sabato 17 marzo 2018

Crisi della Chiesa: la vera nozione delle "buone opere", contro l'eresia luterana di Papa Francesco - Risposta ad una critica



Crisi della Chiesa:  la vera nozione delle “buone opere”, contro l’eresia luterana di Papa Francesco – Risposta ad una critica

Nota  previa:  Mi sono accorto solo il 9 marzo u.s. del  cortese intervento critico del lettore Giorgio Giacometti, “postato” il 25 febbraio precedente.  Ho tentato di rispondere sul mio blog ma la risposta la “macchina” non me l’ha passata, forse per mia imperizia. Rispondo pertanto in maniera più articolata, con la presente replica, pubblicata come articolo autonomo.  Colgo l’occasione per ringraziare il generoso apprezzamento di Gederson Falcometa, sempre a proposito dello stesso articolo, sull’eresia luterana di Papa Francesco.
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L’intervento critico di Giorgio Giacometti.

Apparentemente  la Sua dimostrazione dell’eresia di Papa Francesco (che coinvolge anche la celebre Dichiarazione congiunta di cattolici e luterani) è ineccepibile.  Tuttavia, se i Suoi argomenti fossero validi (Lei ragiona su basi decisamente “aristoteliche”, in termini per così dire, di “bianco e nero”), l’ecumenismo a cui siamo chiamati dai tempi del Concilio Vaticano II sarebbe vano.  Non vi sarebbe alcuna possibilità di “rivedere” i dettami del Concilio di Trento o di reinterpretarli in modo tale da farli collimare, prima o poi, con la dottrina protestante, a sua volta reinterpretata e approfondita.

 È chiaro che, se “dialogo” deve essere (e se così non dovesse essere, lo stesso Concilio e i Papi che ne sono seguiti e hanno cercato di attuarlo dovrebbero essere giudicati eretici), bisogna supporre che almeno alcune difficoltà e incomprensioni siano “verbali”e non “sostanziali”.  A leggere bene, in effetti, gli stessi articoli del Concilio di Trento, quando parlano delle opere, mettono in luce l’azione dello Spirito Santo (dunque una forma della grazia).  E che significa che le opere “aumentano” la giustificazione? O si è giustificati oppure no!  Forse significa che la rendono più “splendida”, ma allora non sono strettamente essenziali…Insomma, non voglio fare il teologo, ma credo che se non si lavora di fino sui singoli termini con apertura mentale, il dialogo diventa impossibile e l’ecumenismo è affossato a priori”.


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Sommario :  1. L’ecumenismo dell’attuale “dialogo”è incompatibile con la logica.  2. La critica di Giacometti al Tridentino non coglie il senso autentico dei testi.  3. Il rilievo sull’azione dello Spirito Santo appare ininfluente per la tesi dell’Autore.  4. Uno pseudo-problema.  5. Nozione della giustificazione.  6. Cause delle giustificazione.  7. La giustizia di Dio si attua in noi mediante lo Spirito Santo ma con la nostra cooperazione.  8. L’aumento della Grazia, la giustificazione nell’accrescimento reciproco di fede e opere.  9.  Le opere buone aumentano la “giustizia ricevuta”, ossia la giustificazione.  10. Sembra essersi smarrito il senso del dogma, della verità di fede che non si può cambiare, nel modo più assoluto.



REPLICA di PAOLO PASQUALUCCI.

[1. L’ecumenismo dell’attuale “dialogo” è incompatibile con la logica]  Dimostrare in modo “ineccepibile”, dal punto di vista della logica, che Papa Francesco ha fatto professione di eresia nel dichiarare (come “dottore privato”) che Lutero non si era sbagliato nella sua eretica dottrina della giustificazione, significa, dunque, mettersi in contraddizione con l’ecumenismo proposto dal Vaticano II ed anzi “renderlo vano”?
Non c’è dubbio che sia così, se è vero che l’ecumenismo proposto dal Concilio consente appunto ad esponenti della Gerarchia dichiarazioni come quelle di Papa Francesco, legittimanti l’eresia e quindi esse stesse eretiche.   Nella logica è come nella morale:  non si posson servire due padroni. Come non si possono servire nello stesso tempo Dio e Mammona, così non si può affermare che la stessa cosa sia e non sia nello stesso tempo.  Vale a dire:  che la dottrina luterana della giustificazione sia eretica per il dogmatico Concilio di Trento ed invece ortodossa per Papa Francesco (visto che “lui non si è sbagliato”).  Se non si è sbagliato Lutero, allora si è sbagliato il Concilio di Trento nel condannarne le dottrine.  Questa alternativa radicale appare troppo “in bianco e nero”, troppo “aristotelica” e quindi per ciò stesso da rifiutarsi?  Non vedo perché.  Non è colpa mai se le categorie fondamentali della logica delimitano la realtà “in bianco e nero”.  Sono categorie che corrispondono al senso comune e alla recta ratio, dai quali vengono il principio di identità e di non contraddizione, di causalità e ragion sufficiente; principi che applichiamo continuamente nella vita di tutti i giorni, anche senza rendercene conto.
Il fatto è, per l’appunto, che l’ecumenismo attuale vuole, mediante il c.d dialogo, trovare una sintesi tra verità cattolica ed errore protestante, e non solo protestante.  Ma questa sintesi, come appare p.e. dalla Dichiarazione congiunta, è impossibile, non regge.  E che non si regga, lo vediamo in primo luogo già dal fatto che essa si dimostra inconciliabile con le categorie fondamentali della logica, come giustamente rileva Giacometti.  Ripudiando le quali, l’ecumenismo, per intima sua necessità, porta a mettere in dubbio le verità di fede dogmaticamente definite – in queste caso, quelle del Tridentino sulla giustificazione.
Ciò risulta in modo chiarissimo dagli argomenti di Giacometti. Egli critica la dottrina del Tridentino, affermando preliminarmente che le differenze (dogmatiche) con i luterani sarebbero frutto soprattutto di “incomprensioni verbali” assai più che “sostanziali”.  Secondo la sua interpretazione, il Tridentino si limiterebbe a dire che le opere “aumentano” la giustificazione.  Se si limitano ad “aumentarla”, rendendola forse “più splendida”, allora ne consegue che esse non sono “strettamente essenziali”.  Sarebbero comunque sempre un’azione dello Spirito Santo, “dunque una forma della grazia”.  E se “forma della Grazia”, da intendere in sostanza allo stesso modo di Lutero?
Dal Concilio in poi numerosi teologi e saggisti ripetono senza posa esser stati i gravi, plurisecolari contrasti di fede con scismatici ed eretici, il frutto di semplici equivoci, malintesi, anche solo verbali!  Un “dialogo” opportunamento calibrato e tutto andrà a posto, alla fine: scomparse le antiche diatribe ci ritroveremo tutti assieme appassionatamente, a costruire la pace nel mondo, dopo aver “reinterpretato” le nostre e le loro dottrine, realizzando di fatto una nuova religione, deistico-umanitaria, planetaria, cosmica!
Ma non è far torto alla cultura teologica, indubbiamente profonda e completa,  all’intelligenza dei Padri di Trento e allo stesso Lutero, voler ridurre il contrasto gravissimo provocato dall’eresiarca a semplici “incomprensioni verbali”? Forse i Padri non avevano capito di cosa si stesse discutendo, quale fosse l’effettiva posta in gioco? Mi sembra che l’ecumenismo imposto dalla Gerarchia ai fedeli, non solo li costringa a rinunziare alle categorie della logica ma ne svilisca anche la capacità di comprendere il significato autentico delle verità di fede.

[2. La critica di Giacometti al Tridentino non coglie il senso autentico dei testi]  Ma vediamo nel merito la critica di Giacometti, che credo esprima un sentire abbastanza diffuso, tipico di tanti cattolici che in buona fede cercano di reinterpretare il dogma secondo le direttive dell’ecumenismo, da loro disciplinatamente (ma acriticamente) accettate.
La critica viene espressa nei seguenti passaggi:  “[1] A leggere bene, in effetti, gli stessi articoli del Concilio di Trento, quando parlano delle opere, mettono in luce l’azione dello Spirito Santo (dunque una forma della grazia).  [2]  E che significa che le opere “aumentano”la giustificazione? O si è giustificati oppure no!  Forse significano che la rendono più “splendida”, ma allora non sono strettamente essenziali…Insomma, non voglio fare il teologo etc.”.
Caro Giacometti, qui bisogna invece fare proprio i teologi, altrimenti come facciamo ad inerpicarci su queste erte balze?  Farlo, si intende, nel modo che è consentito a noi fedeli, che non siamo teologi di professione: cominciando col ricostruire il testo esattamente, rendendogli quel che è suo.    
Veniamo alla Replica, dal n. [1].
 
[3. Il rilievo sull’azione dello Spirito Santo appare ininfluente per la tesi dell’Autore]  È ovvio che le nostre buone opere non possano aver luogo senza l’aiuto dello Spirito Santo, che ci sorregge anche nella nostra fede.  Che fede ed opere buone non possano esser indipendenti dall’azione dello Spirito Santo, viene ribadito più volte dal Tridentino, in ultimo al canone n. 3, contro i semipelagiani (quel Concilio non condannava solo gli errori dei luterani).

Se qualcuno afferma che l’uomo, senza previa ispirazione ed aiuto dello Spirito Santo, può credere, sperare ed amare o pentirsi come si conviene, perché gli venga conferita la grazia della giustificazione: sia anatema”

(G. Alberigo (a cura di), Decisioni dei Concili Ecumenici, tr. it. di R. Galligani, UTET, Torino, 1978, p. 552. Si tratta del Decreto sulla giustificazione, sess. VI, 13.1.1547, pp. 536-557. Tutte le mie citazione di quel Concilio provengono da questa traduzione.  I brani delle Scritture da me citati, provengono da La Sacra Bibbia, Ed. Paoline, 1963).

Affermare che, essendovi nelle opere anche l’imprescindibile azione dello Spirito Santo, la giustificazione sarebbe allora “una forma della grazia”, non dimostra nulla.  Non dimostra, cioè, che la giustificazione avvenga per sola grazia, ma unicamente che la Grazia si manifesta ineffabilmente per noi e in noi grazie ad un’azione dello Spirito Santo che influisce in modo decisivo anche sulle nostre opere, senza per ciò stesso far venir meno la nostra libera volontà che le esegue.
Quest’aspetto si chiarirà nella confutazione della critica n. [2]

[4. Uno pseudo-problema]  Qui abbiamo l’apparente problema rappresentato  dalle opere che, secondo Giacometti, si limiterebbero ad “aumentare” la giustificazione, venendo così a svolgere un ruolo del tutto secondario.  L’aumento del quale parla il Tridentino (nel cap. IX del Decreto citato) si riferisce innanzitutto alla grazia, con l’aiuto essenziale della quale otteniamo la giustificazione, e non alle opere, come se esse contribuissero solo all’aumento di una giustificazione già ottenuta sola Gratia.  Successivamente, nel canone 24 del Decreto, si afferma che le opere sono “anche causa dell’aumento [ipsius augendae causam] della giustizia ricevuta” da Dio, ossia della giustificazione.  Ma concorrono a questo “aumento” non perché  siano il mero effetto di una giustificazione già concessa per sola fede e sola grazia bensì perché operano attivamente al venire in essere stesso della giustificazione, facendola crescere su se stessa.

[5. Nozione della giustificazione]  Per comprender questo concetto nel migliore dei modi, inquadriamolo nel suo vero contesto. Cos’è  la giustificazione dell’empio?

“è il passaggio dallo stato, in cui l’uomo nasce figlio del primo Adamo [stato influenzato dal peccato originale], allo stato di grazia e di adozione dei figli di Dio [Rm 8, 23], per mezzo del secondo Adamo, Gesù Cristo, nostro Salvatore.” (cap. IV, Decreto – nel testo originale le indicazioni dei passi scritturali sono in nota)        

  Ora, tale “passaggio” non può avvenire se non rinascendo in Cristo [Gv 3, 5] (ivi).  La giustificazione ha origine dalla grazia preveniente di Dio, per mezzo di Gesù Cristo, cioè dalla chiamata, che gli uomini ricevono senza alcun merito, come avvenne emblematicamente agli Apostoli, uomini semplici, ignoranti e di bassa condizione.  Tale gratuita “chiamata” si rivolge a tutti, in modo che tutti coloro che si erano allontanati da Dio

siano disposti dalla sua grazia, che sollecita ed aiuta, ad orientarsi verso la loro giustificazione, accettando e cooperando liberamente alla stessa grazia, così che, toccando Dio il cuore dell’uomo con l’illuminazione dello Spirito Santo, l’uomo non resti assolutamente inerte subendo quella ispirazione, che egli può anche respingere, né senza la grazia divina possa, con la sua libera volontà, rivolgersi alla giustizia dinanzi a Dio”(cap V, Decreto). 

È qui indicata esattamente la sinergia che si viene a creare tra la nostra natura decaduta ma non integralmente corrotta (come riteneva erroneamente Lutero) perché ancora capace di intelletto, volontà, coscienza morale e l’azione dello Spirito Santo in noi; azione di fronte alla quale non restiamo affatto passivi, mantenendo la capacità sia di corrispondere che di non corrispondere. 
Dopo aver spiegato la necessità di prepararsi alla giustificazione, cosa che esige il contributo del nostro libero arbitrio, e l’origine di essa, il Tridentino illustra “che cos’è la giustificazione e quali siano le sue cause”, nel cap. VII.   Qui appare un’ulteriore nettissima distinzione rispetto ai luterani, ossia la riaffermazione del fatto che la giustificazione non è solo “remissione dei peccati” (perché la divina misericordia emanante dalla Croce si limiterebbe a ricoprirli – dice l’eresiarca – come un mantello, senza voler incidere sulla nostra intima natura peccatrice, lasciandoci così come siamo) ma è anche 

santificazione e rinnovamento dell’uomo interiore, attraverso l’accettazione volontaria della grazia e dei doni, per cui l’uomo da ingiusto diviene giusto, e da nemico [di Dio] amico, così da essere ‘erede secondo la speranza della vita eterna’[Tt 3, 7]” [cap. VII, Decreto]

[6. Cause della giustificazione]  La giustificazione così intesa, è perfettamente coerente alla Sacra Scrittura e alla Tradizione della Chiesa, poiché si vede da tutto l’insegnamento di Nostro Signore e degli Apostoli, come essi mirino sempre a promuovere la nostra santificazione e il nostro rinnovamento interiore, senza i quali non diventiamo quell’uomo nuovo capace delle buone opere gradite a Dio, esso stesso gradito a Dio e da Lui giustificato ossia trovato giusto.
Le  c a u s e  della giustificazione sono le seguenti:  finale, nella Gloria di Dio, di Cristo e nella vita eterna; efficiente, nella misericordia di Dio, che gratuitamente lava e santifica mediante lo Spirito Santo “pegno della nostra eredità”[Ef 1, 13-14]; meritoria, Cristo stesso, che ci ha meritato la giustificazione con la sua Passione, soddisfacendo Dio Padre; strumentale, “il sacramento del battesimo, che è il sacramento della fede, senza la quale a nessuno, mai, viene concessa la giustificazione”.  Infine, la causa più importante, quella formale, “è la giustizia di Dio, non certo quella per cui egli è giusto, ma quella per cui ci rende giusti” (cap. VII, cit.).
Abituati ad una concezione della realtà che vuol far dipendere sia la natura che la società dal caso e dalla volontà di potenza esercitantisi erraticamente sotto la spinta degli istinti, ci fa sicuramente difficoltà trovarci di fronte a quest’esempio di causalità aristotelo-tomistica applicata alla spiegazione del dogma della fede.  In particolare, credo, per ciò che riguarda la causa formale.  La forma, per la nostra mentalità, riguarda soprattutto ciò che è formale nel senso di meramente esteriore o nel senso di modo di essere di qualcosa, in sè non limitato all’esteriorità ma comunque non coincidente con l’essere stesso, con la sostanza o essenza della cosa.  Nel senso aristotelico classico, invece, la forma è proprio ciò che concerne l’essenza stessa della cosa, la sua natura intrinseca o sostanza, che la fa essere quello che è e giammai altro.  Così, nel celebre esempio, riportato nella Fisica e nella Metafisica,  l’idea della coppa è la forma (la “forma” e il “modello”, eidos e parádeigma, l’idea e il paradigma) che l’argento, plasmato dall’artefice, verrà ad assumere.  Ora, quest’idea possiamo considerarla causa della forma che la materia viene concretamente ad assumere. La materia, inoltre, si rivela a sua volta causa materiale.  Infatti, anche della materia si può dire che sia causa dell’oggetto perché senza di essa l’idea resterebbe in potenza: non potrebbe tradursi mai in atto e nulla vi sarebbe nella realtà sensibile.  La forma della coppa, causa del venire in essere della coppa grazie all’attività dell’artefice (causa efficiente) e sempre per un determinato fine, p.e. puramente estetico o conviviale o di culto (causa finale), costituisce dunque la natura specifica della coppa, la sua stessa essenza, quella forma che dà alla cosa il suo stesso essere di realtà individuale particolare, completamente separato e diverso da tutto il rimanente molteplice degli enti (forma dat esse rei).
La causa formale, per tradursi nella praxis, ha bisogno dell’intervento di altre cause, dato che essa è l’idea o il modello dell’ente che deve venire in essere. Esattissimo quindi dire che la causa formale della giustificazione,  cioè la forma ad substantiam, poiché ne costituisce l’essenza stessa facendola essere ciò che è già nella mente dell’Artefice sommo, è la giustizia ed anzi “è la giustizia di Dio”. Ma non la giustizia di Dio in sé bensì quella che ci giustifica, che si applica a noi rendendoci effettivamente giusti.  Come dice per l’appunto S. Agostino, ripreso dal Tridentino:  “iustitia Dei, non qua ipse iustus est, sed qua nos iustos facit” (DS 799/1529).

[7. La giustizia di Dio si attua in noi mediante lo Spirito Santo ma con la nostra cooperazione]   Ora, la giustizia divina che ci rende giusti, come si attua? Prosegue il testo:

con essa, cioè per suo dono, veniamo rinnovati interiormente nello spirito [Ef 4,23], e non solo veniamo considerati giusti, ma siamo chiamati tali e lo siamo di fatto [1 Gv 3, 1], ricevendo in noi ciascuno la propria giustizia, nella misura in cui lo Spirito Santo la distribuisce ai singoli come vuole [1 Cr 12, 11] e secondo la disposizione e la cooperazione propria di ciascuno” (cap. VII, Decreto).

Lo Spirito Santo distribuisce a ciascuno di noi la sua propria “giustizia”, che è un libero dono di Dio, dal momento che Dio non può considerarsi obbligato a darcela.  Ed essa è pertanto parimenti un dono dello Spirito Santo, che ugualmente non ha obblighi nei nostri confronti. Lo Spirito Santo viene dal Padre e dal Figlio (Filioque).  Egli distribuisce la giustizia di Dio nel modo che vuole, ma questo perché “a ciascuno di noi la grazia è stata data secondo la misura voluta dal beneplacito di Cristo”(Ef 4, 7).  La distribuisce, quindi, secondo la disposizione e la cooperazione propria di ciascuno e quindi non in modo uguale per tutti e comunque sempre in relazione alla libertà di ognuno, libero di disporsi o non disporsi alla grazia e di collaborare o meno con essa. L’ uomo non può considerarsi passivo, in quest’operare dello Spirito nei suoi confronti, se si vogliono mantenere all’essere umano le caratteristiche sue proprie, che non sono animali ma spirituali: intelletto, coscienza morale, volontà, carattere.
La cooperazione del singolo credente all’azione della grazia in noi (mediante lo Spirito Santo) fa crescere la nostra santificazione quotidiana.  In questa crescita abbiamo l’aumento della grazia ricevuta, spiegato nel cap. X del Decreto tridentino (“…ma professando la verità, noi cresceremo per mezzo della carità sotto ogni aspetto in colui che è il capo, Cristo” – Ef 4, 15). A questo aumento concorrono ovviamente le opere, rendendoci sempre più giusti agli occhi di Dio ovvero perfezionando la nostra giustificazione, che si costruisce giorno per giorno, nonostante le nostre cadute nel peccato, dalle quali possiamo risollevarci mediante “il sacramento della penitenza, per merito di Cristo”, recuperando così la grazia della giustificazione (cap. XIV).

(Sull’aumento della grazia della giustificazione mediante le buone opere, prodotto ex opere operantis, e quindi non uguale per tutti ma dipendente dal grado nostro di cooperazione all’azione della Grazia, vedi: Bernard Bartmann, Précis de théologie dogmatique, tr. fr. M. Gautier, Salvator, Mulhouse, 1951, vol. II, § 132, L’inégalité de la mesure de la Grâce).
Ma vediamo il testo del cap. X.

Gli uomini così giustificati e divenuti amici e familiari di Dio [Ef 2, 19], progredendo di virtù in virtù [Sal 83, 8], si rinnovano (come dice l’apostolo [2 Cr 4, 16]) di giorno in giorno, mortificando, cioè, le membra del proprio corpo [Col 3, 5] e mostrandole come armi di giustizia per la santificazione [Rm 6, 13 e 19], attraverso l’osservanza dei comandamenti di Dio e della Chiesa:  nella stessa giustizia ricevuta per la grazia di Cristo, con la cooperazione della fede alle buone opere, essi crescono e vengono resi sempre più giusti, come è scritto: Chi è giusto, continui a compiere atti di giustizia [Ap 22, 11], ed ancora: Non aspettare sino alla morte a giustificarti [Ecli (Sir) 18, 23], e di nuovo:  Voi dunque vedete che l’uomo è giustificato dalle opere e non dalla fede soltanto [Gc 2, 24].  Questo aumento della giustizia chiede la santa Chiesa quando prega: Dacci, o Signore, un aumento di fede, di speranza e di carità [Nella preghiera della XIII domenica tra l’anno]”

[8. L’aumento della Grazia, la giustificazione nell’accrescimento reciproco di  fede e opere]  Cosa risulta da questo capitolo? Che la nostra giustificazione dura per tutta la durata della nostra giornata terrena.  Non è qualcosa di statico e identico per tutti, perché predato, riconosciuto a priori in cambio di un nostro semplice atto di fede nella Grazia che ce la concederebbe a prescindere dalle opere e quindi dall’opera stessa della nostra quotidiana santificazione interiore, come vorrebbero gli eretici.  È un processo che si concluderà solo il giorno della nostra morte. E fino al giudizio della nostra anima da parte del Cristo Giudice non avremo mai la certezza di esser giustificati, anche se la pratica delle tre virtù teologali e delle relative virtù, attuata con la dovuta perseveranza, ci manterrà la fiducia in Dio evitandoci di cadere nella disperazione esistenziale (cap. IX, XII, XIII). Proprio la pretesa, piena di superbia, di avere la certezza assoluta della giustificazione qui e ora, in questo mondo, è stato l’errore che ha condotto lo sventurato Lutero fuori strada.   
Bisogna quindi tenere a mente che la giustificazione si attua mediante un rinnovamento costante del nostro vecchio uomo, il figlio d’Adamo peccatore, gradualmente sostituito dall’uomo nuovo, rigenerato in Cristo. Essa deve crescere su se stessa, e per tal motivo il cap. X ricorda che la santa Chiesa chiede continuamente per noi tutti “un aumento della giustizia” che ci giustifica (vedi supra), quando invoca l’aiuto di Dio perché ci sia dato un aumento costante di “fede, speranza e carità”, sino alla perseveranza finale, indispensabile per la salvezza (cap. XIII).  E nella carità sono per l’appunto ricomprese le opere che ci meritano la salvezza (Mt 25, 31 ss.).
Il fondamento scritturale primo della giustificazione si trova, se non erro, nel discorso di Gesù al fariseo Nicodemo, quando gli spiegò che, per entrare nel Regno dei Cieli, bisogna nascere di nuovo, diventare un uomo nuovo in Dio tramite l’insegnamento di Cristo: proprio quello che l’eretico Lutero nega, dichiarandolo impossibile. “In verità, in verità  ti dico:  chi non rinascerà per acqua e Spirito [Santo] non può entrare nel regno di Dio.  Ciò che è generato dalla carne è carne; e quel che nasce dallo Spirito, è spirito” (Gv 3, 5-6).
La vita del cristiano è dunque posta dal Signore sotto l’insegna della rinascita e del rinnovamento interiore:  noi dobbiamo rinascere per opera dello Spirito Santo, mediante il quale opera la Grazia che ci permette di osservare i Comandamenti e tutti gli insegnamenti di Cristo ossia della Chiesa.  Solo se ci rinnoviamo nel senso auspicato da Cristo possiamo esser giustificati di fronte a Dio.  L’idea della giustificazione, correttamente intesa come attuantesi in un continuo processo di rinnovamento e santificazione, esclude evidentemente che noi si possa continuare a fare le “opere della carne” come se volessimo continuare ad esser “generati nella carne”; gravata com’è, la carne, dalle conseguenze del peccato originale. Solo la “mortificazione” delle “membra del nostro corpo” fa sì, ribadisce il cap. X, che tali membra diventino “armi di giustizia per la santificazione”.  Si tratta di un noto concetto della Lettera ai Romani, particolarmente attuale oggi:  “Non abbandonate le vostre membra al peccato, sì che non diventino strumento d’ingiustizia; ma offrite tutti voi stessi a Dio, come viventi, da morti che eravate [nei confronti di Dio, per via dei vostri peccati], e fate servire a Dio le vostre membra, come strumenti di giustizia.  Il peccato allora non eserciterà più il suo dominio su di voi…”(Rm 6, 13-14)
Mettere sotto controllo le nostre passioni, evitando che il nostro corpo sia ancora strumento del peccato, non appartiene forse alle opere buone che dobbiamo compiere nei confronti del prossimo e di noi stessi? Chi è giusto, conferma l’Apocalisse, deve continuare a compiere “atti di giustizia” ovvero le buone opere, le uniche gradite a Dio. 
“L’ingiusto continui pure a commettere l’ingiustizia, l’immondo seguiti pure ad essere immondo; ma il giusto continui a compiere nuovi atti di giustizia e il santo a santificarsi ancora.  Sì, io vengo presto, portando con me la mia ricompensa [merces mea], per darla a ciascuno secondo le sue opere [reddere unicuique secundum opera sua]. Io sono l’Alfa e l’Omega, il primo e l’ultimo, il principio e la fine”(Ap 22, 11-13).
Qui si vede a chiare lettere che la “ricompensa”, rigorosamente individuale come il giudizio finale di ciascuno, è il corrispettivo per le nostre opere, grazie alle quali sarà dimostrata la nostra fede o la sua mancanza.  
E in questo continuo compiere “atti di giustizia”, attraverso una dura battaglia quotidiana contro noi stessi e il mondo, si ha il continuo rinnovarsi in Cristo del nostro uomo interiore, più volte testimoniato da S. Paolo:  “Per questo non ci perdiamo d’animo, e sebbene il nostro uomo esteriore deperisca, il nostro uomo interiore si rinnova di giorno in giorno”(2 Cr, 4, 16).  Si rinnova nella fede e nelle opere, in stretta simbiosi tra di loro. E si rinnova per l’appunto nell’accrescersi reciproco delle tre virtù teologali, come ci spiega lo stesso S. Paolo, nella Lettera ai Romani:
“Essendo dunque giustificati per la fede, noi abbiamo pace con Dio per mezzo di nostro Signor Gesù Cristo, mediante il quale, per la fede abbiamo ottenuto l’accesso a questa grazia in cui siamo e ci gloriamo nella speranza della gloria di Dio [cioè della vita eterna].  Non solo, ma ci gloriamo pure delle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce la perseveranza; la perseveranza, solide virtù, e la virtù provata, la speranza.  Or la speranza non inganna, perchè l’amore di Dio è stato diffuso in abbondanza nei nostri cuori dallo Spirito Santo che ci è stato dato” ( Rm 5, 5).
La giustificazione l’otteniamo innanzitutto per la fede in Cristo Nostro Signore: è la fede ad ottenerci tale grazia poiché di tale fede si compiace sommamente Iddio (“Questi è il mio figlio diletto. Ascoltatelo!”, Mc 9, 7). Per effetto di questa grazia noi cresciamo spiritualmente fino a “gloriarci nella speranza della vita eterna”, promessa da Cristo a chi avrebbe creduto in Lui e osservato i suoi comandamenti. La speranza della vita eterna diventa qualcosa di reale, una presa di coscienza nella quale ci gloriamo, ci esaltiamo spiritualmente, ascendendo a gradi più elevati del nostro interiore perfezionamento.  Ma non possiamo “gloriarci” solo con la speranza che viene dalla fede, dobbiamo “gloriarci” anche con le opere, la cui necessità emerge nella nostra lotta contro “le tribolazioni”.
Infatti, le tribolazioni non vengono a costituire per noi una pietra d’inciampo, tale da far naufragare la nostra fede al duro contatto con la loro realtà?  Gesù ci ha messi in guardia, nella parabola del seminatore (Mt, 13). Ma se manteniamo la fede possiamo trasformare le tribolazioni nel piedestallo della nostra gloria.  E la fede deve condurci ad accettarle risolvendole in un momento transeunte ma decisivo del nostro gloriarci nella speranza  della vita eterna.  E come è possibile questo? Con la consapevolezza che, solo affrontandole, l’uomo giunge alla virtù. La tribolazione “produce la perseveranza”, virtù indispensabile per la salvezza, e, in generale, “solide virtù”.  La “virtù provata” ossia messa alla prova, alimenta la nostra speranza.   La speranza nella vita eterna risulta dalla fede ma viene confermata dalle “solide virtù” che scaturiscono dalla perseveranza nella lotta contro le tribolazioni della vita terrena. Confermata, quindi, dalle buone opere, poiché la “virtù messa alla prova” altro non è che quella che si attua nel sano comportamento morale, nei retti costumi, insomma nelle opere gradite a Dio, perché conformi ai suoi comandamenti.
Non basta pertanto la fede, per la nostra giustificazione.  Essa è la prima virtù teologale ma agisce sempre assieme alle altre due. Nella “virtù messa alla prova” mediante le buone opere si attua la carità,  senza la quale è vano gloriarsi “nella speranza della gloria di Dio”, come spiegato in maniera esaustiva da S. Giacomo nella sua celebre Epistola.      

Le buone opere concorrono anche alla nostra libertà, consistente nel liberarsi della schiavitù del peccato. Obbedendo “di cuore” alla “dottrina evangelica, nella quale siete stati istruiti”, voi, ci spiega sempre S. Paolo, non siete più “schiavi del peccato”(Rm 6, 17).  E che non lo siamo più, sottolineo, non risulta forse dalle nostre opere, dal momento che non facciamo più del nostro corpo “membra del peccato”?   Difatti, “come un tempo avete messo le vostre membra a servizio dell’impurità e dell’iniquità, per soddisfare le concupiscenze [con le opere cattive], così ora mettete le vostre membra a servizio della giustizia, per raggiungere la santità”( Rm 6, 17-19).  Senza le opere rappresentate dal mettere ora “le nostre membra a servizio della giustizia”, quella che ci giustifica di fronte a Dio, non raggiungiamo “la santità” e quindi non siamo giustificati agli occhi di Dio.

[9. Le opere buone aumentano la “giustizia ricevuta”, ossia la giustificazione]  Tutto ciò considerato, possiamo comprendere al meglio il canone 24 del Decreto sulla giustificazione, che spiega l’aumento della giustizia ricevuta, grazie anche alle opere buone, le quali sono dunque anche causa del suo aumento.
   
“Se qualcuno afferma che la giustizia ricevuta non viene conservata ed anche aumentata dinanzi a Dio con le opere buone, ma che queste sono solo frutto e segno della giustificazione conseguita, e non anche causa del suo aumento:  sia anatema” (c. 24, Decreto).

Perché mai dovrebbe sembrar strana l’idea delle opere buone che “aumentano” la “giustizia ricevuta” ovvero la nostra giustificazione?  E tale da suscitare l’impressione sbagliatissima che tali opere non siano “strettamente essenziali” per la nostra salvezza?
La “giustizia che riceviamo da Dio”, cioè il grado della nostra giustificazione non è un dato statico ed immutabile, uguale per tutti, come nell’ottica di Lutero, che vuole appunto separare erroneamente la fede dalle opere e svincolare la salvezza dall’attuazione di queste ultime.  Dio, ci ricorda il Salmista, vuole che “procediamo di virtù in virtù”, ascendendo verso la perfezione morale (Gn 17, 1).  Mediante lo Spirito Santo viene dato un aumento della Grazia in modo che la “cooperazione della fede e delle buone opere” necessaria a questa ascesa possa perfezionarsi senza posa e migliori esponenzialmente la nostra “osservanza dei Comandamenti di Dio e della Chiesa”.  La “giustizia ricevuta” ovvero la giustificazione ottenuta viene dunque non solo “conservata” ma anche “aumentata dinanzi a Dio con le opere buone”.  Progredendo sempre più nelle buone opere (e conseguentemente nella fede), aumentiano nei nostri meriti di fronte a Dio, vedendo pertanto aumentata la nostra giustificazione presso di Lui.  In altri termini, più progrediamo nelle opere buone, dimostrandoci sempre più forti nella fede, tanto più siamo graditi agli occhi di Dio, siamo “giustificati” ai suoi occhi. 
È giusto pertanto affermare che con le nostre opere buone la nostra giustificazione non solo viene “conservata” ma anche “aumentata” poiché è l’incremento delle opere a farla aumentare.  Ciò dimostra che le opere non sono concepite in modo secondario rispetto ad una giustificazione già conseguita sola fide et sola gratia, come sembra ritenere Giacometti, ma devono al contrario concepirsi anche come “causa dell’aumento della giustificazione”.  Quest’ultimo dipende sì da una maggior effusione della grazia (cap X, vedi supra) ma sempre nell’ambito della sinergia creata dall’azione sovrannaturale della Grazia con quella del nostro libero arbitrio. 
La Grazia agisce in noi che attivamente vi cooperiamo (“Chiedete, e vi sarà dato; cercate e troverete…”Lc 11, 9) onde l’aumento delle buone opere provoca un aumento della fede e dell’effusione della Grazia.  L’aumento non è accidentale ma, per così dire, strutturale, poiché il nostro perfezionamento morale al fine di ottenere la giustificazione è, come si è visto, da intendersi come un processo costante, che deve crescere su se stesso e arricchirsi, sia dal lato della fede che da quello delle opere, provocando una contestuale crescita nel gradimento di Dio verso di noi; gradimento che ci riconosce alla fine giusti  di fronte a Lui, per i nostri meriti, nonostante le nostre cadute, se perseveriamo sino al momento della nostra morte (“Sii fedele sino alla morte e ti darò la corona della vita” – Ap 2, 10).  E questa crescita, nel che consiste propriamente la rinascita nostra in Cristo richiesta dal Signore stesso (Gv 3, cit.), con le buone opere ci ottiene (1) di meritare il necessario aumento della Grazia e la vita eterna ed anzi (2) il conseguimento stesso della vita eterna ed anche l’aumento della gloria, nella vita eterna:

Se qualcuno afferma che le opere buone dell’uomo giustificato sono doni di Dio, così da non esser anche meriti di colui che è giustificato, o che questi con le buone opere da lui compiute per la grazia di Dio e i meriti di Gesù Cristo (di cui è membro vivo), non merita realmente un aumento di grazia, la vita eterna e il conseguimento della stessa vita eterna (posto che muoia in grazia) ed anche l’aumento della gloria:  sia anatema” (can. 32, Decreto).

Nelle nostre opere buone dobbiamo pertanto essere generosi perché dobbiamo rispondere generosamente al Signore che ci chiama.  Esse devono sovrabbondare, secondo l’esortazione vibrante di S. Paolo, richiamata nel capitoletto XVI, conclusivo del Decreto sulla giustificazione. “Abbondate in ogni opera buona, sapendo che il vostro lavoro nel Signore non è vano”(1 Cr 15, 58).  Non è inane il “lavoro” delle nostre buone opere perché sarà ricompensato con la vita eterna.  Il principio luterano (condannato nel c. 25 del Decreto), assolutamente anticristiano, secondo il quale il giusto nel far le opere buone pecca (di superbia) venialmente o mortalmente, è insostenibile innanzitutto sul piano logico. Infatti, queste “opere” Dio stesso le vuole da noi, collegandole al conseguimento nostro della vita eterna. I due Testamenti risuonano da cima a fondo dei comandi e delle esortazioni a farle; esse altro non sono, a ben vedere, che l’osservanza scrupolosa dei divini Comandamenti, accompagnata da tutte le pratiche devote per prepararla e favorirla, insegnateci anche da Nostro Signore. Il principio luterano conduce illogicamente a credere, all’opposto, che tale osservanza non sia agli occhi di Dio determinante per la vita eterna di ciascuno di noi, mettendo così Dio in contraddizione con se stesso!
Nostro Signore, in quanto “il capo nelle membra e la vite nei tralci [Gv 15, 1], trasfonde continuamente la sua virtù in quelli che sono giustificati, virtù che sempre accompagna e segue le loro opere buone, e senza la quale non potrebbero in alcun modo piacere a Dio ed esser meritorie”.  Per questo motivo, per essere i giustificati sempre tralci della vite che è Cristo, si deve ritenere che essi “con le opere che hanno compiuto in Dio [Gv 3, 21], hanno pienamente soddisfatto alla legge divina, per quanto possibile in questa vita, e che hanno veramente meritato di ottenere a suo tempo la vita eterna (se tuttavia moriranno in grazia).  Dice, infatti, il Cristo, nostro Salvatore: ‘Chi berrà l’acqua che gli darò io, non avrà più sete in eterno; ma l’acqua che gli darò, diventerà in lui sorgente di acqua zampillante per la vita eterna”[Gv 4, 13-14]”.( Cap. XVI, op. cit.).



[10. Sembra essersi smarrito il senso del dogma, della verità di fede che non si può cambiare, nel modo più assoluto]   Nella conclusione del suo intervento, Giorgio Giacometti scrive, come si è visto:  “Insomma, non voglio fare il teologo, ma credo che se non si lavora di fino sui singoli termini con apertura mentale, il dialogo diventa impossibile e l’ecumenismo è affossato a priori”.
Ciò che colpisce qui, in primo luogo, è il fatto che si ritenga possibile “lavorare sui singoli termini con apertura mentale” per poter realizzare il dialogo ecumenico, che altrimenti verrebbe “affossato”.  Secondo la mia modesta opinione, quando la Gerarchia lo “affosserà”, questo sciagurato dialogo, tornando finalmente a predicare la retta dottrina e a vivere secondo essa, sarà davvero un bel giorno per la Chiesa e tutti noi. Ma, a parte quest’augurio, che al momento appare utopistico, va sottolineato come e qualmente si ritenga possibile modificare il significato dei “singoli termini” degli articoli di fede contenuti nei Decreti del Tridentino, quasi fossero semplici opinioni di coloro che le hanno votate in quel Concilio e non dogmi solennemente definiti, che tutti dobbiamo scrupolosamente credere e osservare, se vogliamo conseguire la giustificazione ossia salvarci l’anima.
Si è smarrita questa  nozione elementare, per noi cattolici:  che le verità di fede sulla fede e sui costumi solennemente definite in un Concilio dogmatico come il Tridentino, non possono esser modificate, o comunque sottoposte ad un lavoro di intarsio, all’insegna della necessaria “apertura mentale”, per poterle adattare al modo di pensare di eretici e scismatici, nemici immutabili e accaniti di quelle stesse verità, da loro negate in tutti i modi.  Tra la concezione della giustificazione della Chiesa cattolica e quella di Lutero, negatrice dell’importanza fondamentale delle buone opere per la salvezza, improntata al sola Fide e al sola Gratia, non può esserci, come si è visto, compromesso alcuno:  si escludono a vicenda, così come si escludono reciprocamente ed  irrimediabilmente la verità e l’errore.   
Di questo smarrimento la colpa non va data tanto ai singoli fedeli quanto al clero “riformato” secondo le direttive del pastorale e non dogmatico Concilio Ecumenico Vaticano II, poiché già nei testi di quel Concilio, volto all’aggiornamento della dottrina e della pastorale della Chiesa e alla riforma di tutti i suoi istituti, compare l’oscuramento della verità di fede fondamentale, che solo la Chiesa cattolica è l’unica vera Chiesa di Cristo, l’unica che salvi, grazie al suo insegnamento mantenutosi nei secoli fedele al Deposito.  

Paolo  Pasqualucci,  sabato 17 marzo 2018



















































































































































































































































































































































 




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