sabato 23 settembre 2017

Crisi della Chiesa: L'eresia luterana di Papa Francesco


Crisi della Chiesa :  L’eresia luterana di Papa Francesco

Ricordiamo ancora tutti l’elogio di Papa Francesco a Martin Lutero. L’anno scorso, parlando a braccio con i giornalisti durante il volo di ritorno dalla sua visita in Armenia, rispondendo ad una domanda sui rapporti con i luterani nell’imminenza del 500mo anniversario della Riforma, pronunciò in italiano le seguenti parole, mai smentite:

Io credo che le intenzioni di Martin Lutero non fossero sbagliate.  In quel tempo la Chiesa non era proprio un modello da imitare, c’era mondanità, c’era attaccamento ai soldi e al potere.  E per questo lui ha protestato.  Poi era intelligente ed ha fatto un passo in avanti, giustificando il perché facesse questo.  Ed oggi luterani e cattolici, con tutti i protestanti, siamo d’accordo sulla dottrina della giustificazione:  su questo punto tanto importante lui non aveva sbagliato.  Lui ha fatto una “medicina” per la Chiesa, poi questa medicina si è consolidata in uno stato di cose, in una disciplina etc.”[1].

Difficile descrivere lo sconcerto a suo tempo suscitato da queste parole. Bisogna comunque notare un punto che al tempo non era stato forse sufficientemente messo in rilievo.  L’elogio della dottrina luterana si giustificava, agli occhi di Papa Francesco, con il fatto che oggi cattolici e protestanti “sono d’accordo sulla dottrina della giustificazione”.  Proprio quest’accordo dimostrerebbe, per logica conseguenza, che “su questo punto tanto importante Lutero non aveva sbagliato”. 
A quale accordo può qui riferirsi il Pontefice?  Evidentemente alla Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione, sottoscritta dal Consiglio Pontificio per l’Unità dei Cristiani e dalla Federazione Luterana mondiale il 31 ottobre 1999.   Un documento incredibile, certamente un unicum nella storia della Chiesa.  Vi si enumerano articoli di fede che i cattolici avrebbero in comune con gli eretici luterani, tenendo sullo sfondo le differenze e facendo capire che le condanne di un tempo non si applicano più oggi!  È ovvio che nel documento le differenze poco interessano, essendo lo scopo del documento stesso proprio quello di far emergere i supposti elementi in comune tra noi e gli eretici.  Ora, nel § 3 di questa Dichiarazione, intitolato: La comune comprensione della giustificazione, si legge, al n. 15:  “Insieme confessiamo che non in base ai nostri meriti, ma soltanto per mezzo della grazia, e nella fede nell’opera salvifica di Cristo, noi siamo accettati da Dio e riceviamo lo Spirito Santo, il quale rinnova i nostri cuori, ci abilita e ci chiama a compiere le buone opere”[2].  Al n. 17, nello stesso paragrafo, si aggiunge, in modo sempre condiviso, che: “…essa [l’azione salvifica di Dio] ci dice che noi, in quanto peccatori, dobbiamo la nostra vita nuova soltanto alla misericordia di Dio che perdona e che fa nuove tutte le cose, misericordia che noi possiamo ricevere soltanto come dono nella fede, ma che non possiamo meritare mai e in nessun modo”.  E infine, nel n. 19 (par. 4.1) troviamo affermato in comune e presentato come fosse cosa ovvia il principio secondo il quale: “la giustificazione avviene soltanto per opera della grazia”[3].
Per ciò che riguarda le buone opere il Documento afferma, al n. 37 nel  par. 4.7: Le buone opere del giustificato:  “Insieme confessiamo che le buone opere – una vita cristiana nella fede nella speranza e nell’amore – sono la conseguenza della giustificazione e ne rappresentano i frutti[4].  Ma anche questa proposizione è contraria al dettato del Concilio di Trento, che ribadisce il carattere meritorio delle buone opere per la vita eterna, al conseguimento della quale esse necessariamente concorrono.
Di fronte a simili affermazioni, come stupirsi se Papa Francesco è venuto a dirci che “su questo importante punto Lutero non aveva sbagliato”?  Ovvero, che la dottrina luterana della giustificazione è corretta?  Se non è sbagliata, evidentemente è corretta; se è corretta, è giusta.  Tanto giusta da esser stata adottata dalla Dichiarazione congiunta, come risulta dai passi citati, se li si legge per quello che sono, senza farsi condizionare da una presunzione di ortodossia dottrinale, qui del tutto fuori luogo.  Quivi, il luterano sola fide e sola gratia viene condiviso senza sfumature, allo stesso modo dell’idea errata che le buone opere sono da intendersi solo quale conseguenza e frutto della giustificazione. 
Bisogna pertanto proclamare ad alta voce che la professione di fede condivisa con i luterani eretici contraddice apertamente quanto dichiarato dal dogmatico Concilio di Trento, nel ribadire la dottrina cattolica di sempre.  A conclusione del suo Decreto sulla giustificazione, del 13 gennaio 1547, quel Concilio inflisse 33 anatemi con relativi canoni, il 9° dei quali recita, contro l’eresia del sola fide:

“Se qualcuno afferma che l’empio è giustificato dalla sola fede, così da intendersi che non si richieda nient’altro con cui cooperare al conseguimento della grazia della giustificazione e che in nessun modo è necessario che egli si prepari e si disponga con un atto della sua volontà:  sia anatema[5].

Contro l’eresia connessa del sola gratia, il canone n. 11:

Se qualcuno afferma che gli uomini sono giustificati o per la sola imputazione della giustizia di Cristo, o con la sola remissione dei peccati, senza la grazia e la carità che è diffusa nei loro cuori mediante lo Spirito Santo [Rm 5, 5] e inerisce ad essi; o anche che la grazia, con cui siamo giustificati, è solo favore di Dio:  sia anatema[6].

Contro l’eresia che fa delle buone opere un semplice frutto o conseguenza della giustificazione ottenuta solo per fede e per grazia, come se le buone opere non vi potessero concorrere in alcun modo, il canone n. 24:

Se qualcuno afferma che la giustizia ricevuta non viene conservata ed anche aumentata dinanzi a Dio con le opere buone, ma che queste sono solo frutto e segno della giustificazione conseguita, e non anche causa del suo aumento:  sia anatema[7].

Il “qualcuno” qui condannato è notoriamente Lutero, assieme a tutti quelli che la pensano come lui sulla natura della giustificazione.  E come Lutero non sembra ragionare anche la straordinaria Dichiarazione congiunta? Sulla quale vi sarebbe anche altro da dire, per esempio sull’ambiguo par. 4.6 dedicato alla certezza della salvezza.  Questa sciagurata Dichiarazione congiunta è giunta alla fine di un pluridecennale “dialogo” con i luterani intensificatosi durante il regno di Giovanni Paolo II, e quindi con la completa approvazione sua e dell’allora cardinale Ratzinger, che ha evidentemente mantenuto la sua adesione all’iniziativa, una volta diventato Benedetto XVI.  Bisogna dunque ammettere che Papa Francesco, nel suo modo di esprimersi privo di sfumature, ha tratto alla luce ciò che era implicito nel “dialogo” con i luterani e nel suo frutto finale, la Dichiarazione congiunta:  che Lutero aveva visto giusto, che la sua concezione della giustificazione “non era sbagliata”. 
Tanto di cappello a Lutero, allora!  Questo noi cattolici dobbiamo sentirci dire, e in tono del tutto convinto, a 500 anni da quello scisma protestante, che, in un modo forse irreparabile, ha devastato la Chiesa universale dalle fondamenta?  Il “cinghiale sassone” che tutto ha calpestato ed insozzato aveva dunque ragione?  Ed è addirittura un Papa ad assicurarcelo?
Sappiamo che la dottrina luterana propugna l’idea, contraria alla logica e al buon senso oltre che alla S. Scrittura, secondo la quale noi siamo giustificati (trovati giusti da Dio e accettati nel suo Regno alla fine dei tempi) sola fide, senza il necessario concorso delle nostre opere ossia senza bisogno dell’apporto della nostra volontà, che cooperi liberamente all’azione della Grazia in noi.  Per ottenere la certezza della nostra individuale salvezza, qui ed ora, basta avere (dice l’eretico) la fides fiducialis:  credere che la Crocifissione di Cristo ha meritato e conseguito la salvezza per tutti noi.  Per i suoi meriti, la  misericordia del Padre si sarebbe stesa su di noi tutti come un mantello che copre i nostri peccati.  Non occorre, dunque, ai fini della salvezza, che ognuno di noi cerchi di diventare un uomo nuovo in Cristo, slanciandosi con generosità verso di Lui in pensieri, parole, opere e chiedendo sempre l’aiuto della sua Grazia a questo fine (Gv 3). Basta la fede passiva nell’avvenuta salvezza ad opera della Croce, senza bisogno del contributo della nostra intelligenza e volontà. Le buone opere potranno scaturire da questa fede (nell’esser stati giustificati) ma non possono concorrere alla nostra salvezza:  ritenerlo, sarebbe commettere peccato di superbia!
      
* * *

Scopo di questo mio intervento non è l’analisi degli errori di Lutero.  Voglio invece occuparmi della seguente questione, che non mi sembra di secondaria importanza:  Lo scandaloso elogio pubblico di Papa Francesco alla dottrina luterana sulla giustificazione, condannata formalmente come eretica, non è esso stesso eretico?

Infatti, affermando pubblicamente che Lutero “non aveva sbagliato” con la sua dottrina sulla giustificazione sola fide e sola gratia, il Papa non invita forse a concludere che la dottrina luterana non è sbagliata, e quindi è giusta?  Se è giusta, allora l’eresia diventa giusta e Papa Francesco mostra di approvare un’eresia sempre riconosciuta e riprovata come tale dalla Chiesa, sino all’incredibile Dichiarazione congiunta (la quale, è bene ricordarlo, non ha comunque il potere di abrogare i decreti dogmatici del Concilio di Trento: essi restano validi in perpetuo, con tutte le loro condanne, dal momento che appartengono al Deposito della Fede ed è semplice flatus vocis cercare di  sminuire queste condanne a semplici “salutari avvertimenti di cui dobbiamo tener conto nella dottrina e nella prassi”)[8].
Ma nessun Papa può approvare un’eresia.  Il Papa non può professare errori nella fede o eresie, anche come individuo privato (come “dottore privato”, come si suol dire).  Se lo fa, bisogna chiedergli pubblicamente di ritrattare e professare la retta dottrina, come è accaduto nel XIV secolo a Giovanni XXII, uno dei “Papi di Avignone”. 
Però il caso di Giovanni XXII non si presta a costituire un precedente per la situazione attuale.  In numerose prediche quel Papa aveva sostenuto, nella parte finale della sua lunga vita, che l’anima del Beato non sarebbe subito ammessa alla Visione Beatifica ma dovrebbe attendere il giorno del Giudizio universale (teoria della visione differita). Però presentava questa sua tesi come una questione dottrinale aperta, per risolvere delle questioni  relative alla teologia della visione beatifica, per esempio quella dell’eventuale maggior visione di Dio dopo il Giudizio universale rispetto a quella goduta dal Beato subito dopo la sua morte.  Questione complessa da approfondire nella calma di un dibattito teologico di alto livello[9]. Ma le passioni politiche si intromisero – era l’epoca della lotta acerrima contro le eresie degli Spirituali e l’imperatore Lodovico il Bavaro – accendendo gli animi.  Cominciarono certi Spirituali ad accusare faziosamente il Papa di eresia e il problema della “visione beatifica immediata o differita” venne a coinvolgere l’intera cristianità.  Dopo numerosi ed accesi dibattiti, si affermò, presso  la gran maggioranza, inclusi ovviamente teologi e cardinali, l’opinione che la tesi del Papa fosse insostenibile. Egli vi insistette, tuttavia, anche se, a ben vedere, non si può dire che si trattasse di un’eresia, sia perché quel Papa dimostrò ampiamente di non avere l’animus  dell’eretico sia perché si trattava di una questione non ancora definita dottrinalmente.  Alla fine si ritrattò quasi novantenne alla vigilia della morte, di fronte a tre cardinali, il 3 dicembre 1334.  Il successore, Benedetto XII, definì ex cathedra, nella costituzione apostolica Benedictus Deus del 29 gennaio 1336, esser la “visione immediata” l’articolo di fede da tenersi, lasciando tacitamente cadere la questione dell’eventuale aumento della visione beatifica al momento della resurrezione finale e del giudizio universale[10]
Ritrattò dunque Giovanni XXII l’opinione sua privata di teologo.   È utile ricordare il caso di Giovanni XXII proprio per capire che esso non può costituire qui un precedente, dal momento che quel Papa non ha certamente fatto l’elogio di eresie formalmente già condannate dalla Chiesa, come invece l’attuale e regnante, limitandosi a propugnare (e con ampio dibattito) una soluzione dottrinale nuova, dimostratasi poi non pertinente.
 A me sembra che l’elogio all’eresia luterana fatto da Papa Francesco non abbia precedenti nella storia della Chiesa. Per ovviare allo scandalo e allo sconcerto da lui provocati, non dovrebbe egli ritrattarsi e ribadire la condanna dell’eresia luterana?  Oso affermare, da semplice credente:  d e v e  farlo,  poiché confermare tutti i fedeli nella fede, mantenendo inalterato il Deposito, è specifico  d o v e r e  del Romano Pontefice.  Elogiando apertamente l’eresiarca Lutero e i suoi gravi e perniciosi errori, Papa Francesco è venuto meno, in primo luogo, al suo dovere di Pontefice, di Supremo Pastore delle pecorelle che Dio gli ha affidato per difenderle dai lupi  non per darle loro in pasto.
Tra l’altro, proclamare che Lutero “non aveva sbagliato” non significa dichiarare implicitamente che avevano sbagliato coloro che lo hanno condannato formalmente come eretico?  Se Lutero era nel giusto, allora erano nel torto i Papi che in successione lo hanno condannato (ben tre:  Leone X, Adriano VI, Clemente VII) e lo era anche il dogmatico Concilio di Trento che  ne ha stigmatizzato capillarmente gli errori.  Dicendo che Lutero “non si era sbagliato” si contraddicono cinquecento anni di Magistero della Chiesa ed anzi si dissolve questo stesso magistero, privandolo di ogni autorità, dal momento che per cinquecento anni avrebbe condannato Lutero per un errore che invece non c’era.  La frasetta buttata lì nell’intervista aerea implica che per tanti secoli si sarebbero sbagliati tutti: Papi, cardinali, vescovi, teologi, sino al semplice sacerdote!  La Chiesa sarebbe stata priva per tanti secoli dell’ausilio dello Spirito Santo, che sarebbe all’opposto comparso solo di questi tempi, con il Vaticano II, con le riforme da esso promosse, tra le quali  la Dichiarazione congiunta...

Qualcuno potrebbe obiettare, a questo punto: è legittimo sostenere che chi condivide apertamente e pubblicamente un’eresia patente, deve esser considerato a sua volta eretico?
 Lo è, nel modo più assoluto.  Eretico per condivisione o correità, se così si può dire.  È certissimo che chi approva in cuor suo gli errori professati dall’eretico se ne rende moralmente complice perché li fa propri sul piano intellettuale.  E se ne rende complice anche sul piano esterno se manifesta pubblicamente questa sua approvazione.  Tale approvazione non può esser considerata neutra ed ininfluente nei confronti del Deposito delle verità di fede.  Chi approva in piena coscienza,  per di più senza distinguo, condivide e fa suo ciò che ha approvato:  lo sottoscrive liberamente e integralmente, vi aderisce, vi partecipa.   Chiunque approvi liberamente un’opinione altrui mostra di averla fatta propria e si può attribuirgliela, come fosse sua.  Ciò vale anche per le eresie, che nascono come opinioni personali dell’eretico.
Infatti, “vien detta eresia l’ostinata negazione, dopo aver ricevuto il battesimo, di una qualche verità che si deve credere di fede divina e cattolica, o il dubbio ostinato su di essa” (CIC 1983, c. 751).  Indurendosi nella sua errata opinione, l’eretico comincia a fabbricare quella “medicina” (come dice Papa Francesco) che è in realtà un veleno che penetra nelle anime, allontanandole dalla vera fede e spingendole alla ribellione contro i legittimi pastori.  Lodare Lutero e trovar giusta la sua eresia del sola fide significa, come ho detto,  manifestare un’opinione incomparabilmente più grave di quella errata di Giovanni XXII sulla visione beatifica.  Molto più grave, avendo il presente Pontefice lodato un’eresia già condannata da cinque secoli formalmente e solennemente come tale, dai Papi singolarmente  e da un Concilio Ecumenico della Santa Chiesa, quale appunto fu il dogmatico Tridentino. Se la maggior gravità del fatto non incide sulla sua natura, che resta quella di una dichiarazione privata, dell’esternazione improvvida di un Papa esprimentesi come “dottore privato”; nello stesso tempo, tuttavia, l’esser esternazione privata non ne diminuisce la gravità, sovvertitrice dell’intero magistero della Chiesa: occorre pertanto una pubblica riparazione, nella forma di una rettifica.

Un’altra obiezione potrebbe essere la seguente:  queste dichiarazioni contra fidem Papa Francesco le ha fatte in discorsi privati, anche se tenuti di fronte a un pubblico e per la platea mondiale dei media.  Non risultando da documenti ufficiali della Chiesa, non hanno valore magisteriale.   Non basterebbe ignorarle?
È vero che non hanno valore magisteriale. Se l’avessero,  gli organi ecclesiastici competenti (il Collegio cardinalizio o singoli cardinali) sarebbero certamente legittimati (io credo) a chiedere che Papa Francesco venisse messo formalmente sotto accusa per eresia manifesta.
Tuttavia, non è possibile far finta di nulla.  Oltre a rappresentare una grave offesa per Nostro Signore, queste dichiarazioni a braccio e di taglio eterodosso del Papa hanno un gran peso sull’opinione pubblica, contribuendo di sicuro al modo errato nel quale tanti credenti e i miscredenti vedono la religione cattolica oggi.  Il fatto è che un Papa, anche quando si limita a rilasciare interviste, non è mai un semplice privato.  Anche quando non parla ex cathedra, il Papa è sempre il Papa, ogni sua frase viene sempre considerata e soppesata come se fosse pronunciata ex cathedra.  Insomma, il Papa fa sempre autorità ed un’autorità che non si discute.  Anche come “dottore privato” il Papa mantiene sempre quell’autorità superiore alle usuali autorità del mondo civile, perché autorità che proviene dall’istituzione stessa, dal Papato, dall’esser esso l’ufficio del Vicario di Cristo in terra.  La mantiene, a prescindere dalle sue qualità personali, se tante o poche. 
Non è dunque accettabile che un Papa, anche come semplice “dottore privato”, faccia l’elogio dell’eresia.  Non è accettabile che Papa Francesco dichiari opinione “non sbagliata”, e pertanto giusta, l’eresia di Lutero sulla giustificazione.  Per il bene della sua anima e di quelle di tutti noi fedeli, egli deve al più presto ritrattarsi e rinnovare le condanne argomentate e solenni che da cinque secoli la Chiesa docente ha infallibilmente comminato a Lutero e ai suoi seguaci.

Paolo  Pasqualucci
Sabato, 23 settembre 2017     




[1] Testo ripreso dal sito Riscossa Cristiana, articolo di M. Faverzani del giugno 2016, p. 2 di 2, originariamente sul sito Corrispondenza Romana.  Il testo riproduce fedelmente il parlare all’impronta del Papa, come riportato dalla stampa internazionale. Grassetto mio. Sull’elogio di Papa Francesco a Lutero, vedi due miei precedenti interventi, sul blog Chiesa e Postconcilio: P. Pasqualucci, Lo scandaloso elogio di Bergoglio a Lutero, sulla giustificazione, 7 luglio 2016;  P. Pasqualucci, La vera dottrina della Chiesa sulla giustificazione, 29 ottobre 2016.  
[2] Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione, www.vatican.va, p. 5/22.
[3] Op. cit., p. 5/22 e 6/22.  Grassetti miei.
[4] Op. cit., p. 10/22.  Grassetti miei.  Si noti il carattere vago e generico attribuito alla nozione di “buone opere”:  nessun accenno al fatto che esse attuano l’osservanza dei Dieci Comandamenti e la lotta quotidiana di ognuno di noi per la sua santificazione, con l’aiuto imprescindibile e decisivo della Grazia.
[5] Giuseppe Alberigo (a cura di), Decisioni dei Concili Ecumenici, tr. it. di Rodomonte Galligani, UTET, 1978, p. 553;  DS 819/1559.
[6] Op. cit., p. 554;  DS 821/1561.
[7] Op. cit., p. 555; DS 834/1574.  Vedi anche i canoni n. 26 e 32, che riaffermano il significato di “premio” delle buone opere per la vita eterna e pertanto “meritorio”delle stesse, sempre per la vita eterna:  si intende, compiute sempre le buone opere dal credente “per la grazia di Dio e i meriti di Gesù Cristo (di cui è membro vivo)”:  op. cit., pp. 556-557 (DS 836/1576; 842/1582).  Anche se le buone opere mancano del tutto, il luterano è convinto di salvarsi lo stesso!
[8] Così non teme di esprimersi la Dichiarazione congiunta, al n. 42, nel par. 5.
[9] Sul punto vedi le precise osservazioni del teologo P. Jean-Michel Gleize, FSSPX, nella panoramica di sei suoi brevi articoli intitolata: En cas de doute…, ‘Courrier de Rome’, janvier 2017, LII, N. 595, pp. 9-11.  Gli articoli trattano in modo approfondito il problema del “Papa eretico”. 
[10]  Voce Giovanni XXII dell’Enciclopedia Treccani, di Charles Trottman, tr. it. di Maria Paola Arena, p. 25/45, reperibile su internet. Vedi anche Gleize, op.cit., p. 10.  Per i testi: DS 529-531/990-991; 1000-1002.  

3 commenti:

Gederson Falcometa ha detto...

Ottimo testo! Grazie PP.

Un caro saluto dal Brasile!

Giorgio Giacometti ha detto...

Apparentemente la Sua dimostrazione dell'eresia di Papa Francesco (che coinvolge anche la celebre Dichiarazione congiunta di cattolici e luterani) è ineccepibile. Tuttavia, se i Suoi argomenti fossero validi (Lei ragiona su basi decisamente "aristoteliche", in termini, per così dire, di "bianco o nero"), l'ecumenismo a cui siamo chiamati dai tempi del Concilio Vaticano II sarebbe vano. Non vi sarebbe alcuna possibilità di "rivedere" i dettami del Concilio di Trento o di reinterpretarli in modo tale da farli collimare, prima o poi, con la dottrina protestante, a sua volta reinterpretata e approfondita. E' chiaro che, se "dialogo" deve essere (e se così non dovesse essere, lo stesso Concilio e i Papi che ne sono seguiti e hanno cercato di attuarlo dovrebbero essere giudicati eretici), bisogna supporre che almeno alcune difficoltà e incomprensioni siano "verbali" e non "sostanziali". A leggere bene, in effetti, gli stessi articoli del Concilio di Trento, quando parlano delle opere, mettono in luce l'azione dello Spirito Santo (dunque una forma della grazia). E che significa che le opere "aumentano" la giustificazione? O si è giustificati oppure no! Forse significa che la rendono più "splendida", ma allora non sono strettamente essenziali... Insomma, non voglio fare il teologo, ma credo che se non si lavora di fino sui singoli termini con apertura mentale, il dialogo diventa impossibile e l'ecumenismo è affossato a priori

Federico Pellettieri ha detto...

A riprova dell’eresia di Papa Francesco e sulle differenze non solo “verbali” ma “sostanziali” tra la dottrina della Chiesa cattolica e quella luterana sulla “giustificazione” (anche alla luce della ben nota “Dichiarazione congiunta”), mi limito a trascrivere di seguito alcune affermazioni tratte da documenti ufficiali.
1.Concilio di Trento, Sessione VI, Decreto sulla giustificazione, Cap. X L’aumento della grazia ricevuta:
………..”Chi è giusto, continui a compiere atti di giustizia, ed ancora: non aspettare fino alla morte a giustificarti , e di nuovo: voi dunque vedete che l’uomo è giustificato dalle opere e non dalla fede soltanto. Questo aumento della giustizia chiede la santa Chiesa quando prega: Dacci, o Signore, un aumento di fede, di speranza e di carità”.

2.Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione tra Chiesa cattolica e luterana(1998):
“21.Secondo la concezione luterana, l’uomo è incapace di cooperare alla propria salvezza, poiché, in quanto peccatore, egli si oppone attivamente a Dio e alla sua azione salvifica. I luterani non negano che l’uomo possa rifiutare l’azione della grazia. Quando essi sottolineano che l’uomo può solo ricevere la giustificazione mere passive, negano con ciò ogni possibilità di un contributo proprio dell’uomo alla sua giustificazione, senza negare tuttavia la sua personale e piena partecipazione nella fede, che è operata dalla stessa parola di Dio (cfr. Fonti del cap. 4.1)”.
3.Benedetto XVI, Udienza generale del 26 novembre 2008, La dottrina della giustificazione: dalla fede alle opere:
“Giustificati per il dono della fede in Cristo, siamo chiamati a vivere nell’amore di Cristo per il prossimo, perché è su questo criterio che saremo, alla fine della nostra esistenza, giudicati......Vista in questa prospettiva, la centralità della giustificazione senza le opere, oggetto primario della predicazione di Paolo, non entra in contraddizione con la fede operante nell’amore; anzi esige che la nostra stessa fede si esprima in una vita secondo lo Spirito. ……..Spesso siamo portati a cadere negli stessi fraintendimenti che hanno caratterizzato la comunità di Corinto: quei cristiani pensavano che, essendo stati giustificati gratuitamente in Cristo per la fede, “tutto fosse loro lecito”. ……… Disastrose sono le conseguenze di una fede che non s’incarna nell’amore, perché si riduce all’arbitrio e al soggettivismo più nocivo per noi e per i fratelli. Al contrario, seguendo san Paolo, dobbiamo prendere rinnovata coscienza del fatto che, proprio perché giustificati in Cristo, non apparteniamo più a noi stessi, ma siamo diventati tempio dello Spirito e siamo perciò chiamati a glorificare Dio nel nostro corpo con tutta la nostra esistenza (cfr 1 Cor 6,19). ……..E l’Apostolo pone spesso le sue comunità di fronte al giudizio finale, in occasione del quale tutti “dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, per ricevere ciascuno la ricompensa delle opere compiute quando era nel corpo, sia in bene che in male” (2 Cor 5,10; cfr anche Rm 2,16). E questo pensiero del Giudizio deve illuminarci nella nostra vita di ogni giorno”.