venerdì 11 agosto 2017

Sulla giusta interpretazione dell'espressione "sinagoga di Satana" (a proposito dell'analisi critica di Nostra Aetate)


Sulla giusta interpretazione dell’espressione “sinagoga di Satana”
(a proposito dell’analisi critica di Nostra  Aetate)

Nella discussione su Chiesa e Postconcilio concernente l’art. 4 della Dichiarazione Conciliare Nostra  Aetate sulle religioni non-cristiane, riguardante la religione ebraica, contro le indebite concessioni conciliari e postconciliari al giudaismo, tali da mettere in ombra o in discussione la “teologia della sostituzione” e quindi addirittura il concetto stesso di Nuova Alleanza che si sostituisce completamente all’Antica, si è ad un certo punto ricordato che nella Apocalisse di san Giovanni si usa nei confronti degli Ebrei la denominazione “sinagoga di Satana”, da intendersi, a quanto sembra, come qualificativo dell’intero ebraismo, ed anzi del popolo ebraico, in quanto negatore di Nostro Signore Gesù Cristo.
A mio avviso, invece, l’espressione non va riferita agli Ebrei in quanto tali ma solo a coloro tra di essi che si distinguevano (e si distinguono) nella persecuzione ai cristiani.

I due testi dell’Apocalisse.  Si trovano nella prima parte di quel libro arcano e terrificante, quella che tratta delle vicende delle sette Chiese dell’Asia, ossia delle comunità cristiane dell’Asia Minore, attaccate dall’esterno e dall’interno:  Efeso, Smirne, Pergamo, Tiatira, Sardi, Filadelfia, Laodicea.  Nostro Signore Gesù Cristo, apparso in visione a san Giovanni, dettò sette Lettere alle sette Chiese, una a ciascuna.

Primo testo
“E all’Angelo della chiesa ch’è a Smirne, scrivi:
Il Primo e l’Ultimo, che fu morto e tornò vivo dice questo:  --Io so la tua tribolazione e la tua povertà; ma [in realtà] sei ricco! E [so che] sei calunniato da parte di coloro che dicon d’essere Giudei e non lo sono ; ma [sono invece] sinagoga di Satana.  Non temer ciò che sei per patire.  Ecco che il diavolo è per gettare in prigione alcuni di voi, perché siate provati, e avrete una tribolazione di dieci giorni.  Sii fedele sino alla morte e ti darò la corona della vita.--
Chi ha orecchi, ascolti che cosa dice lo Spirito alle chiese.  Chi vince, non sarà leso dalla morte seconda.”( Ap 2, 8-11)[1]

C o m m e n t o
Il testo annuncia una persecuzione imminente, che sarebbe durata “dieci giorni”, frutto soprattutto di calunnie da parte di alcuni Giudei presso le autorità romane. Invita a “non temere” per la dura prova ed anzi ad essere “fedeli sino alla morte”, a non abiurare la fede.  In cambio il Signore concederà come premio “la corona della vita” ossia la vita eterna, come specifica quello che sembra il commento dello scrivente, san Giovanni.  La “morte seconda” è, come si sa, termine tradizionale per indicare la dannazione eterna, evitata da chi riceverà “la corona della vita”, promessa da Cristo a chi si conforma in tutto ai suoi insegnamenti.
Perché a Smirne?  Lo si comprende dalle note di commento al testo di Angelo Lancellotti, curatore della sua edizione per le Edizioni Paoline.  Egli segue il “metodo storico-critico” e delle “forme letterarie”, ripreso dai Protestanti, tipico ormai anche dell’esegesi cattolica, applicandolo con un taglio piuttosto razionalistico, visto che sembra intendere il testo più come “messaggio di Giovanni” che come messaggio di Cristo mediante Giovanni e considera le numerose visioni che lo caratterizzano soprattutto come “elementi letterari”[2].  Malgrado ciò, le sue note forniscono una serie di elementi utili al punto che ci interessa.
Smirne:  situata a nord di Efeso, era chiamata ‘l’incanto dell’Asia’.  Già nel sec. II possedeva un tempio dedicato alla dea Roma.  Per la sua fedeltà verso la potenza romana durante le guerre contro Mitridate, Cartagine e Antioco di Siria, Smirne meritò il titolo di ‘Smyrna fidelis’.  Ospitava una fiorente colonia giudaica, la cui ostilità verso i cristiani ci è nota attraverso il martirio di san Policarpo, vescovo della città”.
   A Smirne c’era dunque una fiorente comunità ebraica, nettamente ostile ai cristiani. E ostile doveva essere anche l’ambiente pagano, nella sua gran maggioranza.  I cristiani vi erano perseguitati dai funzionari romani e dagli Ebrei.  L’esegeta traduce poi in modo forse più esatto il riferimento a “coloro che dicono d’esser Giudei e non lo sono”.  Vale a dire: “…e la bestemmia [la calunnia] di certuni fra quelli che si professano giudei e non lo sono”.  La sfumatura cambia poco al senso complessivo.  Comunque, essa viene così spiegata: “di certuni fra:  il greco ek come più volte nell’Apocalisse, esprime, come la particella ebraica min, il pronome indefinito ‘alcuni, certuni’, seguito dal genitivo partitivo (cfr. Gv 3, 25).”[3]
Comunque sia:  con false accuse di fronte all’utorità romana imperiale, alcuni Giudei stavano per far gettare in carcere alcuni fra i cristiani e il Signore, nella Visione, li incita a sostenere la prova incombente, con lo sguardo all’eterna ricompensa. Ma questi Giudei dovevano ritenersi falsi Giudei, come se appartenessero a una “sinagoga di Satana”.    
Il testo distingue, quindi, tra vero e falso giudaismo:  “…et blasphemaris ab his, qui se dicunt Iudaeos esse, et non sunt, sed sunt synagoga satanae”- “kai ten blasphemian ek ton legonton Ioudaious einai eautous, kai ouk eisin alla synagoge tou satana”[4].

Sulla genesi di quest’appellativo, il nostro Autore si diffonde nelle note.
Dal punto di vista cristiano, “avendo rigettato il messaggio evangelico e opponendosi alla sua espansione nel mondo, i Giudei sono tali solo di nome, poiché, secondo il pensiero di san Paolo ‘non è giudeo quello che è all’esterno, ma quello che è all’interno’ e che porta ‘la circoncisione del cuore nello spirito e non nella lettera’(Rm 2, 28 ss).  Perseguitando, inoltre, la Chiesa, non sono più la ‘sinagoga di Dio’ (Num 16, 3) ma una sinagoga di Satana.”[5]
È il ben noto insegnamento di san Paolo: l’Israele della carne non ha voluto credere al Messia, i cristiani sono ora il vero Israele, la Chiesa è l’Israele dello spirito. San Paolo non ha comunque mai usato l’espressione “sinagoga di Satana” per indicare l’Israele della carne caduto nell’incredulità. Troviamo l’espressione, a quanto ne so, solo qui, nell’Apocalisse.  Come sottolinea l’Autore, essa si riferisce alla Sinagoga in quanto persecutrice dei Cristiani. Pertanto, non etichetta l’ebreo rimasto ebreo in quanto tale bensì il suo atteggiamento di ribelle al messaggio di Cristo e persecutore dei Cristiani.
Il nostro esegeta ci fornisce anche un riferimento veterotestamentario:  Num 16, 3.   Cosa troviamo qui?  Non si parla di “sinagoga di Satana” ma di “sinagoga di Dio”.  Vediamo di ricostruire il nesso.
Questo capitolo di Numeri tratta della ribellione di Core, cugino di Mosè, della tribù di Levi.  Pur avendo i Leviti il privilegio di svolgere determinate mansioni cultuali, Core e i ribelli suoi alleati, due potenti famiglie e 250 tra i maggiorenti della comunità, aspiravano a controllare il sacerdozio, già attribuito invece da Mosè ad Aronne suo fratello, con l’approvazione divina.  Il castigo di Dio si abbattè subito sui ribelli: riuniti in assemblea di fronte al Tabernacolo con Mosè e gli altri, per attendere il rivelarsi pubblico della volontà divina sulla questione della scelta al Sacerdozio, Core, tutta la sua famiglia, i suoi principali alleati con le loro famiglie al completo furono sprofondati in una voragine apertasi all’improvviso sotto di loro, nella quale scomparvero: tutti sepolti vivi senza lasciare traccia mentre i 250 maggiorenti venivano rapidamente arsi vivi da un fuoco, “che uscì dalla presenza del Signore”.  Per intercessione di Mosè e Aronne, Dio risparmiò il resto della moltitudine, che si era fatta inizialmente sedurre da Core ed era pronta a seguirlo nella ribellione.
 In questo testo biblico, che è uno di quelli difficili al nostro palato di moderni e supposti umanitari, il punto che ci interessa è costituito dalla spavalda dichiarazione di Core e dei suoi complici nel ribellarsi a Mosè, al momento della convocazione ordinaria dell’assemblea:  “Vi basti che tutta la moltitudine è composta di santi, e che il Signore sta in mezzo a loro.  Perché v’innalzate sopra il popolo del Signore?”(Num 16, 3).  Il senso è:  dovrebbe bastare a voi due, Mosè e Aronne, che tutta la moltitudine è costituita da santi poiché il Signore sta in mezzo a loro: siamo tutti il popolo di Dio, tutti eletti di Dio.  Perché allora voi volete esser superiori, e possedere anche la carica sacerdotale?  
La Vulgata traduce: “Sufficiat vobis, quia omnis multitudo sanctorum est, et in ipsis est Dominus:  cur elevamini super populum Domini? “.  Nel greco dei Settanta “moltitudo” nel senso di “popolo” è reso con sinagoga, termine che derivava da syn-ago:  riunisco, aduno. Da cui: convegno, adunanza, specialmente religiosa, quindi la “collettività”, la “comunità” che si riunisce e successivamente anche l’edificio nel quale si riuniva[6].  Testo dei Settanta: “…hoti pasa he synagoge pantes hagioi kai en autois kyrios, kai dia ti katanistasthe epi ten synagogen kyriou?[7]
L’Israele della carne, in quanto eletto da Dio, era dunque la “sinagoga di Dio”. Ma ora, afferma Nostro Signore in visione a san Giovanni evangelista, allorché perseguita i cristiani diventa la “sinagoga di Satana”, dell’Avversario, del Nemico del genere umano.  Appare schierato con l’Avversario in quanto attivo persecutore, non in quanto rimasto nell’ebraismo.  Se così non fosse, bisognerebbe dire che tutti gli ebrei post-cristiani, in quanto tali, appartengono alla Sinagoga di Satana e sono quindi maledetti e condannati per sempre.  Ma questo sarebbe contrario alla divina Misericordia e in contraddizione con i dati storici.  Infatti, non si spiegherebbe come mai, in duemila anni, tanti ebrei si siano spontaneamente convertiti a Cristo.  E farebbe apparire del tutto inattendibile la nota profezia di san Paolo, secondo la quale, “alla fine”, forse alla vigilia della fine dei tempi, l’intero Israele si convertirà a Cristo ( Rm 11, 25-26). 
Core e i suoi complici, proprio mentre dichiaravano di essere parte della “sinagoga di Dio” dimostravano il contrario, con la loro superba ribellione e operavano in realtà come se fossero membri della “sinagoga di Satana”, che vuole disgregare la prima con la ribellione (il luciferino non serviam) e tutto ciò che essa comporta (calunnie, persecuzioni, etc). L’impulso al male, nella forma di una grave ed ingiustificata ribellione che avrebbe sconvolto l’intera nazione, da dove veniva a Core se non da Satana?  E non è proprio questo il modo nel quale il Demonio agisce in ogni essere umano, ebreo o gentile che sia?  Arriva quel momento nel quale non si resiste alla tentazione, quale che sia, e Satana entra nei nostri cuori, spingendoci al male con un impulso che a noi sembra irresistibile (lo diventa, sul momento, perché non abbiamo preparato per tempo le necessarie difese, interne ed esterne).
Dice espressamente il Vangelo di Giovanni, a proposito di Giuda.  “E inzuppato del pane lo diede a Giuda, figliuolo di Simone Iscariote.  E dopo quel boccone, Satana entrò in lui.  Gli disse soltanto Gesù – Ciò che fai, fallo presto. Nessuno dei commensali comprese perché glielo avesse detto”(Gv 13, 26-28). Ma Giuda aveva già ordito il suo piano. E anche quando Caifa convinse  il Sinedrio che era necessario uccidere Gesù, con lo specioso argomento che “val meglio che per il popolo muoia un solo uomo e non perisca l’intera nazione” perché, dicevano, quell’uomo faceva molti miracoli e il popolo lo avrebbe alla fine seguito, ribellandosi ai Romani, che avrebbero così distrutto la nazione (Gv 11, 47 ss), possiamo dire che Satana era entrato in loro, altrimenti non avrebbero preso quella decisione (alla quale non devono aver partecipato i Farisei favorevoli a Gesù (Lc 13, 31), come ad esempio Giuseppe di Arimatea – Lc 23, 50 ss).
Né a quanto detto finora osta, a mio avviso, il famoso passo del Vangelo di Giovanni ove si testimonia la disputa nella quale Gesù rimproverò aspramente i Farisei allorché, nel rifiutarsi di riconoscere la natura divina di Gesù, dichiararono orgogliosamente “il nostro padre è Abramo”.  Come sappiamo, Gesù, che conosceva i loro pensieri, li accusò di non comportarsi come veri figli di Abramo poiché, già desiderando in cuor loro di uccidere Gesù, non facevano “le opere di Abramo” ma quelle del Diavolo.  Ragion per cui, ribattendo la loro affermazione, Egli li accusò di “avere per padre il Diavolo” e non Dio, come i veri figli di Abramo, gli Ebrei pii e timorati di Dio che credevano di essere (Gv 8, 33 ss).
Ma in tal modo Gesù li condannava non in quanto Ebrei e nemmeno in quanto Farisei bensì in quanto Farisei che stavano già progettando la sua morte, cedendo ad un impulso malvagio che poteva provenire solo da Satana.
Il testo giovanneo dice Giudei ma sappiamo che tali dispute avvenivano in genere tra Gesù e i Farisei, che al  tempo rappresentavano ufficialmente non solo il sapere ma anche l’essere stesso di Israele, in quanto società teocratica.
Ed infatti il Signore, che pure ne criticava aspramente le ipocrisie e le “opere malvage”, rimproverando loro di comportarsi o addirittura di pensare nei suoi confronti non da veri “figli di Abramo”, non da veri Ebrei timorati di Dio, ma da “figli del Diavolo” quando in cuor loro desideravano ammazzarlo, come se per l’appunto appartenessero ad una “Sinagoga di Satana” ---  tuttavia, e con perfetta coerenza, non contestò mai il loro ruolo ufficiale di Maestri di Israele presso le moltitudini.     
  “Sulla cattedra di Mosè si sono assisi gli Scribi e i Farisei.  Fate dunque e osservate tutto ciò che vi dicono:  ma non imitate le opere loro, perché dicono e non fanno”(Mt, 23 1-3 e ss).  In questi famosi versetti, si vede appunto come Gesù ne condanni il comportamento scorretto, contraddittorio con le regole e i precetti da loro stessi insegnati, senza incitare il popolo alla rivolta contro di loro.  Il popolo deve invece saper distinguere il cattivo maestro dalla bontà della norma, della Legge che gli viene insegnata, che è la legge di Dio, non l’opinione personale del maestro.  E obbedire alla norma insegnata, senza guardare all’eventuale comportamento scorretto del maestro.
Ora, se Gesù avesse ritenuto Scribi e Farisei come tali accoliti di Satana, avrebbe forse detto queste cose alle folle, avrebbe forse ordinato alle folle di continuare a rispettarli in quanto Maestri di Israele, sì da dover sempre “fare e osservare” tutto ciò che essi insegnavano, nella loro qualità di successori di Mosè? È ovvio che no.

Secondo Testo
“E all’angelo della chiesa ch’è in Filadelfia, scrivi:
Il santo e il verace, colui che ha la chiave di David, colui che apre e nessuno chiude, che chiude e nessuno apre, dice questo:  --Io so le tue opere.  Ecco, t’ho messa davanti una porta aperta, che nessuno la può chiudere; perché hai poca forza e [tuttavia] hai serbato la mia parola e non hai mai negato il mio nome.  Ecco, farò che quei della sinagoga di Satana, quei che dicon di esser Giudei e non sono, ma mentono, ecco farò ch’essi vengano e si prostrino davanti ai tuoi piedi, e conoscano ch’io t’ho amato.  Poiché hai serbato la parola della mia pazienza, anch’io serberò te dall’ora della prova, ch’è per venire sulla terra tutta a provare gli abitanti della terra…--“(Ap 3, 7-10. Corsivi miei).

C o m m e n t o
Sulla base di quanto detto nel Commento al Primo Testo, e che non occorre ripetere, sembra che qui il Signore annunci alla Chiesa di Filadelfia, fedele nonostante le difficoltà, e non priva di successi nelle conversioni, la prossima conversione di alcuni Giudei “della sinagoga di Satana” ossia di Giudei che si erano distinti nella persecuzione contro i Cristiani. Annuncia la conversione dei persecutori, di alcuni di essi.  
Riprendo il commento di Angelo Lancellotti.
Filadelfia:  “piccola città situata a sud-est di Sardi; fondata da Attalo II Filadelfo, re di Pergamo (159-158 a.C.), fu distrutta da un terremoto nel 17 d. C. e riedificata da Tiberio; ma rimase scarsamente popolata.  Dal tono della lettera si deduce che il fervore della comunità cristiana doveva essere notevole, come apprendiamo dalla lettera indirizzata alla stessa chiesa da S. Ignazio (cf. Ad Fil., 3,5.10)”[8].  Le immagini della chiave di David e della porta che una volta chiusa nessuno può più aprire, che una volta aperta nessuno può più chiudere, riflettono un vaticinio di Isaia (22, 22).  “Applicate al Cristo, le parole del vaticinio indicano che a lui compete la completa potestà di ammettere o escludere dalla ‘città di David’, cioè dalla nuova Gerusalemme”[9]. “Applicate al Cristo” dall’autore dell’Apocalisse, intesa come scritto di san Giovanni Evangelista.  Ma questo modo di esprimersi non è, a mio avviso corretto: esso fa della visione sovrannaturale descritta un prodotto della mente di colui che la descrive. Quale difficoltà c’è ad ammettere che Cristo apparso in visione a san Giovanni, per farsi comprendere al meglio, si esprimeva  in un linguaggio ricco delle immagini familiari dell’Antico Testamento?  E del resto, il “vaticinio” di Isaia, essendo egli un vero profeta, non era stato ispirato dall’Alto e quindi dal medesimo Cristo, Seconda Persona della Santissima Trinità?
La “porta aperta”, continua il nostro Autore, è quella attraverso la quale entrano i convertiti. Era un’immagine tradizionale, di origine veterotestamentaria, che ritroviamo anche in san Paolo[10]. Il Nostro traduce, anche qui, in modo più letterale il versetto che nomina i Giudei:  “Ecco, farò che alcuni della Sinagoga di Satana, di quelli che dicono di essere Giudei e non lo sono..” (sottolineatura mia).  Alcuni di costoro  sarebbero entrati per la porta aperta, si sarebbero convertiti; è da supporre proprio nella chiesa di Filadelfia, così proficua nelle conversioni.
Ma, poiché “la fraseologia del passo deriva da Is 60, 14 e 45, 14, in cui si descrive la sottomissione dei Gentili alla nazione eletta [farò che essi vengano e si prostrino ai tuoi piedi]”, il nostro Autore ne deduce che il testo dell’Apocalisse annunzia qui “la sottomissione dei Giudei alla Chiesa, che sarà da essi riconosciuta quale ‘vero Israele’”[11].  Riconosciuta, si intende, alla fine dei tempi (vedi supra).  Certamente, i giudizi e ovviamente le profezie di Nostro Signore non si limitano mai all’evento in sé, limitato nel tempo e nello spazio, cui si riferiscono.  Hanno sempre una portata più ampia, universale, escatologica.  Anche se qui possiamo leggere una conferma della profezia di san Paolo sulla futura conversione finale di Israele, resta comunque valido, a mio avviso, il riferimento alla situazione di fatto contingente, della Chiesa di Filadelfia:  essa avrebbe presto gioito della conversione di alcuni fra gli Ebrei che si erano distinti per ostilità nei suoi confronti, attivi persecutori.  Perché scartare dall’interpretazione l’ipotesi più semplice e lineare rispetto al testo?
Le due interpretazioni, quella relativa al fatto storicamente prossimo e quella in prospettiva escatologica, possono benissimo coesistere. Anche se tale coesistenza non sarebbe (credo) conforme allo spirito con il quale il prof. Lancellotti interpreta il testo:  per lui, evidentemente, san Giovanni ha utilizzato la forma letteraria di Isaia per introdurre un riferimento alla futura conversione di Israele. Ma tale spirito, che è quello scettico (e al fondo miscredente) dell’ermeneutica detta del “metodo storico-critico” e delle “forme letterarie”, non riesce in realtà a produrre un vero argomento filologico contro la veridicità delle apparizioni sovrannaturali descritte. Non vi riesce, innanzitutto per l’argomento sopra richiamato: Nostro Signore, apparso in visione all’Apostolo, era sicuramente capace di servirsi delle figure e degli stilemi dell’Antico Testamento, nel dettare la sua “lettera”.  Anzi, in un certo senso, doveva farlo, dato il pubblico cui si rivolgeva il suo messaggio.         


Paolo  Pasqualucci, venerdì  11 agosto 2017



[1] La Sacra Bibbia, annotata dall’Abate Ricciotti, Salani, Firenze, 1940, 1954, p. 1764.  Corsivi miei.  Parentesi quadre inserite dal traduttore, P. Giuseppe Bonaccorsi.
[2] Apocalisse, versione-introduzione-note di Angelo Lancellotti, Edizioni Paoline, 1970, 1981, vedi l’Introduzione, pp. 5-44.
[3] Op. cit., pp. 60-61.  San Policarpo, nominato molto giovane vescovo di Smirne da san Giovanni Evangelista, vi fu martirizzato a 86 anni, il 22 febbraio del 156 (Berthold Altaner, Patrologia, tr. it. delle Benedettine del Monastero di S. Paolo in Sorrento, riveduta dal Dr. Sac. S. Mattei, aggiornata e corretta dall’Autore, Marietti, Torino-Roma 1940, pp. 62-63).
[4] Per i testi originali ho tenuto presente la Vulgata Clementina nella classica edizione della BAC e il Novum Testamentum Graece et Latine curato da Nestle  e Aland.
[5] Op. cit., p. 61.
[6] Vedi la voce sinagoga nel Dizionario Biblico diretto da mons. Francesco Spadafora, 3a ed. riveduta e ampliata, Studium, Roma, 1963.
[7] Septuaginta, edidit Alfred Rahlfs, editio minor, Deutsche Bibelgesellschaft Stuttgart, 1935, 1979, p. 243.
[8] Apocalisse, tr. it. cit., p. 69.
[9] Op. cit., pp. 69-70.
[10] Op. cit., p. 70.
[11] Op.cit., ivi.

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