lunedì 16 gennaio 2017

PARVA PHILOSOPHIA 1 : SUL COMPRENDERE IN SENSO PROPRIO

SUL  COMPRENDERE  IN SENSO PROPRO



Qual vaghezza di lauro?  qual di mirto?
Povera e nuda vai, filosofia,
Dice la turba al vil guadagno intesa.
(Petrarca)


1.  Sapere di essere
Io so di essere ciò che sono in relazione all’altro, ma ciò che sono lo sono per ciò che sono per natura, indipendentemente dall’altro.  La relazione con l’altro-da-me mi serve per sapere non per essere ciò che sono.  L’esser-in-relazione mi connette a tutto ciò che io non sono e nello stesso tempo me ne separa poiché mi rende cosciente a contrario dell’unicità della mia individualità:  essa sarà simile a quella degli altri e nello stesso tempo assolutamente diversa, se io sono io e non, appunto, un altro o l’Altro in generale.
L’altro-da-me è costituito da tutto ciò che io non sono, il mondo in generale, natura e uomini.  Divenendo cosciente di questo mio esser-in-relazione con il mondo, so che esiste il mondo e che esisto io come parte di esso; mi so quindi come parte di un tutto, ma in tal modo non giungo ancora a cogliere la verità su me stesso, a sapere che cosa io effettivamente sia, nella mia essenza o intrinseca natura, sostanza.  So solo che non sono l’altro-da-me o non-io, che dir si voglia.
La categoria della relazione non può, quindi, spiegare la natura specifica del soggetto in relazione, può solamente aiutare a comprenderla.
L’autentica comprensione di sé (“conosci te stesso”) sarà pertanto solo quella capace di cogliere la nostra natura, individuale ed irripetibile, nei suoi elementi costitutivi, che sono intrinseci e giungono a perfezione nella forma compiuta dell’individuo adulto, uomo o donna.  
Questa conoscenza dovrà saper distinguere ciò che costituisce l’individuo nella sua sostanza o essenza da ciò che l’esser-in-relazione con l’Altro vi ha apportato, in bene e in male.

2.  Autocomprensione e pensiero in atto
L’autocomprensione, Selbstverständnis, termine oggi usatissimo, tanto da sostituire spesso quello più semplice di comprendere,  significa, a ben vedere:  io non conosco la res a me esterna, la cosa o l’oggetto, se non  sapendomi in questo conoscere. Ogni comprendere diventa così un autocomprendersi.  Ma questo sapermi, che strutturerebbe ab imo la mia conoscenza, introduce in me l’effettiva conoscenza della realtà che voglio conoscere; oppure altro non è che l’immagine del mio  me stesso, dell’io che, quale che sia l’oggetto del suo conoscere, si sa unicamente come sapere di sé? 
 
a.  Il contenuto di questo sapere dell’io che sempre si autocomprende in ogni comprendere, è infatti costituito solo da questo nudo sapersi, non ulteriormente determinabile:  in altre parole, da una conoscenza irrilevante quanto alla sua effettiva incidenza sul concetto della res, realtà distinta dal pensiero che la pensa e che si vorrebbe per l’appunto conoscere per ciò che è in sé. In realtà, l’autocomprendere ripresenta, mutatis mutandis, la proposizione speculativa originaria dell’Idealismo:  l’io costituisce l’unico vero l’oggetto dell’io e la verità di ciò di cui si ha coscienza è posta solamente dall’autocoscienza.
In tal modo, come si risponde alla domanda fondamentale:  la cosa di cui ho coscienza, è vera per ciò che essa è in sé o perché ne ho coscienza?  Se la cosa è l’io, tale verità sarà data dalla sua semplice autocoscienza, dal rispecchiarsi dell’io nel suo sapere di sé.  E se non è l’io ma la res extensa , intesa come il non-io in generale, anche in questo caso tale contenuto sarà ugualmente dato dal sapere di sé dell’io, visto che la comprensione della res extensa è in realtà sempre autocomprensione dell’io?  Ma in questo modo non si dissolve ogni sapere nel rincorrersi dell’io che perennemente si autocomprende, senza mai giungere all’Oggetto
 
L’empirismo filosofico, al contrario, si limita a rispecchiare il reale, il cui contenuto di verità non va oltre la rappresentazione mentale dell’oggetto.  Esso evita il narcisismo dell’autocomprensione ma raramente si innalza sul dato sensibile.

b.  L’autocomprensione, come concetto, fa dunque riapparire l’idea del primato dell’autocoscienza. La verità della cosa  sarà tale solo se mi sono compreso in essa.  In tal modo,  l’io finisce con il porre come vero solo ciò che per la coscienza è comprensione di se stessa mediante l’oggetto particolare di ogni comprendere. Questa concezione  distrugge la possibilità stessa di concepire una verità oggettiva, come tale indipendente dalla coscienza che l’io ha di sé e che l’io deve solo riconoscere.     
Non esiste l’autocomprensione, intesa come categoria universale sottesa ad ogni comprendere. Esiste la comprensione o attività mentale del nostro io che usa le sue facoltà per conoscere, applicandosi agli oggetti più disparati.  Autocomprensione o sapere di sé, si ha  s o l o  quando ho coscienza di ciò che sto facendo, di quest’attività, di questo pensiero.  E in particolare, quando il contenuto del mio atto di pensiero è costituito dalla consapevolezza di pensare, qui ed ora:  consapevolezza esplicita e non implicita, e quindi pensiero in atto, il cui contenuto è sempre un pensato, non il pensante, non il pensiero mentre pensa. 

c.  Il pensiero in atto non pensa mai se stesso che pensa ossia mentre pensa:  è sempre il pensiero concreto di qualcosa, di un che di determinato, circoscritto; di un pensato che il pensiero si pone come oggetto, come se fosse altro da sé.  Ciò vale a prescindere dal contenuto del nostro pensiero in atto.  Anche quando mi accorgo che “so di pensare” o penso un concetto o il concetto del pensare in quanto tale, anche questo è un contenuto determinato del mio atto di pensiero, non è l’atto a prescindere dal contenuto (ossia il pensante), e quindi non è pensiero che pensa il pensare (sé stesso in quanto semplicemente pensante) più di quanto lo sia il vedere che vede se stesso o il camminare che cammina se stesso.  Infatti, il pensiero che pensa se stesso dovrebbe avere a contenuto non ciò che viene concretamente pensato ma il puro pensante in quanto tale, di per sé ancora privo di contenuti; in definitiva, il puro esser-pensante del pensiero, se così posso dire, che si fa fatica a distinguere dalla pura nostra capacità di pensare.  Quest’ultima, in quanto pensiero in potenza, non è rapprentabile alla mente, dato che essa si determina per noi solamente nel pensato del singolo pensiero in atto.

Il pensiero umano è quindi sempre pensiero in atto perché è sempre il pensiero di qualcosa di determinato, non quindi perché pensi sempre (implicitamente) sé stesso in tutto ciò che pensa, come ritenevano gli Idealisti; non perché ogni suo comprendere sia in realtà un autocomprendere, un comprendersi.  Il contenuto del nostro pensiero in atto è pertanto sempre il pensato, non il pensante. La consapevolezza di pensare, questo particolare pensiero, è una realtà determinata, finita; un pensiero che si sussegue agli altri nel tempo, nella successione dei nostri pensieri, e che non è il presupposto incognito di ogni nostro pensare.
Bisogna, pertanto, dire che il pensiero in atto non pensa mai se stesso in quanto pensante, in tutto ciò che pensa.  Il concetto di un pensiero che pensa sempre se stesso in tutto ciò che pensa (per il solo fatto di pensarlo) si può attribuire solo all’essere e all’operare della mente di Dio (che per noi non è rappresentabile), come aveva già dimostrato Aristotele, con la ben nota ricchezza di argomentazioni, nel capitolo nono del Libro XII della Metafisica:  “L’intelligenza [del primo motore] pensa se stessa prendendo il posto dell’intelligibile; poiché essa diviene intelligibile a se stessa nell’atto di toccare e intendere il suo oggetto; onde l’intelligenza e l’intelligibile sono la stessa cosa [hoste tautòn nous kai noetón]”[1].  

3.  Sul comprendere in senso proprio
Ho il concetto di una cosa, esistente fuori di me, quale che sia:  non muta la sua natura per il fatto che io la pensi.
Allora non posso mai comprendere la cosa, la res nella sua natura, essa resta del tutto impermeabile alla nostra conoscenza?  Posso, salvi i limiti della mia natura, che spesso mi inducono all’errore; posso, perché la vera comprensione non muta la natura di ciò che viene compreso.  Si comprende per capire e spiegare, non per dominare e distruggere, anche se vi è un comprendere il cui fine è il dominio.
“Par l’espace, l’univers me comprend et m’engloutit comme un point; par la pensée, je le comprends”[2].
Questa famosa frase di Pascal rende bene il concetto del comprendere.  Studiando l’universo noi certamente non ne cambiamo la natura, come se potessimo aggiungere o togliergli qualcosa.  Restiamo un punto ricompreso in quest’infinita vastità.  E tuttavia possiamo comprendere l’universo con il nostro pensiero, coglierne le caratteristiche, studiarne le leggi e capirne il meccanismo, per quanto è possibile a noi. Comprendere vuol dire qui cogliere la cosa com’è nella sua natura, la cosa in sé.  Il silenzio degli spazi cosmici notoriamente atterriva Pascal, ma ciò riguardava il suo sentimento e non gli impediva lo studio vòlto a comprenderli con la ragione.   


Paolo  Pasqualucci,  lunedì 16 gennaio 2017






[1] Arist., Met., Λ, 1072 b; tr. it. di Armando Carlini, Laterza, Bari, 19654, pp. 420-1.   Per il concetto sviluppato nel § c, ho ripreso:  Paolo Pasqualucci, Metafisica del Soggetto.  Cinque tesi preliminari, Ediz. Fondazione Giuseppe Capograssi, Roma, 2010,, vol. I, p. 44-5.
[2] Blaise Pascal, Oeuvres complètes, a cura di J. Chevalier, Pléiade, nfr, 1954, p. 1157.

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