale, che in Italia avrebbe dati i migliori risultati negli anni Venti e Trenta, oggi siamo arrivati ad edifici storti, sghembi, contorti, deformi, siamo cioè giunti alla fine di un cammino iniziatosi allora.  Accanto alla ricerca della razionalità, separatasi però dal divino, anche nella Felix Austria abbiamo dunque (forse proprio a causa di questa separazione) l’emergere di un fondo oscuro e tenebroso, l’irruzione di un irrazionalismo, l’inizio di un’involuzione che, in filosofia, sembra ben rappresentata da pensatori come Wittgenstein. 

7.1 L’irrrazionalismo a sfondo nichilistico  di Wittgenstein, emblematico del tramonto di una cultura e di una civiltà. 
Ludwig Wittgenstein, rampollo (e pecora nera) di una prolifica famiglia della colta e benestante borghesia ebraica, il cui padre, magnate dell’acciaio, era uno degli uomini più ricchi d’Europa, nel suo celebre Tractatus muove dalla necessità, tradizionale nel metodo filosofico di tipo empirico, di mettere ordine nel mondo, che appare a noi, in quanto “eventualità” o “caso” (Fall), costituito da mere “circostanze di fatto”, semplice “connessione esteriore di oggetti (cose, enti)[Der Sachverhalt ist eine Verbindung von Gegenständen (Sachen, Dingen)]”(Tractatus, 2.; 2.01). Elabora quindi i consueti nessi (usuali, da Locke in poi) tra realtà e immagine della realtà, ove l’immagine (Bild) nostra del reale deve avere (ovviamente) un elemento in comune con la realtà che essa contiene (2.1 ss.; 2.161). L’immagine è “la forma logica della realtà”(2.18), intesa sempre la realtà come “fatto” o “realtà di fatto, effettuale”(Tatsache).  Il pensiero allora è “l’immagine logica delle realtà di fatto”; “Das logische Bild der Tatsachen ist der Gedanke” (3.).  Ma nel bilden c’è l’idea del formare, costruire: l’idea che il pensiero costruisce, forma logicamente la realtà.  E come avviene questa “costruzione”?  Non con concetti a priori, nuova forma di kantismo, ma con un sistema ugualmente del tutto formale, costituito dalle proposizioni e dai segni del linguaggio (3.1 ss.: “Im Satz drückt sich der Gedanke sinnlich wahrnehmbar aus”: “Nella proposizione il pensiero si esprime in modo da essere sensibilmente percepito”).
Ma le connessioni analitiche che Wittgestein stabilisce, con un procedere che sembra a scatole cinesi, tra proposizione, segni, significato, nomi, forma e contenuto, simbolo, etc., sono tali da permetterci di giungere ad una soddisfacente conoscenza della  c o s a ,  della realtà oggetto di  questa conoscenza, così com’è in sé, anche senza pretendere di esaurirla?  I “nomi”, scrive, sono “i segni semplici”che si ritrovano nelle proposizioni (3.202).  Qual è il loro significato?  “Il nome significa l’oggetto.  L’oggetto è il suo significato.  (“A“ è lo stesso del segno di ”A”)(3.203).  Alla configurazione dei segni semplici nei segni della proposizione corrisponde la configurazione degli oggetti [Gegenstände] nella realtà di fatto. Il nome rappresenta l’oggetto nella proposizione”.  Abbiamo qui concordanza di realtà esteriore e pensiero nella proposizione che contiene il nome con cui definiamo razionalmente questa realtà?  Anche semplice possibilità di questa concordanza, presente in noi in potenza già per il fatto di possedere un intelletto razionale?  No. Qui il discorso subisce, a mio giudizio, uno scarto che non appare giustificato, nemmeno dal discorso stesso:  “Gli oggetti posso solo nominarli [nennen].  I segni li rappresentano.  Posso solo parlare di essi, non posso esprimerli [Ich kann nur von ihnen sprechen, sie aussprechen kann ich nicht].  Una proposizione può dire solo come una cosa sia non cosa sia [Ein Satz kann nur sagen, wie ein Ding ist, nicht was es ist]”(3.202-3.221; corsivi nel testo).
A cosa si riduce allora la nostra conoscenza? E siamo qui veramente oltre Kant e i neo-kantiani?  La conoscenza della realtà è sminuita a mera possibilità di conoscere le nostre “proposizioni” sulla realtà.  Il pensiero non è ciò che realizza la concordantia  tra il soggetto conoscente e l’oggetto conosciuto.  Visto che esso si deve intendere, in generale, come “la proposizione che ha senso”(“Der Gedanke ist der sinnvolle Satz”).  E poiché la “totalità delle proposizioni è il linguaggio”(4.001) ecco che “ogni filosofia dovrà ritenersi “critica del linguaggio”(4.0031). Pertanto, “il fine della filosofia è la chiarificazione logica del pensiero.  La filosofia non è una dottrina filosofica bensì un’attività.  Un lavoro filosofico risulta essenzialmente di chiarimenti [Erläuterungen].  Il risultato della filosofia non consiste di “proposizioni filosofiche” bensì nel chiarificarsi di proposizioni”(4.112).
Bisognerebbe forse dire, parafrasando il Petrarca, “povera e nuda vai filosofia”, così ridotta, umile e disprezzata ancella del linguaggio.  Il Wittgenstein del Tractatus era convinto di aver trovato la pietra filosofale cioè una “forma universale della proposizione” costituente “la forma universale della funzione di verità [die allgemeine Form der Wahrheitsfunktion]”, funzione che egli esprime con i segni della logica simbolica (6-6.001 ss.).   Tale “forma universale” resta del tutto astratta, come del resto l’intera costruzione di Wittgenstein, con la sua pretesa di aver trovato nel linguaggio una forma che permette di accedere alla verità, in quanto linguaggio, non in quanto verità di ciò che è significato nel linguaggio.  La “verità” lo è qui sempre della “proposizione”, si viene a costituire mediante l’articolazione delle “proposizioni”, secondo la loro logica formale, coerente con determinate premesse o meglio definizioni, non è la verità del contenuto delle proposizioni e quindi della realtà indagata dal pensiero, mediante l’articolazione delle proposizioni del discorso razionale.
 La “ricerca della logica significa la ricerca di ogni regolarità. E al di fuori della logica tutto è a caso [Zufall]”(6.3).  Non possiamo che concordare.  Ma questa Gesetzmässigkeit nel senso appunto di “conformità alla norma, regolarità” non ci permette di giungere alla legge causale vera e propria.  Per Wittgenstein, “la legge causale non è una legge bensì la forma di una legge”.  Le “leggi causali” della fisica, per esempio della meccanica, sono solo “ un nome di genere [ein Gattungsname]”(6.32-6.321). Il nominalismo di Wittgenstein salta fuori ad ogni pie’ sospinto.  Per lui, la meccanica newtoniana si limita a “conferire forma unitaria alla descrizione del mondo”, dove l’unitarietà è da intendersi sempre nel senso formale, risultante dalla logica che regola i rapporti tra proposizioni fornite di senso.  Non si può pertanto dire che esistano “leggi di natura” nel senso nel quale comunemente si intende tale nozione ma solamente “connessioni regolari” tra i fenomeni (6.36-6.361).  La critica al principio di causalità risente qui in parte delle discussioni sull’argomento tra i Fisici, dalla fine dell’Ottocento in poi.
La realtà rimane pertanto sconosciuta e il “significato del mondo” resta per noi indeterminato. Dal par. 6.373 sino alla fine, par. 7,  abbiamo la parte “mistica” del Tractatus, che ne rappresenta per l’appunto la conclusione nell’irrazionale, per non dire nel nichilismo.
Muovendo dalla ovvia constatazione che “il mondo è indipendente dalla mia volontà”, Wittgenstein afferma tuttavia che “il significato del mondo deve trovarsi al di fuori di esso”(6.41).  Ma dove?  Presso un Dio creatore? No.  “Nel mondo tutto è com’è e accade come accade; in esso non v’è alcun valore – e se vi fosse, non varrebbe [a sua volta] nulla.  Se vi si trova un valore che ha valore, deve situarsi al di fuori di tutto l’accadere e l’esserci [del mondo stesso].  Infatti ogni accadere ed esserci dipendono dal caso [Denn alles Geschehen und So-Sein ist zufällig].  Ciò che rende l’accadere non casuale non può trovarsi nel mondo, altrimenti diverrebbe a sua volta casuale.  Deve trovarsi fuori del mondo”(6.41, corsivi nel testo).   Trovarsi allora in Dio?  In nessun modo. “Ciò che sta più in alto” è del tutto indifferente al mondo:  Dio non si rivela nel mondo (6.432).  L’aver-senso del mondo non appartiene al mondo ma nemmeno a Dio. Da dove ricavarlo, allora? Dove trovare il nostro ubi consistam?
Stabilito questo principio, che il  c a s o  domina nel mondo rendendolo in sostanza privo di senso, principio che appare del tutto irrazionale già per esser contraddittorio con l’esistenza stessa di una logica checchesia, anche del linguaggio - Wittgenstein ne trae le seguenti proposizioni:  “Pertanto ne consegue che non si dà alcuna proposizione concernente l’etica.  Le proposizioni non possono esprimere ciò che è superiore [Sätze können nichts Höheres ausdrücken]”(6.42):  non possono esprimere una realtà spirituale, per di più trascendente. In ogni caso non possono esprimere niente di spirituale, se si vuol rendere in questo modo il termine Höheres (letteralmente: ‘ciò che è più alto, superiore’). Allora l’etica (conclusione gravissima) non appartiene alla dimensione di questo mondo. “È chiaro che l’etica non si lascia esprimere.  L’etica è trascendentale. (Etica ed estetica sono la stessa cosa)”(6.422). Eppure, osservo, niente è più facile ad “esprimersi” dei comandamenti del Decalogo, immediatamente comprensibili a chiunque, istruito o illetterato che sia; perfettamente intuibili nel loro nesso con quella che è stata sempre chiamata morale naturale (onora il padre e la madre, non rubare, non ammazzare, non commettere atti impuri, non mentire, non desiderare la donna d’altri, etc.).  Per qual motivo sarebbe impossibile “esprimere” l’imperativo, il comando contenuto nelle proposizioni dell’etica, ciò resta pertanto un mistero.
Wittgenstein deve comunque ammettere come valida l’esigenza di una “ricompensa e punizione in senso morale”, conseguenti a determinate azioni.  Ma pena e ricompensa, scrive, “devono sempre ricavarsi dall’azione stessa [aber diese müssen in der Handlung selbst liegen]”(6.422).  Dall’azione, non dall’applicazione di una norma superiore, contenuta in una “proposizione” indipendentemente dall’azione e ad essa anteriore, che costituisca il parametro in base al quale giudicare il valore morale dell’azione stessa.  Come poi le conseguenze dell’azione possano ricavarsi dall’azione senza applicare a quest’ultima i criteri di valutazione (buono-cattivo) stabiliti in una “proposizione” che deve avere significato normativo, significato di legge e norma del giudizio, non si riesce a comprendere.  La prospettiva di Wittgenstein implica il concetto assurdo che l’azione debba giudicare se stessa, contenere occasionalisticamente in se stessa la norma che deve stabilire la sua punizione o ricompensa.  Il giudizio morale , come concetto, viene qui arbitrariamente  espunto dalla realtà.  Cosa dobbiamo dire, allora, della volontà morale?  Esiste una volontà eticamente orientata nel soggetto, nell’essere umano?  Una volontà consapevolmente orientata ai valori morali e, all’opposto, alla loro consapevole negazione? 
Una volontà del genere non esiste, per Wittgenstein.  “Non si può parlare della volontà come protagonista della dimensione etica [Träger des Ethischen]”(6.423). La volontà è fenomeno che interessa la sola “psicologia”(ivi).  Su questo rifiuto dell’etica, fondato sulla ripulsa del nesso tra volontà e morale, aleggia indubbiamente lo spirito di Nietzsche, oltre a quello dello scientismo di marca positivista.  Ma vi si riflette chiaramente la personalità tormentata e torbida di Wittgenstein, il quale non teme di cadere in ragionamenti che appaiono del tutto privi di fondamento pur di costruire una “mistica” che sollevi il soggetto da ogni imperativo etico e dal timore della morte.  Che significa, infatti, scrivere che l’etica “non si lascia esprimere” o che etica ed estetica “sono uno”?  A ben vedere, niente significa. Si tratta di affermazioni apodittiche, del tutto sinnlos, prive di senso.  Affermare che l’etica sarebbe la stessa cosa dell’estetica, sa, in questo contesto, di ricercata quanto ingiustificata cancellazione dell’etica dal nostro orizzonte assai più che di richiamo a uno Schiller.
Riecheggiando in qualche modo Epicuro, scrive poi Wittgenstein sulla morte:  “La morte non è un evento della vita.  Della morte non c’è esperienza vissuta [Den Todt erlebt man nicht]”(6.4311).  Come dobbiamo allora intendere questo superamento della morte, che non sarebbe “un evento della vita”, kein Ereignis des Lebens?  Convincendoci del fatto che la nostra vita è in realtà senza fine o meglio che può esser percepita come un esser senza fine. La seguente proposizione del Tractatus spiegherebbe l’arcano:  “Chi per eternità non intende la durata infinita bensì il non vivere nel tempo giusto [sondern Unzeitlichkeit], costui vive in eterno già nel presente.  La nostra vita è senza fine così come senza confini è il nostro campo visivo”(6.4311).  La chiave della spiegazione è costituita dalla nozione di Unzeitlichkeit, termine inusuale praticamente intraducibile, che rinvia all’idea dell’esistenza di colui che si trova nella Unzeit, nel “tempo inopportuno” e quindi “inattuale”, se vogliamo vedervi una sfumatura nietschzeana.  Allora, considerando la nostra esistenza come inattuale o inopportuna, rispetto al suo tempo storico: inattuale perchè non limitabile ad esso o ad esso opposta sul piano dei valori e quindi, rispetto ad esso, sempre “fuori tempo”, “nel momento sbagliato”, noi ci astraiamo dal presente finito e con ciò guadagnamo l’eternità già qui, nella condizione nella quale ci troviamo?  Ma come può una concezione del genere sostituirsi in modo valido ed efficace a quella dell’eternità in senso proprio? Qui l’eternità sarebbe solo la proiezione di una presa di coscienza del soggetto, del modo di (ipoteticamente) concepire il suo rapporto con il tempo della sua esistenza storica, dal quale tempo non può sentirsi mai limitato e cui può contrapporsi sul piano dei valori.  Ma valga il vero:  nell’idea dell’eternità ciò che ci atterrisce è proprio la sua natura oggettiva, di eterna durata, sulla quale assolutamente nulla possiamo e che si impadronisce implacabilmente di noi non appena siamo morti, scomparendo per sempre da questo mondo. Non c’è consapevolezza di sé come soggetto astrattamente (e oscuramente) fuori del proprio tempo che possa sostituirvisi, creando un surrogato accetto alla nostra mente.
Tutto il discorso finale del Tractatus mira a stabilire una atmosfera mistica nella quale di chiaro c’è solamente il rifiuto della possibilità di ogni etica in  nome della mancanza di ordine e razionalità che si registrano nel mondo, dominato dal caso. E il rifiuto di Dio, relegato nella sfera sideralmente lontana degli dèi impotenti di Epicuro, entità del tutto indifferenti a ciò che accade nel mondo.
L’enigma della vita – conclude il Nostro – lo si vorrebbe risolvere nel tempo e nello spazio, ovvero (sottolineo) utilizzando categorie razionali, ma esso richiede una soluzione al di fuori del tempo e dello spazio (6.4312).  Ma di nuovo egli scarta l’ipotesi trascendente.  Al di fuori del tempo e dello spazio -  osservo -   ci può essere soltanto Dio, che ha creato il tempo e lo spazio, oltre al cosmo e al mondo.  Invece, per Wittgenstein, “all’esterno del tempo e dello spazio” vi è solo l’essere incomprensibile e inspiegato del mondo, che rappresenterebbe in sé la realtà mistica per eccellenza (das Mystische).
Come il mondo sia, ciò è assolutamente indifferente per il Principio Superiore.  Dio non si rivela nel mondo.  Le realtà effettuali individuano tutte i nostri compiti, non le soluzioni. Non come è il mondo bensì il fatto di esserci, quest’è la dimensione mistica [das Mystische]. La visione del mondo sub specie aeterni, è la sua visione come-Tutto-delimitato.  Mistico è il sentimento del mondo come-Tutto-delimitato [Das Gefühl der Welt als begrenztes-Ganzes ist das mystische]….Non c’è alcun enigma”(6.432-6.5).  L’autentica visione “mistica” consiste dunque non nell’elevarsi dell’anima verso l’infinito, cioè verso Dio, andando spiritualmente al di là, per quanto possibile, della nostra finitezza di limitati esseri umani:  consiste, all’opposto, nel sentimento (ben consapevole) della finitezza del Tutto, di tutta la realtà nella quale ci troviamo immersi. Il vero sentimento mistico sarebbe dunque non l’anèlito verso l’infinito ma quello verso il finito, verso “il Tutto delimitato”, circoscritto da un confine (Grenze) e quindi chiuso in se stesso, rappresentato dal mondo (nel quale, non dimentichiamolo, tutto, per Wittgestein, è e accade secondo il caso, l’arbitrarietà più completa).  Abbiamo qui un rovesciamento completo del concetto della mistica in senso proprio.
Ma Wittgenstein è convinto che affidandosi a questa concezione mistica si avvierebbe “la soluzione dei problemi della vita”, di quelli che sono “i nostri problemi”(6.52 e 6.521). Una soluzione, tuttavia, alquanto peculiare.  Non tanto perché destinata a restare individuale e personale, quanto perché essa, per definizione vorrei dire, non si può “esprimere”, tant’è vero che spesso, precisa il Nostro, viene sostituita dalla negazione dell’esistenza stessa del problema, del fatto cioè che la nostra vita presenti a ciascuno gravi problemi (6.521).  Ma ciò che non si può esprimere non dovrebbe esser escluso dalla “mistica”, come la concepisce Wittgenstein, se tale “mistica” si sostanzia soprattutto nel “sentimento” del carattere “delimitato” del Tutto che ci ricomprende?  “Delimitato” vuol dire evidentemente finito, il che implica una actio finium regundorum che non può non esser condotta all’insegna delle misurazioni, di diverso tipo, che l’intelletto è in grado di fare - all’insegna insomma del discorso razionale.  Ma il Nostro include invece anche l’inesprimibile nella sfera della “mistica”.
“Vi è senza dubbio l’inesprimibile.  Esso si mostra, è il Mistico” (6.522: Es gibt allerdings Unaussprechliches.  Dies zeigt sich, es ist das Mystische).  Non ci ricorda, questo dictum, il di poco posteriore e heideggeriano mostrarsi, svelarsi dell’Essere nell’Essente, ma tale da restare sempre nel nascondimento e quindi in una sfera che resta inesprimibile?  Ma che vuol dire “il mostrarsi dell’inesprimibile”?  Interpreto: non che l’inesprimibile venga espresso e cessi pertanto di esser tale, ma che esso si renda evidente, sempre come “inesprimibile”;  in altre parole, la nostra realtà quotidiana ci  mostra di continuo che essa è pervase da un “inesprimibile” che mai si disvela, mai entra nel discorso. È lì ma non può esser detto. Ma se l’inesprimibile vien fatto coincidere con il Mistico in sé, il quale a sua volta è la realtà e il sentimento che dobbiamo averne, allora questo misticismo ci appare del tutto oscuro e impenetrabile:  da sentimento del mondo, che coglierebbe il senso mistico del mondo come realtà assolutamente finita e delimitata, esso trapassa nell’indicibile e inesprimibile.  Ma può esistere un nostro sentimento del tutto indicibile, inesprimibile?   L’esperienza mostra che no, non può esistere.  Proprio perché l’uomo ha la possibilità di esprimersi con il linguaggio, nelle sue variegate forme. 
In realtà, risulta inesprimibile ciò che prova il vero asceta elevatosi ai livelli appunto indicibili nella vera contemplazione mistica, che è quella che mira ad immergersi nel divino.  Di questo inesprimibile testimonia san Paolo, in un celebre passo della II Lettera ai Corinti, quando accenna ad “un uomo in Cristo [lui stesso] il quale, 14 anni fa, - se nel suo corpo o fuori del suo corpo, lo sa Iddio – fu rapito fino al terzo cielo. E so che quest’uomo – se nel suo corpo o fuori del suo corpo, non lo so, lo sa Iddio – fu rapito in Paradiso e udì parole ineffabili, che non è dato all’uomo di poter esprimere [et audivit arcana verba quae non licet homini loqui]”(2 Cr 12, 2-4).  Ma Wittgenstein esclude a priori il divino dalla sua peculiare “mistica”, il suo “inesprimibile” lo sarebbe (assurdamente) di sentimenti e pensieri solo umani, anche troppo umani, di una realtà mondana dichiarata peraltro priva di significato.
Comunque sia, e proprio qui credo che il discorso di Wittgenstein volesse andare a parare, siffatto “inesprimibile” riguarda anche la filosofia, in particolare la metafisica. La filosofia, conclude il filosofo viennese, dovrebbe pronunciarsi solo su ciò che le viene concesso da parte della “scienza della natura”; limitarsi pertanto:  
(1) alla “critica della conoscenza scientifica”, come faranno poco dopo il Circolo di Vienna e Popper; (2)  a dimostrare a chi vuol “dire qualcosa di metafisico, che non ha conferito alcun significato a determinati segni contenuti nelle sue proposizioni”(6.53).  In altre parole: compito della filosofia, tenuta con le dande dalla scienza, dovrà essere quello di criticare, dimostrandone l’inutilità, ogni possibile metafisica, passata, presente e futura.  
La “mistica” propugnata dal Tractatus rappresenta oltre che un’inversione una caricatura della vera mistica.  È una pseudo-mistica nella quale ciò che domina è l’abdicazione ad ogni vero discorso razionale al fine di rinchiudere il soggetto pensante in un’oscurità – vera notte della ragione – nella quale l’unico atteggiamento possibile è il silenzio, ma un silenzio impotente che si annuncia carico d’odio, ben diverso da quello dei veri mistici, immersi in quella ricerca della Divinità che di per sé purifica dalle passioni.  Il Tractatus termina con la celebre proposizione n. 7 e ultima, spesso citata fuori contesto:  “Su ciò di cui non si può parlare, è necessario tacere”.  La frase sembra chiarissima nella sua apparente ovvietà ma in realtà è ambigua, considerata nel contesto.  Il silenzio che essa ordina non è quello della recta ratio di fronte a ciò che non si conosce e richiede studio e approfondimento prima di pronunciarsi.  È l’inespresso ed inesprimibile della sfera “mistica” nella quale dovrebbe rinchiudersi il pensiero ossia la filosofia, lasciando campo libero alla “scienza della natura”.  Il Mistico di Wittgestein è solo concime per la pianta velenosa dello scientismo, terra d’asporto nella quale si sono decomposti i buoni semi della vera filosofia.  Abbiamo qui una autentica abdicazione dal pensare, consistente, nella maniera più vistosa, nel dichiarare impossibili le proposizioni dell’etica e quindi i concetti morali, impossibile il fondamento di senso del mondo in un Dio trascendente (concetto invece già chiaro ai primi pensatori greci, ad un Anassagora, per esempio), impossibile la determinazione del principio di causalità quale principio d’ordine di un mondo che si vuol arbitrariamente supporre governato dal  c a s o .
Questo radicale, nichilistico immanentismo è irrazionale: si fabbrica tortuosamente uno strumento, la chiarificazione logico-formale del linguaggio, scarnificato nel sistema delle proposizioni, per dichiarare alla fine l’inutilità del suo uso, di fronte al Mistico. La contraddizione è clamorosa: la filosofia viene costruita unicamente come filosofia del linguaggio per arrivare alla conclusione che bisogna in ultima analisi affidarsi all’inesprimibile e quindi smettere di parlare, tacere.  Tutta la costruzione di Wittgestein, il suo sistema di “proposizioni” affonda nell’incoerenza nella parte finale,  ove si proclama per l’appunto l’avvento del momento mistico, preclusivo di ogni autentico discorso. Potremmo applicare all’irrazionalismo e al nichilismo di Wittgenstein, la dichiarazione di inguaribile malattia spirituale fatta fare da Hugo von Hoffmansthal, altro tipico esponente della “sensibilità morbosa e decadente”(Magris) diffusa all’epoca, al personaggio da lui creato, quale autore della immaginaria Lettera di Lord Chandos, 1902:  “Il mio caso, in breve, è questo:  ho perduto ogni facoltà di pensare o di parlare coerentemente su qualsiasi argomento”.       

7.2  Filoni austriaci della pseudo-cultura esoterica e völkisch.
  Il vasto sottobosco della cultura detta völkisch, ossia “nazional-popolare”, “inerente al Volk”, era cresciuto anche nella “cattolicissima” Austria, soprattutto in quella robusta minoranza che si volgeva al pangermanesimo, ideologia estremista che attraeva in particolare i giovani. Intessuto di occultismo nelle sue varie forme,  tale sottobosco tendeva o ad inquinare il sano concetto di tradizione cattolica reinterpretandola alla luce di una supposta ”sapienza” iniziatica, pagana o orientale o, più frequentemente, ad avversare il cristianesimo in nome di quella stessa “sapienza” e di forme radicali di neo-paganesimo. L’esoterismo e il neo-paganesimo, mescolandosi all’odio per la civiltà industriale distruttrice della natura, della vita contadina di un tempo, delle tradizioni popolari e dei sani (e magari idealizzati) costumi di un tempo, e al diffuso social-darwinismo, alimentavano poi il razzismo e  l’antisemitismo. 
“Il più influente dei gruppi di occultisti fu quello che si costituì a Vienna, nei due ultimi decenni del diciannovesimo secolo, avendo a mentore Guido von List [1848-1919], un erudito austriaco ossessionato dal desiderio di provare che Vienna era stata la città santa dell’antichità.  È significativo il fatto che le idee di List siano nate in una regione di confine del mondo germanico, soggetta a continui scambi con i viciniori paesi slavi.  List operava una commistione di natura e storia, ove la prima era intesa quale guida divina dalla quale promanava un’incessante forza vitale.   E, diceva la sua formula, quanto più una cosa era vicina alla natura, tanto più era vicina alla verità; il passato ariano tedesco era vicinissimo a tutto ciò che era vero, a tutto ciò che era degno di lode e di emulazione; in esso, materialismo e razionalismo non avevano avuto posto:  si trattava in realtà di calamità affatto moderne. Ma come avrebbe potuto l’uomo contemporaneo ritrovare il passato?  Stando a List, tutto ciò che occorreva era l’immediata partecipazione col paesaggio che ancora recava le tracce indelebili della gloriosa civiltà germanica […] La natura costituiva la guida al divino, poiché la ricerca della verità doveva procedere sulle orme della volontà creativa.  Ma questa comprensione del paesaggio richiedeva una più profonda iniziazione:  era necessario che l’individuo si accostasse al passato storico del Volk [del popolo], che si impregnasse dell’elemento più genuino della forza vitale, l’antica sapienza germanica, quella che era stata soffocata dai rigori del cristianesimo, il dogma straniero che aveva tentato di sradicarla quale vestigio del paganesimo”(Mosse).   
Volk è termine più pregnante che il semplice “popolo”, in quanto denota “un insieme di individui legati da una “essenza” trascendente, volta a volta definita “natura”, o “cosmo” o “mito”, ma in ogni caso tutt’uno con la più segreta natura dell’uomo e che costituiva la fonte della sua creatività, dei suoi sentimenti più profondi, della sua individualità, della sua comunione con gli altri membri del Volk”(Mosse).  Questa concezione “mistica” del Volk, era alla base della balzana “sacralità” che List voleva ritrovare in Vienna.  “Nel 1889 pubblicò il romanzo Carnutum [arcaico insediamento celtico sul Danubio poi centro e base romani], che magnificava la sacralità di Vienna sulla base del fatto che era stata la patria di Gluck, Haydn, Mozart, Beethoven e dello scopritore della “Forza odica”, il barone Reichenbach.  Era il luogo dove, secondo un’antica profezia, la futura Chiesa degli ariani sarebbe sorta per diffondersi in tutto il mondo [oggi, AD 2019, dopo Bruxelles, Vienna sta diventando la città più islamizzata d’Europa]. Nel 1891 von List pubblicò un lavoro di “occultismo archeologico”, che forniva un’interpretazione romantica dei paesaggi germanici e dei resti preistorici come le iscrizioni runiche e i tumuli sepolcrali. Nello stesso anno ebbe l’ispirazione di comporre un catechismo panteistico e germanico.  Il dio di von List, Allvater, veniva onorato conducendo una vita virtuosa, lavorando e servendo il Volk”(Webb).   
Mosse ha dimostrato che l’ideologia völkisch, prima della Grande Guerra, era diffusa tra i giovani perché era ampiamente penetrata nel sistema scolastico tedesco pubblico.   “Le idee nazionalistiche radicali ebbero un influsso relativamente forte su associazioni e leghe (Federazione ginnica, società alpinistica, cori, Associazione scolastica tedesca) e in seguito sui gruppi del Movimento Giovanile Tedesco in Austria” (Wandruzska).  Tuttavia la gioventù studentesca austriaca, che subì questo influsso più di ogni altro gruppo sociale, spesso abbandonava quest’ideologia estremista “dopo aver conosciuto, durante il servizio militare o come funzionari statali, i vantaggi dell’Impero multinazionale”(Wandruzska).
Ma contro la visione del mondo “nazional-popolare” e le sue componenti esoteriche, non costituiva un valido baluardo la cultura cattolica tradizionale?  Per alcuni certamente lo costituiva ma in generale essa era ridotta da lungo tempo sulla difensiva, sostituita dalla cultura laica nel sistema scolastico pubblico e obbligatorio, preso in carico dallo Stato.  Giocando su di un concetto spurio di tradizione, l’ideologia “nazional-popolare” tendeva, invece, ad inquinare il cattolicesimo. E la cultura laica dominante non riusciva ad esorcizzare gli spiriti maligni presenti nell’indirizzo “nazional-popolare”?  Non ci riusciva, così come l’austromarxismo non riusciva ad esorcizzare lo spirito malvagio della rivoluzione montante. Ad addomesticare l’irrazionale in noi, non avrebbe dovuto dare un forte contributo la scoperta delle forze oscure dell’inconscio da parte di Freud, ebreo moravo; insomma, l’inizio della psicoanalisi? Le antiche riflessioni di filosofi e moralisti sulle passioni, sulle forze profonde che le muovono, non venivano ora sostituite da un’analisi che si poteva condurre su base scientifica, sì da rendere più facile la loro disciplina?
In realtà, le cose stavano così solo in apparenza. Per il semplice motivo che Freud avrebbe ricavato anche da una fonte inquinata come quella rappresentata dalla subcultura esoterica elementi utili alla sua interpretazione pansessualistica delle malattie mentali e poi delle caratteristiche stesse della nostra psiche; interpretazione inaccettabile nella sua evidente unilateralità, tradottasi poi in quella ben nota filosofia di vita superficiale e decadente che crede stoltamente di render libero e felice l’esser umano con l’insegnargli ad abolire la repressione degli istinti.  Anche se pubblicato da lui nel 1927, il citato saggio L’avvenire di una illusione, riprendendo argomenti delle vecchie polemiche anticristiane libertine e illuministiche, trattava la religione in modo estremamente superficiale, come una proiezione infantile del desiderio di sicurezza dell’uomo, originata quindi dalla paura dell’ignoto. Questo sciagurato saggio considerava la religione in sostanza una forma di nevrosi, auspicando persino una educazione dei fanciulli del tutto irreligiosa nei suoi princìpi (oggi AD 2019 ci siamo da tempo arrivati e ne vediamo i mostruosi risultati);  esprimeva una mentalità e un modo di considerare il Sacro e la religione ben radicati nella mentalità positivistica di fine Ottocento.  Tal modo, ostile non solo al cristianesimo ma ad ogni forma di religione in quanto tale, aveva creduto di darsi una patina scientifica, cominciando appunto con l’analisi delle “varietà dell’esperienza religiosa”, come titolava una celebre opera di William James, del 1902 (la religione intesa solo come religiosità individuale, avente quindi  il suo fondamento solamente nella nostra psiche, anzi nella nostra “emotionality”).  L’analisi psicologica della religione si coniugava  allo studio antropologico del Sacro presso i popoli primitivi, ancora legati a forme “animistiche” di esperienze religiose, che la mentalità positivistica dominante cercava di trasformare scorrettamente in parametri fondamentali di ogni esperienza religiosa, anche la più evoluta, come quella cattolica.  
Ma quali sarebbero state le componenti della subcultura esoterica, il “sostrato occulto” che avrebbe influenzato Freud?   Ad esempio, la bislacca teoria di una supposta bisessualità di ogni essere umano, già elaborata nell’ambiente occulto  da intellettuali dediti all’esoterismo e alla teosofia, elucubranti sui miti dell’Androgino primigenio, sulla numerologia magica e simili vanità, con i quali il giovane Freud aveva avuto provati e prolungati contatti: come Wilhelm Fliess, un otorino tedesco appassionato di esoterismo, il quale aveva stabilito che la vita di ognuno era governata da periodi di 28 e 23 giorni, connessi al ciclo mestruale, e che tutti gli esseri umani erano bisessuali (Webb).  Nell’ambito della sottocultura esoterica, incline di nascosto alla libertà sessuale più completa e totale, si dava un’importanza rilevante all’influenza del sesso sulla psiche e sull’inconscio.  Più in generale, “nella teoria e nella pratica psicoanalitica, si incontrano idee che sono versioni laicizzate di concetti che trovano la loro espressione naturale nel linguaggio dell’occultismo contemporaneo.  Non vogliamo dire che questa fosse l’intenzione di Freud, ma sul suo atteggiamento nei confronti dell’occulto è stato detto tanto da poter mostrare che un contatto esisteva effettivamente e che non poteva nemmeno esser evitato. Le teorie erano disponibili e, che egli se ne rendesse conto o meno, influenzarono Freud nella sua interpretazione dell’Inconscio”(Webb).    
Nel Nuovo che avanzava si celava dunque e già mostrava l’antico, “l’antico serpente”, che seduceva gli uomini con lo spirito di ribellione a Dio e il conseguente cedimento agli istinti, dietro il paravento di filosofie e terapie originali ma  f a l s e  quanto al loro contenuto di verità. Contro di esse anche in Austria mancava la replica di una cultura cattolica  capace di opporsi vittoriosamente alla “modernità” sul piano del concetto. Il contributo della cultura cattolica alla vera scienza c’era ancora ma a livello individuale e nascosto, come nel caso dello scopritore delle leggi dell’ereditarietà, il monaco agostiniano Gregor Mendel (1822-1884), il “padre della genetica”, come fu poi salutato. “E fu nel monastero di Brünn [Brno] che l’abate Gregor Mendel, di origine contadina [la famiglia era di israeliti convertiti], dedicandosi ai suoi doveri ed ai suoi piselli, fece scoperte sulla fisiologia dei processi ereditari che gli meritarono un posto di poco inferiore a quello di Darwin nella biologia.  I suoi studi, pubblicati su un’oscura rivista [nel 1865], rimasero sconosciuti al mondo della scienza fino ad una generazione dopo la sua morte”(May), ossia per quasi cinquant’anni.   

8.  Il tempo storico dell’impero austro-ungarico si era ormai compiuto. 
Cento anni dopo il 1918, l’impero asburgico rivive dunque come mito di una perduta età dell’oro e lo si può comprendere, guardando al triste presente, dominato dalla decadenza sociale, demografica, morale, spirituale delle nazioni europee, ingabbiate nella sciagurata Unione.  L’Unione ha accentuato un processo negativo già in corso invece di interromperlo.  La multinazionale Unione non può in alcun modo reggere il paragone con il multinazionale impero che fu, paragone che si è tentato periodicamente di proporre, anche di recente. Innanzitutto perché la Duplice Monarchia, nonostante gli evidenti cedimenti alla mentalità e ai costumi del Secolo, era ancora uno Stato cristiano.  Inoltre, era un vero Stato, non un’unione contrattuale di Stati tenuti insieme da vincoli economico-finanziari regolati dall’oligarchia di Bruxelles e dalla finanza internazionale; ispirata, quest’unione mercantile, sul piano dei princìpi, al rovesciamento di tutti i valori rappresentato dalla Rivoluzione Sessuale diffusasi in Occidente negli ultimi decenni, recepita con tutti gli onori nelle leggi immorali di questa “Unione”, in nome dell’ugualitarismo, corruzione manifesta dell’idea di uguaglianza.  Quest’ “Unione” sembra piuttosto la caricatura di un vero Stato.  Le sue élites di governo non hanno il senso dello Stato, istituzione il cui dovere primario consiste nel proteggere e difendere il territorio e il popolo, al contrario lasciati in balìa delle massiccie ed indifferenziate, ingiustificate ondate migratorie clandestine afro-asiatiche.  Né dimostrano di avere senso morale e del diritto, altrimenti non riconoscerebbero l’aborto volontario come “diritto” della donna tutelato dallo Stato né legalizzerebbero come “matrimonio” le convivenze dei “diversi” né promuoverebbero le perversità della c.d “educazione sessuale” sin dalle scuole elementari né, in generale, disseminerebbero di storture ed assurdità di ogni tipo le loro legislazioni.  

La ricerca di un valido rimedio alle nequizie del presente non può tuttavia oscurare il giudizio storico, che vuol essere il più possibile obiettivo, razionale, né può approdare alla riesumazione di modelli definitivamente scomparsi, frutto di situazioni storiche e sociali irripetibili. 
Il mito asburgico ha assunto aspetti sconcertanti in Italia, soprattutto presso i cosiddetti “tradizionalisti” cattolici, da non confondere con i cattolici “fedeli alla Tradizione della Chiesa”, dal momento che il c.d. tradizionalismo risente di un concetto di tradizione di tipo “sapienziale”, non cattolico, a sfondo esoterico, che vediamo all’opera, ad esempio, nell’idea ad esso cara dell’origine e natura c.d. “sacrale” del potere legittimo, da rinvenirsi attraverso l’uso cerimoniale di determinati simboli.  Da quando si è avuta la beatificazione a sorpresa di Carlo d’Asburgo  sembrano risuscitati gli “austriacanti” e i “codini” di un tempo in quegli italiani che hanno celebrato il centenario della Grande Guerra schierati dalla parte dei nemici storici dell’Italia; beatificando, per così dire, anche Francesco Giuseppe e piangendo calde lacrime per la sconfitta della Duplice Monarchia, dovuta, si capisce, a non meglio precisate oscure mene, tradimenti e complotti.  Un atteggiamento a dir poco indecoroso, questo non richiesto, piagnucoloso prosternarsi alla memoria  di imperatori, re, generali e statisti stranieri che ci hanno sempre disprezzato noi italiani, in blocco; sempre detestato e odiato, dominato e sfruttato in tutti i modi, profittando dei nostri secolari difetti per tenerci il più possibile divisi e sottomessi: nient’altro che una “espressione geografica” l’Italia, come disse il principe Klemens von Metternich, il famoso cancelliere austriaco protagonista della Restaurazione, cacciato dalla rivoluzione del 1848.     
Il giudizio negativo che bisogna dare della politica asburgica nei confronti dell’Italia e degli italiani, perché politica sempre di conquista e di divide et impera, che dimostrò il suo fallimento quando scoppiarono le grandi rivolte popolari milanesi, veneziane e venete del 1848-1849, non impedisce, ovviamente, il riconoscimento dei molteplici meriti del defunto impero, sopra sinteticamente ricordati.  
Negli Stati come negli individui, le qualità si intrecciano sempre ai difetti e i meriti agli errori. Per questo, all’ascesa e allo splendore seguono sempre, per implacabile naturale decorso, la decadenza e il tracollo.  Quale forma statale, quale società, quale impero potrebbe durare in eterno?  Solo il Dio degli Eserciti è da sempre e sempre sarà.  Le vicende umane sono dominate dalla caducità e dal mutamento, che ovviamente si intrecciano alla crescita e al mantenimento: popoli e Stati si formano, crescono, progrediscono, si mantengono anche per secoli, ma poi comincia implacabile la decadenza e infine giunge la rovina mentre altri popoli e Stati si presentano sulla scena della storia, avanzando con implacabile determinazione.  
Come già notò il filosofo illuminista  Moses Mendelssohn (nonno del più famoso Felix, il grande compositore romantico), contro la filosofia della storia di Lessing e di Kant, che ammetteva, come principio regolativo, l’idea di un progresso continuo del genere umano, se non dell’individuo, verso il bene e il meglio, sotto l’educazione della ragione, ritenuta capace di creare, in prospettiva, una federazione di Stati, un “ordinamento cosmopolitico” governato dalle leggi; contro questa utopia, Mendelssohn, strenuo difensore dell’imortalità dell’anima individuale su basi platoniche, sostenne, all’opposto, la possibilità del solo progresso individuale, mediante l’educazione e la cultura, ma non quello del genere, non il progresso costante dell’intero genere umano.  Il genere non è “un’unica persona” ed è “nello stesso tempo fanciullo, uomo e vecchio, solo in diversi luoghi e regioni della terra”.  Pertanto, “vediamo che il genere considerato complessivamente compie delle piccole oscillazioni e non avanza di qualche passo senza scivolare poco dopo, con velocità raddoppiata, nella sua posizione iniziale”.  In definitiva, “l’uomo va oltre, ma l’umanità oscilla stabilmente al di sopra e al di sotto di limiti fissi. Considerata nell’insieme, ritiene in tutti i periodi di tempo all’incirca gli stessi gradi di moralità, la stessa quantità di religione ed irreligione, di virtù e vizio, di felicità e miseria”(Mendelssohn, Jerusalem oder über religiöse Macht und Judentum, 1783, Zweiter Abschnitt).  Senza dirlo apertamente, egli attaccava la nozione di maggior età del genere umano, caratterizzata dall’uso consapevole della ragione, posto da Kant alla base dell’idea dell’Illuminismo e tassello fondamentale della sua concezione della storia.   
La kantiana “uscita di minorità” ad opera della ragione (l’orgoglioso sapere aude!) può aver luogo a livello degli individui o dei singoli popoli (“in diversi luoghi e regioni della terra”) ma mai per l’umanità in blocco:  ad un popolo in ascesa se ne contrapporrà uno in decadenza, in un altro luogo ma nello stesso tempo storico, onde il risultato generale sarà sempre il medesimo, dal punto di vista del progresso del genere: le oscillazioni saranno trascurabili.  Kant, com’è noto, ribadì contro Mendelssohn la sua fede nel “continuo progresso verso il meglio” dell’umanità, nel III paragrafo di un suo breve scritto del 1793: Sopra il detto comune: ‘Questo può esser giusto in teoria, ma non vale per la pratica’.
La filosofia della storia dell’Illuminismo, basata sull’idea del progresso continuo del genere umano affrancatosi dalla Religione Rivelata, non dava ragione dei periodi di decadenza, nel senso che non riusciva ad inquadrarli nell’ambito della sua concezione razionalistica e ottimistica della storia.  Tale inquadramento ha fatto invece Hegel, con la sua concezione dialettica della storia, manifestazione dello Spirito Assoluto, nel cui realizzarsi si dovrebbero risolvere le contraddizioni che la storia ci offre: la decadenza e la rovina sarebbero la preparazione di una nuova epoca dello Spirito, che rinascerebbe come Fenice dalle ceneri di ciò che è irrimediabilmente trascorso: il passato ha preparato il presente, contenendo in se stesso la sua propria negazione, il suo superamento.  
Quello che possiamo dire con sicurezza, guardando ai fatti, è che si riscontrano sempre nella storia popoli ascendenti contemporaneamente a popoli in decadenza, destinati (aggiungo) ad esser conquistati e sottomessi ai primi.  Al mutamento che è l’ascesa di alcuni si contrappone il mutare che è la discesa negli Inferi di altri, il “lato negativo” del divenire storico, quello che più ci colpisce.  
“Il lato negativo di questa idea del mutamento ci arreca dolore.  Ciò che può deprimerci è il fatto che la formazione più ricca, la vita più bella, trovino nella storia il loro tramonto, che noi ci aggiriamo fra le rovine di ciò che fu eccellente.  Da ciò che è più nobile e bello, e a cui ci lega l’interesse, la storia ci strappa:  le passioni lo hanno distrutto, esso è transeunte.  Tutto appare caduco, nulla stabile.  Ogni viaggiatore ha sentito questa malinconia.  Chi avrebbe potuto fermarsi tra le rovine di Cartagine, Palmira, Persepoli, Roma, senza esser mosso a considerazioni sulla caducità dei regni e degli uomini, a rimpianto per la forte e ricca vita di un tempo?  Rimpianto che non si attarda, come presso la tomba di esseri amati, su perdite personali e sulla caducità dei fini propri, ma che è disinteressato dolore per il tramonto di una splendida cultura umana”(Hegel).
Chi, meditando tra le rovine del Foro Romano, non ha mai provato pensieri simili, in modo più o meno cosciente?  Si vedono solo lastroni di sconnessa pietra, sul selciato ove sfilavano le legioni celebrando i loro trionfi, e di quei remoti tripudi resta nel ricordo attònito solo la frase (oh, quanto vera!) che rammentava al console vincitore la caducità delle umane vicende, pronunciata dallo schiavo al séguito, secondo il protocollo:  “ Hominem te esse memento!  Memento mori!”.
La gloriosa monarchia danubiana era giunta alla fine dei suoi giorni.  Avevano ragione tutti coloro che paventavano il crollo dell’Austria-Ungheria in una futura guerra europea, da Bismarck a studiosi e politici europei di varie nazioni (May).  Auspicato da pochi, temuto da molti, il crollo alla fine arrivò e vi contribuirono anche gli errori della classe di governo austro-ungarica (e quelli, più gravi, dei generali tedeschi, che dirigevano di fatto la politica del loro paese in guerra e prevalevano sull’alleato).   Che l’impero asburgico fosse ancora vitale, capace di sopravvivere, però in forma più ridotta e con una struttura federale, e quindi non più come la grande potenza di un tempo, ma comunque sempre di dimensioni rispettabili, lo dimostra il fatto che combattè per tutta la durata della guerra, quattro anni e tre mesi, sino alla consunzione.  L’Esercito Imperiale e Regio fu l’ultima istituzione a cedere, nel collasso finale. Combattè tenacemente e valorosamente ma le crepe nell’edificio e i suoi limiti erano ormai evidenti.  Dimostrò di non avere le forze sufficienti per sconfiggere da solo nessuno dei suoi nemici, nemmeno quelli di minor calibro, come la Serbia, la Romania, l’Italia. Da solo, vinse alcune battaglie minori contro i serbi, i russi e diverse battaglie difensive, sempre contro i russi e contro di noi.  Obbligò i montenegrini a capitolare e ci costrinse ad abbandonare Durazzo, occupata durante l’evacuazione dell’esercito serbo nel 1915, alla quale la Regia Marina diede un contributo fondamentale.
 Ma nelle offensive importanti, da solo fallì sempre.  Nel ’14, contro la Serbia, dopo i successi iniziali subì nettamente la controffensiva serba, in pieno inverno.  La Serbia fu sconfitta (non definitivamente) nel ’15 ma con l’aiuto determinante di tedeschi e bulgari.  Nel ’16, partecipò alla rotta inflitta ai romeni, assieme ai tedeschi, che svolsero il ruolo principale e decisivo.  A Caporetto, fu tedesco l’audace e geniale piano d’attacco nell’Alto Isonzo, dove lo sfondamento di un punto mal protetto della nostra linea avrebbe permesso di prendere alle spalle, scendendo lungo l’Isonzo o il Tagliamento, tutto il nostro fronte, schierato a semicerchio sino al mare, in gran parte al di là dell’Isonzo, e sull’arco alpino.  Senza le sette divisioni scelte tedesche (che assieme a sette scelte austro-ungariche formarono la leggendaria XIV armata mista protagonista dello sfondamento, comandata dal generale Otto von Below) un’offensiva di quel tipo non si sarebbe nemmeno potuta concepire.  Le offensive del maresciallo Conrad, nostro accanito nemico, condotte con le sue sole forze sugli Altipiani fallirono per ben tre volte: nel maggio-giugno del ’16 (la più imponente, la Strafexpedition), nell’autunno del ’17, nell’estate del ’18, così come fallì l’offensiva finale generale del giugno del ’18 (vedi supra).  Contro i russi, l’Imperiale e Regio subì per due volte disfatte impressionanti, riuscendo a riprendersi (ma forse mai del tutto dalla prima) e a passare alla vittoriosa controffensiva sopprattutto grazie all’aiuto tedesco.  Sul fronte orientale si ebbero casi di reparti slavi, soprattutto cèchi, che si arresero senza combattere “ai loro fratelli slavi”.  Contro di noi, l’Imperiale e Regio vinse tutte le battaglie difensive, le famose, terribili “battaglie dell’Isonzo”, tranne una, la sesta, quella che portò alla nostra conquista di Gorizia, allora importante piazzaforte sulla frontiera con il Regno d’Italia, nell’estate del 1916.  E fu portato sull’orlo del collasso dall’undicesima, evitato anche grazie all’errore del generale Capello, che non sostenne a sufficienza l’attacco principale, sull’altopiano della Bainsizza, nel momento decisivo. 
 L’impero non aveva in realtà le forze per dominare tre fronti contemporaneamente (orientale, balcanico, alpino e isontino ossia italiano); ce l’aveva per tenerli, difendendoli accanitamente anche se a fatica ma non per piazzare con le sue sole forze un colpo risolutivo in uno di questi tre.  Nell’undicesima battaglia dell’Isonzo, l’esercito italiano, sia pure con le consuete alte perdite, del resto tipiche di quella guerra di posizione su tutti i fronti, aveva aperto una breccia nello schieramento asburgico sull’arido altopiano carsico della Bainsizza, penetrando a cuneo per circa 12 km nel punto massimo raggiunto  (distanza notevole per le avanzate sanguinosissime ma striminzite di allora) e occupandolo in gran parte, sospingendo pertanto il nemico verso il bordo dell’altopiano stesso, una fascia poco profonda, al di là della quale si aprivano avvallamenti coperti da boschi (il Vallone di Chiapovano) nei quali un esercito non avrebbe più potuto retrocedere e riorganizzarsi. L’Imperiale e Regio riuscì con grande tenacia a riformare una precaria linea e a bloccarci. Convinti i generali austriaci di non poter più resistere alla prossima offensiva italiana, che Cadorna avrebbe sicuramente sferrato, nonostante il forte logorio delle sue truppe, l’imperatore Carlo chiese l’aiuto tedesco per una spallata di alleggerimento nei confronti degli “italiani spergiuri”. Nacque così l’attacco che sfondò a  Caporetto, 12a  battaglia dell’Isonzo, un’azione che gli strateghi tedeschi trasformarono in un colpo da K.O.; ben riuscito, grazie anche alla perfetta sorpresa sia tattica che strategica realizzata, ma che tuttavia non eliminò affatto l’Italia dalla guerra (come continua a ripetere una bugiarda vulgata), tant’è vero che fu sempre lo stesso Regio Esercito, pur malconcio, due settimane dopo Caporetto, a fermare gli austro-tedeschi sul nuovo fronte, retrocesso in tutta fretta di circa 140 km ma raccorciatosi di 200, il fronte del Piave e del Grappa (vedi supra).

La storia ci offre sempre le stesse dramatis personae, come se in modo imperscrutabile ed arcano si realizzasse sempre la medesima  rappresentazione, il medesimo archetipo tragico.  Si vede il crescere ed il rafforzarsi, in senso materiale e morale,  di una determinata forma di società e di Stato, il formarsi di un popolo che mostra determinate virtù. La crescita è dovuta in parte alle circostanze esteriori, che agiscono con la forza di una necessità cui ci si deve opporre senza discutere, mettendosi alla prova; in parte ad una volontà di sopravvivenza e poi di dominio che si attua via via in forme più razionali, creando rapporti e istituzioni secondo un principio d’ordine, a sua volta al servizio di un determinato ideale.  Così quella società e quello Stato diventano l’attuazione dell’idea della società e dello Stato, in quanto idea che caratterizza tutto un periodo storico e il destino di un popolo.  Dalla conquista, con le sue sofferenze e brutalità, si passa per gradi al buon governo e alla crescita di una civiltà, che, soprattutto nel caso di un impero, coinvolge anche gli sconfitti di un tempo.
Ma poi comincia, in modo inizialmente sottile ed indiretto, la decadenza. Circostanze esteriori nuove pongono problemi che appaiono di difficile soluzione mentre la spinta interiore, la fede nei propri ideali, la confidenza nella propria forza e la relativa coerenza di vita cominciano a venir meno.  Appaiono nuovi nemici, più forti (la Germania unita attorno alla Prussia; l’espansionismo russo sempre più aggressivo nei Balcani, manifestazione di un disordinato ma possente sviluppo interno); o più deboli, come lo Stato italiano unificato, tuttavia potenziali fonti di guai, come si sarebbe poi visto.  Si modificano in modo irreversibile i rapporti economici a livello mondiale, si impone l’industrializzazione massiccia, con i suoi grandi vantaggi accompagnati tuttavia da molti mali.  I problemi politici interni più seri appaiono insolubili mentre la vita famigliare e i costumi cominciano a corrompersi e la religione si sfilaccia nell’agnosticismo, nel formalismo.  Comincia ad insinuarsi l’angosciosa sensazione che la decadenza di quella bella forma di Stato e di società, cristallizzata in costumi civili che si credevano eterni, sia ormai inarrestabile, la sua fine solo questione di tempo. Lo spirito inquieto della minoranza intellettuale e artistica mescola il sacro e il profano ossia la ragione con gli impulsi irrazionali più diversi, aprendo la via al fondo più oscuro dell’animo umano.
Il giudizio storico, che contiene sempre una filosofia della storia, è fatalmente in una certa misura antistorico dal momento che conosce il risultato finale, sa già “com’è andata a finire”.  Come scrisse Hegel, nel famoso passo della Prefazione ai Lineamenti di filosofia del diritto, nel 1820, “come pensiero del mondo, la filosofia appare per la prima volta nel tempo, dopo che la realtà ha compiuto il suo processo di formazione ed è bell’e fatta”.  Perciò, “quando la filosofia dipinge a chiaroscuro, allora un aspetto della vita è invecchiato, e, dal chiaroscuro, esso non si lascia ringiovanire ma soltanto riconoscere:  la nottola di Minerva inizia il suo volo sul far del crepuscolo”.  Nel riconoscere, si lotta per trovare una logica, una razionalità che spieghi in modo convincente l’accadere storico, che non è neutrale spettacolo o racconto libresco o mera pantomima bensì  v i t a  di tutti noi, autentica vita vissuta, lo sperare e il soffrire, le gioie e i dolori, le tragiche e violente passioni di un’umanità che è la nostra stessa.   Ma questa lotta contro noi stessi per giungere a cogliere il vero del passato, appare spesso indecisa.  Si ha quasi sempre la sensazione che la storia avrebbe potuto andare diversamente, se determinati errori non fossero stati compiuti nel momento decisivo o se la fortuna fosse girata in altra direzione; ma, nello stesso tempo, si ha la sensazione opposta, che le cose non potevano andare diversamente, che quegli errori erano inevitabili, dato l’incastro ormai immodificabile delle situazioni di fatto, delle passioni, degli odi, dei grandi interessi, delle forze formidabili che si stavano scatenando. Il dramma storico doveva esser evidentemente recitato in quel modo e sino in fondo: i Giorni dell’Ira dovevano sopravvenire con la Grande Guerra e la Rivoluzione Bolscevica, quattro imperi dissolversi, un’intera generazione perire.
    
Paolo   Pasqualucci
Lunedì, 4 marzo 2019



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