domenica 11 giugno 2017

Riflessione sul Vangelo di Domenica 11 giugno 2017, Festa della SS.ma Trinità: S. Matteo, 28, 18-20



Riflessione sul Vangelo di Domenica 11 giugno 2017, Festa della
Ss.ma Trinità:  san Matteo, 28, 18-20.   Di  Paolo  Pasqualucci

“In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:  È dato a me ogni potere in cielo e in terra.  Andate, dunque, e istruite tutte le genti, battezzandole in nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, e insegnando loro ad osservare tutto quello che io vi ho comandato.  Ed ecco che io sarò con voi tutti i giorni sino alla consumazione dei tempi”  (Messale Romano quotidiano. Testo latino completo e tr. it. di  S. Bertola e G. Destefani, commento di D. C. Lefebvre O.S.B., disegni di R. De Cramer. Edizione aggiornata 1962.  Ediz. S. Francesco di Sales, Priorato S. Carlo, Montalenghe, Torino, pp. 852-3).

* * *

I.

Disse, dunque, Gesù risorto ai suoi Discepoli:  “andate e istruite tutte le genti”, nessuna esclusa:  euntes, docete (mathetésate).  Istruite, insegnate.  E non, dialogate, per cercare di costruire con le genti non convertite la giustizia sociale e politica su tutta la terra, la “pace” in tutto il mondo; l’illusoria pace del mondo, che non è quella di Cristo.
La missione della Chiesa, istituita da Nostro Signore con la missione degli Apostoli, aventi il Beato Pietro a loro capo per espressa designazione del Signore stesso (“Pasci i miei agnelli”, Gv 21, 15 ss.), è quella di insegnare:  Chiesa docente, come si è sempre detto.  Insegnare nel dovuto modo, si capisce:  con la predicazione e l’esempio della santa vita di sacerdoti e suore.  Nell’insegnamento, oltre alla definizione delle verità di fede e alla condanna dell’errore, alla spiegazione e alla controversia, è incluso anche il “dialogo” cioè il discorso caritatevole e paziente per convertire e confermare nella fede.  Ma giammai per altri fini, al modo dell’odierno “dialogo ecumenico”, interconfessionale, interreligioso, intramondano in generale, il quale ha abbandonato l’insegnamento della Verità Rivelata già con l’espresso e inaudito rifiuto di condannare gli errori, per cercare la verità appunto nel dialogo in comune con le fedi, credenze e miscredenze del resto dell’umanità, non convertita e ostile alla Parola di Cristo!  Ciò che si chiama oggi “dialogo” contraddice ex sese la missione della Chiesa, ordinata dal Signore in persona.

II.

Disse inoltre Nostro Signore:  “mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra”.   Precisando; “in cielo” ha voluto ribadire che Egli, risorto dai morti, era il re del cielo oltre che della terra.  In quanto re anche “in cielo”, Egli, assiso alla Destra del Padre, esercita direttamente la sua  divina summa Potestas ossia governa non solo il Regno celeste ma anche il Purgatorio e l’Inferno, servendosi delle Gerarchie angeliche.
 La potestà sua “completa” (“ogni potere”) sulla terra la vuole esercitare indirettamente, attraverso gli Apostoli ossia attraverso la Chiesa da Lui fondata, il cui capo, il Romano Pontefice, è appunto il suo Vicario in terra iure divino.  In nome di questa potestà, che viene delegata nella potestà d’ordine e di giurisdizione dei sacerdoti, questi ultimi sono legittimati ad insegnare per convertire, per condurre le anime a Cristo, strappandole alla presa di Satana, “principe di questo mondo”.  Ciò significa che i sacerdoti di Cristo non possono insegnare ai popoli facendo di testa loro: innovando, ovvero modificando o aggiungendo o togliendo, rispetto a quello che Gesù stesso ha insegnato e che è stato conservato dal Magistero della Chiesa nell’immutabile Deposito della Fede.  Essi hanno il dovere di insegnare scrupolosamente ai popoli “ad osservare tutto quello che io vi ho comandato”.  Tutto quello che Lui ha comandato loro (ai sacerdoti) di osservare e di insegnare. E quindi tutte le verità da Lui rivelate sulla fede e sui costumi, in modo che, insegnandole, i suoi sacerdoti possano contribuire in modo decisivo, oltre che alla salvezza delle anime, anche alla costruzione di una società e di uno Stato cristiani.

III.

La menzione della Ss.ma Trinità compare nella formula del Battesimo.  Essa mostra la natura trinitaria e nello stesso tempo unitaria della Divinità.
La formula trinitaria del Battesimo, enunciata dopo la Resurrezione, conclude, possiamo dire, la rivelazione del mistero della natura trinitaria di Dio, resa esplicita dalla predicazione dello stesso Gesù, come risulta in modo inequivocabile dal Vangelo di san Giovanni.
Questo Vangelo, scritto per ultimo, presuppone gli altri tre e li integra.  Lo si potrebbe definire il Vangelo della Ss.ma Trinità poiché la teologia della natura trinitaria del Dio Uno, vi si trova ampiamente esposta:  san Giovanni, per divina ispirazione, ha voluto conservare in particolare quest’aspetto fondamentale della predicazione del Signore.
 Gesù ci illustra ripetutamente la sua unità con il Padre, unità che è però identità assoluta (consustanzialità, secondo la posteriore e corretta definizione della teologia dei Padri ortodossi, durante le feroci lotte contro le abominevoli eresie cristologiche).  Ci ha dunque insegnato che Egli agiva sempre per mandato del Padre; che predicava insegnando solo ciò che aveva udito dal Padre; che faceva sempre e solo la volontà del Padre; che la sua missione l’eseguiva in nome del Padre; che nessuno poteva “venire al Padre se non per me”( Gv 14, 6), essendo Lui l’unica porta delle pecore, il Buon Pastore, in conseguenza del fatto che “Io e il Padre siamo uno”(Gv 10, 30), ossia dell’esser Egli non un semplice profeta fornito di càrismi straordinari, bensì addirittura il Verbo fattosi carne nell’ebreo Gesù di Nazareth, individuo storicamente esistito.  Perciò chi vedeva Lui vedeva il Padre e chi disprezzava Lui disprezzava il Padre, che l’aveva mandato.
“Cristo è un individuo, non è un tipo; e la sua opera è individuata e non può perciò essere riconosciuta in qualunque opera [ cioè anche nell’anelito inconsavevole delle altre religioni, come vorrebbe il falso ecumenismo attuale]. È, la sua, l’opera dell’individuo Cristo, il quale Cristo, è, come Dio, la Seconda Persona e, come uomo, il figlio di Maria, la sposa di Giuseppe – Mt 1, 16”(Romano Amerio, Stat Veritas.  Seguito a “Iota unum”, Milano-Napoli, Riccardo Ricciardi Editore, 1997, p. 19). 
L’unità assoluta con il Padre, di sostanza, ab aeterno, costituisce il fondamento della sua promessa dell’invio dello Spirito Santo, il Consolatore o Paraclito, lo Spirito di Verità, la Terza Persona della Ss.ma Trinità (cap. 16 del vangelo di san Giovanni).
“Tuttavia io vi dico in verità: È utile per voi che me ne vada [che io muoia] perché, se io non vado, il Paraclito [parákletos]non verrà a voi; ma se io me ne andrò, ve lo manderò.  E quando sarà venuto accuserà il mondo di peccato, di giustizia e di giudizio…”(Gv 16, 7-8); 
“Quando sarà venuto lo Spirito di verità, egli v’insegnerà tutta la verità; giacché non parlerà da se stesso ma vi dirà quanto udrà e vi annunzierà le cose che dovranno succedere.  Egli mi glorificherà perché prenderà dal mio e ve lo annunzierà.  Tutto ciò che ha il Padre è mio; perciò ho detto che prenderà dal mio e ve lo annunzierà” (Gv 16, 13-15).
Lo Spirito di verità completerà gli insegnamenti del Signore.  E come potrà farlo?  Perché non parlerà “da se stesso” ma dirà agli Apostoli “quanto udrà  e annunzierà le cose che dovranno accadere”.  Riferirà non del suo ma quanto udrà. Inoltre, conferirà agli Apostoli lo spirito di profezia:  essi profetizzeranno grazie allo Spirito Santo (vedi, ad esempio, la profezia di san Paolo sulla conversione finale degli Ebrei, negli ultimi tempi – Rm 11, 25 ss.).
Ma da  c h i  “udrà” lo Spirito Santo? Da Gesù stesso, ossia dal Figlio, ma in quanto il Figlio è Uno con il Padre.  Infatti, lo Spirito Santo renderà gloria al Figlio perché, annunziando agli Apostoli ciò che udrà dal Figlio, in ciò facendo, “prenderà dal suo”, del Figlio stesso.  Ma potrà “prendere dal suo” del Figlio perché il “suo”del Figlio è ab aeterno “il suo” del Padre:  onde, ci testimonia il Figlio, “tutto ciò che ha il Padre è mio”, poiché siamo Uno.  Grazie a questo titolo (l’esser cioè del Padre nell’unità consustanziale col Figlio), tutto ciò che ha il Padre verrà “preso”e “annunziato”dallo Spirito come ciò che è “suo” del Figlio.  


IV.


Dai Testi, risulta inequivocabilmente, nella natura trinitaria-unitaria del vero Dio,  la natura sovrannaturale e divina del Consolatore annunciato, che è Spirito di verità:  lo Spirito Santo.  Possiamo pertanto respingere in tutta tranquillità le false interpretazioni pullulanti  dentro e fuori la Chiesa.

a. Dentro la Chiesa, non penso ovviamente alle eresie antitrinitarie del passato, sviluppatesi poi nel c.d. unitarianismo diffusosi in certe sette protestanti, quanto a quelle del presente, diffuse per esempio dal famoso ed influente teologo gesuita Karl Rahner.
Nel suo sintetico Corso fondamentale della fede. Introduzione al concetto del Cristianesimo, nel quale tenta di reinterpretare la nostra religione alla luce della filosofia esistenzialistica di Martin Heidegger, applicandone pedissequamente le categorie, egli liquida in tre pagine e mezzo la dottrina trinitaria.  Dopo aver dichiarato, bontà sua, incomprensibili i concetti di “ipostasi”, “persona”, “essenza”, “natura” e insostenibile quello agostiniano (?) di una “dottrina trinitaria psicologica”, il Rahner tenta di proporre sinteticamente un oscuro concetto di “Trinità immanente”. A quanto è dato capire, il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo sarebbero per noi ragion d’essere di situazioni date (Gegebenheitswesen) così come ci appaiono  all’interno dell’economia esistenziale concreta della nostra “storia della salvezza”; le situazioni nell’ambito della cui logica l’unico Dio viene via via concepito come Padre, come Logos, come Spirito (K. Rahner, Grundkurs des Glaubens. Einführung in den Begriff des Christentums, 1976, Herder, Freiburg im Breisgau, 1984, pp. 139-142: Zum Verständnis der Trinitätslehre).
b. Fuori della Chiesa, è tornata a circolare, non ostacolata, a quanto ne so, da alcun dottore cattolico, la falsa esegesi musulmana di Giovanni 16, 6-8 sopra citato, costruita a partire dalla ben nota sura 61, 6 del Corano o delle file serrate.
Ricorda, inoltre, quando Gesù, figlio di Maria, disse: ‘o figli d’Israele, io, certo, sono l’apostolo di Dio, inviato  a voi, per confermare il Pentateuco che vi è stato dato prima di me, e per annunciare un apostolo che verrà dopo di me, e il cui nome sarà Achmad; ma, quando questi [cioè, Achmad, Maometto] venne ad essi, colle prove evidenti, quelli [i cristiani] dissero: ‘questo è un sortilegio manifesto’”.
Spiega in nota l’illustre traduttore del Corano:  “Achmad significa, come Muhammad (Maometto), ‘il glorioso, il glorificato’’; Maometto allude qui alla promessa del Paracleto fatta da Gesù.  Achmad è il greco periklitós; perciò i musulmani sostengono che parákletos sia una falsificazione di periklitós” (Il Corano.  Nuova versione letterale italiana con prefazione e note critico-illustrative del dr. Luigi Bonelli, rist. anast. della III ediz., Hoepli, Milano, 1983, p. 532).
Dunque, il Signore non avrebbe detto: vi manderò il Consolatore bensì “vi manderò Maometto” ma i discepoli invidiosi avrebbero alterato il nome, evidentemente in odio a Maometto.  Lo Spirito di verità promesso, sarebbe stato allora Maometto, venuto circa sei secoli dopo!  Questa pazzesca “interpretazione” va confutata con argomenti, perché oggi, nella crassa ignoranza che circonda colpevolmente la nostra religione, ogni fantasia, bugia ed eresia viene presa per buona.
Ecco alcuni argomenti:

1. Non so quanto questa “esegesi”sia valida sul piano filologico, voglio dire in relazione al significato dei termini in questione nel greco e nell’arabo del tempo.  Il Gemoll dà di peryklitós, aggettivo del linguaggio epico, il significato di “celebre intorno, assai celebre, celeberrimo, famosissimo, signorile, magnifico”, più che di “ glorioso, glorificato”.  Gesù avrebbe allora detto:  “vi manderò il famosissimo” o “il magnifico”.  In ogni caso, questi termini, così come “glorioso” o “glorificato”, appaiono tutti privi di senso in relazione al discorso che il Signore sta facendo agli Apostoli.  Colui che Egli avrebbe mandato non poteva che essere un sovrannaturale Spirito di verità, il Consolatore per l’appunto, se vogliamo attribuire al discorso stesso del Signore un senso, in relazione a tutto quello che stava spiegando ai Discepoli.  Consolatore, perché avrebbe sorretto di forza spiritualmente sovrannaturale, consolante e salvifica l’anima provata nelle tempeste della persecuzione, imminente ed annunciata da Gesù stesso, procedendo nello stesso tempo ad istruire e guidare nella verità rivelata, in quanto appunto Spirito di verità.

2.  Inoltre,  il Signore fece capire chiramente ai Discepoli che il Consolatore l’avrebbe inviato molto presto, poco dopo esser Egli “andato via” ovvero ritornato al Padre, dopo la sua Passione e Morte imminenti, non dopo chissà quanto tempo, dopo secoli.  E difatti, lo Spirito Santo venne in maniera sensibile con il miracolo della Pentecoste, circa dieci giorni dopo l’Ascensione di Nostro Signore risorto al cielo.

3. Non è da credere che Maometto pensasse espressamente a Gv 16, 6-8 quando ha recitato ai suoi seguaci la sura in questione.  Non sappiamo cosa egli conoscesse dei due Testamenti e in particolare del Vangelo.  È sicuro che egli è venuto in contatto con il cristianesimo delle sette eretiche presenti nella penisola arabica. Nessun testo dei due Testamenti parlava di lui; perciò egli ha pensato bene, ad ogni buon conto, di affermare nelle sue “rivelazioni”, che Gesù (da non confondersi con il Gesù nostro, storico) aveva preannunciato l’avvento di un profeta che si sarebbe chiamato come lui, Maometto, Achmad. Sono stati poi i polemisti musulmani che, in un secondo tempo, sono andati a spulciare i nostri Testi sacri per rinvenirvi ad ogni costo ciò che propalava il Corano. 

4.  Su di un altro piano, non si capisce per qual motivo l’autore del Vangelo di Giovanni, san Giovanni, avrebbe dovuto falsificare il testo.  In odio, a chi?  A uno che non conosceva?  I maomettani sostengno da sempre che ebrei e cristiani hanno falsificato l’Antico e il Nuovo Testamento al fine di cancellare i riferimenti ivi contenuti a Maometto, autoelettosi a sigillo dei Profeti.  La tesi è talmente assurda da apparire persino ridicola, anche se obbligata, per loro, dal momento che Maometto è del tutto sconosciuto ai due Testamenti.  E perché l’avrebbero fatto, il falso? E chi, quali ebrei e cristiani?  Ma per odiare qualcuno bisogna pur conoscerlo, non si può certo odiare uno che non si conosce e della cui esistenza non si ha la minima idea, dal momento che non è ancora nato (e lo sarebbe, nato, sei secoli dopo).
5.  Il Consolatore annunziato dal Signore è chiaramente uno Spirito sovrannaturale, divino, per via delle caratteristiche che il Signore stesso gli attribuisce. Tra di esse, lo spirito di profezia, che il Nuovo Testamento dimostra esser stato posseduto dagli Apostoli in varia misura. Ora, Maometto, per tacere dei tratti sensuali e sanguinari della sua personalità, ampiamente dimostrati, non ha mai fatto profezie, non aveva alcuno spirito di profezia.  Anche alla luce di quest’ultima considerazione si capisce che il Signore non poteva assolutamente riferirsi a lui. 
6. Infine, in quanto “Spirito di verità”, che perfeziona l’insegnamento di Cristo Nostro Signore, sia in campo religioso che morale, Colui che il Signore assunto in Cielo avrebbe prestissimo inviato ai Discepoli per assisterli, se (tanto per dire) si fosse trattato di un uomo, non avrebbe mai potuto essere uno come Maometto, la cui visione etico-politico-religiosa, codificata nel Corano, se rappresentava per certi aspetti un progresso rispetto alla mentalità e agli usi primitivi dei beduini della penisola arabica del tempo, costituiva e costituisce sia in generale che nel particolare una negazione manifesta della concezione cristiana della vita e del mondo, in tutti i suoi aspetti.

Paolo  Pasqualucci,  Domenica 11 giugno 2017,
Festa della Santissima  Trinità.            


venerdì 2 giugno 2017

La condanna del peccato di omosessualità nel Nuovo Testamento


LA CONDANNA DEL PECCATO DI OMOSESSUALITA’ NEL NUOVO TESTAMENTO.

Raccolta dei testi ad uso dei partecipanti alle Processioni di Riparazione per le nefande Parate del c.d. “orgoglio gay”.  A cura di Paolo  Pasqualucci. Traduzioni italiane da: “La Sacra Bibbia” della CEI, Ediz. Paoline, 1963.


1. SANTI  VANGELI

 Gesù Cristo Nostro Signore ha citato ben quattro volte la distruzione improvvisa per intervento divino di Sodoma e Gomorra, città pervase dal peccato contro natura, quale esempio di punizione esemplare di chi si INDURISCE nel peccato, ergendosi superbamente e perversamente contro la volontà di Dio.

I relativi passi si trovano in:  S. Matteo 10, 15; 11, 24;  S. Luca 10, 12; 17-32.

C’è poi un passo nel quale l’omosessualità deve ritenersi da Lui inclusa in tutte le fornicazioni, che sono peccati gravi, mortali:  Mt 15, 17-20.

VANGELO  DI  SAN  MATTEO

“In verità vi dico:  nel giorno del Giudizio il paese di Sodoma e Gomorra sarà trattato meno severamente di quella città” (Mt 10, 15).

Di quale città? Di quella città che si fosse rifiutata di ricevere o di ascoltare gli Apostoli, da Lui inviati a predicare per convertire i peccatori.  Il grave ammonimento fu ripetuto poco dopo:

“E tu Cafarnao, sarai esaltata sino al cielo? Tu discenderai all’inferno: perché se in Sodoma fossero avvenuti i miracoli operati in te, oggi ancora sussisterebbe.  E però vi dico, che nel giorno del Giudizio il paese di Sodoma sarà trattato meno duramente di te” (Mt 11, 21-24).

Cafarnao aveva rifiutato la predicazione della Buona Novella.  Pertanto, il suo destino finale sarebbe stato persino peggiore di quello di Sodoma. Infatti, dice il Signore, se a Sodoma fossero accaduti i  miracoli effettuati a Cafarnao, la città si sarebbe convertita e “ancora sussisterebbe”.  Ora, nel giorno del Giudizio essa sarà trattata “meno duramente”delle città ebraiche impenitenti (ossia di tutti coloro che non avranno voluto coscientemente credere) ma non sarà certamente assolta.  Anzi, proprio la condanna improvvisa, fulminea e totale di Sodoma serve da punto di riferimento, da metro di giudizio per determinare la gravità di un peccato e quindi per affermare che l’incredulità degli Ebrei (e di tutti coloro che non avranno voluto credere con piena cognizione di causa) è addirittura più grave di un peccato così grave come quello di Sodoma e Gomorra, che rappresenta la corruzione dei costumi spinta sino alla ribellione contro la legge naturale stabilita da Dio per i rapporti tra i due sessi, in odio a Dio.

L’inclusione degli atti omosessuali tra le fornicazioni si deduce dal seguente passo del Vangelo di san Matteo.

“Non capite che quanto entra per la bocca, passa nel ventre e va a finire nella latrina?  Ma quel che esce dalla bocca viene dal cuore, ed è questo che contamina l’uomo; poiché dal cuore vengono i cattivi pensieri, gli omicidi, gli adultèri, le fornicazioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie: queste cose contaminano l’uomo, ma il mangiare senza lavarsi le mani non contamina l’uomo”(Mt 15, 17-20).  

Riprovando il formalismo dei Farisei, con la loro ossessione per la purezza rituale, il Signore distingue nettamente tra gli “adultèri”(adulteria, moicheiai) e le “fornicazioni”(fornicationes, porneiai).  L’adulterio è l’infedeltà coniugale.  Le fornicazioni comprendono, evidentemente, tutti i rapporti sessuali di persone non sposate.  E quindi tutte le violazioni del Sesto Comandamento, secondo natura o contro natura che siano.  Anche l’adulterio è peccato di fornicazione, però con aggiunto il peccato della violazione della fede coniugale.  Potrebbero le “fornicazioni” qui menzionate dal Signore escludere quelle contro natura?  Non potrebbero, evidentemente, per la natura stessa del concetto, tale da impedire una simile esclusione. 

  VANGELO  DI  SAN  LUCA

San Luca riporta l’invettiva di cui a Mt 11, 21-24 in modo quasi identico, aggiungendovi un illuminante commento del Signore stesso.

“Io vi dico che, nel gran giorno [del Giudizio], Sodoma sarà trattata meno rigorosamente di quella città [dove non vi avranno accolti].  Guai a te, Corazin, guai a te, Betsaida! […]  E tu Cafarnao, sarai forse elevata fino al cielo?  Tu sarai precipitata sino all’inferno!  Chi ascolta voi, ascolta me,  e chi disprezza voi, disprezza me.  Chi disprezza me, disprezza Colui che mi ha mandato”(Lc 10, 12-15).

Ma Nostro Signore ricordò nuovamente il destino tragico di Sodoma nelle sue profezie sugli ultimi tempi, che vedranno il ritorno del Figlio dell’Uomo, predetto da Lui stesso quale evento improvviso e fulminante, che non lascerà  scampo a nessuno.

“E come avvenne al tempo di Noè, così avverrà al tempo del Figlio dell’uomo:  mangiavano e bevevano, si sposavano e facevano sposare i propri figli, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca; ma venne il diluvio e li fece tutti perire.  Altrettanto avvenne al tempo di Lot:  mangiavano e bevevano, compravano e vendevano, piantavano e costruivano; ma il giorno in cui Lot uscì da Sodoma, Dio fece piovere fuoco e zolfo dal cielo e fece perire tutti”(Lc 17, 26-29).
Continuando nella profezia, Nostro Signore aggiunse:  “Lo stesso avverrà nel giorno in cui il Figlio dell’Uomo dovrà apparire”.  In quel giorno nessuno dovrà voltarsi indietro, non gli sarà consentito:  “Ricordatevi della moglie di Lot! Chi cercherà di salvare la sua vita, la perderà; e chi la perderà, la conserverà”(ivi, 30-32).

La moglie di Lot, disobbedendo all’ordine degli Angeli di fuggire verso il monte senza voltarsi, “si voltò indietro a guardare” la città che bruciava “e diventò una colonna di sale”(Gen 19, 26).  Il Diluvio universale e la fine di Sodoma sono dunque proposti a noi da Nostro Signore quali esempi della giustizia divina, esempi classici, si potrebbe dire, nella cultura e mentalità ebraiche.   Ciò significa che Egli approvava quelle condanne e quei castighi; riteneva giusto che l’umanità fosse punita per i suoi peccati nel modo che Dio ritenesse opportuno, a seconda della loro gravità.  Riteneva quindi giusto che il peccato contro natura dei sodomiti fosse stato punito col fuoco e lo zolfo caduti subitamente dal cielo.
Riscontrato tutto ciò sui Sacri Testi, estremamente chiari e limpidi, come osano tanti oggi sostenere, purtroppo anche tra il clero, che Gesù non avrebbe mai parlato dell’omosessualità e quindi, per ciò stesso, non l’avrebbe mai condannata? Nello spirito della tradizione religiosa ebraica (vedi Ezechiele 16, 48-50), ha Egli portato o no più volte a severo monito, approvandola, la condanna di Sodoma e Gomorra quale esempio di condanna divina esemplare dei peccati gravi di un’intera comunità, scientemente induritasi in quei peccati?  E ciò non basta a dimostrare che Egli ha condannato l’omosessualità?  Che altro doveva dire?
Invece di cercare di falsare o di occultare il senso autentico delle Sacre Scritture, i propagandisti e sostenitori a vario livello della presente, terrificante deriva omosessualista (attivi purtroppo anche nella Gerarchia cattolica!), non farebbero meglio, innanzitutto per la salvezza della loro anima, a meditare seriamente le parole di Nostro Signore sul terribile ma giusto castigo di Sodoma sventurata? 
Sembrava a quei depravati che tutto dovesse continuare in eterno come prima, immersi nel benessere, nelle loro intense attività, nei loro vizi infami, ma improvvisamente un giorno, “il giorno in cui Lot uscì da Sodoma, Dio fece piovere fuoco e zolfo dal cielo e fece perire tutti”:  Parola del Signore, il Verbo Incarnato, che conferma per noi, con la sua divina autorità, i fatti testimoniati nella Bibbia [cfr. Genesi, cap. 19]. 
Senza preavviso la Divina Giustizia fece perire tutti di una morte orribile, tutti lì incenerì in un baleno.  Come i poveri giapponesi di Hiroshima e Nagasaki, peraltro vittime innocenti della crudeltà della guerra.  Anzi, peggio, perché in Giappone ci furono dei superstiti e la vita è tornata nelle città ricostruite.  A Sodoma e Gomorra, invece, non si è salvato nessuno e le anime di tutti, ci fa capire il Signore, sono andate all’Inferno, dove attendono, sempre nel tormento del fuoco, il giorno del Giudizio Universale, che confermerà la loro condanna per l’eternità.  Il sito di quelle città, inizialmente fertilissimo, è da allora una tetra e spettrale solitudine di sale, acqua salmastra e bitume.  Se si continuerà ad offendere gravemente Dio, come a Sodoma, andrà a finire anche per noi come a Sodoma, quale che sia la forma specifica del castigo, se l’acqua o il fuoco o la terra spalancatasi sotto di noi.


2.  LE  LETTERE  DI  SAN  PAOLO,  DI  SAN  PIETRO,  DI SAN GIUDA APOSTOLO

Nelle Lettere di san Paolo (Lettera ai Romani e Prima Lettera ai Corinti) si trovano due passi sull’omosessualità, uno dei quali famoso, l’altro quasi mai citato, nel quale l’Apostolo delle Genti insegna che anche gli omosessuali possono salvarsi l’anima se si convertono a Cristo e mutano vita, cosa del tutto possibile con l’aiuto della fede e della Grazia.

“Per questo [per la loro incredulità] Iddio li ha abbandonati a delle turpi passioni.  Lo loro donne infatti hanno cambiato l’uso naturale in quello che è contro natura; e gli uomini pure, abbandonato l’uso naturale della donna, si sono accesi di perversi desideri gli uni per gli altri, commettendo turpitudini maschi con maschi, ricevendo in se stessi la mercede meritata dal loro pervertimento.  E siccome non si sono dati pensiero di conoscere Iddio, Iddio li ha abbandonati a dei perversi pensieri…”(Rm 1, 24-32).

Ma la severa condanna del peccato, la cui causa profonda è da vedersi nella superbia provocata dalla mancanza di fede nell’esistenza di Dio, il quale ci priva pertanto del suo indispendabile aiuto per resistere al male, non fa venir ovviamente meno la carità nei confronti del peccatore, quale che sia il suo peccato.  Anche gli omosessuali, maschi e femmine che siano, possono dunque salvarsi e alla fine accedere alla vita eterna, se si convertono a Cristo.  Devono però pentirsi e mutar vita.  Ciò viene ricordato dall’Apostolo nella I Lettera ai Corinti, in un passo nel quale egli ricorda ai fedeli che:

gli ingiusti [iniqui] non possederanno il regno di Dio. Attenti a non illudervi:  né fornicatori, né idolatri, né adulteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapitori saranno eredi del regno di Dio.  E tali eravate alcuni di voi, ma siete stati lavati, ma siete stati santificati, ma siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e mediante lo Spirito del nostro Dio” (1 Cr 6, 9-11).

La distinzione tra effeminati (molles, malakoi) e sodomiti (masculorum concubitores, arsenokoitai) non è meramente letteraria, quasi si trattasse di un’endiadi: san Paolo specifica che il peccato omosessuale coinvolge ugualmente entrambi i suoi protagonisti, non riguarda solo il soggetto passivo dello stesso, come ritenevano e ritengono erroneamente molti.  Però entrambi possono pentirsi, vincere la loro cattiva inclinazione (che non risulta da nessun cromosoma, checché ne dica oggi una certa pseudoscientifica propaganda); purificarsi, infine salvarsi l’anima, se si convertono a Cristo, la cui misericordia “li lava” da questo peccato, come lava e purifica da tutti i peccati ogni peccatore veramente pentito, che venga umilmente a Lui, desideroso di obbedire ai suoi insegnamenti.
     
Nella II Lettera di san Pietro troviamo di nuovo un preciso riferimento al castigo esemplare di Sodoma e Gomorra nonché l’affermazione, per noi oggi di grande conforto, di come il Signore non abbandoni i giusti ma li aiuti a sopravvivere spiritualmente e a salvarsi l’anima anche quando costretti a vivere in una società dominata dall’empietà, come purtroppo sta diventando la nostra.  Il Beato Pietro ribadisce, inoltre, che Dio ha stabilito la condanna della dannazione eterna per l’empio, ossia per il peccatore indurito nel proprio peccato e che addirittura lo ostenti, in odio a Dio e alle leggi da Lui stabilite.
“Che se Dio non risparmiò gli Angeli che peccarono, ma dopo averli precipiati nell'inferno, li confinò negli abissi tenebrosi, dove li riserva per il giudizio; se non risparmiò l’antico mondo, ma salvò, con altri sette, Noè, annunziatore di giustizia, mentre mandò il diluvio sul mondo degli empi; se condannò alla distruzione e ridusse in cenere le città di Sodoma e di Gomorra, perché fossero di esempio a tutti gli empi futuri; e se liberò il giusto Lot, rattristato dalla condotta di quegli uomini senza freno nella loro dissolutezza – poiché quest’uomo, pur abitando in mezzo a loro, si manteneva giusto di fronte a tutto quello che vedeva ed ascoltava, nonostante che tormentassero ogni giorno la sua anima retta con opere nefande ---  il Signore sa liberare dalla prova gli uomini pii e riserbare gli empi per essere puniti nel giorno del giudizio, specialmente quelli che seguono la carne nei suoi desideri immondi e disprezzano l’autorità.”(2 Pt 2, 4-11).

Concetti quasi identici sono esposti nella quasi contemporanea Lettera di san Giuda Apostolo, detto Giuda Taddeo, fratello di san Giacomo il Minore  e quindi parente di Gesù, ai vv. 6-8

Paolo  Pasqualucci,  venerdì  2 giugno 2017