martedì 28 marzo 2017

Rel 3 - Perché il barone von Boeselager vuole che l'Ordine di Malta non converta più nessuno?


Rel  3 - Perché il barone von Boeselager vuole che l’Ordine di Malta non converta più nessuno?  Perché applica gli insegnamenti del Concilio

Sommario :  1. La conversione a Cristo può offendere solo Satana.  2. È sbagliato ritenere che la dignità della persona sia valore che impedisce di per sé la conversione a Cristo.  3.  Nel Concilio è penetrata una concezione relativistica della verità, intesa come “ricerca”, tipica del pensiero profano dell’uomo contemporaneo:  la critica di mons. Gherardini.  4.  La verità religiosa come ricerca in comune “con gli altri uomini” , fondata sul rispetto della dignità della persona:  Dignitatis Humanae, art. 3.2.  5.  La verità religiosa come ricerca in comune “con  gli altri uomini”, fondata sulla “fedeltà di ciascuno alla sua coscienza”:  Gaudium et Spes, art. 16.2.  6.  La verità rivelata come “ricerca incessante” della verità, che la Chiesa cattolica ancora non possederebbe:  Dei Verbum, art. 8.2.  7. L’uguale dignità attribuita a tutte le religioni, da riscoprirsi nella ricerca in comune della verità, porta a capovolgere il senso della missione della Chiesa. 

Nella recente intervista rilasciata il 16 marzo scorso al noto quotidiano tedesco Bild dal discusso Gran Cancelliere dell’Ordine di Malta, barone Albrecht von Boeselager, riprodotta integralmente in italiano nel benemerito e sempre accuratissimo blog di Sandro Magister, Settimo Cielo, in data 23 marzo corrente, una frase mi ha in particolare colpito: 

Domanda :  I critici dicono che lei vorrebbe trasformare il suo ordine cavalleresco cattolico in una normale ONG.
Risposta :  Questi non mi conoscono.  Perché è vero il contrario.  Noi teniamo fermo il nostro compito:  evangelizzazione tramite la Caritas e missioni di assistenza.  Nello stesso tempo la dignità di coloro che aiutiamo ci impone l’obbligo di non imporre nulla a loro. “

1.  La conversione a Cristo può offendere solo Satana 
La frase è quella messa da me in neretto.  Che significa, esattamente?   Che cos’è che non si deve “imporre”ai non-cristiani che vengono aiutati, per non offendere la loro “dignità”?  Il Cancelliere non specificava.  Ma, a ben vedere, non ne aveva bisogno.  Sappiamo benissimo che cosa voleva dire, con questa frase tipica del linguaggio obliquo dell’odierno cattolicesimo postconciliare.  L’imposizione in questione sarebbe quella di proporgli di diventare cristiani.  Per meglio dire: quella di cercare di convertire i non-cristiani di ogni tipo, inducendoli innanzitutto a battezzarsi.
Mi domando:  chiedere a un non cristiano (per di più anziano e malato) accolto e curato dai missionari, dopo avergli spiegato in breve il senso della nostra religione, se vuole ricevere il battesimo, significa forse imporgli qualcosa?  In passato, se rispondeva di no, il missionario cattolico smetteva forse di aiutarlo?  Certo che no, lo sappiamo bene.  Ma chi può sentirsi offeso dalla richiesta di convertirsi a Cristo, se non i nemici di Cristo, da Satana ispirati?  
Pensa la bellezza  della nostra religione, la sua sublime bontà, dimostrata a noi dal Figlio di Dio in persona:  un paganesimo tenebroso, che adora gli animali e lascia morire per strada gli esseri umani quando sono membri delle caste inferiori; questi disgraziati, reietti, nella miseria e nella malattia, moribondi, con la conversione e il battesimo prima di morire vengono assolti dai loro peccati ed entrano nella vita eterna, strappati al demonio dai gesti caritatevoli, dalle parole di speranza del missionario, veicolo della divina Misericordia attraverso la Grazia del  Santo Battesimo.  Come non dire, con san Paolo:  “O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio!”(Rm 11, 33):  la carne disprezzata, malata e peccatrice dei miserabili vissuti nelle tenebre di una falsa religione, grazie alla conversione e al battesimo risorgerà un giorno splendente e trasfigurata, come quella di Nostro Signore dal santo Sepolcro, e risplenderà nell’eterna luce della Visione Beatifica!
Ma il senso di questa bellezza, che è la bellezza splendente della Verità rivelata, e il senso della vera bontà cristiana, si sono evidentemente smarriti nella Gerarchia cattolica odierna:  per essa, la cosa più importante sembra esser il rispetto della dignità di ogni uomo, cosa che implica, evidentemente, il rispetto del suo credo, quale che sia (anche ateo), sì da lasciarlo morire in esso; sì da aiutarlo, persino, a morirvi!  Un rovesciamento totale dell’autentica  Missione della Chiesa, i cui principi indefettibili sono stati stabiliti da Nostro Signore in persona dopo la Resurrezione e come tali praticati per tanti secoli: “Andate, dunque, e fate miei discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutte le cose che io ho comandato a voi”(Mt 28, 19-20).  Il Vangelo di Marco, che raccolse i ricordi del Beato Pietro, ci testimonia che, in una delle sue apparizioni dopo la Resurrezione, il Signore ripetè il concetto:  “Andate per tutto il mondo, predicate il Vangelo ad ogni creatura”, aggiungendo:  “Chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo; chi non crederà, sarà condannato” (Mc 16, 15-16).

2. È sbagliato ritenere che la dignità della persona sia valore che impedisce di per sé la conversione a Cristo 
 Una frase come quella detta dal Gran Cancelliere, prima del Concilio Vaticano II nessun cattolico si sarebbe mai sognato di pronunciarla.  E perché?  Perché sarebbe sembrato addirittura pazzesco solo pensare di sostituire il concetto della salvezza eterna dell’anima con quello della dignità della persona, quale valore assoluto da doversi rispettare prima di ogni altra cosa, anche a scapito della stessa salvezza dell’anima.
Sappiamo che il concetto di persona è di elaborazione cristiana, risale addirittura al VI secolo, al grande Severino Boezio:  sostanza individuale di natura razionale; approfondito in questi stessi termini da san Tommaso d’Aquino.  Fu proprio il pensiero cristiano, sulla base della metafisica classica, a mettere nel giusto rilievo la natura razionale dell’uomo, che ne fa individualmente una persona, ossia quel soggetto dotato di anima e intelletto  nel quale si mantiene un riflesso dell’immagine del Creatore.  E nel concetto della persona è racchiuso quello della dignità dell’uomo, di ogni essere umano in quanto tale, per la Chiesa.   
Ma la dignità della persona non è ovviamente mai stata concepita come un valore tale da impedire addirittura la conversione, come oggi, allorché si arriva a dire e comunque a far capire che evangelizzare in senso proprio ovvero con il fine della libera conversione a Cristo delle anime, significherebbe far violenza alla personalità del non credente, offenderne la dignità!  Violenza, ci sarebbe solo nel caso di conversioni forzate, sempre condannate dalla Chiesa.  Il fatto è che la dignità dell’uomo è insidiata dalle conseguenze del peccato originale, dalla conseguente fragilità di carattere ed imperfezione nel ragionamento, caratteristiche negative che, in ognuno di noi, impediscono alla ragione un giudizio perfettamente equilibrato e alla volontà di dominare le passioni come sarebbe necessario.  La dignità della persona non è dunque tale, in quanto valore, da renderla autosufficiente, sia sul piano etico che su quello della pura ragione.  Ciò significa che la nostra natura, resa imperfetta dal peccato originale anche se sempre capace di redenzione, ha continuamente bisogno dell’aiuto sovrannaturale della Grazia; in altre parole, abbisogna sempre di pentimento e conversione.  Non si vede, pertanto, per qual motivo l’offerta di conversione all’unica vera fede salvifica, con l’esempio della vita santa dei missionari e delle suore, con la predicazione e l’amministrazione dei Sacramenti, debba offendere la dignità degli acattolici e non-cristiani ossia la loro stessa natura di uomini.

3. Nel Concilio è penetrata una concezione relativistica della verità, intesa come “ricerca”, tipica del sentire profano dell’uomo contemporaneo:  la critica di mons. Gherardini
Questo assurdo modo di ragionare, caratteristico del processo di autoannientamento che ha investito la Chiesa a partire dal pastorale Vaticano II, ha per l’appunto il suo fondamento  in certi ben noti testi di quel Concilio, inquinati da una cattiva teologia. Mi riferisco alla Dichiarazione Dignitatis Humanae sulla libertà religiosa e alla Dichiarazione Nostra Aetate sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane.  Illuminanti sono alcune riflessioni di mons. Brunero Gherardini in proposito. 
Qual è stato, secondo l’illustre teologo, l’errore fondamentale di Dignitatis Humanae?  Non si è limitata a  “mantenere le due immunità che la Chiesa ha sempre difeso” e che sono:  “l’immunità dalla costrizione a pensare e ad agire in conflitto con le proprie convinzioni e quella di esser con la forza impedito di praticar in pubblico o in privato la propria religione”; immunità che appaiono effettivamente “fondate nella persona umana e quindi, in ultima analisi, nella natura stessa dell’uomo”.  Le ha mantenute, il Concilio, ma ne ha anche parlato “in modo non perfettamente corretto”.  E perché?  Per questa ragione:  “Considerando la libertà religiosa  nella cornice del pluralismo contemporaneo, vide nella compresenza delle varie e spesso contraddittorie religioni non un male da tollerare, ma un bene da tutelare, riconoscendo ad ogni Credo pari dignità ed identici diritti.  Il problema della verità [della religione] veniva così non superato ma ignorato:  verità ed errore indisturbatamente insieme.  Il diritto d’ognuno all’autodeterminazione [sulla base delle proprie convinzioni personali, principio fondamentale del liberalismo] diventava così la ragione giustificativa dell’indifferenza di fronte a verità ed errore – bene e male, religione vera e religione falsa [perché non rivelata dal vero Dio, come la nostra]”.   
L’esattissima analisi di mons. Gherardini fa vedere come  alla visione cattolica tradizionale si sia venuta a sovrapporre quella profana di una immunità da costrizione in campo religioso fondata sulla libera autodeterminazione della coscienza individuale a credere ciò che la coscienza stessa detta a se stessa.  Ora, osservo, la convinzione personale e la conseguente libertà di scelta si possono (e per certi aspetti si devono) ammettere in campo politico e nelle cose che riguardano la vita di relazione, pubblica e privata.  Non però di fronte alla religione che testimonia la divina Rivelazione e la morale su di essa fondata.  Questa  rivelazione e l’etica che ne consegue non possono esser messe sullo stesso piano delle altre, non rivelate, né dipendere da ciò che ne pensa la coscienza di sé del soggetto, il quale deve invece riconoscerle nella loro indipendente ed assoluta oggettività, provenendo esse dall’unico vero Dio, Uno e Trino.
Il  relativismo che si delineava nel testo conciliare, apriva oggettivamente la strada all’indifferentismo in campo etico e religioso.  Proseguiva infatti mons. Gherardini:
“Questo prescindere dal problema del vero/falso o buono/cattivo [in relazione a verità ed errore nella religione] scioglieva il soggetto umano dalla sua stessa obbligazione naturale alla ricerca e alla scelta del bene con relativa fuga dal male, alla conoscenza di Dio, all’osservanza della sua legge, almeno nei limiti di quella naturale.  Un tale proscioglimento era di fatto, e per molti anche nell’intenzione, un’emancipazione dalla ‘Mirari vos’ di Gregorio XVI, dalla ‘Quanta cura’ e dal ‘Syllabus’del beato Pio IX, dall’’Immortale Dei’ di Leone XIII, dalla ‘Pascendi’ di san Pio X, dal decreto dell’allora Sant’Uffizio ‘Lamentabili’ ed ultimamente dalla ‘Humani generis’di Pio XII.  Chi ne fa una questione di linguaggio [come se le novità fossero state solo nella terminologia], non si rende conto che l’urto, anziché fra parole di diverso significato, è fra i contenuti dei significati diversi:  diversa, insomma, è la sostanza della dottrina.  Una diversità che di per sé è rottura, non continuità[1].      
Parole chiarissime e pesanti come macigni, queste di mons. Gherardini.  Riconoscendo erroneamente pari dignità intrinseca a tutti i Credo (allora la nostra religione non si distinguerebbe per dignità dal peggior paganesimo, dai riti voodoo, dai culti che onorano babbuini, ippopotami, serpenti, topi, quercie, pietre o sacre cipolle) si veniva, per logica conseguenza, “a sciogliere il soggetto dalla sua stessa obbligazione naturale a ricercare il bene e il vero Dio e a fuggire il male”.

4.  La verità religiosa come ricerca in comune “con gli altri”, nel rispetto della dignità della persona:  Dignitatis Humanae, art. 3.2 
Il Concilio mantenne, ovviamente, il concetto cattolico tradizionale dell’obbligo morale di ciascuno di noi, inerente alla nostra natura, di ricercare il vero Dio con la propria intelligenza e nel modo di vivere.  Del resto quest’obbligo, osservo, risulta in modo netto dal Nuovo Testamento (Gv 14,1; Eb 11, 6; Atti, 17,27, discorso di san Paolo sull’Areopago).  Quest’obbligo, nascendo dalla natura umana, deve esser sicuramente assolto seguendo i dettami della propria coscienza, invocata, come sappiamo, anche da san Paolo quale voce interiore che ora assolveva ora accusava i pagani a seconda del loro comportamento nei confronti delle norme della legge di natura, inscritta da Dio nei cuori (Rm 2, 14-16) .  Ma poi si scopre che, per il Vaticano II, la verità della religione non coincide a priori (come dovrebbe) con le verità di fede sempre insegnate dalla Chiesa, delle quali dobbiamo renderci consapevoli e cercare, nei limiti del possibile, di render consapevoli anche gli altri.  Tale verità deve all’opposto emergere da una “ricerca della verità” da condursi in comunione dialogante con gli altri uomini, con tutti gli uomini senza distinzione di religione. 
“Perciò ognuno ha il dovere e quindi il diritto di cercare la verità in materia religiosa, utilizzando mezzi idonei per formarsi giudizi di coscienza retti e veri secondo prudenza.  La verità, però, va cercata in modo rispondente alla dignità della persona umana e alla sua natura sociale:  e cioè con una ricerca condotta liberamente, con l’aiuto dell’insegnamento o dell’educazione, per mezzo dello scambio e del dialogo con cui, allo scopo di aiutarsi vicendevolmente nella ricerca, gli uni rivelano agli altri la verità che hanno scoperta o che ritengono di aver scoperta; inoltre, una volta conosciuta la verità, occorre aderirvi fermamente con assenso personale” (DH, 3. 2). 
Prescindiamo dal carattere ingenuo del “metodo” qui indicato per la “scoperta della verità”.  Ciò che conta è che qui appare un concetto della verità come ricerca (per di più in comune) della verità non nella filosofia o nella scienza ma  addirittura in “materia religiosa”, da applicarsi quindi a tutte le religioni, inclusa la nostra; le cui verità, allora, non appartengono più a un immutabile Deposito della fede di origine sovrannaturale, cosa che esclude a priori la possibilità di una ricerca del genere.
Quest’articolo 3.2 della Dignitatis Humanae, va messo in relazione all’art. 16.2  della costituzione conciliare Gaudium et Spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo e all’art. 8.2 della costituzione conciliare Dei Verbum sulla divina rivelazione.

5. La verità religiosa come ricerca in comune “con gli altri uomini”, fondata sulla “fedeltà di ciascuno alla sua coscienza”:  Gaudium et Spes, art. 16.2
L’art. 16 della GS, uno degli articoli-chiave dell’intero Concilio, è dedicato alla “dignità della coscienza morale”.  Dopo aver ricordato in maniera ortodossa che la coscienza è il luogo nel quale l’uomo scopre la legge naturale inscritta da Dio nel suo cuore (san Paolo, cit.), luogo nel quale egli è solo con Dio, la cui voce “risuona nell’intimità”, il testo prende una piega inconsueta e addirittura eversiva, per la dottrina cattolica.  Recita, infatti: 
“Nella fedeltà alla coscienza i cristiani si uniscono agli altri uomini per cercare la verità e per risolvere secondo verità numerosi problemi morali, che sorgono tanto nella vita privata quanto in quella sociale.  Quanto più, dunque, prevale la coscienza retta, tanto più le persone e i gruppi si allontanano dal cieco arbitrio e si sforzano di conformarsi alle norme oggettive della moralità”(GS, 16.2).
Di quale “verità” si tratta qui?  Verosimilmente, di quella concernente la religione e i costumi, come risulta anche dal luogo parallelo di DH, 3.2.  Ma questa verità non dovrebbe già risultare per i cattolici dall’insegnamento infallibile della Chiesa cattolica?  Invece, al possesso sicuro della verità nella fede e nei costumi stabilito nei secoli dal Magistero, il Concilio sostituisce la “ricerca” della verità quale criterio generale della verità stessa: anche nella fede e nei costumi la verità diventa qualcosa che deve sempre esser ancora determinato e quindi di fatto indeterminata, in quanto oggetto di una ricerca che si protrae all’infinito, se l’esser-in-ricerca è il modo di essere stesso dell’uomo.   
Ma una nozione di verità che, entro certi limiti, si può applicare alla filosofia e alla scienza e in definitiva all’intero regno profano delle causae secundae, non può certo valere per la verità rivelata una volta per tutte da Dio per la fede e costumi.  Anche perché la verità come ricerca perenne della verità, al nostro tempo, è degenerata rispetto alle sue stesse premesse, voglio dire al suo originario soggettivismo cartesiano e kantiano; diventando, se così posso dire, ricerca per la ricerca, un disordine del quale si compiace una mentalità che, nella “ricerca”, ama soprattutto l’esperimento, la novità, la stravaganza, la trasgressione, lo scandalo, l’eversione, insomma un caos di sensazioni, emozioni, esperienze, aperto ad ogni follia e deviazione.
Ma non basta.  Questa “ricerca”, sempre in conformità ad un altro aspetto dello spirito del Secolo, deve aver luogo in unione o comunione “con gli altri uomini”, senza distinzioni di religione, che nel testo conciliare non vengono comunque in alcun modo fatte; e quindi anche e soprattutto con gli acattolici e i non-cristiani,  cioè con coloro le cui credenze negano tutte o quasi tutte le verità insegnate dalla Chiesa cattolica.   Stando così le cose, il semplice senso comune si chiede:  come può una ricerca del genere pervenire a risultati positivi per la fede e per i credenti, tanto più che essa deve applicarsi anche ai “problemi morali”?  Infatti, secondo quest’incredibile testo del Concilio, d’ora in poi i cristiani cioè i cattolici, i “problemi morali” li dovranno risolvere ecumenicamente, nel dialogo con gli altri, non mediante l’applicazione delle regole tramandate della loro fede e della loro morale.  Infatti, l’intesa “con gli altri uomini” è affidata alla certezza dell’esistenza di “norme oggettive della moralità”, che possono esser trovate  in comune da tutti gli uomini cosiddetti di buona volontà, che si affidinino alla loro coscienza morale.
Questa non sembra la voce della Chiesa cattolica ma quella di Jean-Jacques Rousseau.  In ogni caso, l’insostenibilità dell’assunto mi sembra palese. Come possano, tanto per fare un esempio, trovare una norma morale comune per una sana vita familiare i Cattolici, per i quali l’indissolubilità del matrimonio è dogma di fede, ed i Protestanti e gli Ortodossi, che invece la negano (per tacere di chi ammette la poligamia, il concubinato, il ripudio, il matrimonio temporaneo), non si riesce affatto a comprendere.
E quando mai le “norme oggettive” della moralità sono state stabilite in questo modo, nella ricerca comune di tutti?  Ma ciò che colpisce di più è la separazione della morale dalla Rivelazione:  le “norme oggettive” della moralità non dipendono più dalla Rivelazione ma dalla “coscienza morale”, che le trova nella ricerca comune con “gli altri uomini”.  La contraddittorietà di questo concetto di “norme oggettive” della moralità mi sembra ugualmente evidente. Le norme “oggettive” vengono in realtà ad esser poste dalla coscienza, e sono quindi “soggettive”.   E come possono esprimere un ordine “oggettivo” norme che dovrebbero esser trovate in comune da uomini che professano concezioni morali non solo diverse ma persino opposte?  E come potrebbe costruirsi una vita sociale in comune su tali basi?
L’albero si giudica dai suoi frutti, ci ha insegnato Nostro Signore, mettendoci in guardia dai falsi profeti (Mt 7, 15-20).  E ben vediamo oggi quali siano stati i risultati di questa falsa  concezione penetrata nei testi del Concilio.  I cattolici, ricercando assiduamente e per tanti anni la verità in comune con i Figli del Secolo, sono giunti a condividerne gli pseudovalori e financo le aberrazioni, poiché adesso praticano anche loro quella negazione dell’etica che è la laica “etica della situazione”, il divorzio,  il controllo delle nascite, l’aborto, e approvano in gran numero le “unioni civili”, anche omosessuali e il “matrimonio omosessuale”.  Sul piano strettamente religioso, hanno mescolato la loro fede con quella di tutte le altre religioni, cadendo in uno spaventoso sincretismo, oltre che nell’apostasia, mentre dilaga tra loro l’indifferentismo sia religioso che etico.

6.  La verità rivelata come “ricerca incessante” della verità, che la Chiesa cattolica ancora non possederebbe:  Dei Verbum, art. 8.2 
Ho detto prima che DH 3 e GS 16 vanno messi in relazione all’art. 8 della Dei Verbum.  In quest’articolo della costituzione  sulle fonti della Rivelazione vediamo come il concetto della verità come ricerca venga esplicitamente esteso alla verità rivelata, data in deposito alla Chiesa.  Il passo incriminato è il seguente:
“Così la Chiesa nel corso dei secoli tende incessantemente alla pienezza della verità divina, finché in essa vengano a compimento le parole di Dio [Ecclesia scilicet, volventibus saeculis, ad plenitudinem divinae veritatis iugiter tendit, donec in ipsa consummentur verba Dei]” (DV, 8.2).
Questa frase non può che destare meraviglia.  La Chiesa non possiede già “la pienezza della verità divina” nel Deposito della Fede, nelle verità di fede immutabili che presiedono alla religione e alla morale da essa professate?  A che cosa può “tendere”essa, allora?  Tenderà a difendere e nello stesso tempo a realizzare nella prassi le verità di fede nel modo migliore, ma non potrà tendere alla “pienezza della verità divina”, come se ancora non la possedesse.  Ciò non è come far capire che la Chiesa non ha una vera autorità per insegnare, se essa è ancoa alla ricerca della “verità divina”?  E difatti Giovanni XXIII, nella celebre e funesta Allocuzione di apertura del Vaticano II, non disse che la Chiesa avrebbe d’ora in poi preferito la misericordia alle condanne, come se dovesse smettere di insegnare, poiché la condanna dell’errore costituisce parte integrante ed essenziale del suo insegnamento?  In quel modo, non delegittimò quel Papa l’autorità della Chiesa, da allora infatti divenuta timorosa, inadeguata, incerta tranne che nel diffondere le “novità” del Concilio?
Quest’idea del tutto soggettivistica di verità, possiamo dire che sia alla radice di quel concetto poco chiaro di “tradizione vivente”, apparso in DV 8.3, e che è stato usato per giustificare la scomunica latae sententiae dichiarata (invalidamente) nel 1988 a mons. Marcel Lefebvre, per aver egli consacrato vescovi, sotto la spinta dello stato di necessità,  quattro suoi sacerdoti, senza il prescritto mandato pontificio. Lo si accusò di non aver capito il carattere “vivente” della tradizione[2].
E la citata proposizione di DV 8.2 non insinua forse il dubbio su quello che è sempre stato considerato dogma di fede, ossia che la Rivelazione si è conclusa con la morte dell’ultimo Apostolo?  Se la Chiesa, come ora ci vien detto, nel corso dei secoli “tende incessantemente alla pienezza della verità divina”, ciò significa che questa “pienezza” ancora non la possiede, dopo quasi venti secoli: che le verità di fede non sono state tutte insegnate dagli Apostoli, che ne resterebbero ancora da conoscere!
Ma c’è un ulteriore aspetto negativo che non si può tacere.
La frase citata di DV 8.2 contraddice in modo quasi plateale quanto affermato nell’art. 3 del Decreto Unitatis Redintegratio  sull’ecumenismo, ovvero che “la pienezza della grazie e della verità” è stata “affidata [concredita] alla Chiesa cattolica” mentre le Comunità acattoliche, pur essendo come tali “strumenti di salvezza [sic]” non godono di quella pienezza.  Prescindiamo qui dalla perplessità che desta questa nozione della “pienezza”, utilizzata per esprimere il dogma secondo il quale fuori della Chiesa non c’è salvezza.  Resta il fatto che in UR 3 il Concilio afferma senza sfumature o distinguo che la “pienezza della verità”è stata “affidata” alla Chiesa cattolica, la quale ne è evidentemente in pieno possesso, mentre in DV 8.2 il medesimo Concilio dichiara, al contrario, che la Chiesa “tende incessantemente alla pienezza della verità divina”.  Allora, siamo costretti a chiederci:  la Chiesa, la possiede o non, questa “pienezza”?  Dal Concilio apprendiamo che tale “pienezza” la possiede e nello stesso tempo non la possiede: la possiede a fronte degli acattolici, però non la possiede in sé e per sé, dato che vi tende “incessantemente”.  Se ad una cosa si tende senza posa, sembra difficile dire che la possediamo.  Se già la possedessimo, allora perché tendervi, senza posa?   E se vi si tende senza acchiapparla mai, questa “pienezza”, non è assurdo dire che ci è stata “affidata”?  E se la Chiesa non la possiede in sé e per sé, questa “pienezza”, come fa a possederla di fronte agli acattolici?
La contraddizione mi sembra qui incontestabile e non risolvibile.  E non sarebbe nemmeno l'unica, se pensiamo per esempio alla condanna assoluta della guerra, e quindi implicitamente di ogni tipo di guerra, espressa dall’art. 82 della Gaudium et Spes, dopo che l’art. 79 della stessa costituzione aveva ammesso la guerra difensiva (“non si potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa”). 

7.  L’uguale dignità attribuita a tutte le religioni, da riscoprire nella ricerca in comune della verità, porta a capovolgere il senso della missione della Chiesa
Dall’art. 3.2 di Dignitatis Humanae, sopra analizzato, si ricava l’impressione della presenza di un filone di pensiero di tipo rousseauviano, come si è detto, e quindi in sostanza deistico.  Infatti, una nozione che sembra potersi ricavare da quel testo è sicuramente quella, tipica dei deisti, che sia la “coscienza morale”ad unire gli uomini al di là e al di sopra  delle religioni positive.  Ad unirli, nella ricerca in comune della verità, anche quella da applicare nelle questioni morali pratiche.  Tra le “verità” da riconoscere ed attuare ovviamente preminente quella affermante la dignità dell’uomo, cosa che implica l’uguale dignità di tutte le religioni. 
Ecco che allora i cattolici, in nome di questa pari dignità, dovranno riconoscere in modo pieno i “valori” delle altre religioni, professati dai loro seguaci.  Pertanto, la Dichiarazione Nostra Aetate, art. 2.5, invece di esortare i fedeli ad un rinnovato slancio morale e religioso per convertire il maggior numero possibile di infedeli, li esorta, “per mezzo del dialogo e della collaborazione” a “riconoscere, conservare e far progredire i valori spirituali, morali e socio-culturali che si trovano in essi [illa bona spiritualia et moralia necnon illos valores socio-culturales, quae apud eos inveniuntur, agnoscant, servent et promoveant]” (NAet, 2.5).  I cattolici devono, grazie al “dialogo”, riconoscere, cnservare e addirittura far progredire i valori spirituali professati dai seguaci delle altre religioni.  Chi l’avrebbe mai pensato che un Concilio Ecumenico della Santa Chiesa, sia pure non dogmatico, avrebbe messo per iscritto una direttiva del genere?  I cattolici devono adesso far sì che il musulmano “progredisca” nella sua religione, l’ebreo nella sua, il buddista e l’indù nella sua, l’animista nella sua, e chi più ne ha più ne metta! 
Non ci sono, effettivamente, parole per qualificare una frase del genere.  Naturalmente, non poteva mancare nel testo l’inciso:  “sempre rendendo testimonianza alla fede e alla vita cristiana”.  Ma che valore ha un inciso del genere?  La “fede e la vita cristiana”, oltre che per la santificazione personale, non vengono anche assunte quale canone per la conversione di acattolici e non-cristiani?   Se “la fede e la vita cristiana” devono ora concorrere, con il “dialogo” e la ricerca della verità in comune, a riconoscere ed anzi addirittura a far progredire i valori nei quali credono coloro che dovrebbero convertirsi, allora cosa resta dell’esigenza della conversione?  E dell’autentica nozione di testimonianza della propria fede con l’esempio della propria vita?   Niente, resta.  Anzi, niente  o quasi è restato, l’abbiamo visto e lo vediamo tutti i giorni, da più di cinquant’anni.
Oseremo affermare che qui non compare un vero e proprio rovesciamento della Missione dei Cattolici nei confronti degli infedeli?  Che non si propone qui una vera e propria controverità  quale criterio guida per la ricerca del vero Dio e della soluzione dei “problemi morali”, da ricercarsi ora non in base all’insegnamento tradizionale della Chiesa ma “con gli altri uomini”, i cui valori e quindi le cui religioni devono ora i cattolici “riconoscere, conservare, far progredire”?  Forse che gli Apostoli riconoscevano, volevano conservare e cercavano di far progredire i valori spirituali (gli pseudovalori) dei Pagani, che avevano invece il dovere, stabilito da Nostro Signore, di convertire al solo vero Dio, per salvarli dall’eterna dannazione?
Si vede chiaramente, da quell’incredibile documento che è la Dichiarazione Nostra Aetate, ma anche dagli altri sopra citati, che la conversione appare incompatibile con il “dialogo” per la ricerca in comune della verità.  E in effetti lo è, se il “dialogo”e la “ricerca” sono orientati a “riconoscere, conservare e far progredire” i valori degli infedeli, in modo da trovarne di condivisibili con loro, cioè con chi non solo non è con Cristo ma è anche, quasi sempre, contro di Lui.  Convertire è allora diventato un’imposizione, un attentato alla dignità dei non-cristiani.  Il termine stesso non si deve più usare, deve esser espunto dal vocabolario del cattolico politicamente corretto. Come stupirsi, a questo punto, se Papa Francesco in persona, parlando a braccio, abbia dichiarato la conversione addirittura una “sciocchezza”, forse (voglio sperare) senza rendersi del tutto conto di quello che stava dicendo? 
Per questo, ligio allo spirito del Concilio, il barone von Boeselager dichiara che gli odierni Cavalieri di Malta operano rispettando scrupolosamente “l’obbligo di non imporre nulla” a coloro che essi aiutano, l’obbligo cioè di non far nulla per convertirli.  Sicuramente le missioni dei Cavalieri cercano oggi in ogni modo di “riconoscere, conservare e far progredire” i valori spirituali dei loro assistiti (in gran parte pagani), comportandosi così al modo di una qualsiasi ONG.
Ma il barone non ha ribadito che l’Ordine “tiene fermo all’evangelizzazione, tramite la Caritas e le missioni di assistenza”?  Ma proprio questo è il punto:  egli chiama “evangelizzazione” ciò che non lo è più, trattandosi di semplice assistenza sociale, non diversa da quella posta in opera da una qualsiasi associazione umanitaria.  Il rovesciamento della Missione della Chiesa provocato dal Concilio fa sì che le “missioni” o quello che ne resta, operino oggi in contraddizione con se stesse, in quanto missioni cattoliche; vale a dire, in modo da non voler più convertire nessuno, come se la salvezza eterna delle anime non fosse affar loro.

Paolo  Pasqualucci,  martedì 28 marzo 2017




[1] Brunero Gherardini, “Quod et tradidi vobis”.  La tradizione vita e giovinezza della Chiesa, in ‘Divinitas’, Nova Series, LIII, 2010, nn. 1-3, pp. 376-377.   Ho citato dalla prima edizione dell’opera. Le frasi tra parentesi quadre sono mie.  La Dichiarazione Dignitatis Humanae, approvata il 7 dicembre 1965, consta di 15 articoli, divisi in due parti.  La prima espone “il diritto della persona umana e delle comunità alla libertà sociale e civile in materia di religione”(artt. 1-8).  La seconda, “la libertà religiosa alla luce della Rivelazione”(artt. 9-15), cerca di dimostrare, arrampicandosi sugli specchi, che il concetto di “libertà religiosa” sostenuto dalla dichiarazione avrebbe un fondamento neotestamentario.  Gli articoli essenziali per la nuova dottrina, ricalcante la visione laica della libertà religiosa, sono quelli da 1 a 3.  Sulla critica al concetto non cattolico di “libertà religiosa” introdotto nel Vaticano II, mi sia consentito ricordare anche il mio personale contributo:  Paolo Pasqualucci, Unam Sanctam.  Studio delle deviazioni dottrinali nella Chiesa Cattolica del XXI secolo, Solfanelli, Chieti, 2013, cap. XVI:  La libertà religiosa della Dichiarazione ‘Dignitatis Humanae’, laico corpo estraneo nel Vaticano II?, pp. 245-330.
[2] Per la critica di questa ambigua nozione di “tradizione vivente”, vedi: B.  Gherardini, Concilio Ecumenico Vaticano II.   Un discorso da fare, Casa Mariana Editrice, Frigento (AV), 2009, pp. 129-133. Vedi anche:  Paolo Pasqualucci, Unam Sanctam, cit., cap. XVIII: Le ulteriori contraddizioni e lacune della ‘Dei Verbum’, l’apodittica difesa d’ufficio del prof. Cantoni, pp. 359-381; § 3. La “tradizione vivente”, concetto anomalo di Tradizione della Chiesa, op. cit., pp. 368-374.  

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