domenica 5 agosto 2018

Filosofia del diritto: l'errore logico fondamentale dei "pro-choice"o abortisti "in nome della scelta"


Filosofia del diritto :  l’errore logico fondamentale dei “pro-choice” o abortisti “in nome della scelta”.

Prescindendo dalle valutazioni morali e religiose, che giustamente condannano senza remissione l’aborto volontario quale forma di omicidio, vorrei soffermarmi sull’aspetto puramente filosofico della questione, ossia sui principi essenziali invocati dagli abortisti. 
Mi sembra si possano ridurre soprattutto a due: 
1. Il  principio della “libera scelta” della donna, difeso come principio incondizionato ed assoluto, e quindi a prescindere dall’oggetto della scelta stessa; 
2. Il principio che la vita cominci solo ad alcuni mesi dal concepimento  e  n o n   dal momento del concepimento, come se il bambino che si forma nel ventre materno durante i nove mesi della gestazione, non fosse vivente e vitale sin dall’inizio del suo organico formarsi. 
La nascita è  il risultato finale e compiuto del processo di crescita  di una materia interamente vivente sin dall’inizio del processo stesso, cioè dal concepimento; crescita che si articola in  f a s i ormai ben note alla scienza, le quali  mostrano l’esistere in atto di un individuo, maschio o femmina.  A 18 giorni il piccolo cuore del feto pulsa; a tre mesi il bambino è alto solo 8 cm e pesa due once: ma, pur sempre collegato alla vita della madre, ne ha già una sua, che gli consente di provare tutta una serie di sensazioni.  Infatti, fra le quattro e le sei settimane si forma la corteccia cerebrale del feto, conferendogli  la capacità di provare riflessi.  Entro dodici-quattordici settimane, ma forse già ad otto, pur essendo la corteccia cerebrale sviluppata solo tra il 30 e il 40 %, è in grado di percepire il dolore, come dimostra il fatto accertato durante molti aborti, che l’abortito reagisce (p.e. scalciando disperatamente) esattamente come chi prova dolore alle soluzioni saline che lo stanno bruciando e avvelenando o ai ferri che lo stanno tagliando a pezzi.  E deve trattarsi di un dolore veramente atroce.  Ora, se, grazie alla scienza, possiamo dire con certezza che a tre mesi c’è già un bambino in miniatura, se così posso esprimermi, perfettamente vitale anche se ancora incompleto quanto alla pienezza dei suoi organi, come si fa a negare che questo bambino di 8 cm sia il risultato di un processo vitale cominciato ben prima?  E dove porre l’inizio di tale processo, andando a ritroso, se non nel concepimento stesso?  C’è una qualche giustificazione scientifica a porre quell’inizio in un momento posteriore?  E quale sarebbe?  Di semplice grumo cellulare senza vita non può trattarsi, dal momento che la vivente forma-bambino la si vede emergere per gradi proprio da questa stessa materia; la si vede crescere sin dall’inizio secondo uno schema prestabilito.  Se dopo tre mesi di gestazione abbiamo già l’uomo o la donna in piccolo, come si fa a concedere il diritto di abortire “entro le prime 12 settimane” – questa è in genere la prassi adottata formalmente dalle legislazioni abortiste – come se in quei primi tre mesi non fosse apparso ancora nulla di vivente; come se la scienza non ci avesse saputo dir nulla della vita del feto sin dall’inizio della sua  formazione, nulla delle sue straordinarie caratteristiche di essere vivente in organico e naturale sviluppo nel grembo materno senza soluzione di continuità dal momento del concepimento.
Mi occuperò qui del primo principio invocato dagli abortisti.  Esso mostra, a mio avviso, un vero e proprio errore logico di base, costituito dall’affermare la libertà di scelta in quanto tale, a prescindere cioè dal suo oggetto o contenuto, come se potesse appunto esistere una scelta senza l’oggetto dello scegliere;  come se non esistesse una netta differenza tra la facoltà  di scegliere, a noi inerente in quanto esseri razionali e come tale ancora senza oggetto, e la libertà di esercitarla, guidata dalla volontà, cosa che avviene sempre in relazione ad un determinato oggetto, ragion per cui la si può ammettere solo se quest’oggetto sia lecito.   

1.   Non esiste una scelta senza oggetto della scelta.
Il ragionamento che si è sentito ripetere più volte, in occasione del recente referendum irlandese sulla modifica della costituzione che consentirà di riconoscere con legge ad hoc il libero aborto,  è in genere il seguente:  “a nessuno piace l’aborto; nessuno lo vuole;  non consideriamo l’aborto una bella cosa e non l’approviamo nemmeno tuttavia vogliamo salvare il principio della “libera scelta” della donna, della libera scelta in quanto tale”.  Salvaguardare in ogni caso tale principio, ciò significherebbe, dicono, rispettare la “dignità della donna”.  In nome di questa supposta “dignità” i sostenitori dell’introduzione del “diritto di abortire liberamente” nella società euro-americana, applicano a se stessi un’etichetta che suona per l’appunto:  “pro-choice”, “per la scelta”, “in nome della scelta” cioè della “libera scelta”,  espressione della “libertà ed emancipazione della donna”.
Si tratterebbe, quindi, di difendere incondizionatamente la libera scelta del singolo individuo, a prescindere dal suo contenuto:  del diritto di scegliere in quanto tale, a prescindere da cosa concretamente si scelga.  Tale “diritto” lo si vorrebbe far rientrare nei “diritti umani”,  in quanto diritti fondamentali che apparterrebbero alla persona in quanto tale.  Ma i diritti di libertà che i sistemi rappresentativi di tipo democratico tradizionalmente riconoscono sono diritti che qualificano in modo preciso la scelta, dandole un contenuto determinato, quello e non altro.
Pensiamo alla libertà di pensiero, che si manifesta nel diritto di esprimere la propria opinione in campo politico, culturale, scientifico, religioso, purché non si offendano le persone con epiteti ingiuriosi o calunnie.
Pensiamo alla libertà di voto ovvero di partecipare con la propria libera scelta alla formazione del parlamento e quindi indirettamente del governo dello Stato e alla formazione degli organi locali nelle elezioni amministrative.
 Alla libertà di associazione mediante la libera scelta individuale di aderire a un partito politico o sindacato o a qualsiasi altra organizzazione, purché abbia scopi leciti e non sia segreta.
Alla libertà di insegnamento, che, anche ove esista un programma generale di studi stabilito da un Ministero della Scuola, riconosce al singolo docente la libertà di svolgerlo secondo i propri orientamenti, fatte ovviamente salve fondamentali esigenze di preparazione, correttezza e serietà scientifica.
Alla libertà di culto, che garantisce l’esercizio di un determinato culto religioso da parte di uno Stato laico, senza o con limitazioni, concernenti in genere la morale e l’ordine pubblico; o anche da parte di uno Stato confessionale, che “tolleri” l’esistenza di altre e minoritarie religioni, autorizzandone il culto a determinate condizioni, in genere restrittive.
Tutte queste libertà possono considerarsi fattispecie della libertà di scegliere. Negli ordinamenti evoluti, essa viene riconosciuta agli individui in quanto soggetti dotati di ragione, su base puramente individuale o collettiva, come nel caso della libertà di culto, quando venga riconosciuta ad un soggetto in quanto appartenente ad una determinata religione, non in quanto individuo in se stesso considerato.  Queste libertà di scelta sono riconosciute sempre con un oggetto o contenuto determinato, del tutto legittimo: esprimere la propria opinione in modo lecito in diversi ambiti; votare nelle elezioni di ogni tipo; potersi associare; praticare la propria religione; esercitare liberamente il proprio insegnamento.  Nessun ordinamento giuridico tutela una “libertà di scegliere” in astratto, in quanto tale, senza individuarla mediante l’oggetto preciso della scelta stessa. Si deve sapere che cosa si vuole scegliere, dato che l’essere umano può voler scegliere sia il bene che il male.
Appare pertanto del tutto illogica la giustificazione addotta da coloro (e sono numerosi) che votano a favore del riconoscimento legislativo del libero e volontario aborto soprattutto per garantire la “libertà di scelta della donna”, in generale, in quanto tale, a prescindere da ciò che essa scelga.  Come non esiste un’azione senza scopo, così non esiste  una libera scelta senza l’oggetto della scelta stessa:  si sceglie sempre qualcosa di specifico, di ben distinto ed individuabile.  E per un fine determinato.  Pertanto, come può uno Stato riconoscere la libertà di scegliere un  m a l e , quale l’aborto (per ammissione stessa di coloro che ne vogliono difendere la libera scelta), non solo depenalizzandolo ma anche tutelandolo e persino in una certa misura favorendolo con le proprie leggi?  
Si capisce perché gli abortisti insistano sul momento dello “scegliere” lasciandone possibilmente nell’oblìo “l’oggetto”.  Dovrebbero, in realtà, aver il coraggio di dire apertamente che essi sono per la scelta in favore dell’aborto, in favore del riconoscimento alla donna di un “diritto ad abortire” liberamente; di poter disporre in sostanza del diritto di vita e di morte sul proprio nascituro.  Dovrebbero, in sostanza, ammettere di voler riconoscere alla donna un diritto di scelta il cui oggetto, in maniera lampante, costituisce di per sé un  m a l e   e un male grave:  la soppressione del bambino in formazione nel grembo della madre naturale, da parte della madre stessa.  Ammettere, in definitiva, che ciò che si vuol difendere qui (ed imporre a maggioranza) non è l’astratto diritto a scegliere ma il concreto diritto ad abortire, cioè a poter scegliere in quell’unico, particolare e nefasto modo.    
Penso che molti fra i “pro-choice” non si accorgano della contraddizione in cui cadono, quando affermano per l’appunto di non amare affatto l’aborto, che pur vogliono sia concesso come “diritto”, di non volerlo favorire, quest’ evento che non hanno il coraggio di definire apertamente un male, pur non affermando mai che sia un bene (del resto, come potrebbero?).  E perché non lo considerano una cosa buona e non ne vogliono sentir parlare, se non perché essi stessi sanno che è un male per chi lo commette e aiuta a commetterlo?  E sapendolo, perché vogliono riconoscere alla donna la possibilità di commetterlo questo male, questo fatto orribile e per lei moralmente e psicologicamente distruttivo, atroce per il nascituro, dannosissimo per l’intera società?  Vogliono che sia riconosciuta alla donna la libertà di scegliere una cosa che loro sono restii a nominare, poiché sono loro stessi a doverla considerare in coscienza un male: e ciò solo per amor di un principio, per difendere il principio della “libertà di scelta” in quanto tale, in astratto, in assoluto, guardando solamente alle supposte esigenze della donna, quelle artificiose fabbricate dalla subcultura femminista, e mai a quelle vere e  concrete della femminilità secondo natura né tantomeno a quelle del nascituro.
Ci troviamo evidentemente di fronte ad un concetto errato della libertà individuale.  L’errore consiste qui nel concepire tale libertà in modo incondizionato, come se essa potesse essere senza limiti, eventualmente posti solo dal soggetto agente, secondo la sua convenienza.  Tale errore si basa a sua volta su di una nozione superficiale della natura umana.  La si intende evidentemente capace di regolare sempre da se stessa e in modo soddisfacente il proprio comportamento quando invece l’esperienza non solo storica ma di tutti i giorni dimostra esattamente il contrario.  La nostra capacità di scegliere è negativamente influenzata dalle nostre passioni, dai nostri istinti e desideri;  la volontà e la ragione lottano senza posa contro la nostra componente irrazionale e animale, che spesso ha il sopravvento, a causa della nostra fragilità, derivante – come spiega la dottrina tradizionale della Chiesa – dalle conseguenze del peccato originale; il quale, facendo venir meno la nostra somiglianza sovrannaturale (edenica) con Dio e i relativi doni sovrannaturali, non ha tuttavia distrutto né il nostro libero arbitrio né la nostra libera volontà, pur “attenuando ed indebolendo” entrambi, sì da render difficile e problematico quel dominio delle nostre passioni, senza il quale la nostra vita diventa  un vero e proprio inferno.  Da esso ci possiamo salvare solo mediante la conversione a Cristo e la relativa santificazione quotidiana, giammai con le nostre sole forze. 

2. Una falsa alternativa
Ma, direbbe qualcuno, coloro che sono “per la scelta” lasciano in realtà alle donne la possibilità di scegliere anche “per la vita” ossia di non abortire.  Scegliere non significa forse decidere tra due azioni non solo diverse ma spesso anche opposte? Non è che, autorizzando la legge dello Stato il libero e volontario aborto, la donna sia obbligata ad abortire, ovviamente:  essa resta sempre libera di non farlo cioè di scegliere in senso opposto all’aborto.  Riconoscere la libertà di scelta in questo caso significa non punire la donna che decida per l’aborto, non significa misconoscere la libertà di scegliere in senso contrario, cioè di non abortire.  Insomma, depenalizzando l’aborto e riconoscendolo come “diritto”, si manterrebbe sempre alla donna la libertà di scegliere tra abortire e non abortire.  Libertà che verrebbe negata qualora non si riconoscesse alla donna la possibilità di scegliere di abortire.
Ma questa alternativa tra lo scegliere per l’aborto o per la nascita del bambino, per la vita, non esiste in quanto alternativa rilevante per il diritto.  Scegliere per la vita non può essere messo sullo stesso piano dello sceglier l’abortire, che è uno sceglier per la morte.  Le due “scelte” si escludono a vicenda: non sono uguali, in quanto scelte. Proprio in quanto scelte sono opposte e inconciliabili, rappresentando l’una la negazione dell’altra. Nella “scelta per la vita” si afferma la vocazione naturale della femminilità, che consiste nell’esser la donna feconda non per il piacere dell’uomo ma per generare e allevare figli assieme a lui, al fine di mantenere il genere umano su questa terra, secondo il disegno divino.  E la creazione e il mantenimento della famiglia implicano l’esercizio di quelle virtù morali che danno alla vita quel significato spirituale che è proprio dell’essere umano e contribuisce allo sviluppo della civiltà. L’esser moglie e madre corrisponde alla natura profonda della donna, al suo esser ciò che la natura (voluta da Dio)  la fa essere.  Scegliendo “per la vita” la donna si mantiene fedele a se stessa e fa ciò che è  b e n e , spontaneamente, per se stessa e per tutti.  Questo  b e n e   è nello stesso tempo una realtà che l’ordinamento giuridico deve riconoscere e tutelare, in quanto tale, perché è cosa buona e giusta, non come alternativa ad una scelta di segno opposto, la quale rappresenta sempre un  m a l e , anche secondo coloro che la vogliono riconoscere in nome di un’astratta e incondizionata, e quindi falsa, idea di libertà.  La legge di uno Stato bene ordinato e conforme ai principi della natura, che sia coerente al suo fine, consistente sempre nella realizzazione del bene comune, non può mettere sullo stesso piano la “scelta” per il bene della vita, rappresentato dalla nascita dei bambini, e quella per il male dell’aborto.  La prima costituisce un comportamento dovuto da parte della donna, in quanto l’unico conforme alla sua vera natura:  oggettivamente dovuto di per sé e non, invece, rilevante solo come possibilità opposta rispetto alla scelta di abortire.  Concepirlo, questo comportamento, come risultato di una scelta consentita dalla legge sarebbe come dire che il rubare e il non rubare o l’uccidere e non uccidere costituiscono due opposte alternative, tra le quali la legge consente di scegliere.
Nessuna legge penale implica una simile scelta poiché la legge punisce il comportamento deviato in quanto  m a l e  i n  s é ,  sul semplice presupposto che il comportamento corretto del cittadino, da considerarsi dovuto, costituisca oggettivamente la norma.   E difatti finora si è giustamente punito il libero aborto volontario come  r e a t o , sul presupposto che il comportamento eticamente dovuto da parte delle donne, perché l’unico conforme alla loro natura e alle necessità della società e del popolo, sia quello di concepire e partorire bambini, in unione legittima con un uomo, al fine di costituire una famiglia per mantenerli, educarli e crescerli insieme.
Negare la libertà di abortire non costituisce, quindi, in alcun modo un sopruso.  Altrimenti, bisognerebbe dire che il legislatore che punisca il male commette per ciò stesso un sopruso!  Una legge positiva che sia conforme a ragione e all’etica, anche solo naturale, non può autorizzare a compiere il male, quale appunto è la forma di omicidio volontario che chiamiamo aborto.  Il sopruso, nei confronti del nascituro, lo costituisce invece la legge che conceda il libero aborto.  Le libertà tradizionalmente riconosciute dalle costituzioni democratiche concernono diritti di scelta su cose lecite, tutte connesse alla partecipazione dell’individuo alla vita pubblica della nazione.  Questa partecipazione viene regolata dalle leggi, il che significa:  riconosciuta e nello stesso tempo limitata.  Limitata innanzitutto al rispetto delle norme della morale e alle esigenze della vita in comune (divieto di offendere, calunniare, diffamare; obbligo di rispetto della pubblica decenza e dell’ordine pubblico, della morale, del codice penale in generale). 
Le libertà di scelta legittime quanto al loro oggetto o contenuto sono riconosciute dall’ordinamento giuridico con limitazioni ben precise, tipiche di quello che si suol definire Stato di diritto.  E ciò accade perché, dati i limiti e le carenze della natura umana, nessuna libertà di scelta e il suo conseguente esercizio possono esser riconosciuti in modo incondizionato e assoluto, senza regole imposte dall’Autorità legittima, si basino queste regole sulla legislazione scritta o semplicemente sugli usi e costumi riconosciuti, sulla tradizione.
Ma vi sono “libertà di scelta” che non possono assolutamente esser consentite, come quella di abortire, dal momento che il loro contenuto, il loro oggetto è illecito per definizione, consistendo esso nella soppressione volontaria di una vita umana indifesa.  Comunque la si voglia mettere, la  natura intrinseca dell’aborto è inesorabilmente quella: si tratta della soppressione a sangue freddo di una vita, e quindi di un omicidio, perpetrato contro un essere innocente, che ha il solo torto di esistere.
Una legge positiva che voglia trasformare questo comportamento delittuoso in un “diritto” della donna, mostra di aver smarrito il senso autentico del diritto, non solo dal punto di vista del suo rapporto con l’idea della giustizia ma anche per ciò che riguarda il diritto come concetto, che in tal modo non si riesce più a distinguere dal torto.  Cadendo in questa grave contraddizione, la legge positiva viene meno al suo compito, annienta se stessa e consegna la nostra vita al dominio degli istinti peggiori.            

Paolo  Pasqualucci

Domenica, 5 luglio 2018



1 commento:

Giorgio ha detto...

Totalmente d'accordo, se accettiamo la premessa che l'embrione sia un essere umano.
Se esistesse una libertà di scelta "assoluta", qua talis, senza oggetto, allora si sarebbe in diritto di uccidere, anche persone adulte, di fare violenza, di ridurre in schiavitù e via discorrendo.
A mio avviso coloro che sono favorevoli all'aborto commettono quasi sempre l'errore di considerare quello dell'aborto una questione morale (nel senso della morale individuale) che riguarda solo al soggetto della scelta. Spesso argomentano in questo modo: "Non è giusto che la Chiesa o qualsiasi altra istituzione interferisca con la propria dottrina su materie che devono essere lasciate alla libera scelta individuale". Talora aggiungono che la "fede" non dovrebbe c'entrare alcunché in un campo come quello del diritto e i "cattolici" non dovrebbero pretendere di uniformare tutti alle proprie vedute.
Sarebbe come dire che, se un'associazione ambientalista protesta perché alcuni bracconieri cacciano esemplari di specie protette all'interno di riserve naturali, tali proteste di un'associazione "privata" non dovrebbero interferire con la libertà dei bracconieri stessi...
La questione non è chi protesta o si batte per una certa idea (nel caso contro l'aborto), ma quale sia il fondamento di questa battaglia.
Ora, se, come Lei ampiamente argomenta, l'embrione umano è già uomo (in potenza, come direbbe Aristotele), ne segue senza se e senza ma che abortire è commettere un omicidio.
Non si tratta di una questione morale che riguardi il soggetto della scelta, ma di una questione giuridica che riguarda anche il soggetto sul quale la scelta si abbatte.
Se io penso, ad esempio, che tutti i comunisti debbano essere fucilati non si tratta di una questione morale che riguardi la mia libertà di scelta, ma di una questione giuridica nella quale si tratta di difendere il diritto delle persone, qualunque sia il loro credo politico, di non venire uccise.