martedì 10 ottobre 2017

Filosofia del Diritto : Stato e bene comune [I]

Filosofia del Diritto:   Stato e  bene comune [I]

Sommario:  1.  Lo Stato ha come fine precipuo il bene comune di un popolo.  2. Il bene comune, fine dello Stato, è sia materiale che spirituale.  3. La falsa contrapposizione della c.d. “nazionalità spontanea” allo Stato.  4.  Bene comune e bene del singolo.  5.  Il bene comune di un popolo è costituito innanzitutto dalla sua stessa esistenza e sopravvivenza.  6.  Bene comune materiale e bene comune in senso spirituale.


1. Lo Stato ha come fine precipuo il bene comune di un popolo

Il bene comune e non la felicità individuale, il cui perseguimento deve sempre accordarsi con le esigenze del bene comune.  E nemmeno la giustizia in sé e per sé, ideale del tutto astratto se inteso all’insegna del motto: fiat iustitia, pereat mundus, inapplicabile allo Stato. Lo Stato, più realisticamente, dovrà cercare sempre di perseguire il suo fine specifico senza violare i princìpi fondamentali della giustizia, sia nel senso della giustizia conforme alle leggi di natura e divine che nel senso di quella risultante dai rapporti di correttezza tra gli uomini civili, nei rapporti con i singoli e con gli altri Stati.  Ma il suo fine specifico è il bene comune, da perseguirsi per quanto possibile secondo giustizia.   Il bene comune di un popolo non quello degli altri popoli o dell’umanità nella sua totalità, prospettive chimeriche e megalomani, oggi tornate di moda grazie alla crisi dei valori dilagante.
Che la giustizia sia un principio da non applicarsi qui in modo assoluto, a meno che non risultino violate la legge di natura o quella divina, si ricava da queste semplici riflessioni. 
La norma pacta sunt servanda è un principio cardine del diritto internazionale, ma temperato dall’aggiunta:  rebus sic stantibus, se si mantengono le condizioni presenti, quelle che hanno condotto alla firma degli accordi.  Ora, è capitato che uno Stato si sia rifiutato di entrare in una guerra considerata rovinosa, cosa che era obbligato a fare da un precedente trattato, trovandosi così affibbiata la taccia di traditore dallo Stato suo partner, che si attendeva l’entrata in guerra e negava l’applicabilità della clausola rebus sic stantibus.   Insomma:  per salvare lo Stato, e mantenere in tal modo al popolo il bene comune della pace, non si è a volte costretti a violare un trattato, ossia ad andar contro il giusto principio del pacta sunt servanda in nome di un principio ritenuto più alto, anch’esso giusto, quello del mantenimento del bene comune di tutto un popolo, che non si vuole mettere a repentaglio in una guerra che si presenta gravosa e rovinosa?
Pertanto, l’idea di giustizia cui fa riferimento sant’Agostino in una sua famosa frase, va interpretata in modo appropriato.  Eliminata la giustizia – ha scritto – cosa sono i regni se non grandi associazioni criminali?”[1].  Giusto. Ma di quale giustizia di tratta?  Di quella propria dello Stato, si intende, secondo i fini naturali per i quali esiste l’autorità di governo dello Stato, voluti e approvati da Dio (Rm 13, 1-7).  I valori di questa giustizia possono confliggere, dal punto di vista pratico, con il valore rappresentato dal bene comune del popolo, da mantenere e difendere ad ogni costo.
Tale conflitto non ha, invece, luogo se uno Stato, per fare un esempio riferito al nostro drammatico presente, si rifiuta di accogliere grandi quantità di stranieri che arrivino clandestinamente sui suoi confini terrestri e marittimi, con la motivazione di essere profughi o di fuggire dalla miseria.  L’accoglienza di elementi estranei, e in gran numero, non può certo essere un dovere per uno Stato, né in senso morale né giuridico, proprio perché il dovere fondamentale dello Stato (che ne giustifica l’esistenza) è esclusivamente quello di provvedere al bene dei propri cittadini (o sudditi).  Può naturalmente soccorrere ed accogliere gli stranieri che arrivino illegalmente ma unicamente per generosità, non perché sia obbligato, in quanto Stato.
Quell’accoglienza può diventare un dovere giuridico, solo se lo Stato si è impegnato con un trattato internazionale ad una accoglienza di questo tipo.  Si tratterebbe comunque di un cattivo trattato, da ripudiare.   Infatti, il dovere elementare dello Stato è di provvedere in primo luogo al bene comune dei suoi cittadini, il che implica la difesa da ogni invasione, quali che siano le sue motivazioni.  Una “accoglienza” di elementi stranieri  per motivi umanitari può naturalmente aver luogo ma non può comunque costituire un diritto (un “diritto umano”, che obblighi lo Stato a tutelarlo) né tantomeno esser indiscriminata: deve esser discriminata a seconda delle risorse a disposizione dello Stato e del calcolo delle conseguenze che tale invasione comporterebbe sul piano dei valori (usi e costumi, religione, qualità della vita). 

1.2  Oggi lo Stato, innanzitutto come valore, è contestato in gran parte di quello che si chiamava un tempo Occidente, diventato una sorta di cosmopolita e nello stesso tempo atomistica, sfilacciata comunità euro-americana pervasa dallo spirito mercantile e dall’edonismo più sfrenati, senza morale e senza Dio.  Da più parti si auspica il superamento ed anzi la scomparsa dello Stato-nazione, come dicono;  accusato di provocare o alimentare il nazionalismo, con i suoi passati disastri, e di non curarsi dei c.d. “diritti umani” nel modo dovuto.  Accusa a ben vedere superficiale, dal momento che la I Guerra Mondiale, sempre imputata agli sfrenati nazionalismi, ebbe come causa profonda la lotta spietata che quattro grandi imperi europei, padroni di mezzo mondo, stavano da anni conducendo, divisi in due alleanze, tra di loro e ai danni del moribondo impero ottomano.  Le aspirazioni e i calcoli di dimensione imperiale furono assai più decisivi, quale causa di guerra, degli impulsi nazionalistici di una Francia o di un’Italia e perfino di una Serbia.  

Di questi tempi, si vorrebbe che lo Stato si lasciasse “superare” da due lati. Dall’esterno,  sottomettendosi alla sovranità di organizzazioni sovranazionali (ONU, UE, WTO, OMS, etc), incluso il “mercato globale” dominato dalla finanza internazionale, e ai loro enti;  dall’interno, frammentandosi in regioni o mini-stati sottoposti alle medesime organizzazioni sovranazionali.  Dall’interno e dall’esterno è in azione un movimento a tenaglia contro lo Stato, il cui diritto all’esistenza è simultaneamente negato in nome del particolarismo e dell’universalismo, tra loro contraddittori ed ugualmente spuri perché frutto di astratte e faziose ideologie assai più che dei bisogni reali dei popoli.

Lo Stato però, come istituzione che realizza ancora in qualche modo il prevalere del bene della nazione (del bene comune) sugli interessi individuali o di parte, resiste e si mantiene rivelandosi ancora indispensabile per tanti aspetti essenziali della vita in comune, in modo diretto ed indiretto:  pensiamo all’ordine pubblico e alla difesa, all’amministrazione della giustizia, al sistema sanitario, al sistema scolastico, agli interventi nell’economia, allo sport. Ma il pensiero politico e giuridico attuale non sembra trovare argomenti concettualmente validi per giustificare questa tenace sopravvivenza, aiutato, in questa sua latitanza, da una concezione del diritto che appare sempre più astratta ed utopistica.  Infatti, si tende a far prevalere su tutto l’idea dei “diritti umani” di ogni individuo, concepito atomisticamente come entità completamente disancorata da ogni connessione territoriale, sociale, culturale, ossia da una nazione che sia effettiva comunità di vita, quale si esprime in un ordinamento giuridico statuale concreto, secondo il ben noto rapporto ordinamento statale-territorio-popolo;  per farne, del diritto, un attributo della persona individuale, astrattamente intesa;  di un soggetto di diritti senza storia e senza individualità, nei fatti inesistente; quell’autentica chimera che è il “cittadino del mondo” concepito assurdamente, il mondo, come “villaggio globale”.
  Si ha qui certamente un uso iperbolico della nozione dei “diritti umani”, nozione assai più ideologica che giuridica, filosoficamente figlia del consunto, antropocentrico “giusnaturalismo” degli “Immortali princìpi” della Rivoluzione Francese.  La negazione della validità dell’esigenza posta dallo Stato, come istituzione concreta, ha contribuito pertanto ad una concezione a mio avviso addirittura irreale del diritto.  Il fenomeno giuridico non può, evidentemente, identificarsi con il diritto posto dallo Stato (come ritenevano le vecchie scuole positivistiche) ma nemmeno può esser disancorato dal “concreto” rappresentato dal territorio di un determinato popolo, governato da un ordinamento giuridico statuale specifico, quale che sia il suo grado di sviluppo, sul quale incombe il dovere di mantenere integro il territorio con il popolo che vi abita[2].

2.  Il bene comune, fine dello Stato, è sia materiale che spirituale

 Un primo argomento da ribadire, in sé non certo nuovo ma oggi del tutto dimenticato, è dunque il seguente: lo Stato esiste per realizzare il bene comune dei suoi componenti, cittadini o sudditi che siano.  Concetto che si può esprimere anche servendosi dell’antica, famosa massima dei Romani:  Salus populi suprema lex esto:  la salvezza del popolo sia la legge suprema, per i magistrati o governanti, e quindi per lo Stato e le sue leggi[3]. La “salvezza” del popolo ne realizza il bene comune.    
Il discorso sullo Stato va pertanto ripreso muovendo dalla considerazione del fine, dalla sua causa finale, per esprimerci in termini aristotelici. 
A qual fine esiste lo Stato?
Per realizzare il bene comune di un determinato popolo.  Questo popolo costituisce di per sé una società i cui caratteri culturali, storici, estetici, linguistici, religiosi l’individuano anche come nazione.  Popolo e nazione sono comunque termini usati come sinonimi. 
Ma come qualificheremo il “bene comune” di un popolo, dal punto di vista del suo contenuto?  Quali ne sono gli elementi costitutivi?   Si intende qui, ovviamente, sempre il bene comune dal punto di vista terreno, non di quello della salvezza eterna delle anime, di competenza della Chiesa e non dello Stato, che comunque, come si avrà modo di ribadire, deve anch’esso concorrervi, sia pure senza uscire dalla sua sfera di competenza e quindi indirettamente.
Il bene comune di un popolo è sia materiale che spirituale, attiene cioè a tutti gli aspetti giuridici, economici, politici della vita quotidiana di un popolo, senza ovviamente poter escludere quelli spirituali ad essi collegati nella forma di ciò che chiamiamo valori della morale, della cultura,  dello spirito in generale.    
  Nel bene comune in senso “materiale” va anzitutto ricompreso il bene dell’esistenza stessa fisica e sopravvivenza nelle generazioni di un popolo: ordinata, pacifica e moralmente elevata, secondo i princìpi della laica virtù del cittadino e dell’etica fondata sulla religione.  Per la realizzazione del bene comune così inteso, l’unità dello Stato rappresenta un modo di essere imprescindibile, senza voler considerare la forma più o meno rigida nella quale si attui, se cioè in forma burocratico-centralizzatrice o che lasci spazi più o meno ampi all’autogoverno locale (federalismo o confederazione).    

3.  La falsa contrapposizione della c.d. “nazionalità spontanea” allo Stato unitario

Popolo, nazione, società sono elementi da considerare unitariamente, in relazione alla forma-Stato che ne attua la sintesi e il superamento. Essi costituiscono di per se stessi concetti portanti della filosofia politica e del diritto moderna e contemporanea.  E spesso sono stati e sono visti in contrasto tra loro.
 Ricordiamo la marxistica contrapposizione tra società e Stato:  quest’ultimo sarebbe solo la sovrastruttura politica dei rapporti materiali di produzione che nella società si innervano ai rapporti e alla lotta di classe; sovrastruttura destinata a sparire una volta realizzatasi la rivoluzione proletaria e comunista, che avrebbe socializzato completamente i rapporti di produzione, abolendo la proprietà privata e dando il potere ai proletari.  Ciò avrebbe comportato l’estinzione dello Stato.
L’utopia marxiana contrapponeva la società allo Stato, attribuendo al comunismo, sua forma del tutto idealizzata (profetizzata, anche se in termini necessariamente vaghi, quale inevitabile stadio finale e definitivo della storia), la capacità di sostituirsi completamente allo Stato.   Mai profezia si rivelò più  tragicamente fallace, come sappiamo.
Ma esiste anche il filone che contrappone la nazione allo Stato. Così si tende oggi a contrapporre allo Stato nazionale, unitario, burocratizzato, la c.d. “nazionalità spontanea”.  La polemica antiunitaria italiana attuale (e non solo italiana) contrappone allo Stato unitario democratico-parlamentare centralizzato l’esigenza del riconoscimento delle diverse “nazionalità spontanee” che si troverebbero diffuse per l’Italia.  Cosa significa ciò?  L’alternativa istituzionale concreta proposta da questi polemisti resta sempre nel vago ma la si può facilmente immaginare:  dar vita ad un sistema di autonomie locali ancorate alle attuali Regioni, che sia ancora più sviluppato dell’attuale, pur ampio.  Ma bisogna chiedersi:  quali “nazionalità” dovrebbe riconoscere lo Stato italiano?

3.1  Dal punto di vista della lingua, della cultura, della religione – elementi tipici dell’entità che si suol chiamare “nazione” – lo Stato italiano non ha da riconoscere una “nazionalità” diversa da quella italiana, diffusa in maniera uniforme in tutto il Paese, caratterizzante lo Stato e la società come italiani.  L’elemento cosiddetto “spontaneo” nella cultura e nella lingua è costituito in Italia, come nelle altre nazioni,  dal sostrato dialettale e dal folklore, tratti tipici in senso popolare  di  regioni e città, in ogni Stato.  Il teatro e la letteratura dialettale esistono da sempre in Italia e nessuno li ha mai toccati, nemmeno durante il fascismo. Si tratta di una cultura popolare “spontanea” che ha sempre convissuto pacificamente con quella italiana nel senso proprio ed elevato del termine.  Riconoscere adesso questa cultura a livello della forma istituzionale dello Stato, in quanto espressione di una “nazionalità spontanea” che imporrebbe la suddivisione del nostro Stato in tante piccole “nazionalità” istituzionalmente separate e protette da una normativa nazionale-internazionale, ciò significherebbe regredire  a livelli addirittura grotteschi di organizzazione politica e subcultura, come fanno fede i dilettanteschi tentativi della Lega Nord, qualche anno fa, di istituire una scuola leghista (accanto al “matrimonio celtico”) in sostituzione della scuola italiana, con l’insegnamento di dialetti lombardi o veneti al posto dell’italiano e di autori dialettali  al posto delle opere dei nostri classici, di un Foscolo, un Leopardi, un Manzoni!  Per non parlare di Dante…
Culturalmente, nel senso ampio ed elevato del termine, l’Italia è sempre stata  u n a  e lo è tuttora.  Inoltre, dal punto di vista qualitativo, dei contenuti, è sempre esistita una cultura italiana “nazionale” dall’ampio respiro ben distinta dalla cultura “regionale” del nostro Paese, esprimentesi in italiano ma di mentalità ristretta ed incapace di approfondire[4].   Ed è sempre stata  u n a  l’Italia anche dal punto di vista religioso, cioè cattolica. Forse le “diversità spontanee” da riconoscere sarebbero quelle delle tradizioni amministrative ed economiche degli Stati prenunitari?  Ma sono scomparse da centocinquant’anni, spazzate via per l’appunto dal centralismo sabaudo.  E il vigente sistema economico-politico consentirebbe forse di riprodurle?  L’attuale Regione, ricettacolo della supposta “nazionalità spontanea” riproduce ex Constitutione la medesima struttura politica e burocratica dello Stato centralizzato, ne è il doppione in miniatura, e ne mostra più i difetti che le virtù, dato che la base “regionale” ha permesso per l’appunto una reviviscenza mai vista del  sistema clientelare tipico dell’Italia preunitaria, fondato sul paludoso “notabilato” locale, mantenutosi (con qualche limitazione) nell’Italia unita e oggi ben più diversificato e vasto di un tempo, a causa dell’aumento consistente dei gruppi di potere o lobbies
Comunque lo si rigiri, il concetto di questa “nazionalità spontanea” che dovrebbe costituire la linfa di una nuova Italia, supposta federale o confederale o semplicemente divisa in Stati diversi, come prima del Risorgimento, quando c’erano otto dogane e otto diversi sistemi di pesi e misure e monetari a dividere e frammentare il Bel Paese, resta nebuloso e chimerico. 

3.2  Su di un piano più generale, il concetto della “nazionalità spontanea” vuole esprimere una contrapposizione netta tra Stato e nazione, all’insegna del concetto che la nazione viene prima e gli Stati dopo, ragion per cui questi ultimi dovrebbero riconoscere la nazionalità pre-esistente, nelle sue varie forme.
Questa visione non è ovviamente errata, contiene un elemento di verità, ma solo un elemento.  Il processo storico reale è molto più complesso.  La storia, infatti, ci mostra raramente il dispiegarsi di un rapporto fra Stato e nazione così lineare.  Più spesso, la nazione, nel suo farsi, si costituisce sin dall’inizio già come Stato, anche rozzamente, quando non è lo Stato a costituire la nazione, con l’opera audace (e anche spregiudicata) di una classe dirigente (aristocratica o borghese) in possesso di un potere e di un’organizzazione statali e di un buon esercito
“In nessuna parte d’Europa la nazione è stata l’elemento primario e lo Stato l’elemento derivato. Più antico della nazione francese è lo Stato francese – i suoi fondatori sono la monarchia e l’episcopato, non la nazione. Più antico della nazione tedesca è l’Impero tedesco d’impronta franco-orientale e sassone…” [5].  

3.3  Per non allontanarmi troppo dal mio tema, rinvio l’approfondimento di questo importante punto ad un intervento successivo, anche per ciò che riguarda l’Italia.  Per ora limitiamoci a dir questo:     dietro la rivendicazione antiunitaria della cosiddetta “nazionalità spontanea” è riapparso nel nostro Paese il fantasma dell’antico e feroce spirito municipale italiano, fonte primaria di tutte le innumerevoli divisioni, lotte e guerre civili dei secoli passati.  Il termine stesso di “nazionalità” è qui ambiguo.  La nazione italiana, prima dell’unificazione, era appunto quella che si esprimeva nella lingua e nella letteratura nazionale, nella cultura unitaria; la cosiddetta “nazionalità spontanea” ne sarebbe stata, invece, il sostrato multiforme, l’elemento grezzo che non va oltre il dialetto e il folklore, dimensioni puramente locali, campanilistiche, grette.  
E questa supposta “identità” della “nazionalità” conculcata e nascosta, è stata anche creata artificialmente.  Pensiamo alla  “identità celtica” della cosiddetta Padania, inventata dal rozzo e truculento on. Bossi e compagni di ventura, con le risibili, farsesche cerimonie paganeggianti lungo il corso del “dio Po”, le kermesse a base di paccottiglia “celtica”, il “matrimonio celtico” et similia. Un “celtismo fatto in casa” da contrapporre a Roma, simbolo della latinità e dell’odiato potere centrale, anche alla Roma Sede bimillenaria del Cattolicesimo (nei primi tempi i leghisti vaneggiavano a tratti di una “Chiesa celtica o padana”).  Il mondo dei fumetti del gallico Asterix è stato qui rivenduto sotto forma di sagra paesana, ma con il fine abietto di distruggere l’unità nazionale per rendersi un domani indipendenti nell’Unione Europea, sì da poter aumentare (si crede) il proprio già grande benessere materiale (come se tale benessere non fosse dipeso in misura consistente anche dall’appartenenza allo Stato italiano).  
Ma la storia, questa sconosciuta, ci mostra che i barbari Celti della pianura padana, conquistati dai Romani dopo un secolo abbondante di guerre reciprocamente feroci,  si assimilarono rapidamente alla superiore civiltà dei conquistatori, dando assai presto validi contributi alla poesia latina, tanto per fare un esempio.  Nel primo secolo a. C. accorrevano ad arruolarsi a frotte nelle legioni di Cesare, che andavano a combattere in Gallia.  I celti romanizzati furono una delle etnie che contribuirono validamente all’Italia romana, la quale resistette come Stato unitario sino alla fine delle Guerre Gotiche, cioè alla metà del VI secolo; erano ben italiani e furono  uno dei sostegni principali dell’impero romano, assieme ai Celti di Gallia e Hispania.

4.  Bene comune e bene del singolo

 Ma torniamo a bomba.  Rispetto al popolo, alla società, alla nazione, cosa caratterizza ciò che chiamiamo Stato?  Un’organizzazione pubblica composta da un sistema di istituzioni, il cui significato è impersonale o trascendente perché vi si attua l’idea di una personalità che rappresenta la totalità delle parti senza identificarsi in nessuna di esse:  infatti esiste, questa persona pubblica, per il loro bene comune.  Questo significato trascendente, nel quale si attua il necessario superamento del punto di vista egoistico dell’io individuale, empirico, che è in ognuno di noi, può forse apparire a prima vista astratto, se non nebuloso, per la mentalità odierna.  Ma la cosa si chiarirà proprio riflettendo sul concetto di bene comune.
Il bene comune  non sarà ovviamente quello del singolo bensì quello della comunità, di un intero popolo o nazione che dir si voglia. Esiste ciò che è bene per tutto il popolo e ciò che è bene per l’individuo singolo.  I due aspetti del bene possono coincidere ma anche divergere, come insegna l’esperienza.  Dal punto di vista ideale, governante perfetto sarebbe colui che riuscisse a far sempre coincidere il bene comune e quello dei singoli.  Ma tale perfezione raramente si riscontra.  La realtà ci mostra, all’opposto, un frequente contrasto tra i due, sia in atto che in potenza.
Spesso il bene del singolo viene sacrificato al bene comune.  In ogni caso, il rapporto tra i due tipi di bene implica sempre delle limitazioni e dei sacrifici, soprattutto da parte del singolo.  Lo vediamo già nell’àmbito della famiglia, cellula fondamentale di ogni vita associata; si intende, la famiglia naturale, creata dal maschio e dalla femmina che si uniscono stabilmente, secondo forme riconosciute dal diritto (matrimonio), al fine di procreare vivendo assieme sotto lo stesso tetto, allevando e mantenendo i figli secondo la tradizionale divisione di compiti tra il marito e la moglie. I genitori  fanno in genere tanti sacrifici per i figli limitando le loro proprie aspirazioni, i loro desideri,  insomma tutto o molto di ciò che sarebbe per essi soggettivamente un piacere e un bene.  E fanno questo in nome per l’appunto del bene comune rappresentato qui dal bene della famiglia e dei figli.
  Possiamo dire che una regola generale sia questa:  quando prevale il bene individuale nei confronti di quello comune, allora la società e lo Stato sono in decadenza e si stanno disgregando.  Fioriscono, invece, quando il bene comune prevale ma senza sacrificare integralmente il bene individuale, lasciandogli cioè il giusto spazio.  La logica del sacrificio individuale è comunque sottesa al rapporto bene del singolo – bene comune.  Non solo per ciò che concerne la relazione tra Stato e individui ma anche in ogni forma associata naturale organicamente costituita, a cominciare per l’appunto dalla famiglia.
     
5.  Il bene comune materiale di un popolo è costituito innanzitutto dalla sua stessa esistenza e sopravvivenza 

Come definiremo, allora, il bene comune, comune in quanto costituente il bene di un intero popolo o nazione o società che dir si voglia?  Piuttosto che premetterne una definizione omnicomprensiva, procederò elencandone alcuni essenziali tratti.
Bene comune ovvero un bene comune a tutto un popolo, che per realizzarlo avrà bisogno di quello che chiamiamo Stato, sarà costituito dalla sua stessa esistenza fisica come popolo, dalla sua sopravvivenza nelle turbinose vicende della storia (guerre, invasioni straniere, guerre civili, pesanti sudditanze economiche, spopolamento, epidemie, carestie).  Come dicevano gli antichi romani:  primum vivere deinde philosophari.
A tal fine il popolo dovrà organizzarsi in modo da:  1. alimentarsi e vestirsi a sufficienza mediante l’agricultura, l’allevamento del bestiame, il commercio interno ed esterno, l’industria;  2. mantenersi nella sua consistenza fisica, etnica, mediante i matrimoni, una sana vita familiare e una procreazione di figli che superi sempre le morti;  3. esser capace di difendersi contro i nemici interni, cioè i criminali, mediante l’amministrazione della giustizia civile e penale, ed esterni mediante l’istituzione e il mantenimento di forze armate.

6.  Dal bene comune materiale a quello spirituale

Il mantenimento dell’esistenza fisica del popolo è dunque, si potrebbe dire, il fondamento stesso dell’idea del bene comune di un popolo.  È tale idea nella sua forma elementare o, se si preferisce, è il contenuto elementare di tale idea.   L’aspetto materiale dell’esistenza di un popolo ricomprende, elevandoli a valori, il mantenimento e la sopravvivenza del medesimo.  Tuttavia, questa componente materiale del bene comune non è effettivamente separabile da quella spirituale dello stesso.  Infatti, come diceva Aristotele, gli uomini in società non si contentano semplicemente di vivere (tranne forse durante i tempi di particolare calamità, come risulta dalla risposta dell’abate Sieyes a chi gli chiedeva che cosa avesse fatto, sempre nascosto durante il Terrore, appena terminato: J’ai vécu, disse).  Gli uomini vogliono in realtà e cercano sempre di “viver bene”o in modo “felice” nel senso più ampio e completo del termine, che ricomprende anche le esigenze della morale e dello spirito (quindi, “bene” non in senso bassamente edonistico).
“La comunità che risulta di più villaggi è lo Stato, nel senso pieno del termine, che raggiunge ormai, per così dire, il limite dell’autosufficienza completa:  formato bensì per rendere possibile la vita, in realtà esiste per render possibile una vita felice [eu zên]”[6].
Da ciò si comprende che il mantenimento dell’esistenza fisica e sopravvivenza di un popolo nelle generazioni, non è un affare solamente materiale, di sola organizzazione amministrativa, politica, militare.  Infatti, sono i matrimoni la cui santità venga rispettata a costituire il presupposto di quella sana vita familiare così benefica per la società e fomite di numerosa figliolanza e cittadinanza.  Ma tale presupposto, implicando la fedeltà e l’adempimento dei doveri reciproci di marito e moglie in tutti i campi, si rivela essere per sua natura morale o etico che dir si voglia.  Non sono solo le esigenze della famiglia, sono anche quelle della morale che obbligano a respingere e punire l’adulterio e a condannare il commercio carnale fuori del matrimonio.  Pertanto lo Stato, se vuole adempiere al suo dovere di mantenere la sanità fisica del popolo e l’abbondanza della popolazione, deve vigilare con le sue leggi sulla purezza del matrimonio, punendo gli adulteri e i fedifraghi, perseguendo quei costumi e quelle abitudini che favoriscano il diffondersi della licenza.  Deve naturalmente perseguire tutto ciò per l’esigenza morale stessa, che comanda alla coscienza di difender la morale con le sanzioni imposte dall’autorità costituita e con il promuovere un’educazione e una cultura volte ad instillare l’amore della virtù.
Ma in ogni caso, lo Stato deve agire così già in relazione al fine suo proprio, la realizzazione del bene comune.  Senza sani costumi diffusi nella società non è possibile una sana vita familiare, che a sua volta promuove quei costumi;  non è possibile avere famiglie ordinate, belle e numerose, si diffonde la corruzione nelle famiglie e la conseguente denatalità.  Ma i “sani costumi” sono il risultato di determinati principi morali, che vengano concretamente applicati, anche con l’aiuto delle leggi.  
“Bisogna che la legge sia la castigatrice dei vizi e la stimolatrice delle virtù, e che da essa si tragga la dottrina del vivere”[7].  L’autorità di governo che sia compos sui deve quindi mantenere e far osservare i giusti principi morali, quali già risultano dalla morale naturale, se vuole che matrimoni e   famiglie prosperino, e con esse il popolo, la società, tutto lo Stato.  Pertanto, se i nostri odierni Stati fossero ben ordinati, i loro governanti chiuderebbero tutti i siti pornografici; proibirebbero gli spettacoli indecenti, immorali, orripilanti e violenti; sanzionerebbero la mancanza di modestia e pudore che spadroneggiano nella moda femminile; ostacolerebbero in ogni modo il libertinaggio diffuso, insomma perseguirebbero implacabilmente le molteplici aberrazioni delle quali si compiacciono ahimé le nostre società, a cominciare da quella rappresentata dal libero aborto volontario ammesso dalle leggi dello Stato. 

Lo Stato non può disinteressarsi della virtù dei suoi cittadini.  Senza per questo diventare oppressivo e invadente deve comunque approntare tutte le difese necessarie per proteggere la morale dall’attacco che le portano di continuo le forze del male.  Questo è il dovere morale dello Stato, di ogni Stato degno di questo nome, attuando il quale lo Stato realizza il bene comune in senso spirituale:  difendere in primo luogo la morale, sia come morale naturale (senso del pudore, ripudio dell’adulterio, del libertinaggio, dei rapporti contronatura, difesa della famiglia, etc.) sia come insieme di princìpi etici il cui fondamento è di norma religioso.

Paolo  Pasqualucci, martedì 10 ottobre 2017

   




[1][1] De civ. Dei, IV, IV:  “Remota itaque iustitia, quid sunt regna nisi magna latrocinia?”. 
[2] È stata completamente dimenticata la lezione di realismo di Carl Schmitt, che costituisce uno dei suoi contributi più importanti alla comprensione del fenomeno giuridico:  il nesso inscindibile del diritto con la terra, nel senso di spazio concreto, territorio determinato, abitato da un popolo con la sua storia e i suoi bisogni, sul quale il diritto si esercita nella forma di consuetudini e norme positive. Vedi: Carl Schmitt, Der Nomos der Erde  im Völkerrecht des Jus Publicum Europaeum [La legge della terra nel diritto internazionale del diritto pubblico europeo], 1950, Duncker & Humblot, 1960, tutto il primo capitolo (pp. 11-51) dedicato a Cinque corollari introduttivi e in particolare il corollario n. 1: Das Recht als Einheit von Ordnung und Ortung, il diritto come unità di ordinamento e determinazione di luogo, op. cit., pp. 13-20.
[3] Il passo è riportato da Cicerone nel De legibus, nel riprodurre il contenuto della legislazione della Roma arcaica, quella delle XII Tavole.  Dopo aver elencato i poteri civili e miitari dei consoli, carica suprema dello Stato o res publica, vien loro intimato:   “Ollis [illis] salus populi suprema lex esto” (Marco Tullio Cicerone, Le leggi, con testo latino a fronte, a cura di Filippo Cancelli, Mondadori, Milano, 1969, p. 219).  Tale massima riecheggia nel principio fondamentale della Chiesa Cattolica, per la quale, si è sempre detto, salus animarum suprema lex [esto].
[4] Per la differnza tra queste due mentalità e culture, vedi le precise osservazioni di Giovanni Gentile, Il tramonto della cultura siciliana, 1917, ora in ID., Opere complete, vol. XXX, a cura della Fondazione Giovanni Gentile per gli studi filosofici, Sansoni, Firenze, 1985, 2a  ediz. riveduta e accresciuta, pp. 108-109. 
[5]  Werner Kaegi, Meditazioni storiche, a cura e con una presenetazione di Delio Cantimori, Laterza, Bari, 1960, p. 38.  L’illustre storico svizzero (1901-1979)  ha offerto penetranti riflessioni sul piccolo Stato nella storia europea, sulla sua importanza, sul rapporto tra Stato e nazione. 
[6] Arist., Pol., 1252 b ;  La Politica, tr. it. introduz., note e indici a cura di Renato Laurenti, Laterza, Bari, 1966, p. 8.
[7] Cic., Le leggi, tr. it. cit., p. 114.

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