mercoledì 21 dicembre 2016

Sull'essere e la sostanza - 2. Critica del concetto hegeliano dell'essere


Sull’essere e la sostanza

    2.  Critica del concetto hegeliano dell’essere.

Continuo qui il discorso sull’essere e la sostanza.  Si sta analizzando il rapporto tra l’essere in quanto essere e il principio di non contraddizione, principio che a un certo momento è apparso inevitabilmente sulla scena, scaturito per intima necessità dalla constatazione che l’essere è e il non-essere non è.  Critica della concezione hegeliana, secondo la quale “l’essere in quanto essere” o “puro essere” è concetto astratto, la cui indeterminatezza equiparerebbe l’essere al nulla:  in tal modo Hegel ha cercato di invalidare il principio di non contraddizione.
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Nel paragrafo precedente (§ 1), qui sopra pubblicato il 15 dicembre c.a., abbiamo concluso riflettendo sul fatto che il principio di non contraddizione si costruisce già a partire dalla definizione dell’essere in quanto tale, non ancora indagato nella sua sostanza, nell’essenza o natura sua, di ente determinato.
In effetti il citato, famosissimo dictum di Parmenide:  “l’essere è, il nulla non è”, non contiene forse una patente anche se implicita dimostrazione del principio di non contraddizione?  Se l’essere è per definizione ciò che è, ne consegue che “il nulla” non è.  La contrapposizione è frontale, inconciliabile.  L’essere e il suo contrario, il nulla, che si può rappresentare anche come non-essere, non possono essere  ossia esistere simultaneamente.  Sostenerlo, significherebbe voler imporre un’aperta contraddizione in termini.  Si deve pertanto affermare che di nessuna realtà, quale che sia, si può pensare e dire che è e non è nello stesso tempo.  O è o non è.  Tertium non datur.
E che sia così, bisogna dirlo dell’essere in quanto essere, dell’essere in quanto tale, senza ogni ulteriore determinazione
La frase in corsivo era tipica di  H e g e l , ostilissimo all’idea dell’essere, al quale contrapponeva il divenire.  Al puro essere, Hegel attribuiva una “indeterminata immediatezza”, che lo rendeva “uguale a se stesso e pure non disuguale [nicht ungleich] rispetto all’Altro”, nel senso (interpreto) che non lasciava percepire la sua differenza rispetto a quest’ultimo, al non-essere; pertanto “privo di ogni differenza interiore ma anche verso l’esterno”.  In definitiva: “pura indeterminatezza e vuoto”, da mettere sullo stesso piano del nulla.  Perché?  Se avesse una qualche “determinazione o contenuto”, proseguiva Hegel, differenziantisi al suo interno o che lo facessero apparire come differente rispetto ad un altro da sé, “non potrebbe mantenersi nella sua purezza”.  Ne consegue che “in esso non v’è nulla da intuire, ammesso che si possa parlare qui di intuizione; oppure, è solamente questo puro, vuoto intuire.  Tanto meno c’è in esso qualcosa che sia pensare, oppure è esso stesso questo vuoto pensare.  L’essere, l’indeterminata immediatezza, è in realtà il Nulla, e nient’altro che nulla”.
Ma l’audacia di Hegel non finiva qui:  egli descriveva allo stesso modo il Nulla, inteso come “il puro Nulla”,  attribuendogli la stessa indeterminatezza e lo stesso vuoto del puro essere.  In tal modo il puro essere e il puro  nulla venivano posti sullo stesso piano, resi uguali dal punto di vista del concetto:  “Das reine Sein und das  reine Nichts ist also dasselbe”.
Dopodiche Hegel passava a far dipendere il concetto del  v e r o  dall’esser trapassati il puro essere e il nulla l’uno nell’altro, onde la verità di entrambi  risulterebbe in “questo movimento dello sparire immediato dell’uno nell’altro:  il  divenire; un movimento nel quale entrambi sono differenti ma tramite una differenza che si è per ciò stesso immediatamente dissolta”[1].
La realtà per Hegel si pone come divenire, questo è il concetto fondamentale.  L’essere in quanto essere (il “puro essere”) viene ridotto a momento del divenire e per far ciò bisogna equipararlo al nulla, sul piano dei concetti. Secondo Aristotele il divenire presuppone l’essere.  Secondo Hegel, esso risulterebbe invece di una sintesi-superamento dell’essere e del nulla.  Il divenire non è un modo dell’essere, che resti sempre all’interno dell’essere dell’essere: è invece il superamento dell’essere che scompare nel suo contrario, rappresentato dal nulla. E dal nulla che scompare nell’essere che diviene. Il divenire poggia, quindi, non solo sull’essere ma anche sul nulla, sul non-essere.
In questo primo capitolo della Logica, Hegel fa poi seguire nutrite pagine di approfondite Annotazioni ai suoi assunti preliminari, costituenti la celebre triade essere-nulla-divenire posta a fondamento della sua visione dialettica della realtà.  Non lo seguirò qui nel suo complesso argomentare.  Mi limiterò ad alcune osservazioni, in relazione al nostro tema, che è quello dell’essere in quanto essere, indagato in tutta la possibile ricchezza del suo concetto, visto che da esso si ricava, in sostanza, il fondamentale principio di non contraddizione.      
Se la proposizione parmenidea “l’essere è, il nulla non è” è vera, essa impedisce a priori un’equiparazione tra l’essere e il nulla come quella fatta da Hegel. Il quale, dal canto suo, accusa Parmenide di porre il suo principio in modo “assolutamente astratto”, sì da non cogliere l’effettivo nesso di essere e non-essere che caratterizzerebbe la realtà[2].  Ma che vuol dire qui “astratto” e in un modo “assoluto”?  L’interpretazione più attendibile sembra la seguente: astratto in modo assoluto è quel principio che valga come pura opposizione sul piano logico, senza che gli corrisponda alcuna opposizione sul piano della realtà.  Che resti, quindi, sul piano puramente logico senza potersi applicare a quello ontologico
Ma già Aristotele ci offre una serie di dimostrazioni del fatto che il principio non è astratto ma “si fonda sulla impossibilità ontologica della coesistenza dei contrari”[3].  Per “coesistenza” si intende, ovviamente, l’esser presente simultaneamente nel medesimo ente, nell’essere in quanto essere; “ontologica”, che appartiene alla natura concreta dell’essere (letteralmente dell’essente – ontos, in greco), alla cosa in sé, non solamente al pensiero, in quanto tale distinto dall’essere, del quale è solo una parte.
Una delle critiche più radicali al concetto dell’essere di Hegel è stata, come è noto, quella di Adolf Trendelenburg (1802-1872).  Egli ha scritto:  “Alla prima astrazione dell’essere puro non corrisponde infatti nella realtà alcunché.  É una costruzione forzata del pensiero che separa, e in nessun luogo si indica un diritto a trovare nel puro essere il primo germe di uno svolgimento oggettivo”[4].   La tesi di Trendelenburg è che la figura hegeliana del “puro essere”, che sarebbe l’essere concepito nella sua astrazione di semplice o puro essere ancora indeterminato, è a sua volta astratta, dato che essa non corrisponde a nessuna realtà concreta.  Si sta parlando, aggiungo, dell’essere, che è il concetto della realtà nella sua concretezza immediata e presente:  come può Hegel considerarlo, invece, il massimo dell’astrattezza, rispetto alla realtà?  Per qual motivo il pensiero dovrebbe partire dalla determinazione di un “puro essere” in sé del tutto indeterminato, vuoto? Privo di ogni contenuto, quando invece l’è dell’essere esprime di per sé il massimo del contenuto, quello dell’esistenza effettiva di ciò che è?
Inoltre, rifacendosi ai rigorosi criteri della logica, come fissati già da Aristotele nella sua dottrina del sillogismo, Trendelenburg dimostra che l’equiparazione di essere e nulla, posta da Hegel alla base del suo concetto del divenire, contiene un errore, dal punto di vista puramente logico.
“Nell’identità che riconduce il concetto dato e il suo opposto all’unità di una più alta figura, è possibile riconoscere la seconda figura della sillogistica aristotelica, concludente però positivamente, cosa che la logica proibisce.  Per esempio:  il puro essere è immediato, il nulla è immediato, dunque il nulla è puro essere, oppure, se si scambiano le premesse, il puro essere è il nulla.  La logica mette in guardia da tali sillogismi, perché la seconda figura, se concludente in modo positivo, è quella forma in cui si fa della X una U o della U una X (U è una lettera, X è una lettera, allora X è U; come sopra).  Per la loro stessa natura i sillogismi della seconda figura che concludono positivamente sono e rimangono fallaci e ingannevoli”[5].
In effetti, dall’affermare che U è una lettera e che  X è una lettera, non si può dedurre che U e X siano lo stesso, come se fossero l’identica lettera:  essi restano due lettere diverse e pertanto non possono esser considerati “lo stesso”.  Allo stesso modo, dall’affermazione che il puro essere è la semplice e astratta immediatezza priva di contenuto e che il puro nulla è del pari la semplice e astratta immediatezza senza alcun contenuto, non si può concludere che essi sono uguali, che l’uno sia “pertanto in generale lo stesso” che l’altro.
Trendelenburg imputa a Hegel anche un altro errore, sempre sul piano della logica.
“La logica dimostra che non si deve invertire il giudizio universale affermativo semplicemente e senza limitazioni. La dialettica del pensiero puro non ha timore di farlo.  Nel suo primo movimento dice infatti così:  “Il nulla, in quanto immediato e uguale a sé, è d’altra parte quello stesso che è l’essere”, dopo che si era solo mostrato che il puro essere in quanto semplice immediato è nulla.  Dalla proposizione “il puro essere è nulla” non segue che il nulla è inversamente quello stesso che è l’essere e ciò non segue neanche dall’avere essere e nulla predicati uguali”[6].

Se osserviamo nel dettaglio le argomentazioni di Hegel in questo suo famoso incipit della Scienza della Logica, possiamo aggiungere le seguenti critiche:

a.  Egli sostiene, come punto di partenza, che il “puro essere”, in quanto “indeterminata immediatezza” non offre un concetto capace di differenziarlo dall’altro da sé (gegen Anderes).  Ma, se l’altro rispetto all’essere in quanto essere è il nulla, questo “altro” non esiste, non è per definizione e quindi l’essere non ha qui un “altro” da cui differenziarsi; differenziarsi, voglio dire, in un modo diverso da quello per cui si differenzia dal Nulla per il semplice fatto di esistere, di essere l’essere che è.  L’esistenza immediata dell’essere è proprio ciò che, di per sé, lo differenzia dal nulla. È essa a fare la differenza.

b.  Come possono esistere un’intuizione o un pensiero vuoto di contenuto, ossia privo di oggetto proprio?  Si pensa sempre a qualcosa, il mio pensare ha sempre un contenuto che ne costituisce l’oggetto specifico, quale esso sia.  Ma proprio questo Hegel afferma a proposito del concetto del “puro essere”.  Nell’essere concepito in questo modo “non c’è qualcosa che sia pensare, oppure è esso stesso questo vuoto pensare”.  In modo per lui caratteristico, Hegel pone sullo stesso piano il contenuto del pensiero e il pensiero come attività, il pensato e il pensare:  il puro essere sarebbe inconciliabile col pensiero, in esso si dà solo un “vuoto pensare”.  Ma per l’appunto:  “vuoto pensare” sembra un ossimoro, una contraddizione in termini.

c.  Tornando al rapporto tra l’essere e l’altro (il non-essere), Hegel dice che il “puro essere”, a causa della sua “immediatezza”, è “uguale a se stesso” e tuttavia “non disuguale rispetto all’Altro”.  L’uso del termine “non disuguale” sembra creare una certa difficoltà.  Il punto di partenza del ragionamento è che l’essere in quanto essere o “puro” è “uguale a se stesso”.  Abbiamo quindi, di fatto, una formulazione del principio d’identità (A = A), già implicito del resto nel principio di non contraddizione (se A = A allora A non è = B ed anzi non è tutto ciò che non è A, ragion per cui A non può simultaneamente esser B o non-A).  Ora, per il solo fatto di esser “uguale a se stesso”, vale a dire di esser ciò che è, il “puro essere” non si distingue forse da tutto ciò che esso non è?
L’esser ciò che è, in sé, implica quindi, per intrinseca necessità logica, la sua distinzione dal non essere, inteso in senso assoluto, come Nulla, che è l’assenza di tutte le cose ed anzi del Tutto stesso della realtà.  E questa distinzione, che si impone come logicamente ineludibile, non rende forse l’essere una realtà di per sé già determinata dal suo sempice esistere, che è appunto l’esistere dell’aristotelico “essere in quanto essere”?  Come può, quindi, Hegel sostenere che l’esser uguale a se stesso dell’essere non lo distingua dall’Altro da sé, tanto più se rappresentato dal non-essere che è il Nulla?
Si è visto che la supposta mancanza di distinzione è posta da Hegel in modo singolare, come “non disuguaglianza”.  Ora, una “non disuguaglianza”, come dobbiamo intenderla?  Se una cosa “non è disuguale” da un’altra, vorrà dire che sarà ad essa uguale.  Ma non è questo che sembra voler qui dire Hegel.  La sua idea è che l’essere -- concepito come “puro essere”, poiché è quell’essere “solamente uguale a se stesso” in preda ad una “indeterminata immediatezza”, in definitiva all’immediatezza (termine che per ora non cerchiamo di spiegare) di ciò che è irrelato a tutto il resto, all’Altro in generale -- non mostra alcuna “differenza entro di sé” (infatti è “vuoto”) e per conseguenza nemmeno nei confronti dell’Altro.
Ma poiché l’esser in sé di ciò che è ossia l’esser-qui, l’esserci, l’esistere dell’essere, già lo differenzia dal non essere, dal Nulla, non si comprende come il “puro essere” possa considerarsi “non disuguale” (ossia uguale) a ciò che esso non è e quindi al Nulla.  Il principio di identità, espresso nella dizione “esser uguale a se stesso” di tutto ciò che esiste, impedisce che tutto ciò che esiste, l’essere in generale, possa esser posto sullo stesso piano del Nulla, come se l’esistenza stessa delle cose fosse “non disuguale” rispetto al suo contrario, rappresentato dal Nulla.  L’insostenibilità dell’uso per così dire dialettico del principio d’identità, fatto qui da Hegel, sembra pertanto evidente.  Il ragionamento di Hegel conduce a questa assurda conclusione: che l’essere in quanto tale, il “puro essere”, non mostrerebbe differenza alcuna nei confronti del Nulla.  Ma, non mostrandola, dovrebbe essere lo stesso del Nulla e pertanto non esistere, non essere: conclusione obbligata ma manifestamente assurda.

d.  Ci sarebbero poi molteplici riflessioni da fare sul concetto della verità che qui compare. La verità consisterebbe appunto nel divenire, concepito come risultato del rapporto tra l’essere e il nulla.  Ma ciò significa che il concetto del vero in sé e per sé viene concepito all’insegna del divenire.  Tradotto nelle categorie della filosofia della storia hegeliana, ciò significa che il concetto del vero diventa figlio del proprio tempo, escludendosi la possibilità di una verità sottratta alla dialettica del divenire.  È pur vero che il divenire deve corrispondere alle categorie della dialettica dello Spirito che si rivela nella storia, articolazione di tre immodificabili categorie:  Spirito soggettivo, oggettivo, assoluto. Esse mostrano di saper comprendere il processo storico come alternarsi di ascesa e decadenza, e il significato delle epoche della storia umana, superando l’unilateralità della filosofia della storia illuministica, erroneamente convinta di un progresso lineare all’infinito della “ragione” contro le supposte “tenebre” della religione e della tradizione.  Ma resta comunque il fatto che l’unica verità assoluta, per Hegel, non è più quella della Verità rivelata della religione cristiana bensì quella dello Spirito che si rivela come autocoscienza dello sviluppo storico, impersonata, questa autocoscienza, da un popolo o comunque dalle forze che sembrino dominarlo.  La verità assoluta è quella posta dallo Spirito che riconosce se stesso nel farsi della storia, in sostanza dalla coscienza del significato del proprio tempo appresa speculativamente dagli individui che lo vivono.
Qui però entriamo in un altro campo, che richiede ovviamente un discorso a parte. 
Per tornare all’essere, bisognerebbe ora vedere in che modo Aristotele abbia dimostrato la natura ontologica e non semplicemente logica del principio di non contraddizione. 
Come conclusione provvisoria, possiamo dire che la concezione della realtà e della storia come divenire sia tuttora predominante.  Vi si sono innestati altri elementi rispetto all’hegelismo: il marxismo, che da esso deriva, pur rappresentandone nello stesso tempo una deviazione; l’evoluzionismo di origine darwiniana, che ha fatto scadere la visione della storia come progresso ad una sorta di biologismo a sfondo naturalistico.   Tuttavia la triade dialettica di “essere-nulla-divenire” sembra costituire sempre in qualche modo l’archetipo o, se si preferisce, l’intelaiatura nascosta del divenire nel quale mostra di credere l’uomo del nostro tempo. 
Non si può certo negare che la realtà del nostro mondo ed anzi del cosmo tutto sia caratterizzata anche dal divenire.  Tuttavia, la sua comprensione non può esser disgiunta da quella dell’essere:  il divenire va ricondotto entro l’essere, espungendo l’intrusione rappresentata dal concetto del Nulla, che non può evidentemente rientrare in nessuna combinazione.

Paolo  Pasqualucci
21 dicembre 2016      




[1] Tutti i passi di Hegel sono tratti dalla sua Logica:  G.W.F.  Hegel, Wissenschaft der Logik, 1812 e 1831, ediz. di G. Lasson, Meiner, Hamburg, 1963, rist. ediz. del 1934, pp. 66-67. Traduzione mia.
[2] Hegel, Wissenschaft der Logik, cit., p. 68.  La proposizione parmenidea esprimerebbe solo “l’esaltazione del pensiero che si costituisce per la prima volta nella sua assoluta astrazione”.
[3] La frase è di Tricot, nel commento a Met., Γ 4 1005b, 35, dove Aristotele rinnova l’attacco contro quelli che sostengono la stessa cosa essere e non essere contemporaneamente:  “il résulte que, suivant Aristote, l’impossibilité logique d’affirmer et de nier en même temps le prédicat du sujet, se fonde sur l’impossibilité ontologique de la coexistence des contraires (3 1005 b 24)” (Arist, La Métaphysique. cit., vol. I, p. 197, nota n. 2).
[4] Friedrich Adolf Trendelenburg, Il metodo dialettico, tr. it. e Introduzione di Marco Morselli, il Mulino, Bologna, MCMXC [1990], p. 82.  Il saggio contiene il terzo capitolo delle famose Ricerche Logiche di Trendelenburg (Logische Untersuchungen), la cui prima edizione è del 1840.  Il capitolo contiene appunto la critica al concetto hegeliano dell’essere.
[5] Op. cit., p. 95.
[6] Op. cit., p. 97.  Trendelenburg cita il concetto hegeliano  nella formulazione datane dalla Encyclopädie dello stesso Hegel, ai parr. 87 e 88.

2 commenti:

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Paolo Pasqualucci