venerdì 8 dicembre 2017

Crisi della Chiesa: Un intervento del teologo Brian Harrison O.S. sulla recente scandalosa pubblicazione negli AAS

Un intervento del teologo  Brian Harrison O.S.,
sulla recente pubblicazione negli AAS dell’interpretazione eterodossa dei passi ambigui di Amoris Laetitia  (a cura di Paolo  Pasqualucci)

Nota previa del traduttore.
Ho tradotto dall’inglese e pubblicato, unitamente  all’originale, questo  breve ma prezioso contributo del teologo, prof. Brian W. Harrison O.S., intitolato: Il peso specifico dei diversi tipi di interventi pontifici, perché mi sembra mettere perfettamente in luce il carattere fortemente magisteriale che Papa Francesco ha voluto imprimere all’interpretazione eterodossa di certi passi ambigui della sua Esortazione Apostolica Amoris Laetitia
Le spiegazioni di Padre Harrison sul valore di atto di magistero dello strumento rappresentato dalle “Epistole Apostoliche”, corroborate da significativi estratti degli indici degli AAS, sono estremamente chiare e spero possano contribuire in maniera decisiva a fugare ogni interpretazione minimalista del nefas perpetrato da Papa Francesco, con il suo Rescritto del 5 giugno scorso:  atto di una gravità inaudita, che rappresenta, a mio modesto avviso, un punto di non ritorno per l’attuale Pontificato.  Grazie a quest’atto, ora è come se il Papa in persona autorizzasse ufficialmente i cattolici, trovantisi in certe situazioni matrimonialmente irregolari, a compiere il terribile peccato di una Santa Comunione sacrilega!
Ho strutturato l’intervento nel seguente modo:
Nota previa del traduttore – Testo tradotto – Testo originale – Allegato, come nell’originale, con estratti dagli Indici generali degli AAS, voll. 80, 86, 76.  Le tre note di riferimento a pie’ di pagina le ho aggiunte io.  Le parole in corsivo sono nell’originale.
Paolo  Pasqualucci     
8 dicembre 2017


P. Brian  Harrison O.S. :
Il peso specifico dei diversi tipi di interventi pontifici

Presento qui acclusi (con il sistema del copia e incolla) estratti da diversi indici degli Acta Apostolicae Sedis, i quali mostrano essere le Epistole Apostoliche (Epistulae Apostolicae) documenti di livello piuttosto alto – al terzo posto nella gerarchia vaticana delle fonti, dopo le Lettere Encicliche e le Esortazioni Apostoliche.
Il 2 dicembre 2017 il Vaticano ha rivelato che il 5 giugno dello stesso anno Papa Francesco ha ordinato di conferire lo status di “magistero autentico” quale Epistula Apostolica, alla lettera (privata), come tale atto non di magistero, da lui inviata il 5 settembre 2016 ai vescovi della regione di Buenos Aires, e di promulgarla come tale negli Acta Apostolicae Sedis, il registro ufficiale della Sede Apostolica[1]
In quest’Epistola, Papa Francesco dichiara che l’unica corretta interpretazione del cap. 8 della sua Esortazione Apostolica Amoris Laetitia, è quella sostenuta dai vescovi di Buenos Aires nella loro lettera pastorale del 5 settembre 2016[2].
Nell’art. 6 di questa lettera, i vescovi affermano:  allorché coppie divorziate e invalidamente risposatesi decidono che un impegno alla continenza “non è praticabile” da parte loro, possono tuttavia ricevere l’assoluzione sacramentale e la Santa Comunione, pur in assenza di quell’impegno, in “casi particolari”, vale, a dire quando “si ravvisi” l’esistenza di circostanze attenuanti, riducenti la loro colpevolezza[3].
Poiché gli insegnamenti del “magistero autentico”, anche quando non proposti in modo infallibile, richiedono “l’assenso religioso dell’intelletto e della volontà” da parte dei fedeli  cattolici, ciò significa che, per il Pontefice regnante,  dal 2 dicembre 2017 dobbiamo dare il nostro assenso a una dottrina che, anteriormente a quella data, da tempo immemorabile Papi, Concili e il diritto canonico vietano di professare.  Il divieto risulta anche dal Rituale Romano (il testo usato dalla Chiesa per la pratica dei Sacramenti e altri riti per 350 anni, a partire dalla sua promulgazione nel 1614), nonché dal Catechismo della Chiesa Cattolica (nn. 1650 & 2390).
Ad innumerevoli Cattolici e in special modo a coloro cui sono affidati l’insegnamento della dottrina della Chiesa e l’amministrazione dei Sacramenti, Papa Francesco ha ora fatto il regalo di una grave crisi di coscienza.
Come si può  prontamente vedere dai titoli sottolineati e messi in rilievo negli Indici degli AAS  qui sotto riportati, le Epistole Apostoliche sono di rango superiore alle Litterae Apostolicae, per quanto i mezzi di informazione di massa cancellino normalmente la differenza coll’indicare entrambe come “Lettere Apostoliche”. Le Epistole Apostoliche superano di rango anche i Motu Proprio e persino le Costituzioni Apostoliche, del tipo di quella con la quale Giovanni Paolo II ha promulgato il Catechismo della Chiesa Cattolica.  Difatti, Giovanni Paolo si è servito  di una Epistola Apostolica per promulgare ciò che molti di noi considerano una definizione ex cathedra proclamante una verità infallibile della seconda categoria (definitive tenenda); vale a dire, che solo gli uomini possono esser ordinati sacerdoti (Ordinatio Sacerdotalis, 1994). 
B. H.                         

  The Relative Weights of Different Types of Papal intervention

Below are excerpts (copy-and-pasted) from several indices of Acta Apostolicae Sedis showing that Apostolic Epistles (Epistulae Apostolicae) are quite high-ranking magisterial documents – in third place in the Vatican ‘pecking order’ after Encyclical Letters and Apostolic Exhortations. The Vatican made public on December 2, 2017 that on June 5 of the same year Pope Francis had ordered that his originally non-magisterial (private) letter of September 5, 2016 to the bishops of the Buenos Aires region of Argentina be raised to the status of “authentic magisterium” as an Epistula Apostolica, and promulgated as such in the official record of Peter’s See, the Acta Apostolicae Sedis. In this Epistle Pope Francis declares that the only correct interpretation of Chapter 8 of his Apostolic Exhortation Amoris Laetitia is that given by the Buenos Aires bishops in their own pastoral letter of September 5, 2016. In article 6 of this letter these bishops affirm that when divorced and invalidly remarried couples decide that a commitment to continence is “not feasible” for them, they may still be given sacramental absolution and Holy Communion without that commitment in “particular cases” where “one recognizes” that there are mitigating circumstances that reduce their culpability.
Since teachings of the “authentic magisterium”, even though not infallibly proposed, require the “religious assent of mind and will” of faithful Catholics, the present Pontiff is telling us that as of December 2, 2017 we must assent to a doctrine which we were forbidden to hold prior to that date by previous Popes, Councils and canon law from time immemorial, as well as by the Roman Ritual (the Church’s text for sacramental practice and other rites, used for 350 years after its promulgation in 1614), and by the Catechism of the Catholic Church (nos. 1650 & 2390). Pope Francis has now presented a grave crisis of conscience for countless faithful Catholics, especially those entrusted with teaching the Church’s doctrine and administering the sacraments.
As can readily be seen from the highlighting below, Apostolic Epistles outrank Litterae Apostolicae, even though the vernacular media usually obscures the difference by translating both types of document as “Apostolic Letters”. Apostolic Epistles also outrank Motu Proprios and even Apostolic Constitutions such as the one by which John Paul II promulgated the Catechism of the Catholic Church. In fact, John Paul used an Apostolic Epistle to promulgate what many of us regard as an ex cathedra definition proclaiming an infallible truth of the second category (definitive tenenda), namely, that only men can be ordained as priests (Ordinatio Sacerdotalis).
                                                                                                                                   B.H.

(AAS vol. 80, 1988, p.1823)
                                           INDEX GENERALIS ACTORUM (AN. ET VOL. LXXX ) 
ACTA SUMMI PONTIFICIS
LITTERAE ENCYCLICAE : 513.
EPISTULAE APOSTOLICAE: 241, 935, 1639, 1653.
DECLARATIO : 252.
SACRA CONSISTORIA: 689, 692, 1071, 1077.
LITTERAE DECRETALES : 1375. LITTERAE APOSTOLICAE MOTU PROPRIO DATAE: 121, 1255, 1258, 1495.
CONSTITUTIONES APOSTOLICAE: 5, 6, 353, 355, 357, 694, 841, 1091, 1092, 1262, 1263, 1264, 1381, 1382, 1499, 1501, 1502, 1729, 1731, 1733, 1735, 1737.
LITTERAE APOSTOLICAE: 7, 360, 365, 366, 367, 368, 696, 957, 961, 965, 966, 967, 1094, 1097, 1100, 1101, 1265, 1270, 1384, 1389, 1392, 1395, 1398, 1503, 1507, 1508, 1509, 1739, 1740, 1741, 1742, 1743, 1744, 1745.
EPISTULAE : 923, 969, 988, 1119, 1121, 1280, 1292, 1746.
CONVENTIO: 1271.
HOMILIAE : 10, 369, 373, 379, 586, 592, 597, 702, 707, 711, 997, 1084, 1102, 1107, 1112, 1276, 1399, 1404, 1410, 1510, 1516, 1521.
ALLOCUTIONES : 15, 17, 25, 29, 31, 34, 38, 46, 52, 59, 125, 129, 255, 261, 266, 271, 603, 606, 6.11, 614, 620, 622, 627, 630, 635, 643, 647, 652, 657, 658, 660, 663, 668, 669, 674, 678, 680, 682, 689, 716, 721, 722, 723, 728, 730, 734, 736, 739, 1002, 1004, 1009, 1014, 1016, 1019, 1025, 1071, 1125, 1129, 1131, 1133, 1143, 1154, 1158, 1164, 1167, 1170, 1172, 1178, 1186, 1192, 1197, 1199, 1202, 1205, 1208, 1211, 1214, 1219, 1221, 1226, 1296, 1299, 1301, 1304, 1310, 1314, 1319, 1323, 1325, 1329, 1331, 1335, 1339, 1343, 1346, 1347, 1416, 1421, 1424, 1427, 1434, 1441, 1447, 1449, 1455, 1460, 1464, 1466, 1527, 1532, 1538, 1543, 1546, 1748, 1750, 1755, 1762, 1771, 1775, 1782, 1784.
NUNTII GRATULATORII : 1230, 1231, 1550.
NUNTIUS RADIOPHONICUS : 66. NUNTII TELEVISIFICI : 1233,1252, 1254.
NUNTII SCRIPTO DATI: 64, 277, 278, 1237, 1241, 1358, 1362, 1365, 1472, 1473, 1552.
ITINERA APOSTOLICA: 134, 140, 147, 157, 163, 172, 178, 186, 193, 200, 206, 215, 221, 287, 289, 297, 305, 311, 319, 327, 384, 386, 390, 398, 405, 412, 420, 424, 433, 441, 448, 456, 463, 469, 476, 482, 488, 493, 741, 749, 755, 761, 768, 775, 781, 787, 805, 813, 815, 831, 1552, 1559, 1566, 1573, 1588, 1595, 1603, 1612.

(AAS vol. 86, 1994, p.  1028)
                           INDEX DOCUMENTORUM CHRONOLOGICO ORDINE DIGESTUS
                                               I   ACTA IOANNIS PAULI II PP.

I - EPISTULA APOSTOLICA 1994 Maii 22 Ordinatio sacerdotalis - De Sacerdotali ordinatione viris tantum reservanda 545
II - CONSISTORIA 1994 Iun. 13-14 Consistorium extraordinarium 614 » Nov. 26 Consistorium ordinarium publicum 1011
III - LITTERAE DECRETALES 1992 Maii 31 « Notum feci vobis ». - Beatus Claudius La Colombière, professus Societatis Iesu sacerdos, Sanctus renuntiatur 305 1993 Mart. 21 « Luceat lux vestra ». - Beata Claudina Thévenet Sancta declaratur 5 » » » « Qui habet mandata ». - Beata Teresia a Iesu de Los Andes Sancta renuntiatur 465 » Iun. 16 « Haec est autem ». - Beatus Henricus de Ossó y Cervello Sanctus declaratur 625
IV - LITTERAE APOSTOLICAE MOTU PROPRIO DATAE 1994 Ian. 1 Socialium Scientiarum. - Pontificia Academia Scientiarum Socialium constituitur . . . . . 209 » » » Adnexum: Pontificiae Academiae Scientiarum Socialium ordinatio 213 » Febr. 11 Vitae mysterium. - Pontificia Academia pro Vita constituitur . 385 » » » Adnexum: Academiae pro Vita ordinatio ....... . 388 » Sept. 30 La sollecitudine. - Ultima ordinatio Officii Laboris Apostolicae Sedis foras datur . 841 » » » Officii Laboris Apostolicae Sedis ordinatio . 843 » » » Adnexum I: Albo degli Avvocati presso il Collegio di conciliazione e arbitrato dell'Ufficio del Lavoro della Sede Apostolica (ULSA) 851 » » » Adnexum II: Norme circa la procedura di ricorso per legittimità contro le decisioni dell'Ufficio del Lavoro della Sede Apostolica 853
V - CONSTITUTIONES APOSTOLICAE 1992 Oct. 11 Fidei depositum. - Catholicae Ecclesiae Catechismus post Concilium Oecumenicum Vaticanum II instauratus publici iuris fit 113 1993 Iul. 1 Ad aptius. - In India nova conditur dioecesis Srikakulamensis . 8 I

(AAS vol. 76, 1984, p.1108):                                                                                                                                       
                                    INDEX DOCUMENTORUM CHRONOLOGICO ORDINE DIGESTUS                        
                                                   I - ACTA IOANNIS PAULI PP. II I
 ADHORTATIO APOSTOLICA 1984 Mart. 25 Redemptionis donum. Ad religiosos et religiosas sodales de eorum Consecratione Mysterio Redemptionis illustrata
EPISTULAE APOSTOLICAE 1984 Febr. 11 I. « Salvifici Doloris ». - Ad totius Catholicae Ecclesiae Episcopos, Sacerdotes, Religiosas Familias et Fideles de christiana doloris humani significatione . 201 »
              Apr. 20 II. « Redemptionis Anno ». - Ad totius Ecclesiae Catholicae Patriarchas, Archiepiscopos, Episcopos, Sacerdotes, Religiosas Familias et Christifideles: de urbe Ierusalem quae est omnibus in Deum credentibus bonum sacrum atque optatus concursionis locus ad pacem conciliandam pro populis regionis Mediae Orientalis .
SACRA CONSISTORIA 1984 Iun. 25 I. Consistorium secretum: Summi Pontificis allocutio 753 Camerarii Sacri Collegii nominatio 754 Assignatio tituli Ecclesiae Suburbicariae 755 Optio 755 Provisio Ecclesiarum 755 Nuntius Ecclesiarum quae iam concreditae sunt 755 Relatio causae 756
            II. Consistorium unicum: Peroratio Causarum Canonizationis
LITTERA E DECRETALES 1982 Oct. 10 I. Beato Maximiliano Mariae Kolbe, Sacerdoti professi Ordinis Fratrum Minorum Conventualium, Sanctorum honores decernuntur
            II. Oct. 16 1983 » » II. Beato Leopoldo Mandic" a Castro Novo, Sanctorum caelitum honores decernuntur 
LITTERA E APOSTOLICAE MOTU PROPRIO DATA E 1984 Ian. 2 Pontificia Commissio Codici iuris canonici authentice interpretando constituitur



[1] Il testo del Rescritto con il quale il Papa ha dato quest’ordine, è il seguente:  “Summus Pontifex decernit ut duo Documenta quae praecedunt edantur per publicationem in situ electronico Vaticano et in Acta Apostolicae Sedis, velut Magisterium authenticum.  In Aedibus Vaticanis, die V mensis Iunii anno MMXVII, Petrus Card. Parolin, Secretarius Status”(pubblicato da Maria Guarini sul suo blog: Chiesaepostconcilio.blogspot.ie, 6.12.2017, nella posta intitolata: Alcune notazioni sulla pubblicazione negli AAS dei criteri interpretativi dell’AL dei vescovi argentini e della lettera papale).
[2] Scrive infatti Bergoglio:  “El escrito es muy bueno y explicita cabalmente el sentido del capitulo VIII de Amoris laetitia.  No hay otras interpretaciones.  Y estoy seguro de que hará mucho bien”. Ossia:  “Lo scritto [dei vescovi] è molto buono ed esplicita perfettamente il significato del capitolo VIII di Amoris laetitia.  Non vi sono altre interpretazioni.  E sono certo che da ciò verrà molto bene”.  (Reperibile sul blog di Maria Guarini, nella posta sopra citata). 
[3] Testo del par. 6 della Lettera dei vescovi argentini: “En otras circunstancias más complejas, y cuando no se pudo obtener una declaración de nulidad, la opción menciónada puede no ser de hecho factible.  No obstante, igualmente es posible un camino de discernimiento.  Si se llega a reconocer que, en un caso concreto, hay limitaciones que atenúan la responsabilidad y la culpabilidad (cf. 301-302), particularmente cuando una persona considere que caería en una ulterior falsta dañando a los hijos de la nueva unión, Amoris laetitia abre la posibilidad del acceso a los sacramentos de la Réconciliación y la Eucaristía {cf. notas 336 y 351).  Estos a su vez disponen a la persona a seguir madurando y creciendo con la fuerza de la gracia”. (Reperibile sul blog di Maria Guarini, nella posta sopra citata). La Lettera pastorale dei vescovi della “regione pastorale di Buenos Aires” si intitola:  Criterios básicos para la aplicación del capitulo VIII de Amoris laetitia.  

lunedì 13 novembre 2017

P. Pasqualucci : Una scomunica invalida - Uno scisma inesistente, Solfanelli, 2017


 

 

Pubblico qui  la Presentazione di questo mio libro, appena uscito con l’editore Solfanelli, gentilmente fatta da Maria Guarini sul suo blog Chiesa e Postconcilio. spotblog.ie  il 31 ottobre 2017


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Una scomunica invalida - Uno scisma inesistente. Due studi sulle consacrazioni lefebvriane di Écône del 1988 - Paolo Pasqualucci


P. Pasqualucci : Una scomunica invalida - Uno scisma inesistente. Due studi sulle consacrazioni lefebvriane di Écône del 1988, Solfanelli, 2017, pp. 164, € 13 [qui]

Da parte di alcuni, comprese autorevoli personalità ecclesiastiche, si continua a ritenere in qualche modo “scismatica” la FSSPX. Che mons. Marcel Lefebvre non abbia mai attuato né voluto attuare scisma alcuno, viene ribadito con ricchezza di argomenti in questi due studi del 1999, pubblicati ora per la prima volta in volume da Paolo Pasqualucci, autore del secondo (Una scomunica invalida – Uno scisma inesistente), da lui ampiamente rielaborato per l’occasione. 

Si tratta di due lavori “tecnici”, come si suol dire, ma scritti in modo chiaro e semplice, alla portata di tutti. Questi studi hanno indubbiamente il merito di mettere nel dovuto rilievo un aspetto essenziale, in genere trascurato nelle discussioni e polemiche sulla FSSPX: l’esistenza effettiva dello “stato di necessità”, sempre invocato da mons. Lefebvre a giustificazione delle sue “resistenze”. Tale status, riconosciuto dal diritto canonico, viene indagato, come principio e concetto, sia nei suoi aspetti teologici (primo studio) che in quelli canonistici (secondo studio), con puntuale utilizzo della dottrina tradizionale e più autorevole in materia. 

Di particolare interesse mi sembra, nel secondo studio, l’esposizione della Tesi Murray. Nel luglio del 1995 una “tesina di licenza”in diritto canonico del sacerdote nordamericano P. Gerald Murray, discussa ed approvata con il massimo dei voti alla Pontificia Università Gregoriana, sosteneva (destando un certo scalpore) che la scomunica latae sententiae dichiarata a suo tempo a mons. Marcel Lefebvre, a mons. Antonio de Castro Mayer e ai quattro vescovi consacrati da mons. Lefebvre senza mandato pontificio, non sarebbe stata valida in punto di stretto diritto canonico né lo sarebbe stata la connessa imputazione di scisma in senso formale. Mons. Lefebvre avrebbe agito convinto (ancorché secondo P. Murray erroneamente) di trovarsi in grave stato di necessità e non avrebbe comunque effettuato uno scisma in senso formale, non dimostrando alcuna volontà né comportamento in questo senso.

La “tesina” non fu pubblicata ma se ne rese disponibile un sunto sufficientemente chiaro e preciso, con sufficienti citazioni di passi, apparso sulla rivista americana The Latin Mass, nel numero di autunno 1995, unitamente ad un’intervista con lo stesso P. Murray. 

Nel 1996 il P. Murray fece una ritrattazione parziale della sua tesi, per ciò che riguardava la presenza dello stato di necessità: ora egli affermava che tale situazione non si sarebbe verificata. Tuttavia, continuò a non attribuire a mons. Lefebvre atti dal significato scismatico.

Nell’incandescente temperie attuale, credo che questi due lavori offrano ampio ed utile materiale di riflessione sul tema sempre scottante della natura della FSSPX  e dei suoi rapporti con la Gerarchia, al fine di una visione dell’intera questione più equilibrata e più vicina al vero. 

Il presente saggio, del quale riproduco, per gentile concessione dell’editore Solfanelli, la breve Nota introduttiva, si situa in continuità di studio e controversia con il precedente lavoro dell’Autore sulla soppressione illegale della FSSPX, effettuata dall’Ordinario locale nel 1975 senza la prescritta autorizzazione pontificia (P. Pasqualucci, La persecuzione dei “lefebvriani” ovvero l’illegale soppressione della Fraternità Sacerdotale San Pio X, Solfanelli, 2014, pp. 148 , € 12 - qui).   
Maria Guarini
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Nota  introduttiva

Potrebbe sembrare pleonastico occuparsi ancora, a ventinove anni di distanza, della vicenda delle consacrazioni di quattro vescovi effettuate ad Écône da mons. Marcel Lefebvre il 30 giugno del 1988, disattendendo l’ingiunzione del Papa a soprassedere ulteriormente; consacrazione con la quale l’anziano presule, invocando lo stato di necessità suo (in quanto vescovo) e della Chiesa universale devastata dalla crisi, troncò estenuanti ed inconcludenti trattative, trascinantesi da mesi, per stabilire la data della consacrazione di un vescovo da scegliere tra i sacerdoti della Fraternità Sacerdotale S. Pio X, da lui regolarmente eretta nel 1970, indispensabile per le future ordinazioni dei seminaristi della stessa Fraternità.  Le scomuniche allora applicate latae sententiae a mons. Lefebvre e ai quattro vescovi, non sono forse state rimesse a questi ultimi da Benedetto XVI nel 2007?  La questione non deve pertanto considerarsi chiusa?

In realtà, sulla Fraternità S.Pio X continuano a circolare pregiudizi di ogni tipo e c’è che continua a dipingere mons. Lefebvre come un “eretico” (?), uno “scomunicato”(?), uno “scismatico”(?).  Di costoro si può ben dire “non ragionar di loro ma guarda e passa”.  Più importante è invece applicare il principio secondo il quale bisogna sempre ricercare la verità, per quanto modeste siano le nostre  forze. Ora, nell’opinione dei più, l’atto di generosità con il quale Benedetto XVI ha rimesso le scomuniche ai quattro vescovi, è stato comunque applicato a scomuniche a suo tempo dichiarate validamente da Giovanni Paolo II. Ma bisognerebbe una buona volta render giustizia alla memoria di mons. Marcel Lefebvre, intrepido difensore della fede, e al vescovo brasiliano, mons. Antonio De Castro Meyer, l’unico vescovo che l’abbia per tanti anni affiancato nella lotta, presente nonostante l’età avanzata alle consacrazioni di Écône per testimoniare la sua solidarietà. Infatti, molti ritengono erroneamente che i due presuli siano morti validamente scomunicati e quindi fuori della Chiesa, da nemici della Chiesa, cosa falsissima.   

In realtà, vi sono più che fondati motivi per ritenere quelle scomuniche invalide sia dal  punto di vista teologico che del diritto canonico.

Mi sembra pertanto utile riproporre due studi del 1999, composti in occasione del decennale di consacrazioni e scomuniche, apparsi entrambi in quell’anno su sì sì no no, dal n. 1 al n. 9, tesi per l’appunto a dimostrare con accurata analisi  l’invalidità delle scomuniche stesse.  

Il primo inquadra la questione dal punto di vista teologico, il secondo da quello canonistico. Sono scritti entrambi sotto pseudonimo, come da prassi di quel periodico, tuttora vigente.  Io sono l’autore dello studio di taglio canonistico, sotto il nom de plume di CausidicusHirpinus è invece l’autore dello studio che esamina la questione teologica e che mi è sembrato opportuno riprodurre per primo, rispettando l’ordine di pubblicazione sulla rivista. Il suo autore preferisce mantenere a tutt’oggi l’anonimato. Il mio testo l’ho rivisto in diversi punti,  tenendo conto che sono passati diciannove anni dalla sua prima uscita, apportandovi sensibili modifiche, tagli e in sostanza miglioramenti.  L’altro è rimasto immutato.  Vi ho apportato solo qualche modifica di tipo redazionale, oltre ad aver corretto qualche refuso. Le parentesi quadre nelle citazioni sono di Hirpinus

Pubblico questi due studi anche perché mi sembra doveroso render giustizia a mons. Lefebvre in un altro e più ampio senso. Vale a dire: il perdurare e l’aggravarsi della crisi della Chiesa hanno dimostrato a fortiori che egli aveva ragione nell’agire come ha agito, invocando uno stato di necessità  che oggi continua più che mai ad esistere. Senza quella sua sofferta disobbedienza, imposta dalle gravi circostanze, sarebbe poi stato molto difficile e forse impossibile conservare i due beni preziosi e fondamentali rappresentati dal Seminario conforme alla Tradizione della Chiesa e dalla S. Messa di rito romano antico, per la cui salvaguardia è nata la Fraternità Sacerdotale S. Pio X.  Beni preziosissimi poiché è su di essi che, a Dio piacendo, si potrà procedere (speriamo presto) alla ricostruzione della Chiesa cattolica, devastata da un’apostasia quale mai si era vista nella sua bimillenaria storia.  

Ringrazio sentitamente il direttore responsabile di sì sì no no, Maria Caso, per aver gentilmente autorizzato la pubblicazione di questi due articoli.
Paolo Pasqualucci 


sabato 4 novembre 2017

Storia: novantanove anni fa il 4 novembre 1918, giorno della nostra Vittoria nella Grande Guerra

Storia:  novantanove anni fa il 4 novembre 1918, giorno della nostra Vittoria nella Grande Guerra

Quand’ero ragazzo, negli anni Cinquanta del secolo scorso, il 4 di novembre era festa nazionale.  Allungava le festività religiose di Ognissanti e del Giorno dei Morti.  Si celebrava la vittoria nella I guerra mondiale:  correlativamente, il raggiungimento dell’Unità nazionale e l’opera valorosa delle Forze Armate.  Gran parte delle sinistre e parte consistente del mondo cattolico non l’hanno mai amata, questa celebrazione, troppo patriottica per i loro gusti.  La svalutazione progressiva, sul piano politico e culturale, dell’idea di Nazione, di Patria e di Vittoria militare, portato della decadenza generale dei costumi che affligge noi e tutto l’Occidente, fece sparire ogni riferimento alla Grande Guerra, riducendo la festa a Giornata delle Forze Armate, ed infine a cancellare la festività.  Oggi, in questa data, si rende omaggio, nelle dichiarazioni ufficiali, alle Forze Armate e all’Unità nazionale.  Della vittoria nella Grande Guerra si è persa definitivamente ogni traccia.
Si è pertanto avuta, in data odierna, giorno lavorativo, la consueta anonima cerimonia al Vittoriano, condita dai consueti messaggi di routine delle Autorità costituite. Il Presidente Mattarella ha ricordato “la conseguita completa Unità d’Italia” e “l’onore” che si deve rendere alle Forze Armate, con un “commosso pensiero a tutti coloro che si sono sacrificati sull’Altare della Patria e della nostra libertà, per l’edificazione di uno Stato democratico ed unito” (Corriere della Sera di oggi, 4 nov. 2017).
Il ministro della difesa, on. Roberta Pinotti, colei che vorrebbe istituire il “servizio civile” obbligatorio per tutti (sì, il servizio civile non quello militare) ha detto, sempre nell’estratto del Corriere della Sera, che “la comemorazione di quel doloroso periodo della nostra storia nazionale offre la possibilità per una riflessione più profonda sul valore della pace, anelito insopprimibile di ogni società civile, dovere ma anche diritto di ogni uomo, delle nuove generazioni, dei deboli e indifesi, di coloro che scappano dalle guerre, dei tanti rifiutati e oppressi.  Ed è in momenti come questo che dobbiamo rinnovare con forza il ricordo delle migliaia di Caduti sulle pietraie del Carso, sull’Isonzo, sul Grappa, sul Piave e in tanti altri luoghi entrati a far parte della nostra memoria collettiva”.
Avrà detto anche altre cose, l’onorevole ministro, nel suo messaggio.  Se questo ne è il nucleo, esso appare abbastanza singolare per un ministro della Difesa, delle Forze Armate.  Di quella terribile ma valorosa ed eroica epopea che fu la nostra Grande Guerra, sa dire solo che è stato “un doloroso periodo della nostra storia”.  Il dolore, dunque.  La riflessione sul dolore passato offre lo spunto per quella sul presente, rappresentato sempre dal dolore, che sarebbe quello delle categorie consacrate dalla retorica politicamente corretta dominante – le quali categorie si ritengono private del loro “diritto alla pace”:   ogni uomo in generale, i giovani, i deboli e gli indifesi, i profughi, i rifiutati ed oppressi.
C’è un po’ di tutto, nel materno abbraccio pinottiano, come si conviene ad una governante intrisa di “pluralismo”, anche sul piano strettamente culturale.  Un “diritto alla pace”, intrinseco ad ogni essere umano, non sapremmo per la verità come concepirlo, in termini propri, giuridici.  Ma tant’è. Il nostro bravo ministro, nel ricordare l’anniversario della Vittoria in una guerra mondiale di fondamentale importanza per la nostra stessa esistenza di popolo – se, nonostante tutto, esistiamo ancora come popolo e Stato unitario lo dobbiamo alla vittoria in quella guerra – sa parlare solo di pace e nei termini di quella  retorica sentimentale ed umanitaria con la quale si tentano oggi di occultare le gravi debolezze e lacune della nostra attuale classe di governo, incapace di difendere il territorio nazionale da una massiccia invasione afro-asiatica e musulmana, che nessuna emergenza cosiddetta umanitaria giustifica, dal momento che, nella massa che ci invade, i veri profughi sono solo una piccola minoranza.

Allora, perché il 4 novembre?  Cos’è successo il 4 novembre?  Lo sa l’on. Roberta Pinotti? Immagino che siano in pochi a saperlo, visto che da anni non se ne parla mai, anche perché si insegnano da tempo falsità di ogni tipo sulla nostra partecipazione alla Grande Guerra.  Per esempio, che per noi essa sarebbe finita con la pesante sconfitta di Caporetto, dopo la quale saremmo arrivati alla vittoria, un anno dopo, solo perché sorretti dai nostri alleati franco-britannici, che ci avrebbero tolto le castagne dal fuoco.    
Invece, a due settimane circa da Caporetto, il nostro esercito (allora Regio Esercito) risuscitò sul Piave, sul Grappa e sugli Altipiani, contenendo da solo gli ultimi furiosi e decisivi assalti austro-tedeschi, sorretto alle spalle da undici preziose divisioni franco-britanniche accorse in riserva strategica, ridotte poi assai presto a cinque, le quali subentrarono  in linea dopo circa un mese, quando avevamo stabilizzato il fronte.  Risuscitò, con grande sorpresa del nemico, ma in realtà non era mai morto.  Aveva incassato un colpo da K.O., portato con estrema maestria dalle migliori divisioni tedesche e austro-ungariche, e tuttavia era riuscito ad assorbirlo.  Era stata distrutta a Caporetto l’ala sinistra della II armata, mal schierata nelle montagne isontine del Friuli del Nord-Est. Parte di quell’armata, dislocata più a sud, si ritirò in ordine, assieme alle altre due armate nostre, la III e la IV, non intralciate dalla marea dei profughi friulani.  I circa trecentomila prigionieri e molti fra gli altrettanti sbandati (poi recuperati) appartenevano in numero consistente alle sterminate retrovie caratteristiche di tutti gli eserciti moderni.
Dalla nostra vittoriosa “battaglia d’arresto” del novembre-dicemtre 1917, come si giunse al 4 novembre 1918?  Nel giugno del 1918, la Duplice Monarchia, uscita dalla guerra la Russia travolta nel gorgo della rivoluzione, in appoggio alle poderose offensive con le quali i tedeschi stavano tentando di vincere la guerra anche a Ovest, prima che si consolidasse il sempre più massiccio apporto americano in Francia,  tentò a sua volta di sfondare contro di noi, raccogliendo le sue logorate forze per un ultimo formidabile sforzo.  Si ebbe la grande Battaglia del Montello o seconda del Piave, che si concluse con un completo insuccesso austro-ungarico.  La testa di ponte larga 8 km e profonda 5 costituita al di qua del Piave, sulle alture del Montello, fu da noi contenuta in aspri combattimenti e l’Imperial-regio esercito fu costretto a ripassare il Piave.  Con quella fallita e sconsiderata offensiva, per di più mal condotta dall’inesperto imperatore Carlo d’Asburgo, l’Austria-Ungheria perse la guerra.  Dopo questa battaglia, cessarono del tutto i tentativi anglo-americani di indurre l’Austria-Ungheria ad una pace separata.  Gli Alleati avevano ormai la sensazione netta del crollo imminente del nemico.
La grave crisi interna dell’Impero, economica e spirituale, aumentò sempre di più.  L’esercito teneva ancora ma cominciò a disgregarsi nelle retrovie quando il fronte balcanico, tenuto soprattutto dalla Bulgaria, crollò all’improvviso alla fine del settembre 1918, aprendo agli eserciti alleati (tra i quali anche un corpo di spedizione italiano) dalla Grecia orientale la via verso Budapest, via che essi cominciarono ovviamente a percorrere,  non velocemente ma inesorabilmente.  A quel punto le divisioni ungheresi sul nostro fronte cominciarono ad agitarsi e a voler tornare a casa, per difendere la Patria in pericolo.
Con il nemico in crisi sempre più evidente, in condizioni di inferiorità anche per le munizioni e il vettovagliamento, e i tedeschi ormai in ritirata in Francia, ordinata anche se la loro linea non era più continua e mancavano riserve e munizioni, il nostro Comando Supremo si decise alla fine ad attaccare, in ritardo, il 24 ottobre e con il Piave in piena!  La Terza Battaglia del Piave o di Vittorio Veneto, durò cinque giorni effettivi, dal 24 al 28 ottobre, giorno nel quale l’VIII armata italiana, comandata dal generale Caviglia, appoggiata sulla destra dall’armata anglo-italiana del generale Cavan e sulla sinistra da quella franco-italiana del generale còrso Graziani, sfondò il centro dello schieramento nemico, puntando verso Vittorio Veneto e dividendo in due tronconi l’Imperial-regio.  Sul Grappa gli italiani non passarono e subirono le consuete, ingenti perdite, nei ripetuti assalti e contrassalti.  Ci riuscirono sul Piave, contro un nemico indubbiamente debilitato ma che si batté valorosamente sino all’ultimo, nonostante le defezioni di diversi reparti della seconda linea, soprattutto ungheresi e cèchi, a partire dal terzo giorno della battaglia, e nonostante la dissoluzione politico-amministrativa ormai inarrestabile dello Stato austro-ungarico.

Ho ricordato sinteticamente quei drammatici eventi, al fine di arrivare nel modo dovuto al punto che ci interessa: solo alle 7 di mattina del 29 ottobre, quando l’esercito era ormai in rotta sul fronte del Piave, i dirigenti austriaci presero i primi contatti con il Comando italiano, chiedendo un armistizio.  Precedentamente avevano tentato invano con gli americani, perdendo tempo prezioso.  Iniziarono in tal modo convulsi negoziati che si conclusero con la firma dell’armistizio a Villa Giusti, presso Padova, il pomeriggio del 3 novembre, a valere dal pomeriggio (dalle 15) del 4 novembre successivo.  Ora, gli austriaci speravano giustamente di poter negoziare con noi termini onorevoli.  Ma non ci riuscirono.  Le condizioni di armistizio non erano decise dal Comando Supremo italiano o dai politici italiani isolatamente: erano prese dal Consiglio di guerra interalleato che risiedeva a Parigi, in quei drammatici frangenti riunito in seduta quasi permanente.  Fu tale Consiglio, che ricomprendeva le alte cariche politiche e militari dei ‘Quattro Grandi’, ad imporre la resa incondizionata, poiché tale fu l’armistizio che l’Austria-Ungheria dovette sottoscrivere.  Certo, l’Italia non si oppose.  La Battaglia di Vittorio Veneto portò alla dissoluzione dell’esercito austro-ungarico, in parte già iniziata:  gli diede il colpo di grazia, impedendo il disegno austriaco e tedesco di riportare la componente nazionale dell’esercito sui confini naturali, cioè sulle Alpi da un lato e sul Reno dall’altro, per cercare di resistere ancora e ottenere una resa meno dura.  Sparendo l’Imperial-regio  dalla scena, la via dell’invasione della Germania da sud era aperta a noi e ai nostri alleati e i tedeschi non avevano in pratica più truppe da opporre.  In tal modo, la Germania dovette anch’essa piegarsi ad accettare una resa incondizionata, sottoscritta l’11 novembre 1918.  
Questo dunque, in estrema sintesi, ciò che accadde il 4 novembre 1918, data indubbiamente significativa per noi italiani e che dovrebbe esser ricordata in modo degno.  Senza retorica e senza animosità per i nemici di un tempo ma con il pathos che la ricorrenza richiede, osando magari pronunciare le parole probite di guerra e vittoria.  
 Era la fine della guerra in Italia, dopo tre anni e mezzo di tremendi sacrifici umani e materiali.  Soprattutto, era la Vittoria, conseguita con l’eroico sacrificio di un’intera generazione.  Dopo Caporetto ci fu in tutto il Paese, anche nelle classi popolari, un grande slancio patriottico, per resistere all’invasione straniera e per vincere.  Come disse Benedetto Croce, dopo quella cocente sconfitta, solo allora quella guerra diventava nostra.  Combattevamo per la nostra terra, per riconquistarla e per l’onore nazionale, ingiustamente infangato da uno sciagurato Bollettino del Comando Supremo che, il giorno dopo lo sfondamento di Caporetto, ancora mal informato su quello che stava succedendo, diede la colpa del crollo locale ad una viltà dei soldati che in realtà non c’era stata (episodi di rese locali senza combattere ci furono dopo lo sfondamento, le cui cause furono soprattutto militari, nel clima di caos, di panico e di abbattimento subito creatosi, anche a causa della rivoluzionaria tattica del nemico, basata non più sui sanguinosi attacchi frontali ma sull’aggiramento veloce dei caposaldi e l’attacco di lato o da tergo, di sorpresa, condotto da truppe scelte).
Ma non si trattava solo della vittoria in quella guerra, fatto di per sé pur notevole per un popolo ed uno Stato di recente e tormentata formazione come il nostro.  Con quella durissima prova, con quel sacrificio, riscattavamo moralmente noi stessi dalle dominazioni straniere che avevano infierito su di noi per tre secoli e mezzo.  Da quando, nelle sciagurate e crudeli Guerre d’Italia (1498-1559), Asburgo spagnoli e austriaci, francesi, svizzeri, da noi in nessun modo provocati, avevano fatto a pezzi il sistema degli Stati italiani indipendenti ma militarmente deboli e sempre divisi tra di loro.  Fu una grande tragedia, che non dobbiamo dimenticare. Riuscì a resistere solo la Repubblica di Venezia, spacciata alla fine del Settecento da Napoleone, dopo una lunga decadenza.  Le Guerre d’Italia le vinse su tutti la Spagna asburgica e quando il suo dominio finalmente si allentò, dopo altre guerre, si ebbe la prevalenza dell’Austria asburgica, rinnovatasi dopo l’intervallo napoleonico, che aveva annesso all’Impero francese parti consistenti del nostro Paese, riducendo le altre a piccoli Stati suoi satelliti.  L’Impero austriaco mai ci volle riconoscere il diritto ad essere non dico uno Stato indipendente suo alleato ma nemmeno un popolo degno di essere preso in considerazione. Eravamo, per tutti, solo una espressione geografica, "volgo disperso che nome non ha",  pascolo ubertoso per le politiche di potenza dei grandi Stati.   La lunga età delle “preponderanze straniere” (Cesare Balbo) fu per noi un’età di ripetuto sfruttamento economico e militare, di sudditanze umilianti, di umiliazioni a non finire. 
 Combattendo e vincendo la Grande Guerra, abbiamo pagato il prezzo di sangue che il nostro riscatto esigeva.  Perché quel sangue non sia stato versato invano, dobbiamo ora resistere con tutte le nostre forze all’ondata nichilista che vuole travolgerci, dall’interno e dall’esterno, ammantata di ipocrisie pseudo-umanitarie.  E tra i valori che dobbiamo recuperare, per resistere, il patriottismo, la fede nell’Italia patria comune e unitaria, da difendere in tutti i modi, occupa senz’altro un posto eminente.  In questo, ci ispiri, dunque, e ci sostenga il ricordo di questa data gloriosa, il 4 novembre, giorno della Vittoria della Patria, finalmente tutta unita nei suoi confini naturali.




Paolo  Pasqualucci,  sabato 4 novembre 2017       

martedì 10 ottobre 2017

Filosofia del Diritto : Stato e bene comune [I]

Filosofia del Diritto:   Stato e  bene comune [I]

Sommario:  1.  Lo Stato ha come fine precipuo il bene comune di un popolo.  2. Il bene comune, fine dello Stato, è sia materiale che spirituale.  3. La falsa contrapposizione della c.d. “nazionalità spontanea” allo Stato.  4.  Bene comune e bene del singolo.  5.  Il bene comune di un popolo è costituito innanzitutto dalla sua stessa esistenza e sopravvivenza.  6.  Bene comune materiale e bene comune in senso spirituale.


1. Lo Stato ha come fine precipuo il bene comune di un popolo

Il bene comune e non la felicità individuale, il cui perseguimento deve sempre accordarsi con le esigenze del bene comune.  E nemmeno la giustizia in sé e per sé, ideale del tutto astratto se inteso all’insegna del motto: fiat iustitia, pereat mundus, inapplicabile allo Stato. Lo Stato, più realisticamente, dovrà cercare sempre di perseguire il suo fine specifico senza violare i princìpi fondamentali della giustizia, sia nel senso della giustizia conforme alle leggi di natura e divine che nel senso di quella risultante dai rapporti di correttezza tra gli uomini civili, nei rapporti con i singoli e con gli altri Stati.  Ma il suo fine specifico è il bene comune, da perseguirsi per quanto possibile secondo giustizia.   Il bene comune di un popolo non quello degli altri popoli o dell’umanità nella sua totalità, prospettive chimeriche e megalomani, oggi tornate di moda grazie alla crisi dei valori dilagante.
Che la giustizia sia un principio da non applicarsi qui in modo assoluto, a meno che non risultino violate la legge di natura o quella divina, si ricava da queste semplici riflessioni. 
La norma pacta sunt servanda è un principio cardine del diritto internazionale, ma temperato dall’aggiunta:  rebus sic stantibus, se si mantengono le condizioni presenti, quelle che hanno condotto alla firma degli accordi.  Ora, è capitato che uno Stato si sia rifiutato di entrare in una guerra considerata rovinosa, cosa che era obbligato a fare da un precedente trattato, trovandosi così affibbiata la taccia di traditore dallo Stato suo partner, che si attendeva l’entrata in guerra e negava l’applicabilità della clausola rebus sic stantibus.   Insomma:  per salvare lo Stato, e mantenere in tal modo al popolo il bene comune della pace, non si è a volte costretti a violare un trattato, ossia ad andar contro il giusto principio del pacta sunt servanda in nome di un principio ritenuto più alto, anch’esso giusto, quello del mantenimento del bene comune di tutto un popolo, che non si vuole mettere a repentaglio in una guerra che si presenta gravosa e rovinosa?
Pertanto, l’idea di giustizia cui fa riferimento sant’Agostino in una sua famosa frase, va interpretata in modo appropriato.  Eliminata la giustizia – ha scritto – cosa sono i regni se non grandi associazioni criminali?”[1].  Giusto. Ma di quale giustizia di tratta?  Di quella propria dello Stato, si intende, secondo i fini naturali per i quali esiste l’autorità di governo dello Stato, voluti e approvati da Dio (Rm 13, 1-7).  I valori di questa giustizia possono confliggere, dal punto di vista pratico, con il valore rappresentato dal bene comune del popolo, da mantenere e difendere ad ogni costo.
Tale conflitto non ha, invece, luogo se uno Stato, per fare un esempio riferito al nostro drammatico presente, si rifiuta di accogliere grandi quantità di stranieri che arrivino clandestinamente sui suoi confini terrestri e marittimi, con la motivazione di essere profughi o di fuggire dalla miseria.  L’accoglienza di elementi estranei, e in gran numero, non può certo essere un dovere per uno Stato, né in senso morale né giuridico, proprio perché il dovere fondamentale dello Stato (che ne giustifica l’esistenza) è esclusivamente quello di provvedere al bene dei propri cittadini (o sudditi).  Può naturalmente soccorrere ed accogliere gli stranieri che arrivino illegalmente ma unicamente per generosità, non perché sia obbligato, in quanto Stato.
Quell’accoglienza può diventare un dovere giuridico, solo se lo Stato si è impegnato con un trattato internazionale ad una accoglienza di questo tipo.  Si tratterebbe comunque di un cattivo trattato, da ripudiare.   Infatti, il dovere elementare dello Stato è di provvedere in primo luogo al bene comune dei suoi cittadini, il che implica la difesa da ogni invasione, quali che siano le sue motivazioni.  Una “accoglienza” di elementi stranieri  per motivi umanitari può naturalmente aver luogo ma non può comunque costituire un diritto (un “diritto umano”, che obblighi lo Stato a tutelarlo) né tantomeno esser indiscriminata: deve esser discriminata a seconda delle risorse a disposizione dello Stato e del calcolo delle conseguenze che tale invasione comporterebbe sul piano dei valori (usi e costumi, religione, qualità della vita). 

1.2  Oggi lo Stato, innanzitutto come valore, è contestato in gran parte di quello che si chiamava un tempo Occidente, diventato una sorta di cosmopolita e nello stesso tempo atomistica, sfilacciata comunità euro-americana pervasa dallo spirito mercantile e dall’edonismo più sfrenati, senza morale e senza Dio.  Da più parti si auspica il superamento ed anzi la scomparsa dello Stato-nazione, come dicono;  accusato di provocare o alimentare il nazionalismo, con i suoi passati disastri, e di non curarsi dei c.d. “diritti umani” nel modo dovuto.  Accusa a ben vedere superficiale, dal momento che la I Guerra Mondiale, sempre imputata agli sfrenati nazionalismi, ebbe come causa profonda la lotta spietata che quattro grandi imperi europei, padroni di mezzo mondo, stavano da anni conducendo, divisi in due alleanze, tra di loro e ai danni del moribondo impero ottomano.  Le aspirazioni e i calcoli di dimensione imperiale furono assai più decisivi, quale causa di guerra, degli impulsi nazionalistici di una Francia o di un’Italia e perfino di una Serbia.  

Di questi tempi, si vorrebbe che lo Stato si lasciasse “superare” da due lati. Dall’esterno,  sottomettendosi alla sovranità di organizzazioni sovranazionali (ONU, UE, WTO, OMS, etc), incluso il “mercato globale” dominato dalla finanza internazionale, e ai loro enti;  dall’interno, frammentandosi in regioni o mini-stati sottoposti alle medesime organizzazioni sovranazionali.  Dall’interno e dall’esterno è in azione un movimento a tenaglia contro lo Stato, il cui diritto all’esistenza è simultaneamente negato in nome del particolarismo e dell’universalismo, tra loro contraddittori ed ugualmente spuri perché frutto di astratte e faziose ideologie assai più che dei bisogni reali dei popoli.

Lo Stato però, come istituzione che realizza ancora in qualche modo il prevalere del bene della nazione (del bene comune) sugli interessi individuali o di parte, resiste e si mantiene rivelandosi ancora indispensabile per tanti aspetti essenziali della vita in comune, in modo diretto ed indiretto:  pensiamo all’ordine pubblico e alla difesa, all’amministrazione della giustizia, al sistema sanitario, al sistema scolastico, agli interventi nell’economia, allo sport. Ma il pensiero politico e giuridico attuale non sembra trovare argomenti concettualmente validi per giustificare questa tenace sopravvivenza, aiutato, in questa sua latitanza, da una concezione del diritto che appare sempre più astratta ed utopistica.  Infatti, si tende a far prevalere su tutto l’idea dei “diritti umani” di ogni individuo, concepito atomisticamente come entità completamente disancorata da ogni connessione territoriale, sociale, culturale, ossia da una nazione che sia effettiva comunità di vita, quale si esprime in un ordinamento giuridico statuale concreto, secondo il ben noto rapporto ordinamento statale-territorio-popolo;  per farne, del diritto, un attributo della persona individuale, astrattamente intesa;  di un soggetto di diritti senza storia e senza individualità, nei fatti inesistente; quell’autentica chimera che è il “cittadino del mondo” concepito assurdamente, il mondo, come “villaggio globale”.
  Si ha qui certamente un uso iperbolico della nozione dei “diritti umani”, nozione assai più ideologica che giuridica, filosoficamente figlia del consunto, antropocentrico “giusnaturalismo” degli “Immortali princìpi” della Rivoluzione Francese.  La negazione della validità dell’esigenza posta dallo Stato, come istituzione concreta, ha contribuito pertanto ad una concezione a mio avviso addirittura irreale del diritto.  Il fenomeno giuridico non può, evidentemente, identificarsi con il diritto posto dallo Stato (come ritenevano le vecchie scuole positivistiche) ma nemmeno può esser disancorato dal “concreto” rappresentato dal territorio di un determinato popolo, governato da un ordinamento giuridico statuale specifico, quale che sia il suo grado di sviluppo, sul quale incombe il dovere di mantenere integro il territorio con il popolo che vi abita[2].

2.  Il bene comune, fine dello Stato, è sia materiale che spirituale

 Un primo argomento da ribadire, in sé non certo nuovo ma oggi del tutto dimenticato, è dunque il seguente: lo Stato esiste per realizzare il bene comune dei suoi componenti, cittadini o sudditi che siano.  Concetto che si può esprimere anche servendosi dell’antica, famosa massima dei Romani:  Salus populi suprema lex esto:  la salvezza del popolo sia la legge suprema, per i magistrati o governanti, e quindi per lo Stato e le sue leggi[3]. La “salvezza” del popolo ne realizza il bene comune.    
Il discorso sullo Stato va pertanto ripreso muovendo dalla considerazione del fine, dalla sua causa finale, per esprimerci in termini aristotelici. 
A qual fine esiste lo Stato?
Per realizzare il bene comune di un determinato popolo.  Questo popolo costituisce di per sé una società i cui caratteri culturali, storici, estetici, linguistici, religiosi l’individuano anche come nazione.  Popolo e nazione sono comunque termini usati come sinonimi. 
Ma come qualificheremo il “bene comune” di un popolo, dal punto di vista del suo contenuto?  Quali ne sono gli elementi costitutivi?   Si intende qui, ovviamente, sempre il bene comune dal punto di vista terreno, non di quello della salvezza eterna delle anime, di competenza della Chiesa e non dello Stato, che comunque, come si avrà modo di ribadire, deve anch’esso concorrervi, sia pure senza uscire dalla sua sfera di competenza e quindi indirettamente.
Il bene comune di un popolo è sia materiale che spirituale, attiene cioè a tutti gli aspetti giuridici, economici, politici della vita quotidiana di un popolo, senza ovviamente poter escludere quelli spirituali ad essi collegati nella forma di ciò che chiamiamo valori della morale, della cultura,  dello spirito in generale.    
  Nel bene comune in senso “materiale” va anzitutto ricompreso il bene dell’esistenza stessa fisica e sopravvivenza nelle generazioni di un popolo: ordinata, pacifica e moralmente elevata, secondo i princìpi della laica virtù del cittadino e dell’etica fondata sulla religione.  Per la realizzazione del bene comune così inteso, l’unità dello Stato rappresenta un modo di essere imprescindibile, senza voler considerare la forma più o meno rigida nella quale si attui, se cioè in forma burocratico-centralizzatrice o che lasci spazi più o meno ampi all’autogoverno locale (federalismo o confederazione).    

3.  La falsa contrapposizione della c.d. “nazionalità spontanea” allo Stato unitario

Popolo, nazione, società sono elementi da considerare unitariamente, in relazione alla forma-Stato che ne attua la sintesi e il superamento. Essi costituiscono di per se stessi concetti portanti della filosofia politica e del diritto moderna e contemporanea.  E spesso sono stati e sono visti in contrasto tra loro.
 Ricordiamo la marxistica contrapposizione tra società e Stato:  quest’ultimo sarebbe solo la sovrastruttura politica dei rapporti materiali di produzione che nella società si innervano ai rapporti e alla lotta di classe; sovrastruttura destinata a sparire una volta realizzatasi la rivoluzione proletaria e comunista, che avrebbe socializzato completamente i rapporti di produzione, abolendo la proprietà privata e dando il potere ai proletari.  Ciò avrebbe comportato l’estinzione dello Stato.
L’utopia marxiana contrapponeva la società allo Stato, attribuendo al comunismo, sua forma del tutto idealizzata (profetizzata, anche se in termini necessariamente vaghi, quale inevitabile stadio finale e definitivo della storia), la capacità di sostituirsi completamente allo Stato.   Mai profezia si rivelò più  tragicamente fallace, come sappiamo.
Ma esiste anche il filone che contrappone la nazione allo Stato. Così si tende oggi a contrapporre allo Stato nazionale, unitario, burocratizzato, la c.d. “nazionalità spontanea”.  La polemica antiunitaria italiana attuale (e non solo italiana) contrappone allo Stato unitario democratico-parlamentare centralizzato l’esigenza del riconoscimento delle diverse “nazionalità spontanee” che si troverebbero diffuse per l’Italia.  Cosa significa ciò?  L’alternativa istituzionale concreta proposta da questi polemisti resta sempre nel vago ma la si può facilmente immaginare:  dar vita ad un sistema di autonomie locali ancorate alle attuali Regioni, che sia ancora più sviluppato dell’attuale, pur ampio.  Ma bisogna chiedersi:  quali “nazionalità” dovrebbe riconoscere lo Stato italiano?

3.1  Dal punto di vista della lingua, della cultura, della religione – elementi tipici dell’entità che si suol chiamare “nazione” – lo Stato italiano non ha da riconoscere una “nazionalità” diversa da quella italiana, diffusa in maniera uniforme in tutto il Paese, caratterizzante lo Stato e la società come italiani.  L’elemento cosiddetto “spontaneo” nella cultura e nella lingua è costituito in Italia, come nelle altre nazioni,  dal sostrato dialettale e dal folklore, tratti tipici in senso popolare  di  regioni e città, in ogni Stato.  Il teatro e la letteratura dialettale esistono da sempre in Italia e nessuno li ha mai toccati, nemmeno durante il fascismo. Si tratta di una cultura popolare “spontanea” che ha sempre convissuto pacificamente con quella italiana nel senso proprio ed elevato del termine.  Riconoscere adesso questa cultura a livello della forma istituzionale dello Stato, in quanto espressione di una “nazionalità spontanea” che imporrebbe la suddivisione del nostro Stato in tante piccole “nazionalità” istituzionalmente separate e protette da una normativa nazionale-internazionale, ciò significherebbe regredire  a livelli addirittura grotteschi di organizzazione politica e subcultura, come fanno fede i dilettanteschi tentativi della Lega Nord, qualche anno fa, di istituire una scuola leghista (accanto al “matrimonio celtico”) in sostituzione della scuola italiana, con l’insegnamento di dialetti lombardi o veneti al posto dell’italiano e di autori dialettali  al posto delle opere dei nostri classici, di un Foscolo, un Leopardi, un Manzoni!  Per non parlare di Dante…
Culturalmente, nel senso ampio ed elevato del termine, l’Italia è sempre stata  u n a  e lo è tuttora.  Inoltre, dal punto di vista qualitativo, dei contenuti, è sempre esistita una cultura italiana “nazionale” dall’ampio respiro ben distinta dalla cultura “regionale” del nostro Paese, esprimentesi in italiano ma di mentalità ristretta ed incapace di approfondire[4].   Ed è sempre stata  u n a  l’Italia anche dal punto di vista religioso, cioè cattolica. Forse le “diversità spontanee” da riconoscere sarebbero quelle delle tradizioni amministrative ed economiche degli Stati prenunitari?  Ma sono scomparse da centocinquant’anni, spazzate via per l’appunto dal centralismo sabaudo.  E il vigente sistema economico-politico consentirebbe forse di riprodurle?  L’attuale Regione, ricettacolo della supposta “nazionalità spontanea” riproduce ex Constitutione la medesima struttura politica e burocratica dello Stato centralizzato, ne è il doppione in miniatura, e ne mostra più i difetti che le virtù, dato che la base “regionale” ha permesso per l’appunto una reviviscenza mai vista del  sistema clientelare tipico dell’Italia preunitaria, fondato sul paludoso “notabilato” locale, mantenutosi (con qualche limitazione) nell’Italia unita e oggi ben più diversificato e vasto di un tempo, a causa dell’aumento consistente dei gruppi di potere o lobbies
Comunque lo si rigiri, il concetto di questa “nazionalità spontanea” che dovrebbe costituire la linfa di una nuova Italia, supposta federale o confederale o semplicemente divisa in Stati diversi, come prima del Risorgimento, quando c’erano otto dogane e otto diversi sistemi di pesi e misure e monetari a dividere e frammentare il Bel Paese, resta nebuloso e chimerico. 

3.2  Su di un piano più generale, il concetto della “nazionalità spontanea” vuole esprimere una contrapposizione netta tra Stato e nazione, all’insegna del concetto che la nazione viene prima e gli Stati dopo, ragion per cui questi ultimi dovrebbero riconoscere la nazionalità pre-esistente, nelle sue varie forme.
Questa visione non è ovviamente errata, contiene un elemento di verità, ma solo un elemento.  Il processo storico reale è molto più complesso.  La storia, infatti, ci mostra raramente il dispiegarsi di un rapporto fra Stato e nazione così lineare.  Più spesso, la nazione, nel suo farsi, si costituisce sin dall’inizio già come Stato, anche rozzamente, quando non è lo Stato a costituire la nazione, con l’opera audace (e anche spregiudicata) di una classe dirigente (aristocratica o borghese) in possesso di un potere e di un’organizzazione statali e di un buon esercito
“In nessuna parte d’Europa la nazione è stata l’elemento primario e lo Stato l’elemento derivato. Più antico della nazione francese è lo Stato francese – i suoi fondatori sono la monarchia e l’episcopato, non la nazione. Più antico della nazione tedesca è l’Impero tedesco d’impronta franco-orientale e sassone…” [5].  

3.3  Per non allontanarmi troppo dal mio tema, rinvio l’approfondimento di questo importante punto ad un intervento successivo, anche per ciò che riguarda l’Italia.  Per ora limitiamoci a dir questo:     dietro la rivendicazione antiunitaria della cosiddetta “nazionalità spontanea” è riapparso nel nostro Paese il fantasma dell’antico e feroce spirito municipale italiano, fonte primaria di tutte le innumerevoli divisioni, lotte e guerre civili dei secoli passati.  Il termine stesso di “nazionalità” è qui ambiguo.  La nazione italiana, prima dell’unificazione, era appunto quella che si esprimeva nella lingua e nella letteratura nazionale, nella cultura unitaria; la cosiddetta “nazionalità spontanea” ne sarebbe stata, invece, il sostrato multiforme, l’elemento grezzo che non va oltre il dialetto e il folklore, dimensioni puramente locali, campanilistiche, grette.  
E questa supposta “identità” della “nazionalità” conculcata e nascosta, è stata anche creata artificialmente.  Pensiamo alla  “identità celtica” della cosiddetta Padania, inventata dal rozzo e truculento on. Bossi e compagni di ventura, con le risibili, farsesche cerimonie paganeggianti lungo il corso del “dio Po”, le kermesse a base di paccottiglia “celtica”, il “matrimonio celtico” et similia. Un “celtismo fatto in casa” da contrapporre a Roma, simbolo della latinità e dell’odiato potere centrale, anche alla Roma Sede bimillenaria del Cattolicesimo (nei primi tempi i leghisti vaneggiavano a tratti di una “Chiesa celtica o padana”).  Il mondo dei fumetti del gallico Asterix è stato qui rivenduto sotto forma di sagra paesana, ma con il fine abietto di distruggere l’unità nazionale per rendersi un domani indipendenti nell’Unione Europea, sì da poter aumentare (si crede) il proprio già grande benessere materiale (come se tale benessere non fosse dipeso in misura consistente anche dall’appartenenza allo Stato italiano).  
Ma la storia, questa sconosciuta, ci mostra che i barbari Celti della pianura padana, conquistati dai Romani dopo un secolo abbondante di guerre reciprocamente feroci,  si assimilarono rapidamente alla superiore civiltà dei conquistatori, dando assai presto validi contributi alla poesia latina, tanto per fare un esempio.  Nel primo secolo a. C. accorrevano ad arruolarsi a frotte nelle legioni di Cesare, che andavano a combattere in Gallia.  I celti romanizzati furono una delle etnie che contribuirono validamente all’Italia romana, la quale resistette come Stato unitario sino alla fine delle Guerre Gotiche, cioè alla metà del VI secolo; erano ben italiani e furono  uno dei sostegni principali dell’impero romano, assieme ai Celti di Gallia e Hispania.

4.  Bene comune e bene del singolo

 Ma torniamo a bomba.  Rispetto al popolo, alla società, alla nazione, cosa caratterizza ciò che chiamiamo Stato?  Un’organizzazione pubblica composta da un sistema di istituzioni, il cui significato è impersonale o trascendente perché vi si attua l’idea di una personalità che rappresenta la totalità delle parti senza identificarsi in nessuna di esse:  infatti esiste, questa persona pubblica, per il loro bene comune.  Questo significato trascendente, nel quale si attua il necessario superamento del punto di vista egoistico dell’io individuale, empirico, che è in ognuno di noi, può forse apparire a prima vista astratto, se non nebuloso, per la mentalità odierna.  Ma la cosa si chiarirà proprio riflettendo sul concetto di bene comune.
Il bene comune  non sarà ovviamente quello del singolo bensì quello della comunità, di un intero popolo o nazione che dir si voglia. Esiste ciò che è bene per tutto il popolo e ciò che è bene per l’individuo singolo.  I due aspetti del bene possono coincidere ma anche divergere, come insegna l’esperienza.  Dal punto di vista ideale, governante perfetto sarebbe colui che riuscisse a far sempre coincidere il bene comune e quello dei singoli.  Ma tale perfezione raramente si riscontra.  La realtà ci mostra, all’opposto, un frequente contrasto tra i due, sia in atto che in potenza.
Spesso il bene del singolo viene sacrificato al bene comune.  In ogni caso, il rapporto tra i due tipi di bene implica sempre delle limitazioni e dei sacrifici, soprattutto da parte del singolo.  Lo vediamo già nell’àmbito della famiglia, cellula fondamentale di ogni vita associata; si intende, la famiglia naturale, creata dal maschio e dalla femmina che si uniscono stabilmente, secondo forme riconosciute dal diritto (matrimonio), al fine di procreare vivendo assieme sotto lo stesso tetto, allevando e mantenendo i figli secondo la tradizionale divisione di compiti tra il marito e la moglie. I genitori  fanno in genere tanti sacrifici per i figli limitando le loro proprie aspirazioni, i loro desideri,  insomma tutto o molto di ciò che sarebbe per essi soggettivamente un piacere e un bene.  E fanno questo in nome per l’appunto del bene comune rappresentato qui dal bene della famiglia e dei figli.
  Possiamo dire che una regola generale sia questa:  quando prevale il bene individuale nei confronti di quello comune, allora la società e lo Stato sono in decadenza e si stanno disgregando.  Fioriscono, invece, quando il bene comune prevale ma senza sacrificare integralmente il bene individuale, lasciandogli cioè il giusto spazio.  La logica del sacrificio individuale è comunque sottesa al rapporto bene del singolo – bene comune.  Non solo per ciò che concerne la relazione tra Stato e individui ma anche in ogni forma associata naturale organicamente costituita, a cominciare per l’appunto dalla famiglia.
     
5.  Il bene comune materiale di un popolo è costituito innanzitutto dalla sua stessa esistenza e sopravvivenza 

Come definiremo, allora, il bene comune, comune in quanto costituente il bene di un intero popolo o nazione o società che dir si voglia?  Piuttosto che premetterne una definizione omnicomprensiva, procederò elencandone alcuni essenziali tratti.
Bene comune ovvero un bene comune a tutto un popolo, che per realizzarlo avrà bisogno di quello che chiamiamo Stato, sarà costituito dalla sua stessa esistenza fisica come popolo, dalla sua sopravvivenza nelle turbinose vicende della storia (guerre, invasioni straniere, guerre civili, pesanti sudditanze economiche, spopolamento, epidemie, carestie).  Come dicevano gli antichi romani:  primum vivere deinde philosophari.
A tal fine il popolo dovrà organizzarsi in modo da:  1. alimentarsi e vestirsi a sufficienza mediante l’agricultura, l’allevamento del bestiame, il commercio interno ed esterno, l’industria;  2. mantenersi nella sua consistenza fisica, etnica, mediante i matrimoni, una sana vita familiare e una procreazione di figli che superi sempre le morti;  3. esser capace di difendersi contro i nemici interni, cioè i criminali, mediante l’amministrazione della giustizia civile e penale, ed esterni mediante l’istituzione e il mantenimento di forze armate.

6.  Dal bene comune materiale a quello spirituale

Il mantenimento dell’esistenza fisica del popolo è dunque, si potrebbe dire, il fondamento stesso dell’idea del bene comune di un popolo.  È tale idea nella sua forma elementare o, se si preferisce, è il contenuto elementare di tale idea.   L’aspetto materiale dell’esistenza di un popolo ricomprende, elevandoli a valori, il mantenimento e la sopravvivenza del medesimo.  Tuttavia, questa componente materiale del bene comune non è effettivamente separabile da quella spirituale dello stesso.  Infatti, come diceva Aristotele, gli uomini in società non si contentano semplicemente di vivere (tranne forse durante i tempi di particolare calamità, come risulta dalla risposta dell’abate Sieyes a chi gli chiedeva che cosa avesse fatto, sempre nascosto durante il Terrore, appena terminato: J’ai vécu, disse).  Gli uomini vogliono in realtà e cercano sempre di “viver bene”o in modo “felice” nel senso più ampio e completo del termine, che ricomprende anche le esigenze della morale e dello spirito (quindi, “bene” non in senso bassamente edonistico).
“La comunità che risulta di più villaggi è lo Stato, nel senso pieno del termine, che raggiunge ormai, per così dire, il limite dell’autosufficienza completa:  formato bensì per rendere possibile la vita, in realtà esiste per render possibile una vita felice [eu zên]”[6].
Da ciò si comprende che il mantenimento dell’esistenza fisica e sopravvivenza di un popolo nelle generazioni, non è un affare solamente materiale, di sola organizzazione amministrativa, politica, militare.  Infatti, sono i matrimoni la cui santità venga rispettata a costituire il presupposto di quella sana vita familiare così benefica per la società e fomite di numerosa figliolanza e cittadinanza.  Ma tale presupposto, implicando la fedeltà e l’adempimento dei doveri reciproci di marito e moglie in tutti i campi, si rivela essere per sua natura morale o etico che dir si voglia.  Non sono solo le esigenze della famiglia, sono anche quelle della morale che obbligano a respingere e punire l’adulterio e a condannare il commercio carnale fuori del matrimonio.  Pertanto lo Stato, se vuole adempiere al suo dovere di mantenere la sanità fisica del popolo e l’abbondanza della popolazione, deve vigilare con le sue leggi sulla purezza del matrimonio, punendo gli adulteri e i fedifraghi, perseguendo quei costumi e quelle abitudini che favoriscano il diffondersi della licenza.  Deve naturalmente perseguire tutto ciò per l’esigenza morale stessa, che comanda alla coscienza di difender la morale con le sanzioni imposte dall’autorità costituita e con il promuovere un’educazione e una cultura volte ad instillare l’amore della virtù.
Ma in ogni caso, lo Stato deve agire così già in relazione al fine suo proprio, la realizzazione del bene comune.  Senza sani costumi diffusi nella società non è possibile una sana vita familiare, che a sua volta promuove quei costumi;  non è possibile avere famiglie ordinate, belle e numerose, si diffonde la corruzione nelle famiglie e la conseguente denatalità.  Ma i “sani costumi” sono il risultato di determinati principi morali, che vengano concretamente applicati, anche con l’aiuto delle leggi.  
“Bisogna che la legge sia la castigatrice dei vizi e la stimolatrice delle virtù, e che da essa si tragga la dottrina del vivere”[7].  L’autorità di governo che sia compos sui deve quindi mantenere e far osservare i giusti principi morali, quali già risultano dalla morale naturale, se vuole che matrimoni e   famiglie prosperino, e con esse il popolo, la società, tutto lo Stato.  Pertanto, se i nostri odierni Stati fossero ben ordinati, i loro governanti chiuderebbero tutti i siti pornografici; proibirebbero gli spettacoli indecenti, immorali, orripilanti e violenti; sanzionerebbero la mancanza di modestia e pudore che spadroneggiano nella moda femminile; ostacolerebbero in ogni modo il libertinaggio diffuso, insomma perseguirebbero implacabilmente le molteplici aberrazioni delle quali si compiacciono ahimé le nostre società, a cominciare da quella rappresentata dal libero aborto volontario ammesso dalle leggi dello Stato. 

Lo Stato non può disinteressarsi della virtù dei suoi cittadini.  Senza per questo diventare oppressivo e invadente deve comunque approntare tutte le difese necessarie per proteggere la morale dall’attacco che le portano di continuo le forze del male.  Questo è il dovere morale dello Stato, di ogni Stato degno di questo nome, attuando il quale lo Stato realizza il bene comune in senso spirituale:  difendere in primo luogo la morale, sia come morale naturale (senso del pudore, ripudio dell’adulterio, del libertinaggio, dei rapporti contronatura, difesa della famiglia, etc.) sia come insieme di princìpi etici il cui fondamento è di norma religioso.

Paolo  Pasqualucci, martedì 10 ottobre 2017

   




[1][1] De civ. Dei, IV, IV:  “Remota itaque iustitia, quid sunt regna nisi magna latrocinia?”. 
[2] È stata completamente dimenticata la lezione di realismo di Carl Schmitt, che costituisce uno dei suoi contributi più importanti alla comprensione del fenomeno giuridico:  il nesso inscindibile del diritto con la terra, nel senso di spazio concreto, territorio determinato, abitato da un popolo con la sua storia e i suoi bisogni, sul quale il diritto si esercita nella forma di consuetudini e norme positive. Vedi: Carl Schmitt, Der Nomos der Erde  im Völkerrecht des Jus Publicum Europaeum [La legge della terra nel diritto internazionale del diritto pubblico europeo], 1950, Duncker & Humblot, 1960, tutto il primo capitolo (pp. 11-51) dedicato a Cinque corollari introduttivi e in particolare il corollario n. 1: Das Recht als Einheit von Ordnung und Ortung, il diritto come unità di ordinamento e determinazione di luogo, op. cit., pp. 13-20.
[3] Il passo è riportato da Cicerone nel De legibus, nel riprodurre il contenuto della legislazione della Roma arcaica, quella delle XII Tavole.  Dopo aver elencato i poteri civili e miitari dei consoli, carica suprema dello Stato o res publica, vien loro intimato:   “Ollis [illis] salus populi suprema lex esto” (Marco Tullio Cicerone, Le leggi, con testo latino a fronte, a cura di Filippo Cancelli, Mondadori, Milano, 1969, p. 219).  Tale massima riecheggia nel principio fondamentale della Chiesa Cattolica, per la quale, si è sempre detto, salus animarum suprema lex [esto].
[4] Per la differnza tra queste due mentalità e culture, vedi le precise osservazioni di Giovanni Gentile, Il tramonto della cultura siciliana, 1917, ora in ID., Opere complete, vol. XXX, a cura della Fondazione Giovanni Gentile per gli studi filosofici, Sansoni, Firenze, 1985, 2a  ediz. riveduta e accresciuta, pp. 108-109. 
[5]  Werner Kaegi, Meditazioni storiche, a cura e con una presenetazione di Delio Cantimori, Laterza, Bari, 1960, p. 38.  L’illustre storico svizzero (1901-1979)  ha offerto penetranti riflessioni sul piccolo Stato nella storia europea, sulla sua importanza, sul rapporto tra Stato e nazione. 
[6] Arist., Pol., 1252 b ;  La Politica, tr. it. introduz., note e indici a cura di Renato Laurenti, Laterza, Bari, 1966, p. 8.
[7] Cic., Le leggi, tr. it. cit., p. 114.