martedì 10 ottobre 2017

Filosofia del Diritto : Stato e bene comune [I]

Filosofia del Diritto:   Stato e  bene comune [I]

Sommario:  1.  Lo Stato ha come fine precipuo il bene comune di un popolo.  2. Il bene comune, fine dello Stato, è sia materiale che spirituale.  3. La falsa contrapposizione della c.d. “nazionalità spontanea” allo Stato.  4.  Bene comune e bene del singolo.  5.  Il bene comune di un popolo è costituito innanzitutto dalla sua stessa esistenza e sopravvivenza.  6.  Bene comune materiale e bene comune in senso spirituale.


1. Lo Stato ha come fine precipuo il bene comune di un popolo

Il bene comune e non la felicità individuale, il cui perseguimento deve sempre accordarsi con le esigenze del bene comune.  E nemmeno la giustizia in sé e per sé, ideale del tutto astratto se inteso all’insegna del motto: fiat iustitia, pereat mundus, inapplicabile allo Stato. Lo Stato, più realisticamente, dovrà cercare sempre di perseguire il suo fine specifico senza violare i princìpi fondamentali della giustizia, sia nel senso della giustizia conforme alle leggi di natura e divine che nel senso di quella risultante dai rapporti di correttezza tra gli uomini civili, nei rapporti con i singoli e con gli altri Stati.  Ma il suo fine specifico è il bene comune, da perseguirsi per quanto possibile secondo giustizia.   Il bene comune di un popolo non quello degli altri popoli o dell’umanità nella sua totalità, prospettive chimeriche e megalomani, oggi tornate di moda grazie alla crisi dei valori dilagante.
Che la giustizia sia un principio da non applicarsi qui in modo assoluto, a meno che non risultino violate la legge di natura o quella divina, si ricava da queste semplici riflessioni. 
La norma pacta sunt servanda è un principio cardine del diritto internazionale, ma temperato dall’aggiunta:  rebus sic stantibus, se si mantengono le condizioni presenti, quelle che hanno condotto alla firma degli accordi.  Ora, è capitato che uno Stato si sia rifiutato di entrare in una guerra considerata rovinosa, cosa che era obbligato a fare da un precedente trattato, trovandosi così affibbiata la taccia di traditore dallo Stato suo partner, che si attendeva l’entrata in guerra e negava l’applicabilità della clausola rebus sic stantibus.   Insomma:  per salvare lo Stato, e mantenere in tal modo al popolo il bene comune della pace, non si è a volte costretti a violare un trattato, ossia ad andar contro il giusto principio del pacta sunt servanda in nome di un principio ritenuto più alto, anch’esso giusto, quello del mantenimento del bene comune di tutto un popolo, che non si vuole mettere a repentaglio in una guerra che si presenta gravosa e rovinosa?
Pertanto, l’idea di giustizia cui fa riferimento sant’Agostino in una sua famosa frase, va interpretata in modo appropriato.  Eliminata la giustizia – ha scritto – cosa sono i regni se non grandi associazioni criminali?”[1].  Giusto. Ma di quale giustizia di tratta?  Di quella propria dello Stato, si intende, secondo i fini naturali per i quali esiste l’autorità di governo dello Stato, voluti e approvati da Dio (Rm 13, 1-7).  I valori di questa giustizia possono confliggere, dal punto di vista pratico, con il valore rappresentato dal bene comune del popolo, da mantenere e difendere ad ogni costo.
Tale conflitto non ha, invece, luogo se uno Stato, per fare un esempio riferito al nostro drammatico presente, si rifiuta di accogliere grandi quantità di stranieri che arrivino clandestinamente sui suoi confini terrestri e marittimi, con la motivazione di essere profughi o di fuggire dalla miseria.  L’accoglienza di elementi estranei, e in gran numero, non può certo essere un dovere per uno Stato, né in senso morale né giuridico, proprio perché il dovere fondamentale dello Stato (che ne giustifica l’esistenza) è esclusivamente quello di provvedere al bene dei propri cittadini (o sudditi).  Può naturalmente soccorrere ed accogliere gli stranieri che arrivino illegalmente ma unicamente per generosità, non perché sia obbligato, in quanto Stato.
Quell’accoglienza può diventare un dovere giuridico, solo se lo Stato si è impegnato con un trattato internazionale ad una accoglienza di questo tipo.  Si tratterebbe comunque di un cattivo trattato, da ripudiare.   Infatti, il dovere elementare dello Stato è di provvedere in primo luogo al bene comune dei suoi cittadini, il che implica la difesa da ogni invasione, quali che siano le sue motivazioni.  Una “accoglienza” di elementi stranieri  per motivi umanitari può naturalmente aver luogo ma non può comunque costituire un diritto (un “diritto umano”, che obblighi lo Stato a tutelarlo) né tantomeno esser indiscriminata: deve esser discriminata a seconda delle risorse a disposizione dello Stato e del calcolo delle conseguenze che tale invasione comporterebbe sul piano dei valori (usi e costumi, religione, qualità della vita). 

1.2  Oggi lo Stato, innanzitutto come valore, è contestato in gran parte di quello che si chiamava un tempo Occidente, diventato una sorta di cosmopolita e nello stesso tempo atomistica, sfilacciata comunità euro-americana pervasa dallo spirito mercantile e dall’edonismo più sfrenati, senza morale e senza Dio.  Da più parti si auspica il superamento ed anzi la scomparsa dello Stato-nazione, come dicono;  accusato di provocare o alimentare il nazionalismo, con i suoi passati disastri, e di non curarsi dei c.d. “diritti umani” nel modo dovuto.  Accusa a ben vedere superficiale, dal momento che la I Guerra Mondiale, sempre imputata agli sfrenati nazionalismi, ebbe come causa profonda la lotta spietata che quattro grandi imperi europei, padroni di mezzo mondo, stavano da anni conducendo, divisi in due alleanze, tra di loro e ai danni del moribondo impero ottomano.  Le aspirazioni e i calcoli di dimensione imperiale furono assai più decisivi, quale causa di guerra, degli impulsi nazionalistici di una Francia o di un’Italia e perfino di una Serbia.  

Di questi tempi, si vorrebbe che lo Stato si lasciasse “superare” da due lati. Dall’esterno,  sottomettendosi alla sovranità di organizzazioni sovranazionali (ONU, UE, WTO, OMS, etc), incluso il “mercato globale” dominato dalla finanza internazionale, e ai loro enti;  dall’interno, frammentandosi in regioni o mini-stati sottoposti alle medesime organizzazioni sovranazionali.  Dall’interno e dall’esterno è in azione un movimento a tenaglia contro lo Stato, il cui diritto all’esistenza è simultaneamente negato in nome del particolarismo e dell’universalismo, tra loro contraddittori ed ugualmente spuri perché frutto di astratte e faziose ideologie assai più che dei bisogni reali dei popoli.

Lo Stato però, come istituzione che realizza ancora in qualche modo il prevalere del bene della nazione (del bene comune) sugli interessi individuali o di parte, resiste e si mantiene rivelandosi ancora indispensabile per tanti aspetti essenziali della vita in comune, in modo diretto ed indiretto:  pensiamo all’ordine pubblico e alla difesa, all’amministrazione della giustizia, al sistema sanitario, al sistema scolastico, agli interventi nell’economia, allo sport. Ma il pensiero politico e giuridico attuale non sembra trovare argomenti concettualmente validi per giustificare questa tenace sopravvivenza, aiutato, in questa sua latitanza, da una concezione del diritto che appare sempre più astratta ed utopistica.  Infatti, si tende a far prevalere su tutto l’idea dei “diritti umani” di ogni individuo, concepito atomisticamente come entità completamente disancorata da ogni connessione territoriale, sociale, culturale, ossia da una nazione che sia effettiva comunità di vita, quale si esprime in un ordinamento giuridico statuale concreto, secondo il ben noto rapporto ordinamento statale-territorio-popolo;  per farne, del diritto, un attributo della persona individuale, astrattamente intesa;  di un soggetto di diritti senza storia e senza individualità, nei fatti inesistente; quell’autentica chimera che è il “cittadino del mondo” concepito assurdamente, il mondo, come “villaggio globale”.
  Si ha qui certamente un uso iperbolico della nozione dei “diritti umani”, nozione assai più ideologica che giuridica, filosoficamente figlia del consunto, antropocentrico “giusnaturalismo” degli “Immortali princìpi” della Rivoluzione Francese.  La negazione della validità dell’esigenza posta dallo Stato, come istituzione concreta, ha contribuito pertanto ad una concezione a mio avviso addirittura irreale del diritto.  Il fenomeno giuridico non può, evidentemente, identificarsi con il diritto posto dallo Stato (come ritenevano le vecchie scuole positivistiche) ma nemmeno può esser disancorato dal “concreto” rappresentato dal territorio di un determinato popolo, governato da un ordinamento giuridico statuale specifico, quale che sia il suo grado di sviluppo, sul quale incombe il dovere di mantenere integro il territorio con il popolo che vi abita[2].

2.  Il bene comune, fine dello Stato, è sia materiale che spirituale

 Un primo argomento da ribadire, in sé non certo nuovo ma oggi del tutto dimenticato, è dunque il seguente: lo Stato esiste per realizzare il bene comune dei suoi componenti, cittadini o sudditi che siano.  Concetto che si può esprimere anche servendosi dell’antica, famosa massima dei Romani:  Salus populi suprema lex esto:  la salvezza del popolo sia la legge suprema, per i magistrati o governanti, e quindi per lo Stato e le sue leggi[3]. La “salvezza” del popolo ne realizza il bene comune.    
Il discorso sullo Stato va pertanto ripreso muovendo dalla considerazione del fine, dalla sua causa finale, per esprimerci in termini aristotelici. 
A qual fine esiste lo Stato?
Per realizzare il bene comune di un determinato popolo.  Questo popolo costituisce di per sé una società i cui caratteri culturali, storici, estetici, linguistici, religiosi l’individuano anche come nazione.  Popolo e nazione sono comunque termini usati come sinonimi. 
Ma come qualificheremo il “bene comune” di un popolo, dal punto di vista del suo contenuto?  Quali ne sono gli elementi costitutivi?   Si intende qui, ovviamente, sempre il bene comune dal punto di vista terreno, non di quello della salvezza eterna delle anime, di competenza della Chiesa e non dello Stato, che comunque, come si avrà modo di ribadire, deve anch’esso concorrervi, sia pure senza uscire dalla sua sfera di competenza e quindi indirettamente.
Il bene comune di un popolo è sia materiale che spirituale, attiene cioè a tutti gli aspetti giuridici, economici, politici della vita quotidiana di un popolo, senza ovviamente poter escludere quelli spirituali ad essi collegati nella forma di ciò che chiamiamo valori della morale, della cultura,  dello spirito in generale.    
  Nel bene comune in senso “materiale” va anzitutto ricompreso il bene dell’esistenza stessa fisica e sopravvivenza nelle generazioni di un popolo: ordinata, pacifica e moralmente elevata, secondo i princìpi della laica virtù del cittadino e dell’etica fondata sulla religione.  Per la realizzazione del bene comune così inteso, l’unità dello Stato rappresenta un modo di essere imprescindibile, senza voler considerare la forma più o meno rigida nella quale si attui, se cioè in forma burocratico-centralizzatrice o che lasci spazi più o meno ampi all’autogoverno locale (federalismo o confederazione).    

3.  La falsa contrapposizione della c.d. “nazionalità spontanea” allo Stato unitario

Popolo, nazione, società sono elementi da considerare unitariamente, in relazione alla forma-Stato che ne attua la sintesi e il superamento. Essi costituiscono di per se stessi concetti portanti della filosofia politica e del diritto moderna e contemporanea.  E spesso sono stati e sono visti in contrasto tra loro.
 Ricordiamo la marxistica contrapposizione tra società e Stato:  quest’ultimo sarebbe solo la sovrastruttura politica dei rapporti materiali di produzione che nella società si innervano ai rapporti e alla lotta di classe; sovrastruttura destinata a sparire una volta realizzatasi la rivoluzione proletaria e comunista, che avrebbe socializzato completamente i rapporti di produzione, abolendo la proprietà privata e dando il potere ai proletari.  Ciò avrebbe comportato l’estinzione dello Stato.
L’utopia marxiana contrapponeva la società allo Stato, attribuendo al comunismo, sua forma del tutto idealizzata (profetizzata, anche se in termini necessariamente vaghi, quale inevitabile stadio finale e definitivo della storia), la capacità di sostituirsi completamente allo Stato.   Mai profezia si rivelò più  tragicamente fallace, come sappiamo.
Ma esiste anche il filone che contrappone la nazione allo Stato. Così si tende oggi a contrapporre allo Stato nazionale, unitario, burocratizzato, la c.d. “nazionalità spontanea”.  La polemica antiunitaria italiana attuale (e non solo italiana) contrappone allo Stato unitario democratico-parlamentare centralizzato l’esigenza del riconoscimento delle diverse “nazionalità spontanee” che si troverebbero diffuse per l’Italia.  Cosa significa ciò?  L’alternativa istituzionale concreta proposta da questi polemisti resta sempre nel vago ma la si può facilmente immaginare:  dar vita ad un sistema di autonomie locali ancorate alle attuali Regioni, che sia ancora più sviluppato dell’attuale, pur ampio.  Ma bisogna chiedersi:  quali “nazionalità” dovrebbe riconoscere lo Stato italiano?

3.1  Dal punto di vista della lingua, della cultura, della religione – elementi tipici dell’entità che si suol chiamare “nazione” – lo Stato italiano non ha da riconoscere una “nazionalità” diversa da quella italiana, diffusa in maniera uniforme in tutto il Paese, caratterizzante lo Stato e la società come italiani.  L’elemento cosiddetto “spontaneo” nella cultura e nella lingua è costituito in Italia, come nelle altre nazioni,  dal sostrato dialettale e dal folklore, tratti tipici in senso popolare  di  regioni e città, in ogni Stato.  Il teatro e la letteratura dialettale esistono da sempre in Italia e nessuno li ha mai toccati, nemmeno durante il fascismo. Si tratta di una cultura popolare “spontanea” che ha sempre convissuto pacificamente con quella italiana nel senso proprio ed elevato del termine.  Riconoscere adesso questa cultura a livello della forma istituzionale dello Stato, in quanto espressione di una “nazionalità spontanea” che imporrebbe la suddivisione del nostro Stato in tante piccole “nazionalità” istituzionalmente separate e protette da una normativa nazionale-internazionale, ciò significherebbe regredire  a livelli addirittura grotteschi di organizzazione politica e subcultura, come fanno fede i dilettanteschi tentativi della Lega Nord, qualche anno fa, di istituire una scuola leghista (accanto al “matrimonio celtico”) in sostituzione della scuola italiana, con l’insegnamento di dialetti lombardi o veneti al posto dell’italiano e di autori dialettali  al posto delle opere dei nostri classici, di un Foscolo, un Leopardi, un Manzoni!  Per non parlare di Dante…
Culturalmente, nel senso ampio ed elevato del termine, l’Italia è sempre stata  u n a  e lo è tuttora.  Inoltre, dal punto di vista qualitativo, dei contenuti, è sempre esistita una cultura italiana “nazionale” dall’ampio respiro ben distinta dalla cultura “regionale” del nostro Paese, esprimentesi in italiano ma di mentalità ristretta ed incapace di approfondire[4].   Ed è sempre stata  u n a  l’Italia anche dal punto di vista religioso, cioè cattolica. Forse le “diversità spontanee” da riconoscere sarebbero quelle delle tradizioni amministrative ed economiche degli Stati prenunitari?  Ma sono scomparse da centocinquant’anni, spazzate via per l’appunto dal centralismo sabaudo.  E il vigente sistema economico-politico consentirebbe forse di riprodurle?  L’attuale Regione, ricettacolo della supposta “nazionalità spontanea” riproduce ex Constitutione la medesima struttura politica e burocratica dello Stato centralizzato, ne è il doppione in miniatura, e ne mostra più i difetti che le virtù, dato che la base “regionale” ha permesso per l’appunto una reviviscenza mai vista del  sistema clientelare tipico dell’Italia preunitaria, fondato sul paludoso “notabilato” locale, mantenutosi (con qualche limitazione) nell’Italia unita e oggi ben più diversificato e vasto di un tempo, a causa dell’aumento consistente dei gruppi di potere o lobbies
Comunque lo si rigiri, il concetto di questa “nazionalità spontanea” che dovrebbe costituire la linfa di una nuova Italia, supposta federale o confederale o semplicemente divisa in Stati diversi, come prima del Risorgimento, quando c’erano otto dogane e otto diversi sistemi di pesi e misure e monetari a dividere e frammentare il Bel Paese, resta nebuloso e chimerico. 

3.2  Su di un piano più generale, il concetto della “nazionalità spontanea” vuole esprimere una contrapposizione netta tra Stato e nazione, all’insegna del concetto che la nazione viene prima e gli Stati dopo, ragion per cui questi ultimi dovrebbero riconoscere la nazionalità pre-esistente, nelle sue varie forme.
Questa visione non è ovviamente errata, contiene un elemento di verità, ma solo un elemento.  Il processo storico reale è molto più complesso.  La storia, infatti, ci mostra raramente il dispiegarsi di un rapporto fra Stato e nazione così lineare.  Più spesso, la nazione, nel suo farsi, si costituisce sin dall’inizio già come Stato, anche rozzamente, quando non è lo Stato a costituire la nazione, con l’opera audace (e anche spregiudicata) di una classe dirigente (aristocratica o borghese) in possesso di un potere e di un’organizzazione statali e di un buon esercito
“In nessuna parte d’Europa la nazione è stata l’elemento primario e lo Stato l’elemento derivato. Più antico della nazione francese è lo Stato francese – i suoi fondatori sono la monarchia e l’episcopato, non la nazione. Più antico della nazione tedesca è l’Impero tedesco d’impronta franco-orientale e sassone…” [5].  

3.3  Per non allontanarmi troppo dal mio tema, rinvio l’approfondimento di questo importante punto ad un intervento successivo, anche per ciò che riguarda l’Italia.  Per ora limitiamoci a dir questo:     dietro la rivendicazione antiunitaria della cosiddetta “nazionalità spontanea” è riapparso nel nostro Paese il fantasma dell’antico e feroce spirito municipale italiano, fonte primaria di tutte le innumerevoli divisioni, lotte e guerre civili dei secoli passati.  Il termine stesso di “nazionalità” è qui ambiguo.  La nazione italiana, prima dell’unificazione, era appunto quella che si esprimeva nella lingua e nella letteratura nazionale, nella cultura unitaria; la cosiddetta “nazionalità spontanea” ne sarebbe stata, invece, il sostrato multiforme, l’elemento grezzo che non va oltre il dialetto e il folklore, dimensioni puramente locali, campanilistiche, grette.  
E questa supposta “identità” della “nazionalità” conculcata e nascosta, è stata anche creata artificialmente.  Pensiamo alla  “identità celtica” della cosiddetta Padania, inventata dal rozzo e truculento on. Bossi e compagni di ventura, con le risibili, farsesche cerimonie paganeggianti lungo il corso del “dio Po”, le kermesse a base di paccottiglia “celtica”, il “matrimonio celtico” et similia. Un “celtismo fatto in casa” da contrapporre a Roma, simbolo della latinità e dell’odiato potere centrale, anche alla Roma Sede bimillenaria del Cattolicesimo (nei primi tempi i leghisti vaneggiavano a tratti di una “Chiesa celtica o padana”).  Il mondo dei fumetti del gallico Asterix è stato qui rivenduto sotto forma di sagra paesana, ma con il fine abietto di distruggere l’unità nazionale per rendersi un domani indipendenti nell’Unione Europea, sì da poter aumentare (si crede) il proprio già grande benessere materiale (come se tale benessere non fosse dipeso in misura consistente anche dall’appartenenza allo Stato italiano).  
Ma la storia, questa sconosciuta, ci mostra che i barbari Celti della pianura padana, conquistati dai Romani dopo un secolo abbondante di guerre reciprocamente feroci,  si assimilarono rapidamente alla superiore civiltà dei conquistatori, dando assai presto validi contributi alla poesia latina, tanto per fare un esempio.  Nel primo secolo a. C. accorrevano ad arruolarsi a frotte nelle legioni di Cesare, che andavano a combattere in Gallia.  I celti romanizzati furono una delle etnie che contribuirono validamente all’Italia romana, la quale resistette come Stato unitario sino alla fine delle Guerre Gotiche, cioè alla metà del VI secolo; erano ben italiani e furono  uno dei sostegni principali dell’impero romano, assieme ai Celti di Gallia e Hispania.

4.  Bene comune e bene del singolo

 Ma torniamo a bomba.  Rispetto al popolo, alla società, alla nazione, cosa caratterizza ciò che chiamiamo Stato?  Un’organizzazione pubblica composta da un sistema di istituzioni, il cui significato è impersonale o trascendente perché vi si attua l’idea di una personalità che rappresenta la totalità delle parti senza identificarsi in nessuna di esse:  infatti esiste, questa persona pubblica, per il loro bene comune.  Questo significato trascendente, nel quale si attua il necessario superamento del punto di vista egoistico dell’io individuale, empirico, che è in ognuno di noi, può forse apparire a prima vista astratto, se non nebuloso, per la mentalità odierna.  Ma la cosa si chiarirà proprio riflettendo sul concetto di bene comune.
Il bene comune  non sarà ovviamente quello del singolo bensì quello della comunità, di un intero popolo o nazione che dir si voglia. Esiste ciò che è bene per tutto il popolo e ciò che è bene per l’individuo singolo.  I due aspetti del bene possono coincidere ma anche divergere, come insegna l’esperienza.  Dal punto di vista ideale, governante perfetto sarebbe colui che riuscisse a far sempre coincidere il bene comune e quello dei singoli.  Ma tale perfezione raramente si riscontra.  La realtà ci mostra, all’opposto, un frequente contrasto tra i due, sia in atto che in potenza.
Spesso il bene del singolo viene sacrificato al bene comune.  In ogni caso, il rapporto tra i due tipi di bene implica sempre delle limitazioni e dei sacrifici, soprattutto da parte del singolo.  Lo vediamo già nell’àmbito della famiglia, cellula fondamentale di ogni vita associata; si intende, la famiglia naturale, creata dal maschio e dalla femmina che si uniscono stabilmente, secondo forme riconosciute dal diritto (matrimonio), al fine di procreare vivendo assieme sotto lo stesso tetto, allevando e mantenendo i figli secondo la tradizionale divisione di compiti tra il marito e la moglie. I genitori  fanno in genere tanti sacrifici per i figli limitando le loro proprie aspirazioni, i loro desideri,  insomma tutto o molto di ciò che sarebbe per essi soggettivamente un piacere e un bene.  E fanno questo in nome per l’appunto del bene comune rappresentato qui dal bene della famiglia e dei figli.
  Possiamo dire che una regola generale sia questa:  quando prevale il bene individuale nei confronti di quello comune, allora la società e lo Stato sono in decadenza e si stanno disgregando.  Fioriscono, invece, quando il bene comune prevale ma senza sacrificare integralmente il bene individuale, lasciandogli cioè il giusto spazio.  La logica del sacrificio individuale è comunque sottesa al rapporto bene del singolo – bene comune.  Non solo per ciò che concerne la relazione tra Stato e individui ma anche in ogni forma associata naturale organicamente costituita, a cominciare per l’appunto dalla famiglia.
     
5.  Il bene comune materiale di un popolo è costituito innanzitutto dalla sua stessa esistenza e sopravvivenza 

Come definiremo, allora, il bene comune, comune in quanto costituente il bene di un intero popolo o nazione o società che dir si voglia?  Piuttosto che premetterne una definizione omnicomprensiva, procederò elencandone alcuni essenziali tratti.
Bene comune ovvero un bene comune a tutto un popolo, che per realizzarlo avrà bisogno di quello che chiamiamo Stato, sarà costituito dalla sua stessa esistenza fisica come popolo, dalla sua sopravvivenza nelle turbinose vicende della storia (guerre, invasioni straniere, guerre civili, pesanti sudditanze economiche, spopolamento, epidemie, carestie).  Come dicevano gli antichi romani:  primum vivere deinde philosophari.
A tal fine il popolo dovrà organizzarsi in modo da:  1. alimentarsi e vestirsi a sufficienza mediante l’agricultura, l’allevamento del bestiame, il commercio interno ed esterno, l’industria;  2. mantenersi nella sua consistenza fisica, etnica, mediante i matrimoni, una sana vita familiare e una procreazione di figli che superi sempre le morti;  3. esser capace di difendersi contro i nemici interni, cioè i criminali, mediante l’amministrazione della giustizia civile e penale, ed esterni mediante l’istituzione e il mantenimento di forze armate.

6.  Dal bene comune materiale a quello spirituale

Il mantenimento dell’esistenza fisica del popolo è dunque, si potrebbe dire, il fondamento stesso dell’idea del bene comune di un popolo.  È tale idea nella sua forma elementare o, se si preferisce, è il contenuto elementare di tale idea.   L’aspetto materiale dell’esistenza di un popolo ricomprende, elevandoli a valori, il mantenimento e la sopravvivenza del medesimo.  Tuttavia, questa componente materiale del bene comune non è effettivamente separabile da quella spirituale dello stesso.  Infatti, come diceva Aristotele, gli uomini in società non si contentano semplicemente di vivere (tranne forse durante i tempi di particolare calamità, come risulta dalla risposta dell’abate Sieyes a chi gli chiedeva che cosa avesse fatto, sempre nascosto durante il Terrore, appena terminato: J’ai vécu, disse).  Gli uomini vogliono in realtà e cercano sempre di “viver bene”o in modo “felice” nel senso più ampio e completo del termine, che ricomprende anche le esigenze della morale e dello spirito (quindi, “bene” non in senso bassamente edonistico).
“La comunità che risulta di più villaggi è lo Stato, nel senso pieno del termine, che raggiunge ormai, per così dire, il limite dell’autosufficienza completa:  formato bensì per rendere possibile la vita, in realtà esiste per render possibile una vita felice [eu zên]”[6].
Da ciò si comprende che il mantenimento dell’esistenza fisica e sopravvivenza di un popolo nelle generazioni, non è un affare solamente materiale, di sola organizzazione amministrativa, politica, militare.  Infatti, sono i matrimoni la cui santità venga rispettata a costituire il presupposto di quella sana vita familiare così benefica per la società e fomite di numerosa figliolanza e cittadinanza.  Ma tale presupposto, implicando la fedeltà e l’adempimento dei doveri reciproci di marito e moglie in tutti i campi, si rivela essere per sua natura morale o etico che dir si voglia.  Non sono solo le esigenze della famiglia, sono anche quelle della morale che obbligano a respingere e punire l’adulterio e a condannare il commercio carnale fuori del matrimonio.  Pertanto lo Stato, se vuole adempiere al suo dovere di mantenere la sanità fisica del popolo e l’abbondanza della popolazione, deve vigilare con le sue leggi sulla purezza del matrimonio, punendo gli adulteri e i fedifraghi, perseguendo quei costumi e quelle abitudini che favoriscano il diffondersi della licenza.  Deve naturalmente perseguire tutto ciò per l’esigenza morale stessa, che comanda alla coscienza di difender la morale con le sanzioni imposte dall’autorità costituita e con il promuovere un’educazione e una cultura volte ad instillare l’amore della virtù.
Ma in ogni caso, lo Stato deve agire così già in relazione al fine suo proprio, la realizzazione del bene comune.  Senza sani costumi diffusi nella società non è possibile una sana vita familiare, che a sua volta promuove quei costumi;  non è possibile avere famiglie ordinate, belle e numerose, si diffonde la corruzione nelle famiglie e la conseguente denatalità.  Ma i “sani costumi” sono il risultato di determinati principi morali, che vengano concretamente applicati, anche con l’aiuto delle leggi.  
“Bisogna che la legge sia la castigatrice dei vizi e la stimolatrice delle virtù, e che da essa si tragga la dottrina del vivere”[7].  L’autorità di governo che sia compos sui deve quindi mantenere e far osservare i giusti principi morali, quali già risultano dalla morale naturale, se vuole che matrimoni e   famiglie prosperino, e con esse il popolo, la società, tutto lo Stato.  Pertanto, se i nostri odierni Stati fossero ben ordinati, i loro governanti chiuderebbero tutti i siti pornografici; proibirebbero gli spettacoli indecenti, immorali, orripilanti e violenti; sanzionerebbero la mancanza di modestia e pudore che spadroneggiano nella moda femminile; ostacolerebbero in ogni modo il libertinaggio diffuso, insomma perseguirebbero implacabilmente le molteplici aberrazioni delle quali si compiacciono ahimé le nostre società, a cominciare da quella rappresentata dal libero aborto volontario ammesso dalle leggi dello Stato. 

Lo Stato non può disinteressarsi della virtù dei suoi cittadini.  Senza per questo diventare oppressivo e invadente deve comunque approntare tutte le difese necessarie per proteggere la morale dall’attacco che le portano di continuo le forze del male.  Questo è il dovere morale dello Stato, di ogni Stato degno di questo nome, attuando il quale lo Stato realizza il bene comune in senso spirituale:  difendere in primo luogo la morale, sia come morale naturale (senso del pudore, ripudio dell’adulterio, del libertinaggio, dei rapporti contronatura, difesa della famiglia, etc.) sia come insieme di princìpi etici il cui fondamento è di norma religioso.

Paolo  Pasqualucci, martedì 10 ottobre 2017

   




[1][1] De civ. Dei, IV, IV:  “Remota itaque iustitia, quid sunt regna nisi magna latrocinia?”. 
[2] È stata completamente dimenticata la lezione di realismo di Carl Schmitt, che costituisce uno dei suoi contributi più importanti alla comprensione del fenomeno giuridico:  il nesso inscindibile del diritto con la terra, nel senso di spazio concreto, territorio determinato, abitato da un popolo con la sua storia e i suoi bisogni, sul quale il diritto si esercita nella forma di consuetudini e norme positive. Vedi: Carl Schmitt, Der Nomos der Erde  im Völkerrecht des Jus Publicum Europaeum [La legge della terra nel diritto internazionale del diritto pubblico europeo], 1950, Duncker & Humblot, 1960, tutto il primo capitolo (pp. 11-51) dedicato a Cinque corollari introduttivi e in particolare il corollario n. 1: Das Recht als Einheit von Ordnung und Ortung, il diritto come unità di ordinamento e determinazione di luogo, op. cit., pp. 13-20.
[3] Il passo è riportato da Cicerone nel De legibus, nel riprodurre il contenuto della legislazione della Roma arcaica, quella delle XII Tavole.  Dopo aver elencato i poteri civili e miitari dei consoli, carica suprema dello Stato o res publica, vien loro intimato:   “Ollis [illis] salus populi suprema lex esto” (Marco Tullio Cicerone, Le leggi, con testo latino a fronte, a cura di Filippo Cancelli, Mondadori, Milano, 1969, p. 219).  Tale massima riecheggia nel principio fondamentale della Chiesa Cattolica, per la quale, si è sempre detto, salus animarum suprema lex [esto].
[4] Per la differnza tra queste due mentalità e culture, vedi le precise osservazioni di Giovanni Gentile, Il tramonto della cultura siciliana, 1917, ora in ID., Opere complete, vol. XXX, a cura della Fondazione Giovanni Gentile per gli studi filosofici, Sansoni, Firenze, 1985, 2a  ediz. riveduta e accresciuta, pp. 108-109. 
[5]  Werner Kaegi, Meditazioni storiche, a cura e con una presenetazione di Delio Cantimori, Laterza, Bari, 1960, p. 38.  L’illustre storico svizzero (1901-1979)  ha offerto penetranti riflessioni sul piccolo Stato nella storia europea, sulla sua importanza, sul rapporto tra Stato e nazione. 
[6] Arist., Pol., 1252 b ;  La Politica, tr. it. introduz., note e indici a cura di Renato Laurenti, Laterza, Bari, 1966, p. 8.
[7] Cic., Le leggi, tr. it. cit., p. 114.

sabato 23 settembre 2017

Crisi della Chiesa: L'eresia luterana di Papa Francesco


Crisi della Chiesa :  L’eresia luterana di Papa Francesco

Ricordiamo ancora tutti l’elogio di Papa Francesco a Martin Lutero. L’anno scorso, parlando a braccio con i giornalisti durante il volo di ritorno dalla sua visita in Armenia, rispondendo ad una domanda sui rapporti con i luterani nell’imminenza del 500mo anniversario della Riforma, pronunciò in italiano le seguenti parole, mai smentite:

Io credo che le intenzioni di Martin Lutero non fossero sbagliate.  In quel tempo la Chiesa non era proprio un modello da imitare, c’era mondanità, c’era attaccamento ai soldi e al potere.  E per questo lui ha protestato.  Poi era intelligente ed ha fatto un passo in avanti, giustificando il perché facesse questo.  Ed oggi luterani e cattolici, con tutti i protestanti, siamo d’accordo sulla dottrina della giustificazione:  su questo punto tanto importante lui non aveva sbagliato.  Lui ha fatto una “medicina” per la Chiesa, poi questa medicina si è consolidata in uno stato di cose, in una disciplina etc.”[1].

Difficile descrivere lo sconcerto a suo tempo suscitato da queste parole. Bisogna comunque notare un punto che al tempo non era stato forse sufficientemente messo in rilievo.  L’elogio della dottrina luterana si giustificava, agli occhi di Papa Francesco, con il fatto che oggi cattolici e protestanti “sono d’accordo sulla dottrina della giustificazione”.  Proprio quest’accordo dimostrerebbe, per logica conseguenza, che “su questo punto tanto importante Lutero non aveva sbagliato”. 
A quale accordo può qui riferirsi il Pontefice?  Evidentemente alla Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione, sottoscritta dal Consiglio Pontificio per l’Unità dei Cristiani e dalla Federazione Luterana mondiale il 31 ottobre 1999.   Un documento incredibile, certamente un unicum nella storia della Chiesa.  Vi si enumerano articoli di fede che i cattolici avrebbero in comune con gli eretici luterani, tenendo sullo sfondo le differenze e facendo capire che le condanne di un tempo non si applicano più oggi!  È ovvio che nel documento le differenze poco interessano, essendo lo scopo del documento stesso proprio quello di far emergere i supposti elementi in comune tra noi e gli eretici.  Ora, nel § 3 di questa Dichiarazione, intitolato: La comune comprensione della giustificazione, si legge, al n. 15:  “Insieme confessiamo che non in base ai nostri meriti, ma soltanto per mezzo della grazia, e nella fede nell’opera salvifica di Cristo, noi siamo accettati da Dio e riceviamo lo Spirito Santo, il quale rinnova i nostri cuori, ci abilita e ci chiama a compiere le buone opere”[2].  Al n. 17, nello stesso paragrafo, si aggiunge, in modo sempre condiviso, che: “…essa [l’azione salvifica di Dio] ci dice che noi, in quanto peccatori, dobbiamo la nostra vita nuova soltanto alla misericordia di Dio che perdona e che fa nuove tutte le cose, misericordia che noi possiamo ricevere soltanto come dono nella fede, ma che non possiamo meritare mai e in nessun modo”.  E infine, nel n. 19 (par. 4.1) troviamo affermato in comune e presentato come fosse cosa ovvia il principio secondo il quale: “la giustificazione avviene soltanto per opera della grazia”[3].
Per ciò che riguarda le buone opere il Documento afferma, al n. 37 nel  par. 4.7: Le buone opere del giustificato:  “Insieme confessiamo che le buone opere – una vita cristiana nella fede nella speranza e nell’amore – sono la conseguenza della giustificazione e ne rappresentano i frutti[4].  Ma anche questa proposizione è contraria al dettato del Concilio di Trento, che ribadisce il carattere meritorio delle buone opere per la vita eterna, al conseguimento della quale esse necessariamente concorrono.
Di fronte a simili affermazioni, come stupirsi se Papa Francesco è venuto a dirci che “su questo importante punto Lutero non aveva sbagliato”?  Ovvero, che la dottrina luterana della giustificazione è corretta?  Se non è sbagliata, evidentemente è corretta; se è corretta, è giusta.  Tanto giusta da esser stata adottata dalla Dichiarazione congiunta, come risulta dai passi citati, se li si legge per quello che sono, senza farsi condizionare da una presunzione di ortodossia dottrinale, qui del tutto fuori luogo.  Quivi, il luterano sola fide e sola gratia viene condiviso senza sfumature, allo stesso modo dell’idea errata che le buone opere sono da intendersi solo quale conseguenza e frutto della giustificazione. 
Bisogna pertanto proclamare ad alta voce che la professione di fede condivisa con i luterani eretici contraddice apertamente quanto dichiarato dal dogmatico Concilio di Trento, nel ribadire la dottrina cattolica di sempre.  A conclusione del suo Decreto sulla giustificazione, del 13 gennaio 1547, quel Concilio inflisse 33 anatemi con relativi canoni, il 9° dei quali recita, contro l’eresia del sola fide:

“Se qualcuno afferma che l’empio è giustificato dalla sola fede, così da intendersi che non si richieda nient’altro con cui cooperare al conseguimento della grazia della giustificazione e che in nessun modo è necessario che egli si prepari e si disponga con un atto della sua volontà:  sia anatema[5].

Contro l’eresia connessa del sola gratia, il canone n. 11:

Se qualcuno afferma che gli uomini sono giustificati o per la sola imputazione della giustizia di Cristo, o con la sola remissione dei peccati, senza la grazia e la carità che è diffusa nei loro cuori mediante lo Spirito Santo [Rm 5, 5] e inerisce ad essi; o anche che la grazia, con cui siamo giustificati, è solo favore di Dio:  sia anatema[6].

Contro l’eresia che fa delle buone opere un semplice frutto o conseguenza della giustificazione ottenuta solo per fede e per grazia, come se le buone opere non vi potessero concorrere in alcun modo, il canone n. 24:

Se qualcuno afferma che la giustizia ricevuta non viene conservata ed anche aumentata dinanzi a Dio con le opere buone, ma che queste sono solo frutto e segno della giustificazione conseguita, e non anche causa del suo aumento:  sia anatema[7].

Il “qualcuno” qui condannato è notoriamente Lutero, assieme a tutti quelli che la pensano come lui sulla natura della giustificazione.  E come Lutero non sembra ragionare anche la straordinaria Dichiarazione congiunta? Sulla quale vi sarebbe anche altro da dire, per esempio sull’ambiguo par. 4.6 dedicato alla certezza della salvezza.  Questa sciagurata Dichiarazione congiunta è giunta alla fine di un pluridecennale “dialogo” con i luterani intensificatosi durante il regno di Giovanni Paolo II, e quindi con la completa approvazione sua e dell’allora cardinale Ratzinger, che ha evidentemente mantenuto la sua adesione all’iniziativa, una volta diventato Benedetto XVI.  Bisogna dunque ammettere che Papa Francesco, nel suo modo di esprimersi privo di sfumature, ha tratto alla luce ciò che era implicito nel “dialogo” con i luterani e nel suo frutto finale, la Dichiarazione congiunta:  che Lutero aveva visto giusto, che la sua concezione della giustificazione “non era sbagliata”. 
Tanto di cappello a Lutero, allora!  Questo noi cattolici dobbiamo sentirci dire, e in tono del tutto convinto, a 500 anni da quello scisma protestante, che, in un modo forse irreparabile, ha devastato la Chiesa universale dalle fondamenta?  Il “cinghiale sassone” che tutto ha calpestato ed insozzato aveva dunque ragione?  Ed è addirittura un Papa ad assicurarcelo?
Sappiamo che la dottrina luterana propugna l’idea, contraria alla logica e al buon senso oltre che alla S. Scrittura, secondo la quale noi siamo giustificati (trovati giusti da Dio e accettati nel suo Regno alla fine dei tempi) sola fide, senza il necessario concorso delle nostre opere ossia senza bisogno dell’apporto della nostra volontà, che cooperi liberamente all’azione della Grazia in noi.  Per ottenere la certezza della nostra individuale salvezza, qui ed ora, basta avere (dice l’eretico) la fides fiducialis:  credere che la Crocifissione di Cristo ha meritato e conseguito la salvezza per tutti noi.  Per i suoi meriti, la  misericordia del Padre si sarebbe stesa su di noi tutti come un mantello che copre i nostri peccati.  Non occorre, dunque, ai fini della salvezza, che ognuno di noi cerchi di diventare un uomo nuovo in Cristo, slanciandosi con generosità verso di Lui in pensieri, parole, opere e chiedendo sempre l’aiuto della sua Grazia a questo fine (Gv 3). Basta la fede passiva nell’avvenuta salvezza ad opera della Croce, senza bisogno del contributo della nostra intelligenza e volontà. Le buone opere potranno scaturire da questa fede (nell’esser stati giustificati) ma non possono concorrere alla nostra salvezza:  ritenerlo, sarebbe commettere peccato di superbia!
      
* * *

Scopo di questo mio intervento non è l’analisi degli errori di Lutero.  Voglio invece occuparmi della seguente questione, che non mi sembra di secondaria importanza:  Lo scandaloso elogio pubblico di Papa Francesco alla dottrina luterana sulla giustificazione, condannata formalmente come eretica, non è esso stesso eretico?

Infatti, affermando pubblicamente che Lutero “non aveva sbagliato” con la sua dottrina sulla giustificazione sola fide e sola gratia, il Papa non invita forse a concludere che la dottrina luterana non è sbagliata, e quindi è giusta?  Se è giusta, allora l’eresia diventa giusta e Papa Francesco mostra di approvare un’eresia sempre riconosciuta e riprovata come tale dalla Chiesa, sino all’incredibile Dichiarazione congiunta (la quale, è bene ricordarlo, non ha comunque il potere di abrogare i decreti dogmatici del Concilio di Trento: essi restano validi in perpetuo, con tutte le loro condanne, dal momento che appartengono al Deposito della Fede ed è semplice flatus vocis cercare di  sminuire queste condanne a semplici “salutari avvertimenti di cui dobbiamo tener conto nella dottrina e nella prassi”)[8].
Ma nessun Papa può approvare un’eresia.  Il Papa non può professare errori nella fede o eresie, anche come individuo privato (come “dottore privato”, come si suol dire).  Se lo fa, bisogna chiedergli pubblicamente di ritrattare e professare la retta dottrina, come è accaduto nel XIV secolo a Giovanni XXII, uno dei “Papi di Avignone”. 
Però il caso di Giovanni XXII non si presta a costituire un precedente per la situazione attuale.  In numerose prediche quel Papa aveva sostenuto, nella parte finale della sua lunga vita, che l’anima del Beato non sarebbe subito ammessa alla Visione Beatifica ma dovrebbe attendere il giorno del Giudizio universale (teoria della visione differita). Però presentava questa sua tesi come una questione dottrinale aperta, per risolvere delle questioni  relative alla teologia della visione beatifica, per esempio quella dell’eventuale maggior visione di Dio dopo il Giudizio universale rispetto a quella goduta dal Beato subito dopo la sua morte.  Questione complessa da approfondire nella calma di un dibattito teologico di alto livello[9]. Ma le passioni politiche si intromisero – era l’epoca della lotta acerrima contro le eresie degli Spirituali e l’imperatore Lodovico il Bavaro – accendendo gli animi.  Cominciarono certi Spirituali ad accusare faziosamente il Papa di eresia e il problema della “visione beatifica immediata o differita” venne a coinvolgere l’intera cristianità.  Dopo numerosi ed accesi dibattiti, si affermò, presso  la gran maggioranza, inclusi ovviamente teologi e cardinali, l’opinione che la tesi del Papa fosse insostenibile. Egli vi insistette, tuttavia, anche se, a ben vedere, non si può dire che si trattasse di un’eresia, sia perché quel Papa dimostrò ampiamente di non avere l’animus  dell’eretico sia perché si trattava di una questione non ancora definita dottrinalmente.  Alla fine si ritrattò quasi novantenne alla vigilia della morte, di fronte a tre cardinali, il 3 dicembre 1334.  Il successore, Benedetto XII, definì ex cathedra, nella costituzione apostolica Benedictus Deus del 29 gennaio 1336, esser la “visione immediata” l’articolo di fede da tenersi, lasciando tacitamente cadere la questione dell’eventuale aumento della visione beatifica al momento della resurrezione finale e del giudizio universale[10]
Ritrattò dunque Giovanni XXII l’opinione sua privata di teologo.   È utile ricordare il caso di Giovanni XXII proprio per capire che esso non può costituire qui un precedente, dal momento che quel Papa non ha certamente fatto l’elogio di eresie formalmente già condannate dalla Chiesa, come invece l’attuale e regnante, limitandosi a propugnare (e con ampio dibattito) una soluzione dottrinale nuova, dimostratasi poi non pertinente.
 A me sembra che l’elogio all’eresia luterana fatto da Papa Francesco non abbia precedenti nella storia della Chiesa. Per ovviare allo scandalo e allo sconcerto da lui provocati, non dovrebbe egli ritrattarsi e ribadire la condanna dell’eresia luterana?  Oso affermare, da semplice credente:  d e v e  farlo,  poiché confermare tutti i fedeli nella fede, mantenendo inalterato il Deposito, è specifico  d o v e r e  del Romano Pontefice.  Elogiando apertamente l’eresiarca Lutero e i suoi gravi e perniciosi errori, Papa Francesco è venuto meno, in primo luogo, al suo dovere di Pontefice, di Supremo Pastore delle pecorelle che Dio gli ha affidato per difenderle dai lupi  non per darle loro in pasto.
Tra l’altro, proclamare che Lutero “non aveva sbagliato” non significa dichiarare implicitamente che avevano sbagliato coloro che lo hanno condannato formalmente come eretico?  Se Lutero era nel giusto, allora erano nel torto i Papi che in successione lo hanno condannato (ben tre:  Leone X, Adriano VI, Clemente VII) e lo era anche il dogmatico Concilio di Trento che  ne ha stigmatizzato capillarmente gli errori.  Dicendo che Lutero “non si era sbagliato” si contraddicono cinquecento anni di Magistero della Chiesa ed anzi si dissolve questo stesso magistero, privandolo di ogni autorità, dal momento che per cinquecento anni avrebbe condannato Lutero per un errore che invece non c’era.  La frasetta buttata lì nell’intervista aerea implica che per tanti secoli si sarebbero sbagliati tutti: Papi, cardinali, vescovi, teologi, sino al semplice sacerdote!  La Chiesa sarebbe stata priva per tanti secoli dell’ausilio dello Spirito Santo, che sarebbe all’opposto comparso solo di questi tempi, con il Vaticano II, con le riforme da esso promosse, tra le quali  la Dichiarazione congiunta...

Qualcuno potrebbe obiettare, a questo punto: è legittimo sostenere che chi condivide apertamente e pubblicamente un’eresia patente, deve esser considerato a sua volta eretico?
 Lo è, nel modo più assoluto.  Eretico per condivisione o correità, se così si può dire.  È certissimo che chi approva in cuor suo gli errori professati dall’eretico se ne rende moralmente complice perché li fa propri sul piano intellettuale.  E se ne rende complice anche sul piano esterno se manifesta pubblicamente questa sua approvazione.  Tale approvazione non può esser considerata neutra ed ininfluente nei confronti del Deposito delle verità di fede.  Chi approva in piena coscienza,  per di più senza distinguo, condivide e fa suo ciò che ha approvato:  lo sottoscrive liberamente e integralmente, vi aderisce, vi partecipa.   Chiunque approvi liberamente un’opinione altrui mostra di averla fatta propria e si può attribuirgliela, come fosse sua.  Ciò vale anche per le eresie, che nascono come opinioni personali dell’eretico.
Infatti, “vien detta eresia l’ostinata negazione, dopo aver ricevuto il battesimo, di una qualche verità che si deve credere di fede divina e cattolica, o il dubbio ostinato su di essa” (CIC 1983, c. 751).  Indurendosi nella sua errata opinione, l’eretico comincia a fabbricare quella “medicina” (come dice Papa Francesco) che è in realtà un veleno che penetra nelle anime, allontanandole dalla vera fede e spingendole alla ribellione contro i legittimi pastori.  Lodare Lutero e trovar giusta la sua eresia del sola fide significa, come ho detto,  manifestare un’opinione incomparabilmente più grave di quella errata di Giovanni XXII sulla visione beatifica.  Molto più grave, avendo il presente Pontefice lodato un’eresia già condannata da cinque secoli formalmente e solennemente come tale, dai Papi singolarmente  e da un Concilio Ecumenico della Santa Chiesa, quale appunto fu il dogmatico Tridentino. Se la maggior gravità del fatto non incide sulla sua natura, che resta quella di una dichiarazione privata, dell’esternazione improvvida di un Papa esprimentesi come “dottore privato”; nello stesso tempo, tuttavia, l’esser esternazione privata non ne diminuisce la gravità, sovvertitrice dell’intero magistero della Chiesa: occorre pertanto una pubblica riparazione, nella forma di una rettifica.

Un’altra obiezione potrebbe essere la seguente:  queste dichiarazioni contra fidem Papa Francesco le ha fatte in discorsi privati, anche se tenuti di fronte a un pubblico e per la platea mondiale dei media.  Non risultando da documenti ufficiali della Chiesa, non hanno valore magisteriale.   Non basterebbe ignorarle?
È vero che non hanno valore magisteriale. Se l’avessero,  gli organi ecclesiastici competenti (il Collegio cardinalizio o singoli cardinali) sarebbero certamente legittimati (io credo) a chiedere che Papa Francesco venisse messo formalmente sotto accusa per eresia manifesta.
Tuttavia, non è possibile far finta di nulla.  Oltre a rappresentare una grave offesa per Nostro Signore, queste dichiarazioni a braccio e di taglio eterodosso del Papa hanno un gran peso sull’opinione pubblica, contribuendo di sicuro al modo errato nel quale tanti credenti e i miscredenti vedono la religione cattolica oggi.  Il fatto è che un Papa, anche quando si limita a rilasciare interviste, non è mai un semplice privato.  Anche quando non parla ex cathedra, il Papa è sempre il Papa, ogni sua frase viene sempre considerata e soppesata come se fosse pronunciata ex cathedra.  Insomma, il Papa fa sempre autorità ed un’autorità che non si discute.  Anche come “dottore privato” il Papa mantiene sempre quell’autorità superiore alle usuali autorità del mondo civile, perché autorità che proviene dall’istituzione stessa, dal Papato, dall’esser esso l’ufficio del Vicario di Cristo in terra.  La mantiene, a prescindere dalle sue qualità personali, se tante o poche. 
Non è dunque accettabile che un Papa, anche come semplice “dottore privato”, faccia l’elogio dell’eresia.  Non è accettabile che Papa Francesco dichiari opinione “non sbagliata”, e pertanto giusta, l’eresia di Lutero sulla giustificazione.  Per il bene della sua anima e di quelle di tutti noi fedeli, egli deve al più presto ritrattarsi e rinnovare le condanne argomentate e solenni che da cinque secoli la Chiesa docente ha infallibilmente comminato a Lutero e ai suoi seguaci.

Paolo  Pasqualucci
Sabato, 23 settembre 2017     




[1] Testo ripreso dal sito Riscossa Cristiana, articolo di M. Faverzani del giugno 2016, p. 2 di 2, originariamente sul sito Corrispondenza Romana.  Il testo riproduce fedelmente il parlare all’impronta del Papa, come riportato dalla stampa internazionale. Grassetto mio. Sull’elogio di Papa Francesco a Lutero, vedi due miei precedenti interventi, sul blog Chiesa e Postconcilio: P. Pasqualucci, Lo scandaloso elogio di Bergoglio a Lutero, sulla giustificazione, 7 luglio 2016;  P. Pasqualucci, La vera dottrina della Chiesa sulla giustificazione, 29 ottobre 2016.  
[2] Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione, www.vatican.va, p. 5/22.
[3] Op. cit., p. 5/22 e 6/22.  Grassetti miei.
[4] Op. cit., p. 10/22.  Grassetti miei.  Si noti il carattere vago e generico attribuito alla nozione di “buone opere”:  nessun accenno al fatto che esse attuano l’osservanza dei Dieci Comandamenti e la lotta quotidiana di ognuno di noi per la sua santificazione, con l’aiuto imprescindibile e decisivo della Grazia.
[5] Giuseppe Alberigo (a cura di), Decisioni dei Concili Ecumenici, tr. it. di Rodomonte Galligani, UTET, 1978, p. 553;  DS 819/1559.
[6] Op. cit., p. 554;  DS 821/1561.
[7] Op. cit., p. 555; DS 834/1574.  Vedi anche i canoni n. 26 e 32, che riaffermano il significato di “premio” delle buone opere per la vita eterna e pertanto “meritorio”delle stesse, sempre per la vita eterna:  si intende, compiute sempre le buone opere dal credente “per la grazia di Dio e i meriti di Gesù Cristo (di cui è membro vivo)”:  op. cit., pp. 556-557 (DS 836/1576; 842/1582).  Anche se le buone opere mancano del tutto, il luterano è convinto di salvarsi lo stesso!
[8] Così non teme di esprimersi la Dichiarazione congiunta, al n. 42, nel par. 5.
[9] Sul punto vedi le precise osservazioni del teologo P. Jean-Michel Gleize, FSSPX, nella panoramica di sei suoi brevi articoli intitolata: En cas de doute…, ‘Courrier de Rome’, janvier 2017, LII, N. 595, pp. 9-11.  Gli articoli trattano in modo approfondito il problema del “Papa eretico”. 
[10]  Voce Giovanni XXII dell’Enciclopedia Treccani, di Charles Trottman, tr. it. di Maria Paola Arena, p. 25/45, reperibile su internet. Vedi anche Gleize, op.cit., p. 10.  Per i testi: DS 529-531/990-991; 1000-1002.  

lunedì 28 agosto 2017

Il Centenario della Grande Guerra: l'Italia dalla "vittoria Mutilata" alla "Vittoria negata" ....



Il Centenario della Grande Guerra: l’Italia dalla “vittoria mutilata” alla “vittoria negata”, come se la nostra guerra fosse finita a Caporetto!  


Sommario:  1. Le “ragioni morali”della nostra guerra: il compimento dell’unità della Patria spinti dagli ideali di “redenzione”, “riscatto”, “sacrificio”, “palingenesi” di un intero popolo. 1.1  Gli interventi di Del Vecchio, Gentile, Croce.  2.  La falsificazione del Ricordo. 3. “Vittoria mutilata”? No: “sconfitta travestita da vittoria”, grida la menzogna!  4.  La calunnia degli italiani che “si nascondevano” dietro gli inglesi e i francesi, portati da loro per mano a vincere i già vinti.  5. Un altro esempio di come si occulta il contributo italiano alla lotta comune.  6. La Grande Guerra l’abbiamo vinta e con pieno merito, scusateci se ci siamo permessi.  6.1 Il Regio Esercito, pur dimezzato, vinse da solo la “Battaglia d’Arresto”sugli Altipiani, sul Grappa e sul Piave, subito dopo Caporetto.  6.2 Il giusto giudizio sulla sconfitta di Caporetto.    


1. Le “ragioni morali” della nostra guerra:  il compimento dell’unità della Patria spinti dagli ideali di “redenzione”, “riscatto”, “sacrificio”, “palingenesi” di un intero popolo.

Il centenario della Grande Guerra, che fu per noi il compimento del Risorgimento, la nostra IV Guerra d’Indipendenza, grazie alla quale riuscimmo, con il doloroso ed eroico sacrificio di un’intera generazione, a completare l’unità territoriale della Nazione contro il nostro plurisecolare ed implacabile nemico asburgico, raggiungendo finalmente i confini naturali, è stato finora ricordato in modo a dir poco inadeguato per non dire deformato se non addirittura vergognoso.   Nell’atmosfera da fine di una civiltà oggi  sempre più diffusa - fine nelle corruttele più sfrenate e nella vacuità spirituale più completa - il pacifismo gaglioffo dominante (quello amico di tutti i vizi) non poteva che ricordare il centenario della nostra partecipazione a quella guerra con la pappa del cuore delle litanie sui “morti invano”, sull’“inutile massacro”, sull’ “orrore”, sul “dolore”, sulla “compassione” per il gran numero di feriti e mutilati - insomma con dolciastre e “politicamente corrette” lacrime sulle grandi sofferenze prodotte da quella tremenda guerra; lacrime ipocrite poiché l’individuo che professa il “politicamente corretto” è in genere di un egocentrismo assoluto:  pensa innanzitutto a se stesso, ai suoi diritti, ai suoi desideri, ai suoi vizi, che amorosamente coccola e coltiva.
Aveva allora torto Benedetto XV a chiedere, il 1° Agosto 1917, che cessasse finalmente “l’inutile strage” con una onorevole pace di compromesso?  No, ovviamente.  Al punto in cui era la situazione nell’estate del 1917, la richiesta del Papa era più che legittima.
 Dopo tre anni di gigantesche e sanguinose battaglie, in Francia, Italia e nei Balcani la linea del fronte era praticamente quasi allo stesso punto:  nessuno riusciva a prevalere.  Lo stallo appariva assoluto mentre il colosso russo, l’unico ad aver subito sensibili perdite territoriali (nell’Europa orientale), era già in preda alla Rivoluzione e mostrava i segni sempre più accentuati di un collasso imminente. Le nazioni europee stavano consumando nella fornace un’intera generazione oltre a ricchezze materiali incalcolabili. C’erano poi i gravi contraccolpi sul piano morale e dei costumi.  
Due giorni prima dell’intervento del Papa, il 30 luglio, l’eroe di guerra e poeta inglese Sigfried Sassoon, mentre era in ospedale in patria per curarsi le ferite riportate al fronte, scrisse un appello per por fine al conflitto, pubblicato dal Times  e letto appunto il 30 luglio alla Camera dei Comuni da un deputato pacifista. La cosa suscitò enormi e passionali reazioni in Inghilterra e addirittura accuse di tradimento al poeta e soldato.  Nel suo appello Sassoon scrisse:  “la guerra, da difensiva era diventata di aggressione”.   Perché combattevano gli inglesi?  Per difendere il diritto del Belgio neutrale calpestato dal militarismo prussiano?  Questa era la causa formale della dichiarazione di guerra alla Germania.  La difesa del piccolo Belgio costituiva inizialmente un nobile ideale per cui battersi, per i giovani inglesi che si arruolavano.  Per difendere l’impero dalla pluridecennale aggressività commerciale e navale dei tedeschi? Ma le campagne in Mesopotamia e in Medio Oriente rientravano in questa difesa o nella lotta per impadronirsi delle fonti (irakene) di petrolio, diventato da poco tempo materia prima essenziale per l’egemonia mondiale? 
I sondaggi di pace semisegreti che pur furono ad intervalli effettuati tra i due opposti schieramenti dalla metà del 1916 alla primavera del 1918, fallirono tutti soprattutto per la testarda chiusura mentale dello Stato maggiore tedesco, che non voleva mollare niente in Occidente, nemmeno il Belgio occupato.  In sottordine, per l’ottusità austriaca, che non volle mai concedere nulla all’Italia, nemmeno il contentino del Trentino, provincia italiana, indispensabile a noi per non avere più il confine con lo straniero solo a qualche decina di km a nord di Verona, ossia ben dentro casa.  È noto che Benedetto XV non si limitò agli appelli, esercitò anche un’intensa quanto inutile azione diplomatica sulla dirigenza austriaca perchè facesse qualche concessione all’Italia, per esempio il citato Trentino, in vista di una preziosissima pace, che avrebbe molto probabilmente salvato la Duplice Monarchia, sia pure al prezzo di alcune concessioni.  La posizione negoziale dell’Italia, che dipendeva dall’Intesa per prestiti, materie prime, alcuni importanti armamenti, importazioni alimentari, era debole anche prima del rovescio di Caporetto:  una chiara offerta austriaca del Trentino, per quanto del tutto insoddisfacente per le nostre legittime aspirazioni nazionali, i nostri potenti alleati ci avrebbero sicuramente costretto ad accettarla, se inserita in un piano di pace di compromesso che a loro fosse andato bene. Saremmo usciti dalla guerra con l’acquisizione del solo Trentino (e forse di Gorizia, che avevamo conquistato) ma la carneficina generale si sarebbe arrestata un anno prima, per il bene e il vantaggio di tutti.  Forse non ci sarebbe stata la conquista del potere da parte dei bolscevichi, nel novembre del 1917, evento epocale, che fu il risultato più nefasto della Grande Guerra e i cui effetti si fanno sentire negativamente ancor oggi.       
Tornando alla storia accaduta,  bisogna dire che non fu certo colpa dell’Italia se i tentativi angloamericani di staccare mediante una pace separata l’Austria-Ungheria dalla Germania gugliemina, perseguiti sino alla primavera del 1918,  fallirono tutti.  Un fallimento che dimostrava, ancora una volta, come solo continuando in quella guerra e vincendola noi potessimo sperare di ottenere le legittime “frontiere naturali” e il compimento dell’unità nazionale. 
Una nazione italiana costituitasi come Stato unitario, ha diritto di esistere, nelle sue frontiere naturali?  Ce l’ha, questo diritto, come ce l’hanno tutte le altre nazioni della terra?  E dov’era il torto nell’impugnare le armi contro un dominio straniero che questo diritto non ce l’aveva mai voluto riconoscere, trattandoci sempre da provincia occupata e sfruttata, umiliandoci in ogni modo e negandoci ogni legittimità alla vita storica, in quanto popolo libero e indipendente? 
Per la Confederazione Germanica, Trento e Trieste erano e dovevano rimanere “città tedesche”, il confine del mondo germanico con l’Italia doveva essere addirittura al Mincio, che unisce il Lago di Garda al Po.  Per gli Slavi del Sud la futura Jugoslavia doveva giungere sino al fiume Natisone, ben al di qua dell’Isonzo e non troppo lontano da Udine; inglobare anche Trieste, Gorizia, Gradisca, Monfalcone … Quindi: Trieste città tedesca per gli austro-tedeschi, slovena per gli sloveni. Il movimento pangermanista, piuttosto forte in Austria prima della guerra, considerava il Trentino una regione tedesca, dalla quale gli italiani dovevano esser cacciati, se non si germanizzavano.  Non meno avverso al nome italiano il nazionalismo croato, sia della Croazia che della Dalmazia, ispirato in particolare dal clero cattolico locale; nazionalismo che addirittura negava l’esistenza di una minoranza italiana in Dalmazia (ivi radicata da secoli nelle città), affermando che l’alternativa per gli italiani doveva essere unicamente la seguente:  o diventare croati o andarsene; o l’assimilazione o l’espulsione[1].
Dopo la guerra del 1866, che comportò la perdita del Veneto, imposta dalla Prussia per onorare il patto con l’Italia pur battuta sul campo, la dirigenza austriaca promosse una politica favorevole in tutti i modi agli slavi in Dalmazia, Istria, nel goriziano, mentre aumentava la pressione contro l’elemento italiano nella Valle dell’Adige.  Il discorso sulle “terre irredente”, al di là dei toni retorici che fatalmente assumeva e della violenza del linguaggio, aveva un suo fondamento, dato che la politica austriaca comportava l’estinzione progressiva dell’elemento italiano nei suoi domini.  Come è stato notato, la Monarchia Danubiana si reggeva, in un certo senso, sui conflitti delle sue varie nazionalità, attuando a volte un vero e proprio divide et impera, in modo da riuscire a dominarle con l’apparato centrale costituito dall’esercito e dalla burocrazia, a guida austriaca e ungherese, dopo il Compromesso (Ausgleich)  del 1867, che diede vita alla Duplice Monarchia[2].     
Non si trattava solo di eliminare il pessimo e indifendibile nostro confine nord-orientale, con lo straniero che occupava quasi tutta la Valle dell’Adige e tutto l’arco alpino per scendere alla fine di alcuni km al di qua dell’Isonzo.  Si trattava anche di impedire la scomparsa, per assimilazione o graduale, indotto esodo, delle minoranze italiane in Istria e in Dalmazia e della maggioranza italiana del Trentino.
C’erano quindi valide ragioni morali  alla nostra guerra, nelle quali l‘esigenza primordiale di confini sicuri e la salvaguardia dell’italianità si coniugavano alle non meno importanti motivazioni strategiche.
Al falso ricordo “politicamente corretto”della Grande Guerra che si vuole imporre oggi, bisogna contrapporre quello che è stato il vero significato della guerra italiana nell’ambito della Grande Guerra.  Significato, certo, vissuto e persino imposto da una minoranza, che ha trascinato il resto della Nazione alla lotta, contro il rimanente, pur numeroso, che inizialmente  non voleva saperne.  Coscritti nelle armate di Cadorna e Diaz, i contadini italiani, che ne costituivano il nerbo, fecero tuttavia interamente il loro dovere, con grande spirito di sacrificio, entrando da protagonisti nel compimento di quell’Italia unita dalla quale erano stati per forza di cose assenti durante il Risorgimento.  Andarono a combattere soprattutto  borghesia e contadini, gli operai servivano nell’industria degli armamenti. Il soldato “considerava la guerra come una fatalità alla quale non ci si può sottrarre”; ma, in ogni caso, “il sentimento del dovere e lo spirito di sacrificio erano elevati e saldi; non si ammirerà mai abbastanza il soldato della guerra 1915-18.  Noi, allora giovani ufficiali, che vivemmo la sua vita, ci domandiamo, con un senso di colpa:  abbiamo abbastanza apprezzato la sua abnegazione, misurato la gravità dei sacrifici serenamente sopportati?”[3].

1.1  Gli interventi di Del Vecchio, Gentile, Croce
Le ragioni morali della nostra guerra furono lucidamente e appassionatamente esposte in un popolare opuscolo del 1915 da Giorgio Del Vecchio, israelita patriota e nazionalista, all’epoca “professore ordinario di filosofia del diritto nella Regia Università di Bologna”, che a 36 anni si arruolò e fu pure decorato, venendo congedato nel 1917 per aver contratto la tubercolosi al fronte.
La nostra guerra non era contro la Germania, alla quale fummo in pratica costretti a dichiararla dalla pressione dei nostri alleati nell’agosto del 1916.  Il nostro nemico era l’Austria-Ungheria. 
“La ragione di Stato austro-ungarica ha presunto di foggiare a sua posta, come l’anima  dei popoli, così anche la natura delle contrade.  Che l’Italia abbia termine nelle Alpi e nel mare, è verità d’ordine fisico, consacrata da una tradizione storica millenaria e non interrotta:  poiché, anche nei tempi delle maggiori dominazioni straniere, il passaggio dell’Alpi significò ognora, per gli stessi conquistatori, l’invasione d’Italia”.  Invece, “l’Italia finisce ad Ala [all’inizio del Trentino], disse, in un nefando processo, il Procuratore di Stato [austriaco] a Trento.  Noi rispondiamo evocando le parole di Petrarca e Dante, e la sovrana definizione d’Augusto…”[4].
Certamente, combattevamo anche per restaurare il diritto delle genti, violato dalla Germania col brutale attacco al Belgio neutrale, e per una “Umanità” nuova, governata dal diritto.  Ma queste ulteriori ragioni dal taglio utopistico, invocate dall’Autore, restavano sullo sfondo[5].   La questione essenziale era quella del compimento dell’unità della Patria italiana.  L’Italia costituiva un’unità geografica, storica, culturale, spirituale:  perché non doveva essere “reintegrata ossia costituita ad unità nei suoi limiti naturali”, in un’unità politica, statale?[6]
La fiamma della passione patriottica e guerresca arde veramente solo quando si nomina la questione nazionale italiana e l’Austriaco, il nemico secolare che ci conculcava nei nostri diritti.  “La schietta giustizia della causa nazionale italiana, e l’impossibilità di difenderla altrimenti che colle armi, rendono sacra la nostra guerra”, nella quale l’Italia “era entrata deliberatamente, conoscendo, meglio di tutte le altre nazioni che prima scesero in campo, la terribilità del cimento e la grandezza del sacrificio”[7].
Parole terribili, degne però di un animo forte, che sa perché scende in campo, mettendo in gioco la vita.  Del Vecchio toccava qui un punto vitale:  “l’impossibilità di difendere la causa italiana altrimenti che colle armi”.  Impossibilità, pertanto, di ottenere pacificamente, per gradi, l’unità nazionale e confini sicuri o comunque più sicuri[8].  Infatti, gli altri e più forti di noi non la volevano così come non l’avevano voluta per tanti secoli gli stessi italiani, chiusi nel loro nefasto “particulare”, divisi e sempre in lotta tra loro, incapaci, impotenti e servili di fronte agli stranieri.  Non solo gli Asburgo, ma anche l’intero mondo tedesco e gli ungheresi, tutti gli slavi del Sud:  tutti concordi nel non concederci nulla, m a i .  Che i Welschen se le venissero a prendere le “terre irredente”, i “confini naturali”, metro per metro, con le armi, se ne erano capaci, se ne avevano il fegato, “nazione militarmente debole e codarda” che non erano altro…
Le “ragioni morali”della nostra guerra di allora, mettendo da parte la cornice dei motivi contingenti della politica internazionale e della Ragion di Stato, sono le stesse che giustificano l’esistenza e il mantenimento della nostra “unità nazionale” o g g i , in crisi per i noti motivi:  il “regionalismo” interno, stoltamente promosso dalla Costituzione repubblicana, unito alla pressione disgregatrice  dell’infausta, mortifera Unione Europea, cui la nostra  classe dirigente porta l’acqua con le orecchie, incapace com’è di un atto di coraggio che sia uno, come quello richiesto dalla necessità sempre più impellente di bloccare la presente, gravissima invasione afro-asiatica, camuffata (e neanche tanto) da emergenza umanitaria; il collasso di tutti i valori fondamentali dell’intero Occidente, compresi quelli religiosi. 
L’Italia unita in un solo Stato, dalle Alpi ai mari, a prescindere dalla sua forma di governo, è essa una realtà  e un valore fondamentali ed imprescindibili per noi italiani, da difendere e mantenere ad ogni costo, oppure no?  Se lo è, e non si vede come possa non esserlo, allora è giustificato anche l’uso della forza per realizzarla o mantenerla quest’unità, contro i nemici interni ed esterni, una volta falliti tutti i tentativi di perseguire l’obiettivo per via pacifica. 
Che  quella tremenda guerra dovesse avere anche un significato di palingenesi per il popolo italiano, lo si intuisce dalle pagine di Del Vecchio citate ed appare in modo più netto in quelle di Giovanni Gentile, anch’egli interventista.  Dopo Caporetto, in un articolo del 15 dicembre 1917, Gentile fece un esame di coscienza.  Avevano forse ragione coloro che “dubitavano delle attitudini di un popolo, come il nostro, non ricco di gloriose tradizioni militari, né dotato d’una forte compagine politica, ad affrontare le dure prove d’una guerra, che già appariva lunga e difficile?”.   Gentile era convinto di non aver nulla da rimproverarsi.  Il popolo italiano, scriveva, “un gran popolo, qual è nella storia moderna l’italiano, non poteva starsene in disparte semplicemente spettatore della mischia in cui si combatteva per l’avvenire dell’umanità, poiché le armi non avrebbero deciso soltanto degl’interessi economici delle nazioni, ma, con essi e per essi, di tutto l’indirizzo futuro del mondo civile.  Anch’io quindi, per la mia parte, sentivo di dovermi assumere la responsabilità, almeno di fronte a me stesso, della via scelta dal nostro paese.  Ma fin da quei giorni a me non è sembrato di avere nulla da rimproverarmi, né che nulla avessero da rimproverarsi quanti avevano concepito per l’Italia la guerra non come tornaconto, sì come un dovere”.
La guerra come dovere morale, dunque, non per “il tornaconto”, il bottino, la preda, la conquista di territori o l’avvento del Nuovo, della Rivoluzione, grazie al crollo del vecchio mondo, come si attendevano spiriti esaltati o rivoluzionari di professione come Lenin.  C’era il motivo fondamentale dell’unità d’Italia e dei confini sicuri, ovviamente, anche se non richiamato espressamente in quell’articolo.  Ma Gentile vedeva le cose da un punto di vista più elevato.  Non si poteva star fuori da una guerra che avrebbe deciso “per l’avvenire dell’umanità”.  Gli italiani, dal tempo delle infauste Guerre d’Italia, che nel Cinquecento ci avevano portato sotto il dominio straniero (quello delle grandi monarchie nazionali europee e della militaristica Lega dei Cantoni svizzeri, che si era presa il Ticinese) si erano fatti (a torto o a ragione) la fama di un popolo che non si batte,  vile e traditore.  Se esistevano, ora, un popolo italiano e uno Stato italiano,  o r a   dovevano entrambi dimostrare di che stoffa erano fatti, in  q u e s t a  guerra era il momento della verità.  E tanto più nel momento di una grave ma non irreparabile sconfitta militare.
Il rovescio di Caporetto, si era dimostrato meno grave del previsto.  Gentile scriveva subito dopo che le nostre divisioni superstiti erano riuscite a fermare da sole, in durissimi combattimenti, gli austro-tedeschi sull’Altopiano, sul Grappa, sul Piave.  L’esercito ancora c’era. 
“Né fu piegato il popolo, proseguiva Gentile, che dal pungentissimo dolore dell’invasione venne sferzato, nelle sue intime fibre, a sentire in modo più profondo e più austero la propria dignità nazionale e il sacro dovere di raccogliere le sue forze per affrontare ogni sacrificio che fosse necessario alla difesa della propria esistenza e all’affermazione di sé nel mondo.  L’Italia ha molto sofferto:  ma è diventata anche più grande agli occhi propri e a quelli dello straniero, dimostrandosi capace di mostrare la fronte alla sventura”[9].  
Mostrare la fronte alla sventura:  di questo gli italiani non erano stati finora mai capaci, si diceva.  Ma ora invece, in modo del tutto inaspettato, ci stavano riuscendo e la guerra diventava il crogiolo nel quale il popolo italiano si forgiava un carattere, una volontà, un’unità d’intenti, una coscienza nazionale mai posseduta prima.  Come scrisse Giuseppe Prezzolini, che combattè in quella guerra da volontario, “dopo Caporetto, l’Italia fu unita come mai era stata per secoli, di fatto, di diritto e di coscienza”[10].  Anche Benedetto Croce, contrario all’intervento, pubblicò nei giorni susseguenti a Caporetto un breve e bell’appello sulla stampa.
“La guerra, che finora, agevolata da talune condizioni internazionali, solo in parte era nostra, ora si fa veramente nostra.  Questo tutti gli Italiani sentono con cuore tumultuante.  Ma io vorrei che un pensiero austero ci riempisse tutti:  il pensiero che il nostro fine prossimo ed urgente non deve essere già quello, generico, di vincere, ma l’altro, specifico, di resistere, e combattere.  Perché vi sono momenti nei quali vittoria o sconfitta diventa, dinanzi all’onore nazionale e alla dignità di uomini, cosa secondaria”[11].
Questo dunque il carattere “sacro” di quella guerra: portava a compimento il nostro Risorgimento, realizzando l’unità sino alle legittime frontiere naturali della nazione, forgiando (cosa anche più importante) quel carattere nazionale che finora era mancato.  Concezione religiosa  della guerra, in quanto educatrice di un popolo nel sacrificio di sé, che lo fa diventare adulto, mondandolo da storture ereditarie, redimendolo nella lotta per una nobile causa, coincidente con l’esigenza della sua stessa sopravvivenza.  Da non confondersi, ovviamente,  con la delirante esaltazione della guerra come “igiene del mondo” di un Marinetti o come esaltazione del militarismo brutale fondatore di imperi presso i nazionalisti del tipo di Enrico Corradini.  Le “ragioni morali” suesposte, nelle quali riviveva l’antico ideale del cittadino-soldato, non erano quelle (errate) di una guerra di conquista o dell’esaltazione della guerra quale momento necessario dell’attuarsi della “volontà di potenza” imperialistica o rivoluzionaria[12].

Questi ideali di rinnovamento e di riscatto, che erano poi quelli del Risorgimento, nella decadente Italia di oggi  appaiono del tutto utopici e vengono sviliti a “miti”, sorta di categoria antropologico-sociologica diventata un topos tra i più logori dell’attuale “politicamente corretto”, espressione della forma mentis di un’epoca che non crede in nulla, priva com’è di veri valori e ideali. “Miti” ai quali si guarda con freddo e critico distacco sociologico o cui si irride, quando addirittura non si inveisce.  Quest’atteggiamento negativo verso il passato, ai suoi valori, si riscontra oggi in tutta Europa.   Nel mondo anglosassone si è diffusa da tempo, anche per reazione alla retorica che fu, una saggistica e storiografia sulla I guerra mondiale sempre più dominata da uno spirito critico che tende ad andare oltre il lecito, a dissolversi cioè nei ben noti stereotipi umanitari, femministi, psicoanalitici, sociologici e via cantando.
Dire:  “mal comune mezzo gaudio” è comunque di poco conforto.  
Resta il fatto che si vuol occultare o comunque dimenticare il significato profondo, positivo, di quella guerra per noi.
Infatti, non si spende oggi una sola parola per ricordare che con quella guerra vittoriosa avevamo finalmente portato a compimento l’unità e quindi la liberazione e il riscatto dell’Italia da tre secoli e mezzo di dominio straniero, diretto e indiretto - dominio iniziatosi con la grande tragedia delle Guerre d’Italia, nella prima metà del Cinquecento, le ripetute invasioni straniere (con gli Asburgo e i francesi Valois in prima fila, in lotta tra loro) che distrussero la fragile, instabile libertà dell’Italia divisa in deboli Stati l’un l’altro nemici; sul fatto che, sottopostici ad una prova così ardua, noi, Stato giovane, senza tradizioni, economicamente e militarmente debole, disprezzato da tutti (malignamente ci ricordavano la sconfitta di Adua e l’aver fondato lo Stato nazionale “con le vittorie degli altri”, come dicevano) ---- noi, dunque, avevamo pur dimostrato notevoli capacità organizzative e tempra di combattenti e proprio dopo la grave sconfitta di Caporetto, grazie anche all’emergere di un sentimento collettivo del dovere e di Patria per l’innanzi rinvenibile solo nelle minoranze più consapevoli. Appariva definitivamente superato, sul piano morale, il “difetto d’origine” (come disse l’illustre storico Gioacchino Volpe) insito nella nostra pur indispensabile unificazione, l’ esser cioè avvenuta in modo troppo brusco e traumatico per il Meridione d’Italia. 
Chi avrebbe il coraggio di ricordare, nel mefitico clima odierno, queste parole di Gentile, che pur esprimevano il modo di sentire positivo della Nazione, subito dopo la vittoria?

“La nostra vittoria non è stata soltanto il compimento dell’unità e della realtà politica e territoriale italiana.  Essa ha fatto molto di più, rivendicando il nostro onore militare e levando a gloriosa altezza il concetto del nostro carattere nazionale; onde il popolo d’Italia è uscito finalmente dal limbo delle nazioni agitate dalla velleità impotente di esistere e affermarsi nella loro piena autonomia politica, ed entrato, si può dire, per la prima volta nella grande storia del mondo”[13].

2. La falsificazione del Ricordo

 Oggi, dopo settantadue anni di un regime politico-culturale nato dalla disfatta nella II Guerra Mondiale, dalla connessa guerra civile e dalle umilianti  e crudeli occupazioni straniere; il quale regime ha fatto della demolizione dell’idea stessa di Patria, bene comune e valori correlati, sia civili che religiosi, un imperativo categorico e un vero e proprio modo di vivere; o g g i ,  non si vuol più credere allo Stato né alla nazione e nemmeno al popolo, come valori esprimenti realtà spirituali, sociali, storiche, territoriali per le quali occorre anche combattere e morire.  Al loro posto si esalta l’individuo senza storia e senza patria, senza morale e senza religione del “villaggio globale”, un individuo a ben vedere del tutto astratto, storicamente inesistente, parto delle insane utopie di una democrazia in decomposizione;  individuo cui si vogliono assurdamente attribuire tutti i diritti e nessun dovere, a cominciare dal chimerico “diritto alla felicità” – felicità, ovviamente, materiale, da conseguirsi nel miglior modo possibile in questo mondo, alla svelta e ad libitum, possibilmente con il contributo dello Stato.   Come si poteva celebrare degnamente una guerra condotta, da tanti giovani che vi dovettero partecipare, all’insegna della “religione della Patria” e dei conseguenti ideali di riscatto morale, sacrificio, disciplina, dovere, onore, virtù militari?  Tutte cose perfettamente sconosciute oggi, nell’epoca della nefanda Rivoluzione Sessuale imposta dall’Unione Europea alle masse inevitabilmente plaudenti e gaudenti, un’epoca nella quale si è arrivati, auspice l’ONU, a voler corrompere la gioventù sin dall’infanzia, con l’insegnamento imposto per legge del libertinaggio e dell’omosessualismo sin dai primi anni di scuola! 
Bisognava concentrarsi solo sugli aspetti negativi di quella guerra, molti dei quali già ampiamente noti:  l’ottusità  di certi generali e ufficiali; la loro colpevole insensibilità per le sofferenze dei soldati, a cominciare da Luigi Cadorna, comandante supremo sino a Caporetto, il quale, pur non privo di qualità, mai tentò di comprendere il lato umano del combattente o di elaborare una tattica diversa dal sanguinoso attacco frontale alla baionetta, che si riteneva imposto dalla linea continua del lunghissimo fronte – in questo, per la verità, simile per mentalità alla gran maggioranza dei generali dell’epoca, di tutti gli eserciti; l’inaccettabile abbandono dei nostri soldati prigionieri, considerati assurdamente come dei traditori o dei vili; la durezza, a volte disumana, della vita nelle trincee, soprattutto nel primo anno di guerra; le numerose morti per malattia o in prigionia; le sofferenze dei civili; lo squallore delle retrovie; le deficienze, anche serie, della nostra organizzazione militare;  le episodiche ribellioni e le conseguenti  decimazioni e fucilazioni, che comunque, in totale, non sembrano esser state più di un migliaio; gli imboscati…  Come se questi fenomeni negativi ci fossero stati soltanto da noi; come se nel Regio Esercito non ci fossero stati anche eccellenti generali e ufficiali e, nell’ultimo anno di guerra, emendati diversi errori e magagne, finalmente ben nutrito, ben armato, meglio comandato, quell’esercito non si fosse trasformato in un più che valido strumento bellico, animato da forte spirito di corpo e volontà di vittoria; come se dopo la batosta di Caporetto, le cui cause furono soprattutto militari, tutto il Paese non fosse stato animato da una grande e compatta volontà di resistere all’invasione straniera, gravida di tutti i sinistri ricordi di un passato che non si voleva veder più ritornare.
Si scrivono oggi volumi sul dramma, sul dolore, sull’angoscia dei feriti, dei mutilati, degli invalidi della Grande Guerra, andando a spulciare negli archivi più riposti, al fine di presentarli come uno spettrale esercito di silenziose e silenziate vittime innocenti del “grande massacro”; in modo da rinfocolare la condanna apodittica della guerra, di ogni guerra e in particolare di quella  guerra, che ci ha definitivamente riscattato dalla servitù allo Straniero e consolidati – ma bisognerebbe dire rifondati – come Patria unitaria.  Ebbene, il quadro così ben documentato  che emerge da questi studi finisce tuttavia col darci  un’immagine distorta di quel momento storico.  I feriti e i mutilati ed invalidi furono sempre oggetto di grande e patriottico rispetto, durante la guerra e nel dopoguerra. In ogni caso, non passavano il tempo a piangersi addosso.  Subito dopo Caporetto, le loro associazioni si mobilitarono spontaneamente ed infaticabilmente in tutto il Paese per spronarlo alla riscossa morale, alla lotta contro l’invasione straniera, alla resurrezione.
Nelle giornate del tracollo sull’Alto Isonzo, Cadorna aveva dato ai soldati la colpa della disfatta, in un demenziale bollettino, subito conosciuto all’estero (cosa che ci rovinò la reputazione), prima che il governo italiano lo ritirasse dopo poche ore, sostituendolo con uno pur assurdamente critico dei soldati ma non in quei termini.  Cadorna:  “la mancata resistenza di reparti della 2a Armata, vilmente ritiratisi senza combattere o ignominiosamente arresisi al nemico, ha permesso alle forze austro-germaniche di rompere la nostra ala sinistra sulla fronte giulia.  Gli sforzi valorosi delle altre truppe non sono riusciti ad impedire all’avversario di penetrare nel sacro suolo della Patria…”.   
L’accusa era falsa.  L’esercito era logoro e stanco, dissanguato da quel modo di combattere, con i continui assalti frontali (e sempre in salita), allo scoperto contro reticolati  irrorati dal tiro delle mitragliatrici, che decimavano senza pietà, oppresso da un’applicazione troppo spesso ottusa e insensibile del regolamento.  C’era anche la propaganda disfattista e nel marzo era cominciata la Rivoluzione Russa, guidata dai soldati in rivolta contro la guerra ormai persa contro gli Imperi Centrali. Tutti gli eserciti erano stanchi della carneficina: dopo l’ennesima inutile e sanguinosa offensiva frontale, nell’esercito francese erano scoppiati vasti ammutinamenti, puniti con un certo numero di incarcerazioni e fucilazioni.  E fu una crisi che praticamente ne annullò ogni possibilità d’impiego dall’estate all’autunno del 1917[14]. Ma i comandi francesi non commisero l’errore e la slealtà di scagliarsi pubblicamente contro i loro propri soldati, peraltro spesso vittime (come i nostri) degli errori dei comandi. Né avevano dato, i francesi, troppa pubblicità ai collassi e alle fughe delle loro truppe in seguito alla prima travolgente offensiva tedesca attraverso il Belgio, nell’agosto del 1914, risultanti nella perdita di circa 300.000 uomini tra morti, feriti, dispersi, prigionieri:  una batosta non dissimile da quella di Caporetto, ma su di un terreno molto più facile ad organizzarsi a difesa.  E difatti l’offensiva fu arrestata e respinta con la Prima Battaglia della Marna,  il 6-9 settembre 1914 [15].  

Per tutta la nazione lo shock di Caporetto fu terribile.  Ma ci fu una salutare reazione morale, che non fu solo di grandi intellettuali, come Croce e Gentile.  Fu anche collettiva, popolare.    
Scrisse Prezzolini:  “Occorreva che qualcuno sorgesse, con anima invitta, a fronteggiare gli eventi, a rincuorare i dubitanti, a sferzare i vili, a richiamare ciascuno al suo posto di combattimento e di dolore.  E sorsero coloro che avevano offerto alla guerra il più e il meglio delle loro forze, delle loro energie, della loro carne e del loro sangue, dei loro ideali e della loro virtù:  sorsero i mutilati, gli invalidi di guerra.  Bastò un laconico invito di convocazione pubblicato dai giornali cittadini per farli uscire dagli ospedali colle piaghe aperte, coi moncherini fasciati e accorrere a quell’assemblea di via San Paolo, 10, dove ognuno dichiarò di porre a disposizione della Patria, nell’ora del pericolo, nuovamente, quel che gli era rimasto e che poteva ancora utilmente esser sacrificato per la causa santa della redenzione italiana.  E nacque la Sezione Mutilati che accorse lassù tra l’esercito disperso e centuplicò ogni sua forza per riordinare le file dei combattenti e ridare ai cuori la fiducia sublime nella necessità dello strazio e nella certezza del successo; e nacque il Comitato di Azione che si gettò, come si disse, tra l’esercito e la Nazione, mirabile collegamento ideale, invocando per l’uno e per l’altra sereno compimento del più arduo dovere”[16].  
Questo si dovrebbe soprattutto ricordare dei mutilati ed invalidi di guerra di allora, se si volesse far opera intenta a cogliere il vero spirito dei tempi e non di ideologia, inondandoci con le categorie di una pseudoscienza tratta dal femminismo, dalla psicoanalisi, dal sociologismo e dallo psicologismo più vieti, e chi più ne ha più ne metta. I mutilati ed invalidi andavano a parlare anche nelle fabbriche, alle operaie e agli operai, in un ambiente ostile alla guerra, con parole semplici, spontanee, piene di fede nei destini della Patria; testimoni viventi del dovere di reagire tutti alla sventura, che tutti avrebbe travolto.  Incutevano rispetto, commuovevano, trascinavano[17].

 La falsificazione del significato si fonda anche sull’ignoranza.  Ignoranza dei fatti storici, essendo notoriamente la storia una delle discipline più bistrattate dall’odierna “cultura di massa”.  Et pour cause, dato che l’ edonismo dominante, nel suo radicale nichilismo, deve far piazza pulita anche della vera cultura e in primo luogo dell’esatta conoscenza della storia:  conoscenza troppo spesso scomoda, che ci impedisce di adagiarci in un presente senza tempo, come se fossimo figli di nessuno e capaci di vivere come tanti Robinson Crusoe[18].  È vero che nemmeno bisogna vivere costantemente rivolti al passato, magari per nutrire sentimenti di vendetta o ingiustificati complessi di inferiorità.  Ciò che non si può accettare è l’ignoranza di principio, per poi adagiarsi negli stereotipi del politicamente corretto, che ha fabbricato un’immagine del passato settaria, antiitaliana e antieuropea, anti tutto quello che rappresenta la nostra più autentica eredità spirituale. 
  
3.  Vittoria “mutilata”? No:  “Sconfitta travestita da vittoria”! grida la menzogna 

Un filosofo tedesco contemporaneo, il discusso prof. Peter Sloterdijk, noto per una sua Critica della ragion cinica (1983), alcuni anni fa, in un suo intervento polemico sulla “riconciliazione franco-tedesca”, ha sentenziato in modo del tutto estemporaneo che l’Italia era un caso classico di cattiva coscienza nei confronti del proprio passato perché aveva voluto tramutare una guerra persa in una falsa vittoria:  se ne arguisce che per noi la I g.m. sarebbe finita con la spettacolare sconfitta di Caporetto.  “Vincere o perdere una guerra e soprattutto saperlo riconoscere, diventa decisivo per l’evoluzione di un popolo.”  Ma gli italiani nel 1918 avrebbero “falsificato i risultati della guerra”. Infatti, “si è parlato all’epoca di vittoria mutilata, ma la prova dell’Italia è stata una sconfitta travestita da vittoria”.  A  causa di questa falsa coscienza, di questa menzogna, il nostro Paese “non ha potuto percorrere il travaglio della metànoia  [pentimento ed espiazione] e la menzogna è sfociata nella tragedia del fascismo”[19].  Vedi un po’:  avremmo dovuto perdere sul serio, per meritarci le lodi di intellettuali come il prof. Sloterdijk!  E, se avessimo perso, non sarebbe nato il fascismo,   Male assoluto!   Ma si rendono conto, certi intellettuali e professori, delle castronerie che dicono?

Il prof. Sloterdijk sembra riproporre lo stereotipo di una certa storiografia di sinistra a sfondo moralistico, particolarmente amata tra i “liberals” anglosassoni, secondo la quale la vittoria (o la creduta vittoria) nella prima guerra mondiale sarebbe stata la causa principale della nascita e dell’avvento del fascismo, che avrebbe saputo sfruttare abilmente il mito della “vittoria mutilata”.  Come sappiamo, gli ex-combattenti furono numerosi tra i seguaci di Mussolini della prima ora (ma ce ne furono anche tra gli antifascisti: pensiamo agli Arditi del Popolo o a personalità come Pacciardi e Lussu, tipici esponenti dell’interventismo democratico, antifascisti duri e intransigenti).  In ogni caso, lo stereotipo non regge.  Il fascismo ad un certo punto si impose non per quello che voleva essere all’origine (un movimento nazionalista tendenzialmente di sinistra sul piano sociale, che si proponeva di rinnovare l’Italia anche nella mentalità) ma per quello che riuscì ad essere nel moto di reazione nazionale al Biennio Rosso:  conquistando il dominio della piazza strappata alla sinistra, esso catalizzò la reazione di ampi strati della popolazione contro il tentativo social-comunista di trasformare con leggi distruttive della proprietà privata, scioperi rivoluzionari e la violenza di piazza l’Italia in una Repubblica sovietica – reazione più che legittima, che non aveva nulla a che fare con lo slogan della “vittoria mutilata”.   
Credo che il “mito della vittoria mutilata” evochi oggi, presso i più, l’idea di una menzogna dai contorni nebulosi che avrebbe costituito un cavallo di battaglia del fascismo trionfante.  Fu, invece, un’impressione che cominciò a diffondersi nella stampa e nell’opinione pubblica, anche presso l’interventismo democratico, di sinistra, di fronte all’atteggiamento dei tre altri vincitori nei nostri confronti, durante i negoziati di pace a Versailles, nel 1919.  Secondo gli accordi presi in segreto con Gran Bretagna, Francia e Russia zarista (Patto di Londra del 26 aprile 1915) noi, in caso di vittoria, avremmo dovuto avere tutto il territorio ex-austriaco in Italia, dal Trentino e dall’Alto Adige sino al Brennero (etnicamente tedesco ma geograficamente italiano, confine strategico naturale indispensabile) per finire a Trieste e all’Istria con Pola.  In più, fuori d’Italia, un terzo della Dalmazia con Zara (città a larga maggioranza italiana), qualche altro centro e diverse isole. Fiume, oggi Rijeka, porto appartenente alla Corona d’Ungheria come Corpus Separatum ma con netta maggioranza italiana, non rientrava negli accordi: sarebbe dovuta andare ad una Croazia regione semiautonoma nell’ambito dell’impero austroungarico (che nel Patto di Londra non si voleva distruggere ma ridimensionare).  Ma verso la fine della guerra, il 30 settembre 1918, ci fu un plebiscito locale che richiese l’annessione di Fiume all’Italia.  Al tavolo della pace, i nostri rappresentanti aggiunsero allora Fiume alla lista.  Woodrow Wilson, il presidente americano, che nel 1914 non aveva esitato ad esercitarsi nella “politica delle cannoniere” nei confronti del Messico, per tutelarvi gli interessi americani,  dichiarò che era finita l’epoca della diplomazia segreta: adesso dovevano prevalere i principi e metodi democratici resi noti l’8 gennaio 1918 nei suoi 14 Punti per la pace nel mondo.  Wilson accettò alla fine le nostre richieste su tutto l’arco alpino sino a Trieste e all’Istria ma si oppose decisamente sia all’acquisto di Fiume che della Dalmazia, anche per quella parte che Francesi e Inglesi si erano impegnati a riconoscerci, con il Patto di Londra.   
Gli inglesi e soprattutto i francesi, sfruttando l’opposizione di Wilson, che sosteneva sistematicamente le richieste jugoslave contro di noi, si rimangiarono quanto promessoci a Londra sulla Dalmazia, e ovviamente si opposero a Fiume italiana. Da qui nacque l’immagine piena di pathos, coniata da D’Annunzio, della vittoria “mutilata”:  gli Alleati ci negavano ingiustamente una parte pur sempre essenziale (si riteneva) di quanto pattuito.  Ci si replicava:  avevamo pur ottenuto, noi italiani, tutto l’arco alpino dal Brennero a Trieste, con in aggiunta l’Istria, più l’isola di Saseno e Valona in Albania, campo trincerato strategicamente essenziale, che avevamo occupato e tenuto per tutta la guerra.  Si diffondeva, in modo più o meno discreto, la menzogna secondo la quale il nostro contributo alla Vittoria era stato del tutto marginale e quasi nullo; che, dopo Caporetto, ci eravamo ripresi e avevamo vinto  s o l o  grazie all’aiuto franco-britannico; che la battaglia risolutiva di Vittorio Veneto era arrivata troppo tardi per decidere le sorti della guerra, sul decorso della quale non aveva comunque avuto alcun effetto (era la tesi del Maresciallo Foch).  Che volevamo, ancora?[20]
Ci eravamo dimenticati di tutti gli aiuti materiali e finanziari ricevuti, alla fine  soprattutto dagli americani? Inglesi e francesi recitavano la parte virtuosa di chi, spinto dalla necessità, turandosi il naso, aveva dovuto, col Patto di Londra, accettare le nostre “esose” richieste, per averci come alleati.  Si erano dimenticati, evidentemente, di quando, non appena dichiarata la nostra neutralità il 3 agosto del ’14, i loro uomini politici, appena dichiarata il 4 agosto la guerra alla Germania che il giorno prima aveva invaso il Belgio neutrale, si erano subito posti il problema di tirarci dalla loro parte.  Discutendo il Gabinetto di Sua Maestà il 5 agosto su come ampliare la guerra, il Primo Segretario alle Colonie, Sir Lewis Harcourt aveva detto: “Can we buy Italy? Possiamo comprarci l’Italia?”. Proposta: “Diciamo loro che, se vengono dalla nostra parte, possono avere il nostro aiuto sulla costa Adriatica contro l’Austria”[21].  Certo, le nostre richieste di territorio e basi sulla costa dalmata saranno parse e state anche eccessive, ma, entrando in una guerra di quel calibro, decisiva per il nostro futuro e che metteva in gioco la nostra stessa esistenza nazionale, cosa dovevamo chiedere?  Il minimo?  Non conveniva chiedere il massimo per ottenere poi (sicuramente) di meno, se si fosse vinto?  L’errore nostro, caso mai, fu quello, a Versailles, di incagliarsi sulla questione di Fiume (che non rientrava nel Patto di Londra) e di non cercare subito un accordo con il nuovo e turbolento Stato jugoslavo, con il quale, volenti o nolenti, bisognava fare i conti.
Era poi vero che la battaglia di Vittorio Veneto avremmo dovuto iniziarla almeno un mese prima, quando il fronte balcanico degli Imperi Centrali aveva cominciato a cedere.  Prima, per non trovarci con gli Austriaci ancora sul Piave alla fine della guerra e per non trovarci  in posizione di grave inferiorità al tavolo della pace. Ma la “mutilazione”, se vogliamo, ci fu, non si trattò di un mito, nel senso di fatto inventato, anche se a questo fatto, rientrante nel gioco dei rapporti di potenza, si reagì in modo esorbitante. Di esso si appropriò il nazionalismo visionario e imaginifico del Vate, il quale contribuì con l’impresa fiumana ad instaurare il clima rivoluzionario di quell’incandescente Primo Dopoguerra. Fiume, eretta alla fine a Versailles come Stato libero, l’ottenemmo successivamente, nel 1924, dopo le note vicende; della parte di Dalmazia promessa a Londra avemmo solo Zara, l’isola di Làgosta e l’arcipelago di Pelagosa, ma solo grazie ad un successivo accordo di Nitti, presidente del consiglio, con gli jugoslavi, cui furono fatte diverse concessioni (Trattato di Rapallo del 12 novembre 1920 con il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni)[22].     
L’indignazione che investì la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica italiana del tempo, convinta che il nostro contributo alla vittoria non fosse stato adeguatamente riconosciuto dagli Alleati, va compresa nel suo contesto storico.  Era giusto che gli jugoslavi avessero il loro Stato e saggezza avrebbe voluto che si cercasse di stabilire con loro rapporti di buon vicinato sin dall’inizio, come già preconizzava ai suoi tempi Mazzini.  Ma la cosa non era affatto facile, poiché il loro nazionalismo, come si è visto, era anche più aggressivo del nostro[23]
E non era  vero che sloveni e croati sin  al giorno prima avevano combattuto dall’altra parte e che noi avevamo pur dato un contributo notevolissimo alla vittoria,  sicuramente più importante di quello dei pur tenaci serbi, con le nostre centinaia di migliaia di caduti  e soprattutto con l’aver tenuto per tre anni e mezzo e con grandi sacrifici un fronte che, alla fine, aveva logorato in maniera irreparabile l’Austria-Ungheria?  Non avevamo, allora, maggior diritto dei nemici di ieri a veder riconosciute le nostre pretese? Tanto più che in Istria e Dalmazia, concentrate nelle città, c’erano per l’appunto da secoli consistenti, laboriose minoranze italiane contro le quali il governo asburgico aveva sempre favorito l’avanzata degli slavi (fatte poi fuggire in massa, queste minoranze, con gli “infoibamenti” e le  intimidazioni dal sanguinario capo comunista, il Maresciallo Tito, il croato Josip Broz, negli anni del secondo dopoguerra).  E le numerose truppe slavomeridionali (jugo-slave) della Duplice Monarchia non erano certo state tra le più tenere nei confronti dei civili rimasti, durante la durissima occupazione austroungarica del Friuli e del Veneto, dopo Caporetto, durata un anno.  
Simili pensieri e sentimenti agitavano allora le folle in Italia.  C’erano poi le ragioni strategiche.  Avere basi in Dalmazia e in Albania serviva a proteggere efficacemente la nostra costa adriatica, lunga, piatta, indifendibile per quasi settecento km, da Ancona al tacco dello stivale.   Ma tant’è: né le grandi potenze né tantomeno gli slavi  volevano un’Italia forte, che dominasse l’Adriatico, utilizzando tale dominio non solo per la propria sicurezza (come al tempo della Repubblica di Venezia) ma anche per promuovere la sua influenza nei Balcani, a danno di quella francese e inglese.  Sembrava poi eccessivo pretendere anche Fiume, dopo che eravamo entrati in possesso di Trieste e Pola. Noi eravamo ovviamente la potenza più debole tra i Quattro Grandi (che erano poi cinque col Giappone, che si incamerò zitto zitto diverse colonie tedesche del Pacifico e vide di fatto tollerata la sua aspirazione ad espandersi in Cina, in futuro fonte di grandi guai).  Bisognava esser realisti e comunque non eccedere.  I Grandi volevano bilanciare la nostra neoacquisita forza con uno Stato unitario degli slavi meridionali.  In particolare la Francia aveva ampi piani per i Balcani, mirando a sostituirsi  all’Austria-Ungheria e alla Russia come potenza egemone nel settore. L’aver insistito su Fiume alla Conferenza della Pace a Parigi ci isolò e fu un errore:  avevano ragione quelli che ritenevano doversi puntare subito sulla formula dello Stato libero, che poi si affermò poiché era evidente che gli italiani di Fiume (e non solo) in ogni caso non volevano esser governati dagli slavi, animati com’erano quest’ultimi nei loro confronti da un’ostilità tale, da negare l’esistenza stessa di una minoranza italiana.

 Se il “mito della vittoria mutilata”, oltre ad un certo fondamento nei fatti, si spiega anche come reazione all’atteggiamento ostile (e anche sprezzante) degli Alleati, e in particolare di Wilson, nei nostri confronti, come se noi non avessimo dato un valido contributo alla vittoria comune, che spiegazione possiamo trovare  alla vera e propria falsa rappresentazione della nostra guerra, che oggi, dopo un secolo, sembra assurdamente diffondersi; rappresentazione che ho chiamato della “vittoria negata”?  La nostra vittoria non ci sarebbe mai stata!  I nostri alleati di allora, nel clima infuocato e interessato del 1919 e 1920, insinuavano, con evidente malafede, che il nostro contributo alla Vittoria era stato minimo e quasi nullo, ma non arrivavano al punto di dire che avevamo addirittura perso la guerra a Caporetto: evidente falsità, che oggi invece sembra aver trovato cittadinanza anche tra gli italiani!  
Secondo questa truffaldina vulgata, l’armistizio (4 novembre 1918) ci avrebbe trovati sul Piave e sul Grappa, ancora a leccarci le ferite di Caporetto ben nascosti dietro le divisioni francesi e britanniche inviate a soccorrerci, che avrebbero esse sole travolto l’ormai logoro nemico, che comunque ci aveva già sconfitto definitivamente a Caporetto! Abbiamo visto che il citato prof. Sloterdijk ha parlato come persona che ignora completamente i fatti della nostra guerra. Ma non è stato il solo, visto che anche a livello di istruzione superiore, c’è chi ritiene oggi, in Italia, che la Grande Guerra noi l’abbiamo persa a Caporetto!  Lì sarebbe malamente finita per noi la brutta avventura, incautamente intrapresa!

 “Aneddoto di poche settimane fa.  Un dottorando di laurea magistrale (quinto anno di scienze politiche) menzionò in sede di esame la sconfitta dell’Italia nella I g.m. ‘Lei si riferisce alla vittoria mutilata’?, gli chiese il professore che lo interrogava.  ‘Ma no, a Caporetto, che ci ha messo fuori combattimento!’, rispose lo studente, il quale ignorava che Caporetto fu una grave sconfitta, ma non l’unica né la più grave subíta dagli eserciti alleati nella Grande Guerra e che non determinò lo sbandamento e l’uscita dal conflitto dell’Italia”[24].

4. La calunnia degli italiani che “si nascondevano” dietro inglesi e francesi, portati da loro per mano a vincere i già vinti!   

Ma anche storici rispettati non hanno esitato ad avallare le interpretazioni più false.  Un noto storico inglese, Alan J. P. Taylor, in un suo libro, La monarchia asburgica, scritto nel 1948 e ristampato da Mondadori negli Oscar, 1985, ha avuto il coraggio di affermare:  “Il 3 novembre l’alto comando austro-ungarico, negoziando in nome di un impero che non esisteva più, si arrese agli italiani.  Dopo la firma dell’armistizio, ma prima della sua entrata in vigore, gli italiani sbucarono da dietro le truppe inglesi e francesi, dove s’erano tentuti nascosti, e nella grande “vittoria”di Vittorio Veneto – raro trionfo delle armi italiane – catturarono centinaia di migliaia di soldati austro-ungarici disarmati e che non opponevano nessuna resistenza. Il grosso dell’esercito austro-ungarico si sfasciò completamente e ognuno cercò come meglio poteva, in mezzo alla confusione e al caos, di trovare la via del ritorno nella propria patria nazionale”[25].   Questo Autore mostra anche di non conoscere i fatti poiché situa la (per lui finta) battaglia di Vittorio Veneto dopo la firma dell’Armistizio, apposta il pomeriggio del 3 novembre, quando invece l’Armistizio (la resa incondizionata dell’Austria-Ungheria) fu la conseguenza inevitabile di quella battaglia, iniziatasi dieci giorni prima e giunta al suo esito fatale dopo cinque giorni effettivi (il 28 ottobre, inizio dello sfondamento).  Né mostra di conoscere come andarono effettivamente le cose, a proposito della corretta entrata in vigore dell’Armistizio.
Si tratta di affermazioni addirittura ignobili, quelle del Taylor, tanto sono false, e dettate da evidente malanimo.
Gli italiani iniziarono la battaglia di Vittorio Veneto il 24 ottobre, con violenti combattimenti sul Grappa, durati cinque giorni, dove, in cambio di pochi guadagni territoriali , ebbero gravi perdite e non passarono, anche se provocarono lo spostamento di parte delle riserve austriache verso il Grappa, assottigliando così lo schieramento in pianura;  sul Piave il 26 a causa della pioggia e della piena, che portò subito via tutti i  ponti che alimentavano le tre teste di ponte costituite, tranne quelli nel settore inglese, alle Grave di Papadopoli, dove il fiume era piuttosto largo (circa 3 km) e meno violenta la piena, con grandi isolotti ghiaiosi nel mezzo. Allora il generale Caviglia, comandante della poderosa 8a armata, attuò il giorno 28 ottobre una variante operativa già prevista dal piano d’attacco, facendo passare sui ponti del settore inglese, unici al momento intatti, due divisioni italiane (cioè un “corpo d’armata”) che poi, dispiegatesi sulla loro sinistra, ricacciata indietro una divisione ungherese che le separava dalla testa di ponte centrale, congiuntesi con quest’ultima, sfondarono al centro la seconda linea austriaca, agendo sempre in sinergia con la 10a armata, che era appunto quella mista, anglo-italiana, come previsto dal piano d’attacco.  Lo sfondamento riuscì  perché i generali austroungarici si erano accorti tardi della mossa di Caviglia, che materializzava l’attacco principale, previsto appunto al centro, ma anche perché non riuscirono ad organizzare l’indispensabile contrattacco a causa del dissolvimento ormai in atto nelle loro formazioni di riserva,  sia per gli ammutinamenti che  per lo sfinimento delle truppe; caos che cominciò ad estendersi alla linea del fronte, ormai rotta e sottoposta ad aggiramento. 
“La armate sostengono già da cinque giorni accaniti combattimenti e non sembra che lo sforzo offensivo del nemico stia per esaurirsi.  La capacità di resistenza delle nostre truppe è ormai seriamente compromessa...”:  lo affermava il 28 ottobre un drammatico messaggio del Gruppo di Armate Boroević al Comando supremo austriaco[26].
Scrive la Relazione Ufficiale Austriaca:
“E il 28 mattina i reparti avanzati del XVIII corpo [le due divisioni italiane di Caviglia] passano sull’altra riva [usando i ponti del settore inglese].  La 34a divisione di fanteria [a.u.] arriva a Farra, ma il contrattacco che avrebbe dovuto svolgere verso mezzogiorno su Sernaglia il generale Luxardo (34a divisione di fanteria, resti della 11a di cavalleria Honvéd [ungherese], 12a Schützen [fucilieri] a cavallo, 128° fanteria) non può essere neppure iniziato.  Tre battaglioni della 34a divisione [tre su dodici, se era a ranghi completi] si sono ammutinati durante la marcia e le altre truppe sono ridotte in condizioni tali, che si pensa di poterle impiegare soltanto per difendere le posizioni di Farra di Soligo.  Nel pomeriggio, dopo prolungati interventi dell’artiglieria, il XXVII e il XXII corpo d’armata italiano attaccano l’ala est del II corpo [a.u.].   I reparti si muovono da Mosnigo e Sernaglia con una certa esitazione per saggiare la capacità reattiva delle forze contrapposte.  Alle 15 la 25a divisione di fanteria [a.u.] schierata fra Colbertaldo e Farra di Soligo, riceve la notizia che il nemico è penetrato in profondità nel settore della contigua 31a divisione occupando Valdobbiadene.  Le punte avversarie si stanno già avvicinando al tergo della grande unità nella zona di S. Pietro e le truppe del XXVII  e XXII corpo italiano, avanzando a raggera in tutta la conca di Soligo, sono quasi arrivate sul dosso montano a nord di Farra”[27].
Dallo scarno ma preciso resoconto, si vede delinarsi lo sfondamento, ad opera delle divisioni italiane, nel quinto giorno della battaglia.  La Relazione prosegue narrando l’ulteriore avanzata coordinata, in quello stesso giorno, di italiani e anglo-italiani, affermando ad un certo punto:  “Ormai, dopo la comparsa del XVIII corpo italiano a sud del XXIV [a.u.] e il ripiegamento delle forze del generale Berndt oltre il torrente Monticano [incalzato dall’armata mista di Lord Cavan], la situazione dell’ala sinistra della 6a armata [a.u.] è diventua insostenibile…”[28]

 Prezzolini, che a volte eccedeva nella polemica, fu tra coloro che sostennero non esserci mai stata una vera  battaglia di Vittorio Veneto, essendosi più che altro trattato di un’avanzata alle calcagna di un nemico che si ritirava già di per sé, dissolvendosi.  Che significato dobbiamo dare, allora, al drammatico messaggio appena citato fatto inviare dal Feldmaresciallo Boroević al Comando Supremo austriaco?  Che il Feldmaresciallo si stava inventando una accanita battaglia che in realtà non c’era mai stata?   Prezzolini se la prendeva giustamente con l’esaltazione nazionalista che, subito dopo la guerra, sragionava di Vittorio Veneto come di una grande battaglia di annientamento tutta italiana contro un nemico ancora fortissimo, battaglia che avrebbe deciso da sola le sorti dell’intera guerra.  Il nemico era sì logoro e male in arnese, ma ancora rispettabile, soprattutto quando combatteva contro di noi, in particolare nei suoi numerosi reparti slavo-meridionali, che stavano a quel punto combattendo una guerra nella guerra, mirando cioè ad ottenere contro di noi confini il più possibile vantaggiosi per gli Stati sloveno e croato, che già stavano nascendo dalla ormai inarrestabile dissoluzione dell’impero.  Anche cèchi e slovacchi si stavano separando dall’impero, unitamente agli ungheresi, la cui patria, dopo il crollo della Bulgaria il 29 settembre, era aperta all’invasione dell’Armata d’Oriente: si ammutinavano perché volevano tornare a difenderla.  Divisioni ungheresi, da sempre tra le migliori truppe dell’Imperial Regio, combatterono comunque sul Grappa sino all’ultimo[29].
 Ma la battaglia ci fu, non si trattò di una semplice passeggiata militare.  Negarla, sarebbe anche mancare di rispetto all’esercito della Duplice Monarchia,  che si batté valorosamente sino all’ultimo. La guerra era già decisa, ormai gli Imperi Centrali avevano perso, per progressivo logoramento e cedimento interno.  I loro capi stavano cercando di riportare in ordine i loro rispettivi eserciti entro i confini nazionali, su una linea di difesa che andava grosso modo dal Reno ai confini nazionali austriaci verso Sud, in sostanza alle Alpi, per poter così negoziare  un decente armistizio, sulla base dei 14 punti di Wilson.  Tuttavia, il collasso dell’esercito asburgico in Italia, aprendo di colpo all’Intesa la via dell’invasione della Germania da Sud, contro la quale i tedeschi non avevano più truppe da schierare, costrinse la Germania ad accettare rapidamente l’armistizio, cioè la resa incondizionata,  firmata l’11 novembre 1917, solo sette giorni dopo quella austriaca.   In questo senso, la battaglia di Vittorio Veneto accelerò la fine della guerra:  così almeno scrisse il famoso generale tedesco Erich Ludendorff in una lettera del 7 novembre 1919, che non viene in genere mai citata, forse per non dare soddisfazione agli italiani, dato che si vuol lasciar scorrettamente intendere ancor oggi che il contributo del nostro fronte alla vittoria alleata è stato nullo o quasi[30].
“[Nel giugno del 1918] l’Austria-Ungheria aveva riportato una sconfitta che poteva essere decisiva [vedendo fallire la sua ultima, grande offensiva su tutto il fronte italiano]…se l’Austria, come avevamo ragione di temere, cadeva, la guerra era perduta.  Per la prima volta avemmo la sensazione della nostra sconfitta…Nell’ottobre del 1918 ancora una volta sulla fronte italiana rintronò il colpo mortale.  A Vittorio Veneto l’Austria non aveva perduto una battaglia, ma aveva perduto la guerra e se stessa, trascinando la Germania nella propria rovina.  Senza la battaglia distruttrice di Vittorio Veneto  noi avremmo potuto, in unione d’armi con la Monarchia austro-ungarica, continuare la resistenza disperata per tutto l’inverno, avere in tal modo il tempo e la possibilità di conseguire una pace meno dura, perché gli Alleati erano molto stanchi”[31].
L’episodio dei ponti  alle Grave di Papadopoli, provocato dalla piena che aveva distrutto tutti gli altri ponti, viene utilizzato da storici ed intellettuali prevenuti per diffamare la nostra partecipazione alla battaglia.  Poiché i ponti erano quelli del settore britannico, si cerca di accreditare l’immagine del tutto falsa degli italiani che sbucano vilmente da dietro le prime linee tenute dalle divisioni di Sua Maestà e avanzano unicamente grazie ai loro apprestamenti, alle loro capacità, per catturare nemici che avevano già deposto le armi, sconfitti nel frattempo dai britannici, è ovvio. 
La menzognera rappresentazione del citato Taylor riappare in un libro dello storico americano Ronald W. Hanks, dedicato all’esercito austro-ungarico:  “Era chiaro che Diaz intendeva basarsi sulle divisioni inglesi della sua 10a armata per portare l’attacco al di là del fiume poiché gli italiani, su tutti e due i fianchi della 10a  armata, avrebbero attraversato più tardi degli inglesi [?].  Gli italiani avrebbero lasciato agli inglesi il compito più difficile e pericoloso dell’attraversamento del fiume.  È interessante il fatto che una volta completato lo sfondamento, gli italiani si aspettavano che gli inglesi si facessero da parte e fungessero da loro guardaspalle [sic], potendo così vittoriosamente cacciare gli austriaci sconfitti [!]”[32].
Sono affermazioni a dir poco singolari.  Questo Autore sembra ignorare, non solo i tanti ponti gettati simultaneamente dal nostro genio (compresi quelli nel settore inglese) e distrutti dal fiume in piena e dall’artiglieria nemica, ma anche il fatto che l’occupazione delle Grave di Papadopoli, che divaricavano il fiume ed erano in mano austriaca, avvenuta qualche giorno in anticipo sull’inizio effettivo dell’attacco, fu un’idea felice di un generale inglese, che voleva stabilire una testa di ponte in mezzo al fiume, in quel punto piuttosto largo, dalla quale muovere poi più agevolmente alla sponda opposta. L’idea fu naturalmente approvata da Diaz, dal momento che collimava perfettamente con il  piano di operazioni, ovviamente concordato con i comandanti inglesi e francesi.  L’occupazione fu fatta al tramonto del 23 ottobre: il primo reparto britannico ad esser trasportato, da “vogatori costituiti da gondolieri veneziani”, fu un battaglione dei Gordon Highlanders[33].
Ma Mr. Hanks  come l’ha letta la Relazione Ufficiale Austriaca, che pur cita nella sua bibliografia?  Essa espone in modo chiaro e semplice il piano d’attacco italiano, concordato con gli alleati.  “Come risulta dagli ordini diramati il 18 e il 21 ottobre, il gruppo di armate del Brenta [4a  e 12a, quest’ultima italo-francese] aveva il compito di attaccare il nemico sul massiccio del Grappa per incunearsi fra le posizioni nemiche del Tirolo e dell’alta pianura. Lo sforzo principale sarebbe stato invece svolto dalla 8a armata nella zona del Montello e dalla 10a [anglo-italiana] oltre il corso mediano del Piave.  Con la penetrazione della 8a armata verso Vittorio [Veneto] si voleva separare la 6a armata a.u. da quella dell’Isonzo [Isonzoarmee, tra le Grave di Papadopoli e la foce]  e interrompere le vie di comunicazione della prima per impedire l’afflusso di viveri e munizioni.  La 10a armata doveva proteggere la progressione della 8a su Vittorio e attirare su di sé le riserve avversarie dislocate lungo la Livenza [fiume parallelo al Piave]. Raggiunta Vittorio, Diaz pensava di continuare l’attacco con la 12a armata su Feltre, per cadere a tergo delle forze nemiche ancora schierate sul Grappa…[…]  Su suggerimento di Lord Cavan, fu deciso di compiere il 23 sera un’azione preventiva lungo il medio corso del Piave per impadronirsi dell’isola di Papadopoli e facilitare il successivo superamento dell’ostacolo fluviale”.  L’attacco doveva iniziare il 24 a partire dal Grappa mentre “la 12a armata, l’8a e la 10a dovevano forzare il Piave la sera dello stesso giorno”[34].
E così fu.  Le tre armate costituirono le loro brave teste di ponte, gli inglesi muovendo dalle Grave di Papadopoli.  Ma la piena, che si esaurì solo il 29 successivo, isolò le altre due, che restarono quindi prive di rifornimenti e soldati. Pertanto, nei primi due giorni della battaglia, ad avanzare maggiormente (però senza sfondare) fu l’armata di Lord Cavan, finché Caviglia non ebbe l’idea di far transitare le sue due divisioni nel settore del comandante inglese (che poi era un irlandese del Nord) per far riprendere alla sua armata l’iniziativa, secondo i piani.
Questi i fatti.  Certo, se uno è prevenuto, può inventarsi che il piano italiano dava agli inglesi il compito dello sfondamento principale e su ciò innestare la calunnia degli italiani che “sbucano alle spalle degli inglesi” per andare a far prigioniero un esercito che questi ultimi avevano già sconfitto [sic].

 Già all’epoca, certa pubblicistica alleata sfruttò contro di noi il fatto che Diaz aveva conferito a generali francesi e inglesi il comando di divisioni italiane.  La 12a armata era agli ordini del generale francese Jean-César Graziani e composta di ben tre divisioni italiane, di una francese e di due reggimenti francesi;  la 10a armata, agli ordini del generale Lord Cavan, aveva due divisioni e un reggimento britannico e due divisioni e un reggimento d’assalto italiani.  La citata 8a armata, formidabile unità che svolse un ruolo essenziale nella battaglia, contava ben 16 divisioni tutte italiane e vari corpi minori.  Ma c’erano anche divisioni alleate sotto comando italiano: accanto a sei divisioni italiane con i relativi corpi minori, c’erano una divisione britannica e una francese nella 6a armata, comandata dal generale Luca Montuori, schierata sull’Altopiano dei Sette Comuni.
Riferendo le azioni vittoriose sotto il comando dei due generali stranieri, la stampa tendeva all’estero e in particolare in Francia, a rappresentarle come successi di francesi ed  inglesi solamente:  i Francesi avrebbero da soli liberato Feltre, quando invece gli alpini (appartenenti alla  4a armata, del generale Giardino) vi erano già entrati due giorni prima[35]; sul Piave le divisioni inglesi di Lord Cavan avrebbero fatto tutto, e gli italiani si sarebbero limitati a sfruttarne il successo.   La musica non sembra in sostanza cambiata con gli storici attuali:  nel raccontare sinteticamente la battaglia di Vittorio Veneto, il citato autore britannico Marc Thompson e l’americano prof. John R. Schindler la rappresentano esclusivamente dal punto di vista dell’azione delle truppe britanniche, come se quella degli italiani ne fosse stata un’appendice o un agire da comparse.  Il non si sa perché tanto incensato Schindler scrive addirittura che in generale “le unità italiane avevano dimostrato ovunque indolenza, a volte persino inettitudine”.  Forse si tratta della traduzione, che non appare in effetti eccelsa, ma queste valutazioni negative non trovano giustificazione alcuna nell’andamento della battaglia[36].

5.  Un altro esempio di come si occulta il contributo italiano alla lotta comune

Abbiamo visto due casi di deformazione patente dei fatti della nostra guerra, strumentali  alla denigrazione del nostro apporto alla Vittoria.  Vediamo ora l’uso invalso di nascondere  sic et simpliciter il nostro contributo, come non ci fosse stato, attribuendo tutto il merito ai nostri alleati.
 In un lavoro peraltro serio e documentato, che approfondisce diversi importanti aspetti (soprattutto politici ed economici) della Grande Guerra, si legge un inciso di questo tipo, evidente riflesso di un topos accettato senza verifiche: durante la battaglia del Solstizio, “l’attacco di Conrad nei settori di Asiago e del Grappa fu arrestato da francesi ed inglesi e ributtato da un attacco alleato”[37].  Attacco alleato:  credo l’aggettivo voglia indicare che al contrattacco parteciparono anche gli italiani.  Un modo di passare sotto silenzio il nostro contributo, tuttora ampiamente diffuso anche in relazione agli eventi della II guerra mondiale. Per esempio, quando si menziona la campagna in NordAfrica, si parla quasi sempre dei soli tedeschi; quando si dovrebbero menzionare anche gli italiani, magari in qualche riuscita azione, si dice in genere “forze dell’Asse”.
La ricostruzione del prof. Stevenson, presentata come ovvia, che cita una storia inglese del 1998 sulla Grande Guerra, lascia sbalorditi:  da essa sembra che siano stati francesi ed inglesi da soli ad arrestare il nemico, sugli Altipiani e sul Grappa, ributtato poi da un attacco “alleato”. 
La grande battaglia detta del Montello o del Solstizio o seconda del Piave si svolse dal 15 giugno al 5 luglio 1918: l’imperial-regio esercito attaccò in modo massiccio, su tutta la linea dagli Altopiani al Grappa al Piave.   Sul Grappa e sul Piave si svolsero le azioni principali.  Gli austroungarici riuscirono ad occupare parte del Grappa e metà del Montello, un gruppo di colline subito al di là del Piave. Stabilirono due teste di ponte, una delle quali assai pericolosa, larga 8 km e profonda 5.  Ma la tenace resistenza italiana li contenne validamente, costringendoli a retrocedere sul Grappa e a ripassare il fiume, il che avvenne ordinatamente e di notte, con grande abilità.  La controffensiva italiana riconquistò completamente il tratto di qua del fiume, verso la foce, che il nemico si era preso durante la “battaglia d’arresto”dell’autunno-inverno precedente, dopo Caporetto.  Il fallimento di quest’offensiva rappresentò una sconfitta decisiva per l’Austria-Ungheria: fu allora che perse la guerra perché da quel momento il suo esercito non ebbe più capacità offensiva mentre la crisi interna si dilatava sempre più.  La battaglia di Vittorio Veneto gli diede “il colpo di grazia”, come disse il generale Caviglia.    

Vediamo cosa dice la Relazione Ufficiale Austriaca sullo svolgimento di quella battaglia nel settore di Asiago, fonte sicuramente non sospetta di partigianeria per l’Italia,  alla quale va comunque riconosciuto un lodevole spirito di imparzialità. 
Sull’Altopiano dei Sette Comuni (settore di Asiago) c’erano  al tempo due divisioni inglesi in prima linea e una di riserva, con due divisioni francesi sulla loro destra.  Erano inquadrate nella 6a armata italiana summenzionata, composta da sei divisioni italiane.  Queste forti unità francesi e inglesi si trovavano in quel settore perché il maresciallo francese Foch, nominato coordinatore della strategia dell’Intesa, in difficoltà per le poderose offensive tedesche in Francia,  dopo ripetute insistenze aveva ottenuto l’assenso di Diaz a lanciare un’offensiva sugli Altipiani per il 18 giugno 1918.  Ma le informazioni sull’imminente attacco austriaco indussero Diaz a far mettere tutto il settore sulla difensiva, evitando così l’errore di Caporetto e l’anno prima della Battaglia degli Altipiani (la c.d. Strafexpedition del 1916, che riuscimmo sia pur a fatica a contenere),  quando le prime linee troppo affollate perché predisposte ancora per l’offensiva erano state colte di sorpresa e travolte.  Queste divisioni franco-britanniche prima contennero poi respinsero agevolmente l’attacco austriaco nei loro settori, il 15 giugno. I francesi, ci informa sempre la Relazione, accorsero anche ad un certo punto in aiuto degli italiani, schierati alla loro destra, con tre battaglioni.  Anche gli italiani, duramente impegnati, consentirono al nemico progressi modesti, contenendolo a dovere sulle linee di difesa più arretrate e più forti (avevamo finalmente imparato ad attuare una difesa elastica).  L’attacco austriaco fallì (per la terza volta) il suo obiettivo strategico in quel settore, difficile e boscoso, una vera fissazione del Feldmaresciallo Conrad:  la rottura del fronte italiano sugli Altopiani e l’irruzione in pianura, alle spalle dello schieramento principale italiano. Decisivo, in più occasioni, fu il concentramento di fuoco della numerosa artiglieria italiana, che inflisse gravi perdite agli attaccanti, scompaginandone più volte i reparti[38].    
Sul Grappa, non c’erano né francesi né inglesi ma solo la 4a armata del generale Giardino, con 8 divisioni italiane, che resistette, sia pure a fatica, sostenendo feroci combattimenti ravvicinati con le truppe d’assalto nemiche,  ungheresi, bosniaci e carinziani valorosi e molto determinati[39].  L’imperial-regio stava per sfondare la nostra linea sui monti ma cime vitali come il Col Moschin ed altre furono subito riconquistate dagli Arditi, le nostre truppe d’assalto[40]. La battaglia più grossa fu combattuta in pianura e l’unico contributo straniero fu quello della divisione cecoslovacca, costituita con ex-prigionieri di guerra austroungarici (15.000 uomini).  Circa il contrattacco che franco-inglesi e italiani svilupparono successivamente nel settore di Asiago, la Relazione scrive che il 16 giugno, contenuto e respinto l’attacco austriaco del giorno prima, gli inglesi si limitarono a rastrellare la loro zona (si combatteva tra boschi e radure) e a rioccupare la loro prima linea. Idem per i francesi. Cominciavano, invece, intensi contrattacchi italiani, all’inizio privi di successo[41].  I nostri contrattacchi raggiunsero buoni risultati nella zona di Asiago dal 24 giugno al 15 luglio, quando riconquistammo i cosiddetti “Tre Monti”  con il XIII corpo d’armata della 6a armata.
“Gli inglesi e i francesi, che dal 16 giugno erano stati tranquillamente testimoni degli avvenimenti nel settore del XIII corpo d’armata italiano ed avevano agito negli ultimi giorni soltanto col poderoso fuoco delle loro artiglierie, svolsero dal 27 giugno alcune piccole puntate che diedero origine a isolati combattimenti nella “terra di nessuno”. Il corpo d’armata francese, avendo ritirato dal fronte la 23a divisione di fanteria, continuò ad appoggiare le azioni nel settore più a est con le sue batterie di grosso calibro”[42].  Ai ripetuti attacchi del XIII corpo d’armata italiano, il contributo alleato fu quello di due compagnie di cèchi ex prigionieri di guerra e del fuoco di batterie francesi in aggiunta a quello delle nostre[43].
“Con la riconquista delle linee occupate prima del 15 giugno, il XIII corpo d’armata italiano aveva raggiunto il suo scopo.  Nei giorni seguenti soltanto il corpo d’armata inglese si dimostrò piuttosto attivo e svolse diverse puntate con reparti d’assalto nella zona di Canove.  Ma il 17°, 27° e 74° fanteria [austroungarici] seppero resistere e catturarono anche alcuni prigionieri della 7a divisione inglese”[44].   
Questi, dunque, i fatti.  Essi dimostrano quanto sia inattendibile e distorta la vulgata sinteticamente ripetuta nell’occasione dal prof. Stevenson.   

6.  la Grande Guerra l’abbiamo vinta e con pieno merito, scusateci se ci siamo permessi

La nostra guerra finì dunque ignominiosamente con la “disfatta di Caporetto”, provocata da uno “sciopero militare”, come volle dire Leonida Bissolati, deputato socialista ma patriota, e da quei giorni infausti il Regio Esercito cessò di esistere come forza combattente degna di questo nome?  I nostri alleati franco-britannici avrebbero fatto tutto, a loro soli il merito della difesa del Piave e sul Grappa, sugli Altipiani?  Per tacere della vittoria finale a Vittorio Veneto?
Chiunque conosca anche sommariamente i fatti non può che denunciare la falsità di tutti questi stereotipi, come credo di aver dimostrato.   A Caporetto, di cui quest’anno ricorre il centenario, non ci fu nessuno “sciopero militare”.
Furono la totale sorpresa e la nuova, intelligente tattica del nemico, unitamente a fattori eccezionali quali la particolare conformazione del fronte, la nebbia bassa, che favorì  l’attaccante, e lo sconvolgimento totale dei nostri collegamenti provocato ad arte dal suo breve ma intensissimo e preciso bombardamento iniziale, che impiegò anche i gas; cosa che lasciò al buio i comandi italiani per almeno un giorno intero, facendoli precipitare nel caos e favorendo le voci più allarmanti sulla tenuta delle truppe.  In luogo dei consueti assalti frontali a ondate, il nemico si affidò all’infiltrazione e all’aggiramento con l’impiego di gruppi d’assalto molto mobili e potentemente armati con mitragliatrici leggere di nuova concezione e mortai.  Travolta d’un balzo la debole anche se affollata prima linea, queste truppe colsero di sorpresa anche la seconda, che se le trovò subito addosso, infiltrantesi da tutti i lati e spesso da tergo.  La nuova tattica era stata sperimentata dai tedeschi nella battaglia per la conquista di Riga (1-3 settembre 1917) e prima di loro, in modo meno perfezionato ma ugualmente fruttuoso, dal generale russo Brussilov e dal suo Stato Maggiore, nell’estate del 1916 contro gli austro-ungarici[45].
 La II armata, che subì l’attacco, era mal schierata, perché non disposta per tempo sulla difensiva ma rimasta sulle posizioni conquistate nella precedente durissima 11a Battaglia dell’Isonzo, quella che aveva portato alla conquista di gran parte dell’altopiano della Bainsizza e messo in grave crisi l’esercito austro-ungarico, tanto da indurre l’imperatore Carlo a richiedere l’aiuto tedesco per una “spallata di alleggerimento”.  Ottenne 7 tra le migliori divisioni germaniche (incluse poi nella famosa 14a armata austro-tedesca, comandata dal generale tedesco Otto von Below) e la grande vittoria di Caporetto, che tuttavia non fu decisiva perché l’Italia restò saldamente in guerra.  La II armata fu nell’occasione anche senza effettiva direzione, dato che il suo comandante, il generale Capello, si trovava in ospedale, seriamente malato di nefrite.  Questa armata era stata lasciata crescere sino a contare  addirittura 25 divisioni, più svariati altri corpi, per un totale di quasi 700.000 uomini, solo una parte dei quali truppa combattente.  I collassi ci furono ma dopo lo sfondamento:  reparti, spesso lasciati a se stessi, che, nel silenzio della nostra pur numerosa artiglieria, si trovarono improvvisamente i silenziosi e rapidi gruppi d’assalto  tedeschi e austriaci ai fianchi o alle spalle, a volte si arresero senza combattere mentre si diffondeva un pànico che contagiava rapidamente la massa dei non combattenti del vasto apparato logistico dell’armata, inducendola ad iniziare la fuga verso l’interno, tra voci incontrollate di cedimenti e tradimenti.  In effetti, lasciò tutti stupiti il silenzio dei settecento cannoni che avevamo nella zona dello sfondamento:  avrebbero potuto fare a pezzi, dalle montagne circostanti, gli attaccanti  mentre occupavano la conca di Caporetto con manovra a tenaglia da Nord e da Sud.  Si seppe dopo che l’artiglieria italiana era rimasta senza ordini a causa della distruzione di tutte le comunicazioni e in gran parte messa comunque subito a tacere dal tiro di controbatteria micidiale e molto preciso effettuato in apertura dal nemico.    
Ma vi furono reparti, come la brigata Roma, che resistettero sino all’annientamento.  Lo si scoprì solo in un secondo tempo, poiché nel caos iniziale si credette che questa valorosa brigata si fosse arresa senza combattere.
L’offensiva era stata preannunciata per tempo dai servizi di informazione ma a Cadorna sembrava impossibile che il nemico volesse attaccare nell’Alto Isonzo in pieno autunno, con un tempo già cattivo.  Quando, a ridosso del 24 ottobre, cominciò a mandare rinforzi alla spicciolata all’ala sinistra della II armata, che presidiava in modo inadeguato l’Alto Isonzo, era troppo tardi: furono poi anch’essi travolti.  L’offensiva e lo sfondamento furono entrambi fulminei e si giovarono proprio del cattivo tempo, anch’esso parte essenziale della sorpresa strategica realizzata.  Dopo tre giorni il nemico, lanciandosi audacemente per le vallate, stava già uscendo dalle montagne.
   Nei combattimenti, dal 24 ottobre al 10 novembre, avemmo diecimila caduti, cifra stabilita dalla Commissione d’Inchiesta del dopoguerra e che si considera inferiore al vero, e circa 30.000 feriti: ciò significa che una parte consistente combatté, nel settore dove si verificò lo sfondamento.  L’enorme quantità di materiali perduti e il grandissimo numero di sbandati nelle retrovie, poi recuperati quasi tutti e reinquadrati in vari modi, dettero sul momento l’impressione di una disfatta irreparabile e definitiva, grazie anche all’infausto bollettino di Cadorna.  Ma non fu così.
La III armata (10 divisioni) schierata da Plezzo al mare, non coinvolta nell’attacco, si ritirò ordinatamente, dopo aver respinto senza difficoltà i modesti tentativi offensivi del nemico nel suo settore. Così pure la IV, schierata in Cadore e Carnia, le cui perdite furono limitate, scese in ordine con 7 divisioni.  La III armata dovette ritirarsi perché il nemico cercava di scendere alle sue spalle da Nord per avvilupparla.  Il nostro fronte aveva una linea convessa e pochi spazi di manovra al suo interno, solcato in verticale da molti corsi d’acqua paralleli: bucato a Nord-Est obbligava tutte le truppe schierate sul resto dell’Isonzo e sulle montagne, dal Friuli agli Altopiani, a ritirarsi sulla linea di naturale difesa, non aggirabile, del Piave e del Grappa, per non esser accerchiate.  Il nemico fu temporaneamente trattenuto da reparti della II armata in ritirata e da alcuni altri di rinforzo, che si immolarono il 30 e 31 ottobre davanti al Tagliamento quanto bastò alla III per passare quel fiume più a Sud e portarsi poi al di là del Piave e alla IV per scendere dalle montagne.  La I armata che presidiava gli Altipiani, sino al Garda, e il III Corpo d’ Armata, dal Garda allo Stelvio, rimasero dov’erano.  Successivamente ci fu un’ampia riorganizzazione.  
Nonostante la ritirata avesse assunto gli aspetti di una vera e propria rotta per quanto riguarda la II armata e parte delle retrovie, nel suo insieme il Regio Esercito non perse la coesione
Quando si parla di Caporetto si suol sempre dire “disfatta”, “catastrofe”, “crollo”, “rotta”, “disastro”, come per suggerire l’immagine quasi compiaciuta di un esercito intero precipitato al livello di un’orda in fuga, di un’armata brancaleone che si dirige come un torrente in piena al di là del Piave mollando tutto e saccheggiando i depositi, insultando gli ufficiali, in un caso persino applaudendo (polemicamente) il nemico che li faceva prigionieri, gridando Viva il Papa! e a volte cantando L’Internazionale:  fine della guerra e dell’Italia, se non fosse stato per gli Alleati giunti in tutta fretta a soccorrerci.  Si prova un gusto acre nell’accentuare gli aspetti peggiori di quel rovescio, che pur ci furono anche se non furono la norma, per poter dire, contro i fatti,  che a Caporetto abbiamo perso non una battaglia ma la guerra, perché siamo un popolo incapace di combattere…Per poter dar sfogo a tutti i nostri stolidi complessi d’inferiorità, derivanti dalla nostra tragica storia di Paese diviso e succube degli stranieri per tanti secoli.   Ma sarebbe ora di smettere di dire “è stata una Caporetto”, per indicare in generale una sconfitta totale, definitiva e umiliante nelle forme, visto che poi ci siamo ripresi e abbiamo concorso validamente alla sofferta vittoria alleata e nostra in quella terribile guerra[46].

6.1  Il Regio Esercito, pur dimezzato, vinse da solo la “Battaglia d’Arresto” sugli Altipiani, sul Grappa e sul Piave, subito dopo Caporetto
Scrisse dopo la guerra il generale bavarese Konrad Kraff von Dellmensingen, l’ideatore del geniale piano di battaglia realizzato a Caporetto:  “In definitiva l’attacco contro l’Italia rimase a mezza strada, non portando ad alcun miglioramento della situazione generale, ma semmai ad un allargamento del fronte vulnerabile”[47].

Infatti, al contrario di quanto sembrano credere oggi in tanti, il Regio Esercito non fu distrutto a Caporetto e non sparì affatto come valida forza combattente.  Fu distrutta l’ala sinistra della II armata, schierata sull’Alto Isonzo, tra le montagne, e la II armata cessò di esistere come forza combattente perché parte consistente del suo centro (le  20 divisioni che occupavano l’Altopiano della Bainsizza, al di là dell’Isonzo) fu poi presa prigioniera, imbottigliata tra l’Isonzo e il Tagliamento, nella zona alta dei due fiumi, nel caos incredibile di militari e friulani in fuga (sembra circa 400.000, i civili), sulle poche e congestionate strade.  La II armata constava di ben 25 divisioni (forse troppe), più 12 in retrovia (diverse a ranghi ridotti, in fase di riordinamento, non una vera riserva operativa) e altri corpi minori, più un notevole apparato logistico, come in tutti gli eserciti del tempo. In totale erano circa 670.000 uomini. Quest’armata, veterana del fronte dell’Isonzo, costituiva quasi la metà dell’intero esercito, composto di 62 divisioni impiegabili. Il generale Enrico Caviglia, uno dei nostri migliori, ne portò in salvo e in buon ordine 6 divisioni, un altro generale altre 5.  Parte di esse furono poi stazionate tra Padova e Vicenza, a riorganizzarsi.  Tra Brescia e Mantova venivano invece a schierarsi in quei giorni 5 divisioni francesi e 6 britanniche, con 800 cannoni, come riserva strategica, per parare eventuali sfondamenti sul Piave o dalla parte dell’Altopiano di Asiago (comprensibilmente, non c’era neanche tanta fiducia nei nostri confronti, gli Alleati volevano vedere come ce la saremmo cavata, sul Piave e sul Grappa).  Schierammo sul nuovo fronte, di soli 300 km circa contro i 640 di quello isontino, 33 divisioni, 19 delle quali logorate dalla ritirata, ma ancora ben in grado di battersi, come  dovettero constatare subito i nostri nemici, che ci opponevano un totale complessivo di 53 divisioni, usurate dall’avanzata e ancora scaglionate,  con l’artiglieria pesante rimasta temporaneamente indietro ma con il morale alle stelle e decise a chiudere il conto con noi.

Il passaggio del Piave fu ultimato la notte dell’8 novembre, la mattina del 9  furono fatti saltare da noi tutti  i ponti.  Il giorno dopo, il 10, cominciò la battaglia d’arresto, a partire dall’altopiano di Asiago, diciotto giorni dopo lo sfondamento di Caporetto.    

“Il 10 novembre il generale Conrad lanciò sette divisioni all’attacco sull’Altopiano di Asiago; respinto nei primi due giorni, ottenne qualche vantaggio il 12, ma nei quattro giorni successivi nessuno”, scrive Faldella[48].
“Il 12 novembre tutte le divisioni disponibili, meno di ventiquattro, passarono all’attacco sull’insieme del fronte, con più spiccato carattere offensivo sull’Altipiano, dalla Val Franzela alle Melette di Gallio, al Grappa, al Monte Tomba.  Tra il 18 novembre ed il 22, la lotta divampa sul Pertica, sul Fontanasecca, sul Tonderecar ed a Castelgomberto.  Il Pertica viene perso e ripreso più volte, esattamente come il Sabotino, il San Michele, il San Gabriele.  Si combatte allo stesso modo sul Monfenera, sul Col dell’Orso, sull’Asolone, sul Col della Berretta. I siciliani della Brigata Aosta , i fanti della Messina, gli alpini del Val Brenta, gli eroi della Calabria e della Basilicata restituiscono alla divisione Edelweiss  i colpi toccati sotto Tolmino ed al Tagliamento, uno per uno: cedono terreno, contrattaccano, ma non mollano.  Conrad li descrive come “naufraghi attaccati ad una tavola, prima di cadere in  pianura”, ma i naufraghi hanno fegato da vendere e sembrano insensibili al ricordo delle recentissime ferite.
Sul Piave, i tentativi di Boroević sono scuciti e inconsistenti.  Il fiume viene forzato a Fagarè ma un nostro contrattacco della Novara, della Lecce e dei bersaglieri della 3a brigata, ributta il nemico e cattura qualche migliaio di prigionieri.  Sono i primi che incolonniamo verso le retrovie dopo il 24 ottobre, e segnano una inversione nella corrente delle cose che i soldati valutano al punto giusto. 
Il 4 dicembre la lotta riprende con nuove truppe giunte dalla parte del nemico.  Conrad attacca nuovamente al Sisemol, allo Zomo, al Tonderecar.  E l’11 la vecchia nostra conoscenza, la XIV Armata di von Below, scaraventa il suo colpo di maglio dal Col Caprile all’Asolone:  le truppe piegano, perdono tutte le posizioni avanzate, meno il Grappa, ma lì si incrostano con la forza della disperazione.  È l’ultimo pilastro che controlla Bassano e la cara pianura veneta:  cedere qui vorrebbe dire la frana, una nuova disfatta.  Cantando le loro canzoni piene di malinconiche ali, gli alpini passano sul ponte di Bassano, salgono al Grappa, vi muoiono con la stessa semplicità, con lo stesso coraggio umile ed alto con cui venticinque anni più tardi moriranno a Ponte Perati, a Rossosch sul Don, in Jugoslavia.  Hanno in bocca una fanfaretta allegra, che subito si spande in tutto l’Esercito: ‘Monte Grappa, tu sei la mia Patria…’ L’anima popolana del soldato con le sue intuizioni felici ed incredibili, ha compreso esattamente l’ora che volge, la linea essenziale del proprio dovere.
A Natale del 1917, mentre le nuove leve del 1899 entrano in linea, fresche di un entusiasmo un poco deamicisiano, la prima battaglia del Piave è sicuramente vinta, per merito quasi esclusivamente dei nostri soldati”[49].     
Quasi esclusivamente:  quale fu l’effettivo contributo degli Alleati in prima linea, nella quale si erano schierati a partire dal 4 dicembre, i francesi nella zona del Monte Tomba, gli inglesi sul Montello, di fronte al Piave?
Di nuovo Faldella, sulla seconda fase della battaglia d’arresto: Conrad riuscì a occupare parte della Val Franzela; il generale austriaco Krauss, operante nella XIV armata, sotto von Below, “attaccò sul Grappa dall’11 al 18 dicembre con le migliori truppe tedesche e austriache e riuscì a occupare l’Asolone [che permetteva di avvicinarsi al centro del Grappa, rimasto tuttavia imprendibile].  Sul Piave Boroević attaccò dal 9 al 18 dicembre senza ottenere alcun risultato. Conrad riprese  il 23 l’attacco sugli Altipiani e conquistò Monte Valbella e Col del Rosso, ma negli accaniti combattimenti del 24 e 25 dicembre fu impedito ogni ulteriore progresso.  Il 27 dicembre gli austriaci sgomberarono volontariamente l’ansa di Zenson [sulla destra del Piave, occupata pochi giorni prima] nella quale erano fortemente premuti dalle nostre truppe”[50].
E i nostri alleati?  “Fino a quel momento le truppe alleate non avevano combattuto, perché il nemico non aveva attaccato nei loro settori; fu perciò attribuita nel bollettino di guerra e dalla propaganda grande importanza all’attacco effettuato dai Francesi il 30 dicembre, col quale riconquistarono un breve tratto della dorsale di Monte Tomba, che era rimasto in mano al nemico.  Si trattò di un colpo di mano bene organizzato, effettuato dopo una violentissima preparazione di artiglieria”[51].  Un’azione brillante ma sicuramente di importanza secondaria nell’ambito della battaglia, che di fatto si era ormai conclusa, anche nella sua seconda fase, tra il 26 e il 27 dicembre, senza riuscire a capovolgere i risultati deludenti della prima, per gli austro-tedeschi.
“Di ben maggiore sviluppo e importanza – continua Faldella – fu l’azione con la quale, fra il 27 e il 29 gennaio, il 10° gruppo Alpini conquistò il Cornone, alla testata di Val Frenzela, e la brigata Sassari rioccupò il Col del Rosso e il Col d’Echele, mentre la IV brigata bersaglieri ricacciava il nemico da Cima Valbella.  Con un’avanzata di alcuni chilometri risultava  rafforzata la difesa del settore orientale dell’Altipiano.  Duemilacinquecento prigionieri erano stati catturati nei travolgenti assalti”[52].
In queste battaglie, la natura del fronte e l’alta motivazione degli italiani, induriti e resi  più esperti dalla recente batosta, impedivano attacchi manovrati e di sorpresa, come quello di Caporetto.  Si era tornati per forza di cose alla guerra di posizione, agli assalti frontali, alle lotte feroci all’arma bianca sui cocuzzoli, sui crinali e fra gli strapiombi, sulle rive paludose dei fiumi:  in questo tipo di guerra gli italiani non demeritavano affatto di fronte ai loro più titolati avversari.  Krafft von Dellmensingen, riconobbe che:  “Gli italiani si battevano con grande tenacia, in un modo completamente diverso dai primi giorni dell’offensiva [a Caporetto]:  alcuni piccoli reparti tennero duro fino al loro completo annientamento”[53].

Ma vediamo che cosa è stato capace di scrivere il citato Mark Thompson, nella sua lapidaria sintesi di queste durissime e prolungate battaglie, il cui protagonista fu indubbiamente il Regio Esercito, per quanto riguarda l’Intesa:
“Quando il Corpo di Krauss e la XIV armata di von Below si slanciarono contro il massiccio del Grappa a metà novembre, al modo degli ultimi colpi di un maglio, gli italiani furono quasi ricacciati in pianura. Conrad motteggiò che essi si aggrappavano al bordo sud-occidentale del Grappa come un uomo appeso al davanzale di una finestra.  Il Comando Supremo [italiano] ammucchiò 50 battaglioni sul Grappa, circa 50.000 uomini, con dentro molte reclute dell’ultima leva.  La lotta che ne seguì fu una battaglia a sé stante:  la situazione fu risolta solo alla fine di Dicembre, con l’aiuto tempestivo di una divisione francese – l’unico attivo contributo degli Alleati alla battaglia difensiva dopo Caporetto.  Questo successo fece nascere due miti, assolutamente necessari:  la difesa del Monte Grappa fu acclamata come una vittoria che salvò il regno [d’Italia] e “i ragazzi del ‘99”, tramutati da inesperte reclute a facitori di miracoli, dimostrarono che la tempra dei combattenti italiani era viva e in buona salute”[54].  
 La battaglia tremenda sul Grappa sarebbe stata risolta unicamente (o n l y ) con l’aiuto finale della divisione francese, unico e limitato contributo alleato a tutta quella intensissima fase di guerra? Il cavalleresco Krafft von Dellmensingen elogiò il valore delle nostre truppe in quelle battaglie sul Grappa, attribuendo loro (“ragazzi del ‘99” inclusi, evidentemente)  il merito di aver fermato le migliori truppe austro-tedesche (vedi infra): dell’apporto alleato, del resto minimo nel frangente specifico, non parlò proprio nel suo elogio!  Non si capisce il perché dell’immotivato disprezzo dimostrato dal Thompson verso “i ragazzi del ‘99” e il comando italiano (che non avrebbe fatto altro che ammucchiare  sui monti  50.000 fra adulti e ragazzini alla spera in Dio, mentre Krafft von Dellmensingen ne loda senza mezzi termini l’ottima organizzazione difensiva sul Grappa e l’impiego dell’artiglieria, che fu micidiale contro gli attaccanti).  Né si comprende come il Thompson possa considerare “un mito” il fatto indubitabile che la tenuta nostra sul Grappa abbia salvato il fronte dal crollo e l’Italia dalla capitolazione.  Il Grappa era il pilastro di tutto il fronte, basta guardare una carta geografica, pre capirlo[55].
Il Monte Tomba è sulla linea di cresta che da un lato si congiunge attraverso il Monte Pallon alla cima del Grappa, dall’altro si prolunga, con il Monfenera, discendendo verso il Piave. Scavalcare quest’ultima linea montana investendola da nord significava scendere in pianura e raggiungere con una conversione sulla propria sinistra il Piave prendendovi la difesa italiana sul rovescio, in modo da costituire una testa di ponte per le truppe austro-ungariche che stavano dall’altra parte del fiume.  La lotta fu feroce, dal 18 al 22 novembre.  La divisione Jäger tedesca e i bosniaci, impiegando anche i lanciafiamme contro i nostri capisaldi, occuparono alla fine la vetta del Tomba e il suo prolungamento verso il Piave, cioè il Monfenera.  La parte ovest del Tomba restò però nelle nostre mani, prolungandosi in una linea continua che scendeva da questa parte Ovest al Monfenera e al Piave, immediatamente al di sotto della cresta, bloccando ogni ulteriore avanzata nemica[56].  Il 30 dicembre successivo, la 47a divisione francese Chasseurs des Alpes (gli Alpini francesi), dopo una intensa e breve azione di fuoco di ben 450 cannoni, riconquista di sorpresa la suddetta cresta.  Tale cresta si era rivelata troppo esposta per gli austro-tedeschi:  essi stavano meditando di sgomberarla.
“Dopo la definitiva sospensione dell’offensiva [austro-tedesca], emerse l’interrogativo riguardante la convenienza di mantenere o meno l’occupazione di M. Tomba, perché molto spinta in avanti e in posizione fortemente fiancheggiante rispetto all’andamento del fronte. Il gen. von Below pensò di attendere finché fosse stata presa una decisione in vista di un’eventuale ripresa offensiva a primavera.  Ma prima che il Comando Supremo austro-ungarico si pronunciasse in proposito, il 30 dicembre M. Tomba, nonostante l’eroica difesa opposta dalla 50a divisione a.u., cadeva per effetto d’un ben preparato attacco condotta a sorpresa dalla 47a divisione francese Chasseurs des Alpes.  Poiché non v’era alcun motivo di riprendere una posizione così esposta, il comando della 14a Armata scelse quale stabile posizione le alture a nord della conca di Alano [circa 2 km indietro].  Del resto il nemico non andò oltre la posizione riconquistata”[57].
La brillante azione isolata dei francesi fu una tipica azione di rettifica e miglioramento di una posizione di un fronte, quale si può avere e a volte si ha alla fine di un ciclo di combattimenti.  La battaglia d’arresto era di fatto già terminata da alcuni giorni, con la sospensione dell’offensiva austro-tedesca.  Com’è possibile contrabbandarla, allora, l’azione dei francesi,  per un fatto d’arme che, da solo, avrebbe risolto a favore degli italiani un mese e mezzo di loro combattimenti, fatti passare per inconcludenti e mal diretti?  In altre parole:  com’è possibile, mi chiedo, continuare ad alterare a nostro danno, e in modo così grossolano, l’effettivo svolgersi dei fatti d’arme su quel fronte? 
       
6.2  Il giusto giudizio sulla sconfitta di Caporetto

Il giudizio su Caporetto degli storici più seri e preparati è oggi il seguente:

“Sul comportamento delle unità italiane il 24-25 ottobre [i giorni dello sfondamento] abbiamo notizie insufficienti, perché nessuno si preoccupò di raccogliere le testimonianze dei reduci quando ancora era possibile.  I dati costanti sono disorganizzazione e sorpresa, con una resistenza ora violenta ora debole:  le truppe nelle trincee furono travolte prima di potersi disporre a difesa, quelle nelle retrovie aggredite quando ancora non se lo aspettavano, costrette a combattere senza collegamenti né artiglierie né un addestramento adeguato a situazioni impreviste.  Va comunque precisato che non esiste alcuna documentazione o testimonianza che uno o più reparti si arrendessero per tradimento o perché si rifiutassero di combattere:  crollarono perché sopraffatti dall’efficacia degli attacchi o sorpresi su posizioni infelici, per la mancanza di ordini e il collasso di tutta l’organizzazione difensiva.  Erano certamente reparti logorati dalla guerra, ma nulla autorizza a ritenere che non fecero il possibile in condizioni quanto mai precarie.  Le troppe facilitazioni offerte all’avanzata nemica, come la mancata difesa del fondovalle dell’Isonzo, i ponti che non saltarono, le posizioni abbandonate senza combattere come la stretta di Saga, sono dovute a documentati errori dei comandi o di singoli generali che persero la testa, come accade in tutte le rotte.  La sconfitta non fu dovuta alle truppe ma all’insufficienza dei comandi prima, poi al collasso di tutta l’organizzazione dell’esercito”[58].
I prigionieri furono 280.000, gli sbandati 350.000.  40.000 le perdite, tra morti e feriti.  Furono abbandonati o persi nella ritirata 3.150 cannoni (due terzi dei grossi calibri, metà dei medi, due quinti dei pezzi leggeri), 1,700 bombarde, 3.000 mitragliatrici e quantità enormi di munizioni, viveri, rifornimenti di ogni tipo. Ma i 300.000 uomini della III armata dal Carso al Piave e i 230.000 dal Cadore al Grappa si ritirarono in buon ordine. 
 “Avevano a disposizione strade sufficienti e dovettero sostenere soltanto combattimenti di retroguardia; lasciarono indietro i cannoni più pesanti e gran parte del materiale ma portarono con sé artiglierie, mitragliatrici e munizioni.  Persero circa il 20% degli uomini, giunsero sulle nuove linee in buon ordine e le difesero efficacemente nei due mesi successivi.  Minor fortuna ebbe la ritirata dei 90.000 uomini della Carnia, condannati in gran parte alla prigionia dal ritardo con cui gli alti comandi ordinarono la loro ritirata.  Il disastro tra l’Isonzo e il Piave coinvolse la II armata, forte di circa 670.000 uomini, e le unità delle retrovie, un milione di uomini come ordine di grandezza.  In parte notevole si trattava di reparti non combattenti della grande rete di magazzini e depositi di ogni tipo, ospedali, servizi logistici […] I giorni più drammatici furono quelli tra l’Isonzo e il Tagliamento, in cui si ebbero quasi tutte le perdite, poi le truppe che erano riuscite a passare i ponti prima che fossero fatti saltare e la fiumana di sbandati poterono raggiungere il Piave con minore affanno.  Una parte delle brigate della II armata era ancora in condizioni di concorrere alla prima difesa del fiume”[59].
 Il Regio Esercito risorse già sul Piave e sul Grappa, quando vinse la “battaglia d’arresto” sopra ricordata, battaglia difensiva durissima e decisiva che durò un mese e mezzo, dagli Altipiani al Grappa al Piave sino alla foce: dal 10 al 26 novembre e dal 4 al 25 dicembre.  Fu vinta, in prima linea, con le sole sue forze, ivi compresi i “ragazzi del ’99”, non con l’aiuto diretto delle divisioni alleate.
La sorprendente quanto rapida rinascita del nostro esercito fu onestamente riconosciuta da Krafft von Dellmensingen (vedi supra), e dalla Relazione Ufficiale Austriaca.
Il primo scrisse:  “Così si arrestò, a poca distanza ancora dal suo obiettivo [la pianura, Vicenza, Venezia] l’offensiva ricca di speranza, e il Grappa diventò il Monte Sacro degli italiani. D’averlo conservato contro gli eroici sforzi delle migliori truppe dell’esercito austro-ungarico e dei loro camerati tedeschi, essi, con ragione, possono andare superbi”.  La Relazione Ufficiale scrisse che il Regio Esercito, “se pur sostenuto moralmente dalla prospettiva di aiuti alleati, trovò in se stesso la forza di imporre l’alt agli eserciti avversari.  E così potè verificarsi il fatto che un esercito presunto in dissoluzione divenisse di nuovo, nel volgere di poche settimane, un avversario da tenersi in conto, che si mostrò determinato a non considerare assolutamente come perduta la partita”[60].   
Non male per un esercito che avrebbe visto finire ingloriosamente la sua guerra con “la disfatta di Caporetto”.  Troppe volte si è scritto e si continua a scrivere che furono gli Alleati subito accorsi “a chiudere la falla”(to stop the gap) da soli, perché noi ci eravamo volatilizzati.  Si tratta solamente di ristabilire la verità.  Nessuno vuole sminuire l’importanza del soccorso alleato.  Esso fu essenziale e non solo dal punto di vista morale, come scrive la Relazione Austriaca: lo fu anche dal punto di vista tattico.  Infatti, ci permise, ridotti al minimo com’eravamo con le truppe valide, di non togliere divisioni dalla prima linea per schierarle nella necessaria, forte riserva strategica, costituita appunto in quel momento dai nostri alleati francesi e inglesi.  
A Caporetto, a causa dello schieramento offensivo colpevolmente mantenuto dal generale Capello nonostante gli ordini in contrario di Cadorna, che tuttavia non insistette come avrebbe dovuto, era mancata una riserva operativa, che avrebbe potuto chiudere la falla inizialmente apertasi o comunque ridurre alquanto la portata dello sfondamento.  Ma, se l’ala sinistra della II armata fosse stata disposta per tempo in solide e ben studiate posizioni difensive, molto probabilmente lo sfondamento non sarebbe riuscito agli austro-tedeschi, che attaccarono audacemente tra Plezzo e Tolmino proprio perché in quella zona, che si prestava geograficamente ad uno sfondamento strategico, avevano individuato il punto debole, mal presidiato, del nostro schieramento.  Essi riuscirono, con grande bravura e un pizzico di fortuna, nel realizzare una “sorpresa strategica” da manuale, portando di nascosto in loco numerosa e provetta artiglieria, rivelatasi poi micidiale nell’azione di sfondamento, e attaccando di colpo con 15 divisioni scelte contro le 6 italiane a presidio della zona.      

Che la “sorpresa strategica” sia la spiegazione più convincente, quella cioè di tipo “militare”, del rovescio di Caporetto, la più convincente anche se non l’unica, poiché l’azione militare fece brutalmente emergere tutti i difetti, le magagne, le incapacità incrostatesi nel nostro esercito e in particolare nel suo sistema di comando, ciò è stato sempre sostenuto dagli osservatori più acuti, a cominciare da Konrad Krafft von Dellmensingen, da Gioacchino Volpe,  dal colonnello Roberto Bencivenga, nel suo poderoso studio della seconda metà degli anni Trenta del secolo scorso.  

Paolo  Pasqualucci, lunedì 28 agosto 2017














































[1] In una mappa mostrante il futuro Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (dal 3 ottobre 1929 Regno di Jugoslavia), diffusa dall’esercito serbo a Salonicco, base della Armata d’Oriente, alla quale partecipava anche un corpo di spedizione italiano, il confine con l’Italia era appunto posto al Natisone, non troppo lontano da Udine. Vedi:  Ten. Col. G. Galli, Fanti d’Italia in Macedonia1916-1919, Marangoni, Milano, 1934, p. 74.  Per la situazione sempre più difficile della comunità italiana in Dalmazia, sotto la pluridecennale, ostile pressione degli slavi, vedi il fondamentale studio in due volumi di Luciano Monzali, Italiani di Dalmazia. Dal Risorgimento alla Grande Guerra, Le Lettere, Firenze, 2004 e ID., Italiani di Dalmazia.  1914-1924, Le Lettere, Firenze, 2007.  L’autonomismo dalmata, fedelissimo alla Duplice Monarchia, già verso la fine dell’Ottocento,“da partito multietnico e multinazionale tendeva lentamente a divenire il partito difensore dei dalmati che cominciavano a dichiararsi ‘italiani di Dalmazia’ anche sul piano politico.  Sorgeva pian piano un nazionalismo italiano di difesa contro la xenofobia del nazionalismo croato”.  A causa del carattere virulento di quest’ultimo non si poteva più seguire la tesi del Tommaseo “dell’esistenza di una nazione dalmatica, italiana e slava allo stesso tempo”.   A titolo di esempio, l’Autore ricorda che gli stenografi croati nei loro verbali delle sedute della Dieta locale, pur tenuti per legge “a riprodurre in italiano i discorsi dei deputati autonomi, croatizzavano la grafia dei cognomi dei deputati negli atti pubblicati, al fine di dimostrare che non esistevano italiani nell’Assemblea dalmata”(Monzali, Italiani di Dalmazia.  Dal Risorgimento alla Grande Guerra, cit., p. 143; ma vedi tutto il capitolo:  La guerra del 1866, pp. 63-168). 
[2] Sua Maestà “imperiale e apostolica” Francesco Giuseppe, per l’appunto dopo la perdita del Veneto, diede istruzione che si emanassero “misure contro l’elemento italiano in alcune regioni della Corona”, volte a favorire la penetrazione tedesca e slava nelle stesse.  Il verbale della seduta del Consiglio della Corona dedicato a questo argomento, tenutasi a Vienna il 12 novembre 1866, fu riesumato da Mario Toscano, nell’articolo:  Il negoziato di Londra del 1915, ‘Nuova Antologia’, nov. 1967, p. 318.  “Nei territori italiani d’Austria anche dopo la conclusione della Triplice continuò la politica del governo austriaco mirante al ridimensionamento dell’influenza dell’elemento italiano e italofilo nel Tirolo e nelle regioni adriatiche, attraverso il sostegno ai partiti nazionalisti slavi, tirolesi tedeschi o cattolici lealisti:  questo ridimensionamento era ritenuto lo strumento ottimale per scongiurare future rivendicazioni territoriali dell'Italia in Tirolo e nell’Adriatico”(Monzali, op. cit., p. 153).  In effetti, sparendo via via l’etnia italiana in quelle terre, cosa avremmo avuto da “rivendicare”, da “redimere”?
[3] Emilio Faldella, La Grande Guerra. Vol. II:  Da Caporetto al Piave. 1917-1918, Longanesi, Milano, 1965, pp. 290-291.
[4] Giorgio Del Vecchio, Le ragioni morali della nostra guerra, Bologna, Stabilimento poligrafico emiliano, 19163, pp. 8-9.  Ad Ala c’era il confine con il Regno d’Italia.  Come ho ricordato, per la Confederazione Germanica zona di confine tra italiani e tedeschi  doveva esser considerata l’area del Mincio, molto più a Sud, nel pieno della pianura padana. L’opuscolo di Del Vecchio fu tradotto in inglese e utilizzato dalla propaganda di guerra italiana. 
[5] Op. cit., pp. 16-23.
[6] Op. cit., pp. 10-11.
[7] Op. cit., p. 13.
[8] Era anche l’opinione del nostro validissimo ministro degli esteri, il catanese Antonino di San Giuliano, prematuramente scomparso il 16 ottobre 1914. Di fronte all’ennesimo rifiuto austriaco a solo prendere in considerazione (per compensare l’incameramento della Bosnia) una cessione del Trentino – l’imperatore Francesco Giuseppe aveva fatto sapere che avrebbe abdicato piuttosto che privarsene – il nostro ministro disse ad Arturo Labriola:  “Quella gente non ci cede nemmeno una pietra senza l’uso della forza.  Se l’Italia desidera compiere la propria unità non può illudersi che possano giovare le trattative: o l’uso della forza o la rinuncia ad ogni rivendicazione” (Gianpaolo Ferraioli, Politica e diplomazia in Italia tra XIX e XX secolo.  Vita di Antonino di San Giuliano (1852-1914), Rubbettino, Soveria Mannelli, 2007, p. 877).
[9] Giovanni Gentile, Esame di coscienza, in ID., Guerra e fede, in G. Gentile, Opere complete, a cura di H. A. Cavallera, Le Lettere, Firenze, 19893, vol. XLIII, pp. 45-48; pp. 45-46.
[10] Giuseppe Prezzolini (a cura di), Tutta la guerra.  Antologia del popolo italiano sul fronte e nel paese, Longanesi, Milano, 1968, p. 10 (dalla Prefazione alla terza edizione, appunto del 1968, essendo la prima del dicembre 1917, dopo Caporetto).
[11] Benedetto Croce, Parole di un italiano, in ID., L’Italia dal 1914 al 1918.  Pagine sulla guerra, Laterza, Bari, 1965, p. 231.  L’appello all’onore nazionale si spiega con il fatto dell’infelice Bollettino del Comando Supremo italiano, delle ore 13 del 28 ottobre, che, nella frase iniziale, accusava i propri soldati di viltà, come se il nemico avesse sfondato nell’Alto Isonzo perché i nostri non avevano più voluto combattere ed erano fuggiti o si erano arresi in massa. Ciò non era vero (vedi infra). 
[12] Sulle visioni belliciste della parte politicamente più importante del nazionalismo italiano di allora, vedi:  Lorenzo Benadusi, Un esercito dotato di un paese:  guerra e questione militare nel nazionalismo italiano, in: Federico Mazzei (a cura di), Nazione e anti-nazione. 1. Il movimento nazionalista da Adua alla guerra di Libia (1896-1911), Viella, Roma, 2015, pp. 55-75.  Per un’ampia e approfondita analisi della letteratura interventista, condotta secondo un’impostazione sociologico-marxista, vedi: Mario Isnenghi, Il mito della Grande Guerra, il Mulino, Bologna, 20076, soprattutto le prime due parti: Premessa. L’attesa e La letteratura dell’intervento, pp. 11-178.
[13] Giovanni Gentile, Natale di vittoria, articolo del 25 dicembre 1918, ora in ID., Opere, XLIV:  Dopo la vittoria, Seconda edizione rivista e ampliata, a cura di Hervé Cavallera, Firenze, Le Lettere, 1989, pp. 39-45; p. 43.
[14] Sul punto, vedi:  Mario Isnenghi e Giorgio Rochat, La Grande Guerra. 1914-1918, il Mulino, Bologna, 20083, pp. 367-372.  Il governo francese intervenne sui militari perché usassero clemenza,  ci furono 1492 condanne leggere, 1381 gravi (da 5 anni di galera all’ergastolo),  554 a morte, delle quali solo  49 eseguite (in un totale di 600 per tutta la guerra).  Nell’opera di ricostruzione morale e riforma dei metodi di combattimento, si distinse il generale poi maresciallo Pétain, il vincitore della lunga battaglia difensiva di Verdun, nuovo comandante in capo dell’esercito.  Tutti questi gravi fatti furono tenuti all’epoca segreti e conosciuti nei dettagli solo molto tempo dopo.    
[15] Sui grandi sfondamenti subiti inizialmente dai francesi nel 1914, vedi la Premessa di Gianni Pieropan a: Krafft von Dellmensingen, 1917.  Lo sfondamento dell’Isonzo. Der Durchbruch am Isonzo, a cura di Gianni Pieropan, Arcana Editrice, Milano, 1981, pp. 13-43; p. 21:  “Relazione Ufficiale Francese: “Le armate francesi hanno perdite gravi, sono molto provate, ripiegano in un disordine straordinario…”; p. 22:  “il 5 settembre 1914 l’Ordre Général n. 5 del gen. Joffre [comandante in capo] avvertiva che il Comando Supremo avrebbe disposto sezioni o compagnie dietro alla linea di combattimento ‘con il compito di opporsi ad ogni movimento di ritirata non ordinato, facendo uso delle armi se necessario’”, cioè fucilando sul posto i soldati fuggiaschi.  Il libro del generale tedesco uscì in due volumi nel 1926 e nel 1928.   
[16] Giuseppe Prezzolini (a cura di), Tutta la guerra.  Antologia del popolo italiano sul fronte e nel paese, cit., p. 209.  Il brano è tratto dalla presentazione prezzoliniana della figura del tenente forlivese Fulcieri Paulucci de Calboli, volontario, medaglia d’oro per il suo grande coraggio, che gli era costato gravi ferite e la carrozzella degli invalidi, cosa che non gli impedì di attivarsi appassionatamente nella missione patriottica, impegno che in pratica ne stroncò la vita poco tempo dopo, nel 1919, a ventisei anni. 
[17] Op. cit., pp. 213-214.  Memorabile un discorso di Paulucci agli operai della Fiat, a Torino.
[18] “La masa en rebeldía ha perdido toda capacidad de religión y de conocimiento […] Las gentes más “cultas” de hoy padecen una ignorancia histórica incréible. Yo sostengo que hoy sabe el europeo dirigente mucha menos historia que el hombre del siglo XVIII y aun del XVII”(J. Ortega y Gasset, La rebelion de las masas, 1925, Revista de Occidente, Madrid, 196337, p. 31, p. 143). Ortega scriveva queste cose nel 1925, chissà cosa direbbe di fronte all’incoltura odierna, ben più radicata e radicale, quasi una scienza!
[19] Dal Corriere della Sera del 31 dicembre 2008.
[20] La storiografia austro-tedesca più recente sostiene ora che se l’Italia fosse rimasta neutrale gli Imperi Centrali non avrebbero perso la guerra, avrebbero comunque “pareggiato”, se non vinto.  Secondo questi storici, però, la nostra entrata in guerra si sarebbe risolta in una “catastrofe morale e fisica” per il nostro Paese, che non avrebbe ricavato nessun vero vantaggio “materiale, politico e geostrategico” da essa.  In sostanza, si tratta sempre di negare che la guerra l’abbiamo vinta, realizzando un obiettivo per noi di portata storica: il compimento dell’unità e la liberazione definitiva dallo straniero.  Questi storici, annoto, continuano a non riconoscere validità alle nostre “aspirazioni nazionali”, il che significa negarci il diritto ad essere una nazione con uno Stato indipendente (queste tesi sono sinteticamente riportate in:  Gian Enrico Rusconi, L’azzardo del 1915.  Come l’Italia decide la sua guerra, il Mulino, Bologna, 20092, pp. 189-191, che le sottopone a critica, sottolineando comunque che, per questa storiografia, “il fattore Italia”un peso decisivo nell’andamento del conflitto l’ha pur avuto).
[21] Douglas Newton, The Darkest Days.  The Truth Behind Britain’s Rush to War, 1914, Verso, London-New York, 2015, p. 279.  Appunti dalle Harcourt Papers sulla riunione di Gabinetto del 5 agosto 1914.  L’interesse del libro è costituito soprattutto dal fatto di far uso per la prima volta di numerosi documenti inediti, tratti dai fondi privati dei politici che portarono il Regno Unito in guerra.  In quei giorni, entro l’8 agosto, i diplomatici dell’Intesa si coordinarono in queste offerte esplicite a noi: Trento, Trieste, Valona. Noi poi aggiungemmo l’Alto Adige col Brennero (frontiera già stabilita da Napoleone I per il Regno d’Italia sotto tutela francese) e la Dalmazia, con Zara e Sebenico, ridottasi poi a quella del Nord con Zara, a causa dell’opposizione russa (vedi: Ferraioli, op. cit., pp. 904-905).  I francesi, inizialmente, non volevano concederci Trieste, perché il possesso di quel porto ci avrebbe rafforzato troppo, dicevano agli inglesi (Ferraioli, op. cit., p. 904). 
[22] Per un’analisi minuta ed esemplare del Tratto di Rapallo, rimando al citato II volume dell’ottimo studio di Monzali, Italiani di Dalmazia, 1914-1924, cap. III: Il Trattato di Rapallo e il primo esodo italiano dalla Dalmazia, pp. 191-337.  L’esodo, parziale, avvenne (in particolare dalle isole dalmate) in un clima di intimidazioni, minacce, violenze, creato con l’apporto diffuso del clero locale, in grandissima parte (come da tradizione) ferocemente antiitaliano, anche grazie all’alibi dell’anticlericalismo del governo italiano del tempo. 
[23] Per la precisa documentazione del fanatico nazionalismo pan-croato in Dalmazia, ben anteriore alla Grande Guerra, rimando ancora allo studio di Monzali e alle fonti ivi citate.  Anche i serbi ci erano contro.  Ciò che colpisce è la pervicace negazione dell’esistenza di una minoranza italiana:  “Il governo jugoslavo non negava che vi fosse una minoranza italiana in Dalmazia, ma affermava che essa non era autoctona [sic], in quanto composta da immigrati provenienti dall’Italia e da slavi italianizzati […]  Erano argomentazioni che confermavano chiaramente la tradizionale ostilità di molti nazionalisti croati e serbi verso l’esistenza della minoranza italiana in Dalmazia e la loro riluttanza a riconoscerle l’autoctonia e adeguati diritti politici e culturali”(Monzali, Italiani di Dalmazia. 1914-1924, cit., pp. 98-99).   Questa negazione del diritto all’esistenza della nostra minoranza era ben radicata nel nazionalismo degli Slavi del Sud.  Presso i Croati risaliva certamente ai teorici ottocenteschi dell’illirismo e dello jugoslavismo, correnti di pensiero che si tramutarono in efficace azione culturale e politica nella forte personalità del famoso vescovo cattolico croato Josip Juraj Strossmayer (1815-1905), per decenni l’autentico capo del partito nazionale croato (vedi: Monzali, Italiani di Dalmazia.  Dal Risorgimento alla Grande Guerra, cit., p. 28, 56 et passim).
[24] Maurizio Serra, L’idea sbagliata della nazione “sbagliata”, in ‘Nuova Storia Contemporanea’, 2009, XIII, 3, pp. 5-10; p. 6. 
[25] Citato da:  Pier Paolo Cervone, Vittorio Veneto, l’ultima battaglia, Mursia, Milano, 1994, p. 9.  
[26] Giulio Primicerj, 1918. Cronaca di una disfatta.  Testi e documenti austriaci sul crollo militare dell’impero absburgico, Arcana Editrice, Milano, 1983, p. 157.   Il libro contiene anche il riassunto, con ampi estratti, della Relazione Ufficiale Austriaca, scritta tra il 1928 e il 1938.  “Grave” era termine locale indicante isolotti o estensioni di ghiaie nel fiume. 
[27] Primicerj, op. cit., p. 152.
[28] Op. cit., p. 153.  Ricordo che un’armata era composta di più divisioni, formanti ogni due un “corpo d’armata”, unità tattica che poteva esser usata in modo indipendente.  La divisione di fanteria italiana e austriaca era composta da 4 reggimenti di fanteria (per un totale di 12 battaglioni) e uno di artiglieria.  Il reggimento italiano nel 1915 contava 3000 fucili e 2 mitragliatrici, nel 1918 contava 2600 uomini e 81 ufficiali, ma un notevole numero di mitragliatrici, pistole mitragliatrici, lanciabombe, lanciafiamme,  un reparto di cannoncini da 37 mm., un plotone d’assalto (Arditi).  Il Regio Esercito, come altri, adottava anche l’unità chiamata brigata:  i quattro reggimenti di una divisione venivano divisi in due brigate, ognuna di due reggimenti, in genere con nomi di città e regioni, anche se il reclutamento non era su base regionale, tranne che per la Brigata Sassari e gli Alpini (p.e.: 8a armata, XVIII corpo d’armata, 1a divisione, brg. Umbria  e Emilia).  Le brigate erano solo delle unità tattiche, composte di due reggimenti, che potevano operare anche indipendentemente dalla divisione di appartenenza. C’erano poi i gruppi o raggruppamenti di battaglioni, per forze a parte, come gli Alpini, gli Arditi (per i dati numerici di cui sopra:  Isnenghi e Rochat, op. cit., p. 452).
[29] Vedi la Relazione Ufficiale Austriaca su questi combattimenti, in Primicerj, op. cit., tutte le sezioni intitolate:  Gruppo di Armate Boroević – Raggruppamento Belluno.
[30] Per la polemica di Prezzolini, tra il 1919 e il 1920, vedi:  Giuseppe Prezzolini, Il Meglio di Giuseppe Prezzolini, con Prefazione di Giovanni Spadolini, Longanesi, Milano, 1971, pp.306-324.
[31] La lettera di Ludendorff è riportata da Faldella, op. cit., II, p. 376.   Un accenno al significato strategico risolutivo del crollo austriaco, conseguente allo sfondamento sul Piave si ha in Basil H. Liddell Hart, La prima guerra mondiale. 1914-1918, tr. it. di Vittorio Ghinelli, 1968 e 1999, BUR Storia, 2013, p. 490.  Quest’autore riporta l’opinione di un altro qualificato generale tedesco, von Gallwitz, simile a quella di Ludendorff sopra citata.  Ricordo che l’11 novembre 1918 il Regio Esercito raggiunse il Brennero e il passo del Tonale (Toblak), il 23 successivo occupò Innsbruck, il 24 Landeck, in applicazione dell’armistizio.  C’erano anche un battaglione inglese e uno francese.  L’ultimo contingente italiano se ne andò dalla Valle dell’Inn nel luglio del 1920 (Cervone, op. cit., p. 258).
[32] Ronald W. Hanks, Il tramonto di un’istituzione.  L’armata austro-ungarica in Italia (1918), Mursia, Milano, 1994, p. 239.  Si tratta di una tesi di dottorato, che (non vorrei sbagliarmi) sembra sia stata pubblicata solo in traduzione italiana.  In realtà, truppe britanniche ed italiane procedevano affiancate, per quanto possibile, comunque coordinandosi sempre.  Relazione Ufficiale Austriaca:  “L ‘organizzazione del contrattacco da parte delle unità assegnate al generale Majewsky dura sino al pomeriggio.  Ma già verso mezzogiorno [del 27 ottobre] inglesi ed italiani sono penetrati per circa 4 km e su una fronte ampia 12 nel sistema difensivo del XVI corpo d’armata [a.u.] raggiungendo la rotabile Tezze-S. Polo e le truppe dell’XI corpo d’armata italiano, che agiscono alla destra degli inglesi, respingono a poco a poco la 64a  divisione Honvéd oltre Ormelle su Roncadelle e Negrisia” (Primicerj, op. cit., p. 135).
[33] Mark Thompson, The White War.  Life and Death on the Italian Front 1915-1918, faber and faber, 2008, p. 358.  L’accenno ai “gondolieri veneziani” mostra il permanere, in certi autori anglossassoni, del cattivo gusto di lasciarsi andare al pittoresco, quando trattano di cose italiane.  L’attraversamento del Piave in piena e sotto il fuoco nemico (che distrusse diversi ponti e passerelle) fu tutt’altro che una gita in gondola:  “Vengono costituite nuove compagnie di pontieri che hanno a disposizione, grazie agli sforzi delle officine militari e private, 4500 metri di passerelle tubolari su barche, oltre venti equipaggi da ponte regolamentari e impalcature per altri 4500 metri di ponte.   In laguna, nei fiumi e nei canali d’Italia vengono requisite e costruite centinaia di imbarcazioni. La dotazione di ancore è per migliaia di galleggianti, tenuto conto delle forze della corrente.  Nelle settimane che precedono l’attacco le truppe vengono addestrate sul Brenta al superamento dei corsi d’acqua e si ricostruisce, per quanto possibile, l’infernale ambiente in cui saranno costrette ad agire:  tiri a salve di artiglierie, fuoco di mitragliatrici e di bombarde”(Cervone, op. cit., p. 185).  I nostri valorosi reparti del genio pontieri subirono numerose perdite durante la battaglia.  
[34] Giulio Primicerj, 1918.  Cronaca di una disfatta, cit., pp. 96-97.
[35] Sul punto, vedi la Relazione Ufficiale Austriaca: “Ma quando gli squadroni francesi entrano la sera [del 31 ottobre] a Feltre, la città è stata già occupata dai battagioni alpini del XXX corpo d’armata.  Nel frattempo la 52a divisione italiana (ala destra dell’armata Graziani), superati da M. Cesen i rilievi di M. Garda e M. Artent, è scesa nella valle del Piave vicino a Lentiai… ”(Primicerj, op. cit., p. 206).  Vedi anche Cervone, op. cit., pp. 225-226.
[36] John R. Schindler, Isonzo.  Il massacro dimenticato della Grande Guerra, 2001, tr. it. di Alessandra Di Poi, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia, 2002, p. 444.  L’autore non nomina la piena del Piave e la relativa distruzione dei ponti che causò il ritardo nello schieramento della nostra 8a armata.  È da notare che il titolo originale recita:  Isonzo. The Forgotten Sacrifice of the Great War.  Che la traduttrice abbia reso “sacrificio” con “massacro”, distorcendo il senso del titolo, dato che il libro vuol anche essere un omaggio al valore e quindi al “sacrificio” di tutti coloro (e in particolare gli asburgici) che combatterono sul durissimo fronte dell’Isonzo, la dice lunga sulla mentalità negativa e deformante con la quale si affronta oggi in Italia il discorso sulla Grande Guerra.
[37] David Stevenson, 1914-1918. The History of the First World War, 2004, p. 416.     
[38] Peter Fiala, 1918.  Il Piave.  L’ultima offensiva della Duplice Monarchia.  A cura di Giulio Primicerj con annessa Relazione Ufficiale Austriaca, tr. it. di Giulio Primicerj, Arcana Editrice, Milano, 1982, pp. 228-236.  All’inizio della guerra scarsa e poco effficace, la nostra artiglieria era diventata numerosa e di tutto rispetto, qualitativamente parlando, non inferiore a quella delle altre nazioni.  La nostra industria bellica lavorava a pieno ritmo, la materia prima veniva dagli Stati Uniti, pagata con i prestiti fattici dagli stessi americani, cioè con il pubblico indebitamento.
[39] Op. cit., p. 236-248.
[40] Andrea Augello, Arditi contro.  I primi anni di piombo a Roma. 1919-1923, Prefazione di Gianluca Di Feo, Mursia, 2017, pp. 18-20. 
[41] Op. cit., p. 292.
[42] Op. cit., p. 337.
[43] Op. cit., p. 339.
[44] Op. cit., p. 341.
[45] Una efficace descrizione della nuova tattica impiegata dai russi si trova in un’opera considerata classica nel suo àmbito:  Norman Stone, The Eastern Front. 1914-1917, Penguin, 1975, 1998, chap. 11:   Summer, 1916, pp. 232-263.   
[46] Sul “mito e contromito”di Caporetto, vedi:  Isnenghi e Rochat, op. cit., cap. VI, 3. Caporetto, l’immaginario e le valutazioni storiche, pp. 394-408.
[47] Krafft von Dellmensingen, op. cit., p. 341.  
[48] Faldella, op. cit., II vol., p. 284 e ss.
[49] Franco Bandini, Il Piave mormorava.  Dopo cinquant’anni la verità sulla Grande Guerra, Longanesi, Milano, 1965, pp. 200-202. 
[50] Faldella, op. cit., II vol., p. 287.
[51] Faldella, op. cit., pp. 287-288.
[52] Op. cit., p. 288.
[53] Krafft von Dellmensingen, op. cit., p. 317.
[54] Mark Thompson, op. cit., pp. 322-323. Corsivi miei. Cito nell’originale il passo incriminato:  “The ensuing struggle was a battle in itself; the situation was only saved at the end of December, with timely help from a French division”. Sottolineatura mia.
[55] I giudizi di Krafft von Dellmensingen si trovano nella parte del suo libro dedicata a: L’assalto al massiccio del Grappa, op. cit., pp. 309-344; pp. 324-328.
[56] Op. cit., pp. 328-329.
[57] Op. cit., p. 344. Konrad Krafft von Dellmensingen era il capo di stato maggiore della XIV Armata. Gli Jäger, lett. cacciatori, erano scelte truppe di montagna, sia presso i tedeschi che gli austriaci.  Il termine era usato in modo simile anche nell’esercio francese: chasseurs.  
[58] Mario Isnenghi e Giorgio Rochat, La Grande Guerra.  1914-1918, cit.,  pp. 386-387. Vedi anche Faldella, op. cit., tutto il secondo volume, in particolare il cap. IX:  La ritirata al Piave e la battaglia d’arresto, pp. 247-288.
[59] Op. cit., pp. 389-391.
[60] Citati da Cervone, op. cit.,  pp. 77-78.  Corsivi miei.  Non bisogna dimenticare che “le migliori truppe austro-ungariche e tedesche” erano, in quel momento, sicuramente tra le migliori del mondo.