domenica 29 gennaio 2017

Filosofia del Diritto - La giustizia secondo Platone: fare il proprio dovere

 La giustizia secondo Platone: fare il proprio dovere

1. Non esistono diritti senza doveri. 
Il concetto della giustizia sembra oggi invocato soprattutto nel senso di  giustizia sociale oppure in connessione ai cosiddetti “diritti umani”.  In ogni caso, in relazione all’idea di un diritto da soddisfare, da proteggere.  Ma esiste anche una stretta relazione tra l’idea della giustizia e quella del dovere.  Oggi si fa un gran parlare dei “diritti”, soprattutto dei “diritti umani”.  Ma dei doveri non si parla mai o quasi.  Sui media veniamo bombardati quasi ogni giorno da denunce e perorazioni in favore, in particolare, dei “diritti delle donne”, dei “migranti”,  delle “minoranze”, soprattutto quelle dei cosiddetti diversi.  L’idea del dovere viene impiegata principalmente per indicare il dovere dello Stato di soddisfare tutti i “diritti umani” che si fanno oggi valere, a cominciare, appunto, da quelli delle donne, dei “diversi”, dei “migranti”, delle “minoranze”, tutte categorie che si considerano per principio “oppresse” .  Sembra che esistano soggetti che hanno solo diritti, a cominciare dalle donne, di contro ad altri che hanno solo doveri, a cominciare dallo Stato. 
Il concetto del diritto dell’individuo (in passato, diritto naturale accanto al diritto soggettivo, garantito dall’ordinamento giuridico o diritto in senso obiettivo) si è allargato a quello di diritto dell’essere vivente e quindi anche degli animali.  E domani degli insetti, com’è vero che alcuni anni fa c’è stato un dibattito alla londinese Camera dei Lords per vedere se era il caso di estendere agli insetti le sanzioni previste per chi maltratta gli animali, procurando loro dolore.  L’augusto consesso discusse per ore sulle capacità di sofferenza dell’insetto ma l’idea di mandare in galera chi schiaccia una zanzara o uno scarafaggio alla fine fu respinta.  Si parla oggi tranquillamente di “diritti degli animali”, senza rendersi conto dell’assurdità della cosa: non si riesce a capire come un essere privo della ragione e quindi per natura incapace di intendere, volere e parlare, possa esser considerato titolare di diritti.  Il diritto, come fenomeno, è tipica espressione della ragione, della quale Iddio ha dotato solo l’uomo:  il suo regno è quello della volontà razionale, nelle varie forme nelle quali si esprime.    
 Contro l’irrazionalismo dominante bisogna ribadire un tradizionale concetto della scienza e della filosofia del diritto:  non possono esistere diritti senza doveri corrispondenti, in capo al medesimo individuo. Il soggetto titolare di diritti, in quanto soggetto razionale, è, per la stessa ragione, sottoposto a doveri.  Il diritto e il dovere sono concetti che si implicano a vicenda.  E non solo per gli individui, in una certa misura anche per  le collettività, per i popoli.

1.1  È ingiusto rispondere all’ingiustizia con l’ingiustizia.
 Platone àncora l’idea della giustizia a quella del dovere.  Esaminerò sinteticamente alcuni passi del Critone, il dialogo che descrive la morte di Socrate, e de La Repubblica, dedicato allo Stato ideale.
Critone, discepolo di Socrate, intento a salvare la vita all’amato maestro, ormai settantenne, condannato a morte con la falsa accusa di aver predicato contro la religione e corrotto i giovani,  andò da Socrate dicendogli che tutto era pronto per la fuga.  Ma costui si rifiutò di seguirlo opponendo una serie di ragionamenti rimasti giustamente esemplari. Socrate aveva una lingua tagliente e si era fatto molti nemici. L’assemblea popolare di Atene lo aveva condannato ad una morte senza quasi sofferenza, per avvelenamento progressivo, da cicuta.  Poco tempo dopo si era pentita e aveva condannato uno o forse due dei suoi tre accusatori a loro volta a morte, questa volta dolorosa, rovesciando il verdetto iniziale e riabilitando Socrate, cui fece erigere una statua da Lisippo[1].   
Ma vediamo come Socrate elabori il concetto della giustizia.
 Critone annunziò a Socrate che aveva organizzato la sua fuga anche per dimostrare quanto errata fosse la voce popolare secondo la quale egli, essendo ricco, avrebbe potuto già influire positivamente sul processo di Socrate “solo che avesse voluto spender danari”, evidentemente per corrompere i membri dell’assemblea.  Da qui una discussione sulla validità dell’opinione:  “Ma perché, o buon Critone, dobbiamo preoccuparci tanto dell’opinione della gente?”[2].  Socrate demolisce l’opinione popolare e “la potenza del volgo” in quanto fonti di verità:  alcune opinioni sono buone ma altre cattive e il volgo tende ad esser dominato dalle passioni.  Il nostro comportamento non dobbiamo sottoporlo al giudizio morale del volgo ma al giudizio della Divinità:  “o carissimo, noi non dobbiamo affatto preoccuparci di quello che potrà dire di noi il volgo, bensì di ciò solo che potrà dire colui che s’intende del giusto e dell’ingiusto, giudice unico, ch’è tutt’uno con la verità”[3].  Ora, per il volgo conta soprattutto il vivere in quanto tale.  Per l’uomo razionale, invece, “non il vivere è da tenere nel più alto conto ma il vivere bene”.  E vivere bene “è la stessa cosa che vivere secondo onestà e secondo giustizia”[4].
Socrate ribadisce l’ideale greco dello eu zēn , del “viver bene” ossia all’insegna della virtù (aretē).  La virtù comporta praticare la giustizia, che anzi, come dicevano i poeti, “riunisce in se stessa ogni virtù”.  Posta l’esigenza che bisogna vivere rispettando “l’onestà e la giustizia”, sorge allora il problema se sia giusto che Socrate scappi dal carcere.  Non sarebbe giusto, spiega Socrate, perché “bisogna rimanere fedeli al proprio posto e aspettare con animo tranquillo, e non darsi pensiero né se si debba morire né se si debba qualunque altro male patire, piuttosto che commettere ingiustizia”[5]. Dunque, egli è stato condannato ingiustamente però vale ugualmente per lui il dovere di “restare fedele al suo posto” e starsene tranquillo, anche se sa di dover morire per colpa di quell’ingiusta condanna.  E qual è ora il suo posto?  Quello di un condannato in attesa dell’esecuzione capitale, sia pure nella forma non crudele di una tazza di veleno che provoca una lenta e non dolorosa fine.  Ma il discorso potrebbe sembrare assurdo senza la conclusione, che sembra essere una vera e propria causa finale del comportamento di Socrate.  Stabilito il principio generale che bisogna “restare al proprio posto”, Socrate afferma che tale principio va applicato anche quando si subisce ingiustizia.  Non è troppo?  No, visto che il non applicarlo vorrebbe dire commettere ingiustizia.  Non bisogna replicare all’ingiustizia con l’ingiustizia. Il divieto morale di commettere ingiustizia è assoluto:  “non si deve rendere ingiustizia né far male ad alcuno degli uomini, neanche chi abbia qualsivoglia male patito da costoro”[6].

1.2  Le Leggi spiegano a Socrate perché sarebbe ingiusto fuggire.
Ma perché Socrate commetterebbe ingiustizia se fuggisse dal carcere?  È stato condannato ingiustamente, è innocente, fuggirebbe per salvare la propria vita:  in cosa consisterebbe l’ingiustizia?   Lo spiega la prosopopea (personificazione) delle Leggi che compaiono davanti a Socrate assieme “alla città tutta quanta”.  Le Leggi fanno presente a Socrate che egli deve la sua esistenza a loro poiché senza le Leggi non sarebbe stato registrato fra i cittadini, non avrebbe avuto un’educazione e non si sarebbe sposato; che avrebbe potuto andare in esilio prima della sentenza e che, in alternativa, avrebbe potuto cercare di cambiare la legge in base alla quale è stato condannato.  Ma lui non aveva sempre detto che preferiva la morte all’esilio?  E non è forse legge della Città che le sentenze debbano valere? Fuggendo, Socrate avrebbe tolto vigore alle sentenze e distrutto la città. Inoltre, le Leggi e Socrate non sono sullo stesso piano:  “se noi intendiamo fare qualcosa contro di te, credi di aver diritto anche tu di fare le stesse cose contro di noi”?  Tu riconosci il principio d’autorità nel padre e nel padrone e non lo riconosci nelle Leggi, mettendoti sul loro stesso piano?  “Se noi tentiamo di mandare a morte te, reputando che ciò sia giusto, tenterai anche tu con ogni tuo potere di mandare a morte noi che siamo le leggi e la patria, e dirai che ciò facendo operi il giusto, tu, il vero e schietto zelatore della virtù?”.
Ti sei dimenticato che bisogna onorare la Patria più del padre e della madre?  La Patria “bisogna persuaderla [a fare il contrario] o eseguire quello che essa comanda e soffrire se essa comanda di soffrire, stando in silenzio, sia che si venga percossi, sia che si venga incatenati, sia che essa mandi in guerra per esser feriti o uccisi; bisogna far questo perché in ciò consiste la giustizia:  che non si deve disertare, né ritirarsi, né abbandonare il proprio posto, ma, e in guerra e in tribunale e in ogni altro luogo, bisogna fare quello che la Patria e la Città comandano oppure persuaderle in che consiste la giustizia”. 
Queste parole, non ci ricordano un antico motto:  “potius mori quam foedari”, meglio la morte che il tradimento?  Ma tu, Socrate, concludono le Leggi, non sei vittima delle Leggi: “tu morirai vittima di un trattamento ingiusto non già da parte delle Leggi ma da parte degli uomini”.  Sono gli uomini ad aver applicato in modo ingiusto una legge giusta[7].  Giusta è infatti la legge che punisce, anche con la morte, chi attenta alla religione e corrompe la gioventù.   
 
2.  La giustizia è:  “fare ciò che è proprio di ciascuno”
 Si vede dunque che la giustizia, come categoria dello spirito che deve esser di guida alle nostre azioni, si fonda sul concetto del restare al proprio posto facendo il proprio dovere sino in fondo.  Anche se la cosa dovesse costarci, sino al punto da rimetterci la vita.  Un’idea della giustizia spinta sino all’abnegazione, al di là delle possibilità umane?  Ma qui non si tratta di stabilire criteri di opportunità, contenenti una casistica di ciò che l’uomo può effettivamente fare, nella vita di tutti i giorni, ma di fissare i termini di un dover-essere che si pone necessariamente come una meta trascendente rispetto alle nostre limitate capacità.  Nell’idea platonica della giustizia si rispecchia un alto ideale morale, che vale per tutti perché vuole esprimere la parte migliore di ciascuno di noi. 
Ciò risulta anche da La Repubblica.  Il dialogo, com’è noto,  verte in prevalenza sui caratteri dello Stato migliore, nel quale ciascun individuo dovrebbe “attendere a una sola attività, quella per cui la natura l’ha meglio dotato”.  Questa constatazione tira in ballo immediatamente il concetto della giustizia (dikaiosynē), consistendo esso “nello esplicare i propri cómpiti”[8], letteralmente:  fare ciò che è proprio di ciascuno (tá autoû pràttein).  Esplicare i propri compiti significa in sostanza fare il proprio dovere.
Platone sta discutendo sulle virtù che “rendono buono lo Stato”, gli danno cioè un valido fondamento, anche e soprattutto sul piano morale.  Queste virtù sono “la temperanza, il coraggio, l’intelligenza”.  Ma da sole non bastano.  Occorre la giustizia, alla base di tutto e in quanto operante in tutti:  “virtò presente nel fanciullo, nella donna, nello schiavo, nel libero, nell’artigiano, nel governante e nel governato, questa virtù per la quale ciascun individuo esplica il proprio cómpito senza attendere a troppe cose”[9].  La precisazione, “senza attendere a troppe cose [polypragmonein]”, che altri traduce:  “senza occuparsi dei [cómpiti] altrui”, vuol chiarire ulteriormente il concetto[10].
Non ci deve essere “uno scambiarsi di posto” e un conseguente “attendere a troppe cose”.  Ciò sarebbe una “rovina per lo Stato”,  da intendersi in senso allargato, come Respublica includente anche la società[11].  In effetti, se ognuno debordasse dai propri limiti naturali e volesse vivere facendo anche “ciò che è proprio degli altri”, non si creerebbe un disordine permanente, che provocherebbe, alla fine, l’estinzione della Res publica?  Ora, la giustizia come intesa da Platone è sì funzionale al concetto dello Stato ma non può esser ridotta ad esso; dimostra di possedere un significato autonomo, più profondo.
Il significato è il seguente:  ognuno di noi deve sempre fare ciò che gli è proprio in conseguenza della sua natura di essere razionale, natura nello stesso tempo umana e sociale.  Il “proprio” secondo natura del fanciullo sarà, per esempio, quello di rispettare i genitori e obbedir loro, affidandosi all’opinione e all’insegnamento dei suoi maestri;  della donna, quello di essere innanzitutto madre e moglie, pilastro della famiglia, della casa e per questa via della società; dello schiavo, di obbedire al padrone e di servirlo onestamente; del padrone, di trattare con temperanza e correttamente lo schiavo (e ogni servo, sottoposto), senza umiliarlo o sfruttarlo; e così via.   Si mescola qui ciò che appartiene alla natura umana in quanto tale a ciò che vi si aggiunge in quanto creato dai rapporti sociali; figure transeunti, come l’istituto della schiavitù.  Ma questa mescolanza non appare tale da indebolire il concetto.  È indubbio che esiste una natura umana costituita in un certo modo da Dio che l’ha creata, ragion per cui ogni individuo ha in primo luogo il dovere morale di essere ciò che è per natura ovvero di agire seguendo e attuando sempre ciò che costituisce il proprio della sua natura.
Così la donna dovrà vivere secondo il proprio della donna e l’uomo dell’uomo.  Questo “proprio” viene influenzato dai rapporti sociali, storicamente mutevoli.  Ma solo fino ad un certo punto.  Al di sotto del mutamento appare sempre l’elemento immutabile.  Nel caso dell’uomo e della donna, il “proprio” di ciascuno, in relazione all’altro, è sempre stato quello di sentirsi reciprocamente attratti, di unirsi, di generare insieme figli, di vivere insieme in quella forma privata e pubblica riconosciuta dalla religione, dal costume,  dal diritto, che chiamiamo matrimonio.  In una recente manifestazione delle femministe americane, si leggeva su di un cartello: “difendiamo i nostri diritti riproduttivi”.  Traduco letteralmente l’espressione:  reproductive rights.  Ora, si potrebbe credere, a prima vista,  che questi “diritti” concernano il diritto ad esser madri, a procreare.  Sappiamo, invece, che il significato “politicamente corretto” di questa terminologia è all’opposto quello di “diritto ad abortire liberamente”, per semplice scelta unilaterale della donna, diritto che si pretende lo Stato debba garantire o continuare a garantire.  Secondo il concetto di giustizia qui illustrato, tale “difesa” si rivela ingiusta perché manifestamente contraria a ciò che costituisce il proprio della donna in quanto tale, che la natura ha costruito, possiamo dire, per esser madre non per nullificare volontariamente la propria capacità riproduttiva.
Il concetto platonico della giustizia non esaurisce il concetto stesso, come sappiamo.  Egli lo elaborò in contrapposizione alle concezioni dominanti, come riportate nella stessa Repubblica, improntate ad un diffuso utilitarismo,  quali ad esempio:  “…però rimango del parere che la giustizia consiste nel giovare agli amici e nel danneggiare i nemici”[12].  L’elaborazione del concetto della giustizia costituisce uno degli elementi imperituri de La Repubblica, della quale non possiamo ovviamente accettare la visione utopica, quella del c.d. “comunismo platonico”, ed altri aspetti. 
Se poi il concetto platonico sembrasse astratto o troppo rigido, si dovrebbe riflettere sul fatto che l’idea della giustizia presenta sempre qualcosa di rigido ed impersonale, che fa forza nei nostri confronti perché in qualche modo ci colpisce nei nostri interessi, nei nostri diritti, e a volte anche nei nostri sentimenti.  Questo vale anche per una giustizia che sia applicata in modo moderato, il che avviene sovente. La giustizia, secondo il suo concetto, rappresenta sempre ciò che è giusto in sé e va attuato o imposto perché è giusto, ci piaccia o meno.  La giustizia è un valore assoluto, che deve imporsi anche contro di noi, se necessario.  
L’ideale del giusto nel senso di far sempre ciò che è proprio di ciascuno, in definitiva  di far sempre il proprio dovere, illumina la giustizia soprattutto come virtù.  Quando pensiamo, invece, alla giustizia nel senso di “dare a ciascuno il suo” o della “uguaglianza di trattamento” nei rapporti scambievoli, aspetti messi particolarmente in luce da Aristotele,  ce la rappresentiamo come criterio di giudizio  ossia come regola, norma.  Qual è, infatti, la norma cui deve ispirarsi un giudice, un arbitro e, in una certa misura, anche il legislatore?  Dare a ciascuno il suo, secondo i suoi meriti e le sue colpe; regolare in modo uguale situazioni uguali. Regolare in modo uguale situazioni tra loro disuguali, o addirittura opposte, sarebbe ingiusto:  e questo è, appunto, l’errore dell’ugualitarismo, visione del mondo settaria, storicamente produttrice di molteplici disastri.
La regola di giustizia del “dare a ciascuno il suo”, secondo la nostra Fede, sarà applicata infallibilmente dal Cristo Giudice nei confronti dell’anima di ciascuno di noi, appena morti, come è ricordato nell’Atto di fede:  “…E credo in Gesù Cristo, Figlio di Dio, incarnato e morto per noi, il quale darà a ciascuno, secondo i meriti, il premio o la pena eterni”.   Possiamo dire:  darà a ciascuno il suo, a seconda di come avrà attuato nella sua vita terrena ciò che costituiva per natura il proprio di lui stesso.

Paolo  Pasqualucci, Domenica 29 gennaio 2017
    





[1] Per la vita di Socrate:  Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, a cura di Marcello Gigante, TEA, Milano, 1991, pp. 54-64.
[2] Critone 44 c.  Mi sono servito della tr.it. di Manara Valgimigli, in: Platone, Opere, Laterza, Bari, 1966, vol. I, pp. 73-91; pp. 76-77.
[3] Op. cit., 48 a; tr.it., p. 81.
[4] Op. cit., 48 b; tr. it., p. 82.
[5] Op. cit., 48 c; tr. it., p. 82.
[6] Op. cit., 49 c.; tr. it., p. 83.
[7] Ho riassunto la Prosopopea delle Leggi dalla traduzione del Critone citata: 50-54; pp. 86-91.
[8] La Repubblica, 433 b, in Platone, Opere, cit., II vol., p. 256.  La traduzione è di Franco Sartori.
[9] Op.cit., 433 d; tr.it., p. 256.
[10] Platone, La Repubblica, a cura di Giuseppe Lozza, tr. it. con testo a fronte, Mondadori, 1990, pp. 317.  L’originale greco è quello curato per Les Belles Lettres da E. Chambry.  
[11] La Repubblica, 434 b; tr. it. di F. Sartori, cit., p. 257.
[12] 334 a, b; tr. it. di G. Lozza, cit., p. 27.

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