domenica 4 novembre 2018

Anniversari: 4 novembre 1918, la resa incondizionata dell'Austria-Ungheria alla fine della battaglia di Vittorio Veneto



Anniversari:   4 Novembre 1918, la resa incondizionata dell’Austria-Ungheria alla fine della battaglia di Vittorio Veneto

Quest’anno cadono cento anni dalla vittoriosa battaglia di Vittorio Veneto (24 ottobre - 4 novembre), con la quale finì la I Guerra Mondiale sul fronte italiano.  Celebriamo la ricorrenza rendendo commosso omaggio alla memoria dei nostri valorosi soldati, il cui sacrificio provocò alla fine la scomparsa del nostro secolare nemico, l’impero austro-ungarico, e la salvezza della ricostituita nazione italiana unitaria, che finalmente raggiungeva i confini naturali e strategici su tutto l’arco alpino.  Morti nient’affatto “inutili” i nostri.  Se è vero che sarebbe stato preferibile non entrare in quella tremenda guerra, dalla quale tuttavia non era nemmeno facile star fuori, condizionata com’era la nostra situazione geopolitica, ieri come oggi, dalla Potenza che dominava il Mediterraneo – è pur vero, come scrisse il non-interventista Benedetto Croce, che la guerra, dopo Caporetto, era diventata a tutti gli effetti “veramente nostra”:  si combatteva per salvare “il nostro onore nazionale”e la nostra “dignità di italiani”, dopo quella dura batosta.  Ci fu una considerevole mobilitazione patriottica, popolare, spontanea nel Paese, per sostenere moralmente i combattenti e resistere all’invasore.  Si mobilitarono in massa i mutilati e gli invalidi di guerra. Ci si aggrappava con le unghie e con i denti alle Montagne e al Fiume, in feroci combattimenti all’arma bianca, innanzitutto per sopravvivere, per evitare la scomparsa dell’Italia come Stato e nazione finalmente indipendente; per evitare che quasi quattro secoli di occupazioni e dominazioni straniere, cui il Risorgimento e l’unificazione avevano posto fine, tornassero ad essere di nuovo una dura e umiliante realtà.
Dopo le tragiche vicende della II Guerra Mondiale, si sono affermati in Italia partiti politici e protettorati culturali per principio ostili all’idea della Patria: i valori patriottici furono stoltamente coinvolti nella condanna del nazionalismo esasperato del fascismo.  Veniva messo così fuori legge anche il sano patriottismo, cui tendono per istinto tutti i popoli.  Lo sviluppo della mentalità regionalistica e particolaristica ha poi condotto alla negazione dell’idea della Patria comune e dello Stato unitario in nome della c.d. “nazionalità spontanea” a base regionale e antiunitaria, ideologia inizialmente favorevole all’Unione Europea, soprattutto perché quest’ultima sembrava promettere un’Europa “delle regioni”, generosa dispensatrice di sussidi, prebende e ricchezza.  Mentre risorgevano dall’oblìo, trovando spessore mediatico, gli odi antiitaliani e antiunitari degli sparuti gruppetti di  legittimisti di ogni ordine e grado, dai neo-papalini ai neo-borbonici ai neo-ducali ai fissati del mito asburgico, e chi più ne ha più ne metta.
Oggi, vige ancora da noi il sostanziale divieto di menzionare l’ideale della Patria come valore positivo e di celebrare quel che c’è stato di valido nel tormentato e spesso infelice passato militare della nazione.  Della Grande Guerra si vuol ricordare sempre e solo il rovescio di Caporetto, dimenticando la tenuta contro la c.d. “spedizione punitiva” lanciata dal Maresciallo Conrad sugli Altipiani e la successiva conquista nostra di Gorizia (nel 1916) e come le nostre ripetute offensive, pur dissanguandoci, avessero portato il nemico sull’orlo del collasso, per evitare il quale l’imperatore Carlo d’Asburgo chiese l’aiuto dei tedeschi, concretatosi nello sfondamento di Caporetto.  E dimenticando che fummo ben capaci di riprenderci, arrestando subito dopo il nemico sulle montagne e sul Piave; facendo fallire la sua ultima grande offensiva nel giugno del 1918, dandogli infine il colpo di grazia con lo sfondamento di Vittorio Veneto.  Demmo anche un valido contributo al salvataggio dell’esercito serbo nel 1915, alle operazioni in Albania e sul fronte macedone, all’offensiva finale alleata in Francia.

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La sconfitta di Caporetto, descritta sempre come “disfatta” quasi il Regio Esercito fosse stato cancellato dalla faccia della terra e non si fosse più visto all’orizzonte, fu sì molto pesante, anche sul piano dell’immagine, ma non decisiva. Gli austro-tedeschi ci avevano distrutto l’ala sinistra, tenuta dalle 25 divisioni della II Armata, con le sue immense retrovie (era costituita, l’armata, da 700.000 uomini!). Con un massicio e magistrale attacco di sorpresa, avevano  lanciato nel punto dello sfondamento (per la verità approntato a difesa in modo approssimativo dal generale Capello, che aveva voluto mantenere uno schieramento offensivo, privo della giusta profondità), ben 147 battaglioni, la cui punta di diamante era formata da 7 sceltissime divisioni tedesche e 7 sceltissime austro-ungariche, con 1584 cannoni contro 49 battaglioni nostri con 561 cannoni; le quali truppe, invece che con i consueti sanguinosi e improduttivi assalti frontali avevano attaccato in nuclei separati potentemente armati che si infiltravano nelle nostre linee aggirandole. Piombarono rapidamente nelle retrovie, che si diedero alla fuga gridando che la prima linea nostra aveva ceduto senza combattere, il che non era vero, e coinvolgendo nel disordine le retrovie più lontane, cui si mescolò quasi subito la popolazione civile in fuga, in un gigantesco caos. Gli “sbandati” furono alla fine 400.000 ed occorsero mesi per riordinarli e rifarne unità in grado di combattere, almeno nella difensiva.  
Tuttavia, come annotò la Relazione Ufficiale Austriaca , il Regio Esercito, “presunto in dissoluzione” dopo Caporetto, risorse dopo soli quindici giorni, bloccando il nemico sulla linea che andava dagli Altipiani, al Grappa, alla foce del Piave, più breve di quella dell’Isonzo e assai meglio difendibile.  Il fatto è che le nostre forze superstiti  si erano ritirate in ordine e combattendo senza perdere la coesione: la III Armata, schierata dalla Bainsizza al mare, con 10 divisioni pur lasciando indietro l’artiglieria pesante e i centri logistici; la IV, scesa in discrete condizioni dal Cadore, con 7 divisioni; i resti della II, circa 11 divisioni, ancora in buono stato.  Una parte della II Armata si era battuta sino all’annientamento tra Isonzo e Tagliamento, riuscendo a ritardare l’avanzata nemica di quel tanto sufficiente al passaggio delle altre due Armate.  Il nemico cercava di cadere sul tergo della nostra linea scendendo dalle montagne lungo i fiumi per imbottigliarci in una gigantesca sacca.  Episodi di sbandamento e crollo morale ci furono tra le nostre truppe ma solo nel settore entrato in crisi, dopo lo sfondamento non prima.  L’improvviso cedimento di quel tratto di fronte ebbe cause esclusivamente militari e gli sbandamenti successivi furono provocati anche dai comandi, tagliati fuori da ogni notizia nel primo giorno perché la formidabile artiglieria nemica aveva reciso ogni collegamento, e inclini a perdere la testa nel susseguente caos di ordini e contrordini nonché a prestar ascolto alle voci più infondate, scaricando così la colpa sui soldati della II Armata, ingiustamente accusati di viltà in un vergognoso bollettino che fece subito il giro del mondo, rovinandoci la reputazione. La bassezza morale dimostrata nell’occasione dall’Alto Comando italiano ne confermò i limiti, le lacune, gli errori di impostazione ed esecuzione che contribuirono alla crisi, tra i quali la cattiva dislocazione delle riserve, l’incapacità di alcuni generali (in primis Pietro Badoglio) di prendere rapide e audaci decisioni in momenti difficili.
   Le divisioni franco-britanniche, che, secondo una vulgata tanto falsa quanto ancora ampiamente diffusa, avrebbero fermato praticamente da sole il nemico, come se il nostro esercito si fosse dissolto (“gli italiani sono fuggiti, inglesi e francesi hanno fermato loro i tedeschi”) entrarono in realtà in linea solo ai primi di dicembre del ’17, quando il fronte era stato già stabilizzato da noi in durissimi combattimenti, durati per buona parte del mese di novembre.  Le divisioni alleate, inizialmene 11 ridottesi poi a 5, rappresentarono comunque un aiuto prezioso perché, costituendo esse l’imprescindibile riserva strategica (200.000 uomini ben provvisti di artiglieria, anche pesante), ci permisero di schierare in prima linea tutte le truppe  in grado di battersi.
Gli austro-tedeschi mancarono il loro obiettivo strategico, delineatosi immediatamente dopo lo sfondamento sull’alto Isonzo:  provocare il crollo militare dell’Italia e la sua uscita di fatto dalla guerra, con grave danno dell’Intesa.  Infatti, se fossimo stati travolti sul Piave o sul Grappa, gli austro-tedeschi avrebbero sicuramente occupato tutta la pianura padana, sino alle Alpi Occidentali, e almeno parte dell’Italia peninsulare.  Avrebbero così potuto mettere a profitto le industrie e soprattutto l’agricoltura della fertile pianura padana, recuperando forze ed energie di fondamentale importanza per il prosieguo della guerra o per ottenere una vantaggiosa pace di compromesso.  L’Intesa avrebbe dovuto spostare considerevoli forze a difesa delle Alpi, dal lato francese, indebolendo pericolosamente il fronte del Nord, che faceva fronte ai tedeschi, i quali stavano spostando fior di unità dal fronte russo, dove l’esercito zarista era ormai in dissoluzione, per preparare la sfondamento decisivo a Ovest, dove gli americani erano ancora pochi.
La guerra si cominciò in realtà a vincere sul nostro fronte prima di Vittorio Veneto, allorché l’offensiva austro-ungarica del giugno del ’18 (battaglia del Solstizio o del Montello), lanciata in contemporanea con le grandi ed ultime offensive tedesche in Francia, venne nettamente respinta da noi e dai nostri alleati. Per la seconda volta gli Altipiani, il Grappa e il Piave rappresentarono un baluardo insuperabile.  Una vittoria solo difensiva, la nostra, che ebbe tuttavia conseguenze devastanti per il nemico, già da tempo in serie difficoltà per il blocco continentale, la penuria di viveri, uomini e munizioni, le diserzioni, i fenomeni sempre più accentuati di disgregazione del multietnico impero.  In quella avventata offensiva, sconsigliata dai suoi più saggi generali, l’imperatore Carlo aveva gettato le sue ultime risorse militari, anche quelle liberatesi dopo il crollo della Russia, sicuro di travolgere finalmente “il nostro nemico ereditario”, come ci chiamava.  Dopo il suo fallimento, l’esercito Imperial-Regio non era più in grado di prendere l’iniziativa. Il  processo di disgregazione della Duplice Monarchia si accelerò.

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In altri articoli pubblicati su questo b l o g , per rievocare il centenario della Grande Guerra, mi sono occupato del significato di quella guerra sul nostro fronte, contro le deformazioni e le ignoranze del “politicamente corretto” dominante, senza trascurare singole battaglie, come quella del Solstizio e di Vittorio Veneto.  Rimando gli eventuali interessati a quei testi e alla bibliografia ivi citata.   Terminerò la presente, ultima rievocazione, ricordando brevemente le circostanze che portarono alla battaglia e le sue conseguenze.
Occupata la Serbia nel 1915, la Romania nel 1916, fatta crollare la Russia nel 1917, data una buona legnata all’Italia e occupatane gran parte della pianura veneta sempre nel 1917, il 1918 si presentava sotto eccellenti prospettive per gli Imperi Centrali: Germania e Austria-Ungheria, con alleato l’impero ottomano e la Bulgaria, entrata in guerra per recuperare i territori che serbi e greci le avevano tolto nella seconda guerra balcanica.  Gli Imperi Centrali occupavano in Occidente il Belgio e parte della Francia del Nord; in Italia il Friuli e il Veneto sino al Piave; in Oriente, dopo il collasso della Russia e l’armistizio di Brest-Litovsk, un’ aerea che andava dai paesi baltici alla Polonia russa all’Ucraina alla Crimea.  Le pianure russe erano loro aperte, immersa la Russia nella guerra civile.  Il fronte tagliava l’Europa in diagonale dai porti belgi al confine svizzero; dallo Stelvio alla foce del Piave; dall’Albania meridionale sino a Salonicco. Tedeschi e austriaci dominavano in pratica tutta l’area balcanica.  I loro alleati turchi avevano subìto dure batoste dai russi nel Caucaso ma tuttavia ancora tenevano contro i Britannici in Palestina e in Mesopotamia ossia nell’attuale Irak.  Qui, i britannici avevano attaccato per impadronirsi delle fonti di petrolio, subendo inizialmente una pesante sconfitta, dalla quale si erano però ripresi.
Ma le grandi risorse agricole dei paesi subcarpatici e dell’Ucraina al momento potevano render poco, a causa della guerra in corso. E ferreo si manteneva il blocco navale britannico e delle marine alleate in Atlantico e nel Mediterraneo, nonostante le gravi perdite di naviglio mercantile inflitte dai sottomarini tedeschi.  Le popolazioni dei due imperi soffrivano seriamente la fame, la scarsità dei beni e di materie prime, il freddo.  L’inverno  del 1917  era stato eccezionalmente freddo e non solo in Russia.  A Berlino l’elettricità veniva irrogata solo per poche ore al giorno, non c’era più riscaldamento, la gente portava il cappotto anche in casa, rischiarava le case con le candele, quando poteva.
Non era forse quello, nella primavera del ’18, dopo la pace di Brenno imposta alla Russia bolscevica, il momento di fare pubbliche e generose proposte per una accettabile pace di compromesso, che ponesse fine all’enorme macello e alla sofferenza delle popolazioni?  Le proposte avrebbero dovuto essere generose: restituire l’indipendenza al Belgio, l’Alsazia e la Lorena alla Francia, dare il Trentino all’Italia, attuare finalmente la riforma federale dell’impero asburgico, concedendo una certa autonomia a certe nazioni, ad esempio ai cechi, ai croati nei confronti degli ungheresi.  In cambio, gli Imperi Centrali avrebbero avuto mano praticamente libera a Est, dominando i Balcani e avendo la possibilità di ricacciare indietro la Russia.  Sappiamo che la diplomazia pontificia, dietro le quinte, premeva sull’imperatore Carlo perché accettasse le proposte segrete di pace separata fattegli dagli anglo-americani per tutto il ’17  sino ai primi mesi del ’18, ossia sino all’inizio delle offensive tedesche in Francia, e si convincesse a concedere qualcosa anche all’Italia, il Trentino appunto, per eliminare un ostacolo importante al felice esito delle trattative.  Ma Carlo d’Asburgo non volle mai concedere nulla a noi, nemmeno in base al più elementare calcolo della Ragion di Stato:  per noi nutriva un invincibile odio ammantato di disprezzo, nel miglio stile asburgico. 
Ma lo Stato Maggiore Imperiale tedesco commise un errore fondamentale, dalle enormi conseguenze, sul piano storico.  I militari tedeschi esercitavano di fatto anche il potere politico.  Essi, e soprattutto  il generale Ludendorff, capace organizzatore e stratega, ma tipico esponente del militarismo prussiano nella sua forma più ottusa, decisero di tentare la carta della vittoria anche sul fronte occidentale, prima che gli americani, che stavano arrivando lentamente, avessero potuto dispiegare tutta la loro superiore potenza.  Austriaci e ungheresi si accodarono, i secondi con maggior entusiasmo dei primi.  
I tedeschi scatenarono cinque grandi offensive in Francia, nel marzo, aprile, maggio, giugno e luglio, in Piccardia, nelle Fiandre, a Soissons, a Noyon, a Reims.  Iniziarono il 21 aprile, con tre Armate precedute da apocalittici bombardamenti, anche a gas, le quali separarono britannici e francesi in due tronconi. I britannici persero 22 divisioni ma i francesi, comandati dal generale Pétain, futuro Maresciallo di Francia, riuscirono a chiudere la falla buttandovi dentro 45 divisioni della riserva generale.  Ludendorff fu fermato “per un capello”.  Il 27 maggio Ludendorff riparte con 60 divisioni, sfonda di nuovo e giunge sino a 60 km. da Parigi ma Pétain riesce ancora a fermarlo, sempre con grande fatica.  Le perdite sono enormi da ambo le parti e le riserve tedesche si vanno esaurendo rapidamente. In questa fase, nel giugno, il Comando austriaco, d’accordo con Ludendorff decide di attaccare in Italia, slanciandosi nella già ricordata fallita offensiva, il cui scopo era annientare il Regio Esercito sul campo.   Intanto Ludendorff ha continuato nelle sue offensive, facendo traballare ogni volta gli Alleati ma senza riuscire mai a conseguire lo sfondamento strategico.  La quinta e ultima scatta il 15 luglio, verso Parigi, ma è bloccata dopo solo tre giorni e il 18 gli Alleati passano al contrattacco.  Inizia quella che verrà chiamata Battaglia di Francia, nell’ambito della quale l’esercito tedesco perderà l’iniziativa, che manteneva da quattro anni.  
Le offensive alleate si susseguono l’8 e il 20 agosto.  I tedeschi, non disponendo più di riserve, devono indietreggiare.  A metà settembre sono sulla linea Hindenburg, sulla frontiera franco-belga del 1914. Gli Alleati gettano nella fornace forze fresche sempre maggiori, soprattutto americane.  Nella Linea Hindenburg viene aperta una breccia il 15 settembre. L’esercito tedesco tuttavia non perse la coesione, non fu travolto.  La linea non era più continua, non c’erano più riserve, le munizioni si dovevano razionare: eppure riusciva ancora a tenere in scacco il superiore nemico con una eccellente “difesa strategica”, grazie alla qualità militarmente superiore del suo corpo ufficiali. Il 14 agosto, al Quartier Generale di Spa, nel Belgio occupato, presente il Kaiser, si decise di aprire negoziati di pace con gli Alleati sulla base dei 14 Punti del Presidente americano Wilson, ma l’iniziativa fu presa pubblicamente solo il 3 ottobre successivo.  Il 13 settembre l’imperatore Carlo informò i tedeschi che aveva deciso di chiedere l’armistizio, facendo di fatto finire l’alleanza tra i due imperi.  La “difesa strategica” tedesca non avrebbe potuto durare all’infinito.  Si poteva tuttavia sperare di giungere a schierarsi per gradi sui confini naturali, sul Reno, puntando sulla stanchezza diffusa anche tra le file alleate, in modo da poter negoziare una pace dignitosa. 
Ma il crollo militare della Quadruplice Alleanza cominciò il 26 settembre, quando la Bulgaria all’improvviso capitolò, chiedendo un armistizio.  Cos’era successo?  In Grecia, costretto il Paese ad entrare in guerra dagli Alleati, si era formata una Armata d’Oriente sotto comando francese con truppe francesi, serbe, inglesi, greche e italiane.  Il generale Franchet d’Esperey sfondò il 15 settembre la linea bulgara con il corpo franco-serbo, cogliendo l’avversario di sorpresa in una zona montagnosa poco presidiata, mentre i britannici tenevano impegnato il resto dei nemici.  Con l’esercito diviso in due tronconi, i bulgari, già molto provati, chiesero ed ottennero un armistizio il 26 settembre, firmato il 29 successivo.  A questi combattimenti partecipò anche il nostro corpo di spedizione, di circa 45.000 uomini. 
Il fatto era gravissimo per gli Imperi Centrali, dal momento che né tedeschi né austriaci avevano riserve da poter opporre.  L’Intesa si era aperta la via verso Budapest e verso la stessa Vienna.  Le truppe ungheresi schierate sul nostro fronte cominciarono ad agitarsi, desiderose di andare a difendere la loro patria minacciata alle spalle. Quasi contemporaneamente, il 19 settembre, l’esercito britannico, con aggiunti contingenti francesi ed arabi, sbaragliava completamente l’esercito turco in Palestina, a Megiddo, impiegando in modo micidiale anche l’aviazione.  Il rapido inseguimento portava alla conquista di Damasco e di Aleppo.  Praticamente senza quasi più esercito e minacciata in Tracia ancora dagli inglesi, la Turchia capitolò il 30 ottobre, quando la battaglia di Vittorio Veneto era ormai decisa.

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L’esercito tedesco ormai in ritirata in Francia, seppure ordinata; le quasi simultanee disfatte bulgare e turche; tutto ciò faceva vedere che la situazione si stava rapidamente sbloccando in senso irreversibilmente favorevole all’Intesa.  Il Regio Esercito avrebbe dovuto attaccare a sua volta, se non voleva che la guerra finisse con il nemico ancora attestato sul Piave e sul Grappa, una immane iattura per noi, che avrebbe vanificato 40 mesi di tremendi sacrifici.  Il governo italiano aveva cominciato a premere perché prendessero l’offensiva già dal luglio precedente.  Ma Diaz e Badoglio, suo Capo di Stato Maggiore, non ne volevano sapere.  O erano ancora sotto lo shock di Caporetto oppure non afferravano la situazione. Si arrivò a litigi violenti con Vittorio Emanuele Orlando, capo del governo.  Alla Camera, cominciavano a levarsi grida di indignazione per l’inazione sul Piave, si vedeva con angoscia “planare sul paese l’ombra cupa del 1866, quando altri avevano vinto per noi”, come scrisse Franco Bandini.  Il piano di operazioni fu siglato il 26 settembre, giorno del crollo della Bulgaria. Fu approvato da Diaz in via definitiva solo il 12 ottobre con inizio dell’offensiva per il 18 successivo.  La stagione era inoltrata, le piogge a dirotto, il Piave in piena. L’inizio fu spostato al 23 e poi al 24, ad un anno esatto di distanza da  Caporetto.
Nel frattempo l’imperatore Carlo, il 16 ottobre, aveva inviato un proclama ai popoli dell’impero, invitandoli “a ricrearsi secondo le rispettive unità nazionali” cioè a modificare l’impero secondo una nuova costituzione, di tipo federale. Era certamente troppo tardi. Comunque, dal punto di vista militare, l’Imperial-Regio si apprestava a ritirarsi dal Veneto invaso per concentrarsi, con le forze austriache vere e proprie, sulle frontiere che aveva con noi all’inizio della guerra, includenti il Trentino e tutto l’arco alpino sino all’Isonzo, e poter in tal modo negoziare una pace possibilmente dignitosa.
Il 23 ottobre Wilson rispose alla richiesta tedesca andando ben oltre i suoi 14 punti: chiese la capitolazione incondizionata e l’abdicazione del Kaiser.  In tal modo, egli contraddiceva il principio utopistico (e ipocrita, secondo i suoi numerosi nemici) da lui stesso enfaticamente proclamato di una pace “senza vinti né vincitori”. Di fronte a richieste del genere, ove la Realpolitik come sempre prevaleva sulle cosiddette buone intenzione, era della massima importanza per la Germania mantenere le sue difese strategiche sui fianchi, nella pianura padana e in Macedonia.  La seconda era crollata ma restava ancora l’esercito austro-ungarico, l’unica istituzione che ancora funzionasse nella Duplice Monarchia.  Per quanto mal ridotto e dimidiato era ancora in grado di mantenere per un qualche tempo una difensiva efficace sull’arco alpino e nella Valle dell’Adige, che si sarebbe appaiata a quella che i tedeschi progettavano di stabilire (alla fine) sul Reno, con l'intento di riuscire a passare l’inverno, per poter  negoziare una pace decente.  Se l’Imperial-Regio fosse crollato sul Piave, per la Germania sarebbe stata la fine: una disfatta austriaca avrebbe aperto agli Alleati la via verso Monaco, verso il cuore del Paese, non esistendo più riserve per poter fronteggiare una situazione del genere.  Fu proprio quello che accadde.
Il nostro comando era riuscito, alla fine, ad attaccare in ritardo e nel momento peggiore, quello della massima piena del Piave. I soldati fecero egregiamente il loro dovere, le paure del dopo-Caporetto non avevano ragion d’essere. I ponti e le passerelle furono costruiti sotto il fuoco nemico e contro le forze della natura dal nostro valoroso Genio Pontieri, composto in gran parte da elementi tratti dalle lagune venete, sottoposti nei mesi precedenti a severo addestramento. La piena si portò via ad un certo punto tutti i ponti, tranne quello costruito per il settore inglese, dove il fiume era molto più largo e la corrente più debole, onde fu giocoforza farvi passare anche le truppe del generale Caviglia, la cui testa di ponte era rimasta isolata a sinistra dell’armata anglo-italiana.  Ciò diede origine all’estero alla maligna quanto falsa leggenda, secondo la quale la Battaglia di Vittorio Veneto l’avevano vinta gli inglesi da soli, con gli italiani che si erano nascosti dietro di loro, come dimostrava il fatto che erano passati dopo di loro sui ponti del loro settore!
Questa fu la Terza Battaglia del Piave o di Vittorio Veneto.  Durò cinque giorni effettivi, dal 24 al 28 ottobre, giorno nel quale l’VIII Armata italiana, comandata dal generale Caviglia, appoggiata sulla destra dall’armata anglo-italiana del generale Cavan e sulla sinistra da quella franco-italiana del generale còrso Graziani (erano armate miste), sfondò il centro dello schieramento nemico, puntando in direzione di Vittorio Veneto e dividendo in due tronconi l’Imperial-Regio, il cui schieramento montano poteva ora esser aggirato da sud.  Sul Grappa gli italiani non passarono e subirono le consuete, ingenti perdite, nei ripetuti assalti e contrassalti.  Ci riuscirono sul Piave, contro un nemico indubbiamente debilitato ma che si batté valorosamente sino all’ultimo, perché contro di noi non voleva perdere sul campo, nonostante le defezioni di diversi reparti della seconda linea, soprattutto ungheresi e cechi, a partire dal terzo giorno della battaglia e nonostante la dissoluzione politico-amministrativa ormai inarrestabile dell’impero.
Ma vediamo come si giunse all’armistizio del 4 novembre, un secolo fa.  Solo alle 7 di mattina del 29 ottobre, quando l’esercito era ormai in rotta sul fronte del Piave, i Comandi austriaci presero i primi contatti con il Comando italiano, chiedendo un armistizio.  In precedenza avevano tentato invano con gli americani, che gli avevano fatto capire di dover trattare con noi. Persero del tempo prezioso: l’imperatore Carlo non riteneva evidentemente opportuno trattare direttamente con i disprezzati Welschen. Iniziarono convulsi negoziati che si conclusero con la firma dell’Armistizio a Villa Giusti, presso Padova, il pomeriggio del 3 novembre, a valere dal pomeriggio (dalle 15) del 4 novembre successivo. Gli austriaci speravano giustamente di poter negoziare con noi termini onorevoli.  Ma non ci riuscirono.  Le condizioni di armistizio non erano decise dal Comando Supremo italiano o dai politici italiani isolatamente:  erano prese dal Consiglio di guerra interalleato, risiedente a Parigi, in quei drammatici frangenti riunito in seduta permanente.  Fu tale Consiglio, che ricomprendeva le alte cariche  politiche e militari dei “Quattro Grandi”, ad imporre la resa incondizionata, poiché tale fu l’armistizio che l’Austria dovette sottoscrivere.  Certo, l’Italia non si oppose.  Il collasso dell’esercito austro-ungarico, come si è detto, aprì all’Intesa la via dell’indifesa Germania meridionale. Ludendorff scrisse poi in una lettera privata che il crollo austriaco aveva costretto la Germania ad accettare quasi subito la resa a discrezione (l’11 novembre successivo), cosa di cui erano ben consapevoli anche i politici e i militari alleati, anche se in pubblico, specialmente i francesi, affettavano indifferenza per la battaglia di Vittorio Veneto, venuta troppo tardi per esser decisiva sulle sorti della guerra, dicevano.  La Battaglia di Vittorio Veneto non fu decisiva per le sorti della guerra, ormai segnate a favore dell’Intesa.  Ebbe però un peso decisivo nell’accelerarne la fine, avendo fatto saltare completamente la difesa del fianco strategico sud dell’impero tedesco.  Ebbe dunque la sua importanza nel quadro generale del conflitto. Gli Alleati non erano affatto in grado di distruggere il pur debilitato (ma sempre ottimo) esercito tedesco in poche settimane o pochi mesi e quell’esercito non si dissolse sul campo, come quello austro-ungarico. Cominciò a dissolversi nei giorni della resa dell’Austria, dato che nel Paese stava scoppiando la rivoluzione socialista e bolscevica, dal 3 novembre in poi.  Se l’Austria avesse tenuto sulle sue frontiere naturali, la guerra sarebbe ancora continuata per un po’ di tempo e forse gli Imperi Centrali sarebbero riusciti a strappare condizioni di pace meno dure.  Tant’è vero che, come aveva detto Lloyd George, premier britannico, la capitolazione austriaca consentiva di “imporre alla Germania termini più duri” con minori, se non nulle, probabilità di rifiuto: di imporre quella pace vendicativa che fu poi confezionata a Versailles, un’ingiustizia e un errore dalle nefaste conseguenze, come si sarebbe visto presto.              
 Questo, dunque, in estrema sintesi, il significato di ciò che accadde in quel fatale 4 novembre di un secolo fa.  Data indubbiamente significativa per noi italiani e che dovrebbe esser ricordata in modo degno.  Senza retorica e senza animosità per i nemici di un tempo ma con il giusto pathos che la ricorrenza richiede.
Era la fine della guerra in Italia, dopo tre anni e mezzo di tremendi sacrifici umani e materiali.  Soprattutto, era la Vittoria, conseguita con l’eroico sacrificio di un’intera generazione.  Ma non si trattava solo della vittoria in quella guerra, fatto di per sé pur notevole per un popolo ed uno Stato di recente e tormentata formazione come il nostro.  Con quella prova, con quel sacrificio, riscattavamo moralmente noi stessi dalle dominazioni straniere che avevano infierito su di noi per tre secoli e mezzo.  Da quando, nelle sciagurate e crudeli Guerre d’Italia (1498-1559), Asburgo spagnoli e austriaci, monarchi francesi, confederazione svizzera, da noi in nessun modo provocati, avevano fatto a pezzi il sistema degli Stati italiani indipendenti, colti ed evoluti, ma militarmente deboli e sempre divisi tra loro, sempre pronti a ricorrere stoltamente allo straniero per risolvere le loro reciproche beghe.  Fu una grande tragedia, che non dobbiamo dimenticare.  In quelle guerre si cominciò a costruire, come è stato detto dal Fueter, il sistema degli Stati europei basato sulla “politica di equilibrio” tra gli egoismi delle Potenze.  Ebbene, possiamo dire che quel “sistema” si  iniziò a costruire sul cadavere dell’Italia.  Riuscì a resistere solo la Repubblica di Venezia, spacciata alla fine del Settecento da Napoleone, dopo una lunga decadenza. Le Guerre d’Italia le vinse su tutti la Spagna asburgica e quando il suo dominio finalmente si allentò, dopo altre guerre, cominciò nel Settecento la prevalenza dell’Austria asburgica, rinnovatasi nel 1815 al Congresso di Vienna, dopo l’intervallo napoleonico, che aveva annesso all’impero francese parti consistenti del nostro Paese, riducendo le altre a Stati suoi satelliti.  L’impero austriaco, saldamente impiantato nel Trentino e  nella provincia del Lombardo-Veneto, con la Toscana asburgo-lorenese costituente di fatto un suo feudo, mai ci volle riconoscere il diritto ad essere non dico uno Stato indipendente suo alleato o una federazione di Stati suoi alleati, ma nemmeno, come Lombardo-Veneto, un territorio dignitosamente inserito nella Confederazione Germanica.  I territori italiani dell’impero erano solo province, ben amministrate e ben sfruttate.  Eravamo e dovevamo restare, per tutti, solo una espressione geografica, “volgo disperso che nome non ha”, pascolo ubertoso per le politiche di potenza dei grandi Stati.  La lunga sequela delle “preponderanze straniere” – come le chiamò Cesare Balbo, che invitava invano l’Austria a continuare la sua autentica missione storica, civile e militare, nell’Europa orientale e nei Balcani, lasciando libera l’Italia e facendosene anzi un’alleata – fu per noi un’età di ripetuto sfruttamento economico e militare, di sudditanze disonorevoli, di umiliazioni a non finire.
Ci deridevano e disprezzavano perchè, nel compiere l’Unità nazionale, avevamo “vinto con le vittorie degli altri”.  Ciò accadde nel 1866, una campagna conclusa fulmineamente a loro favore dai prussiani, senza che avessimo il tempo di rimediare all’inizio disastroso, quando fummo battuti dagli austriaci a Custoza e a Lissa:  Bismarck ci concesse ugualmente il Veneto, come dai patti.  Anche nel 1859, senza il preponderante aiuto francese non avremmo potuto strappare la Lombardia all’Austria. Però il nostro concorso alla vittoria lo demmo, per quanto era nelle nostre (modeste) forze, nella battaglia decisiva, quella di Solferino e in scontri minori. Ebbene, combattendo da pari a pari nella Grande Guerra, dando sicuramente un contributo significativo alla vittoria degli Alleati, checché ne dicano storici e saggisti superficiali o prevenuti, abbiamo pagato il prezzo di sangue che il nostro riscatto esigeva.   
Perché quel sangue non sia stato versato invano, dobbiamo ora resistere con tutte le nostre forze all’ondata nichilista che vuole travolgerci come popolo, dall’interno e dall’esterno, ammantata di ipocrisie pseudo-umanitarie e pacifiste. E tra i valori che dobbiamo recuperare, per resistere, il patriottismo, la fede nell’Italia patria comune e unitaria, da difendere in tutti i modi, occupa senz’altro un posto eminente.  In questo, ci ispiri, dunque, e ci sostenga il ricordo di questa data gloriosa, il 4 novembre, giorno della Vittoria della Patria, finalmente tutta unita nei suoi confini naturali.
Paolo  Pasqualucci, domenica 4 novembre 2018


venerdì 19 ottobre 2018

Anniversari - 19 ottobre 202 a.C.: la battaglia di Zama, che annientò Annibale



Anniversari -  19 ottobre 202 a.C.: la battaglia di Zama, che annientò Annibale


1. Una vittoria dimenticata

Il 19 ottobre dell’anno 202 a. C. , anno 552 ab urbe condita, nelle pianure a sud di Tunisi, l’esercito romano con i suoi alleati numidi, guidato da Lucio Cornelio Scipione, detto poi Africanus proprio in seguito a questa vittoria, distruggeva completamente l’esercito cartaginese, comandato dal fin allora   invitto Annibale.  Quella sanguinosa battaglia, che vendicava Canne, poneva finalmente termine alla seconda guerra punica (la “guerra annibalica”, per i Romani).  Una guerra tremenda, durata 17 anni, dal 219 al 202 a. C., durante la quale l’Italia fu devastata da cima a fondo e perì, secondo Mommsen, circa un quarto dei cittadini romani, forse trecentomila uomini.  Sembra che alcune zone del Centro-sud non si siano mai più riprese dalla terra bruciata provocata dalle devastazioni inflitte da Annibale agli Italici rimasti fedeli a Roma.
Si trattò di una vittoria decisiva.  Non solo perché lasciò i Cartaginesi senza esercito, costringendoli alla resa e a una pace che li lasciò disarmati e senza impero, retrocedendoli alla condizione originaria di semplice città dedita al commercio.  Non solo per i protagonisti principali di essa, i Romani e gli Italici loro alleati, i quali, atterrando per sempre un nemico potente,  tenace, astuto, valoroso e spietato (tale deve obiettivamente considerarsi l’avversario cartaginese), acquistarono il dominio, diretto ed indiretto, dell’Africa del Nord sino alla Libia, della Penisola Iberica e  confermarono quello sulla Sicilia e la Sardegna. Il Mediterraneo Occidentale era adesso di fatto un lago romano.  Questo dominio l’avrebbero rafforzato e tenuto senza interruzione per circa sei secoli (scusate se è poco), perdendolo alla fine grazie all’insediamento progressivo dei Germani in Gallia, Spagna, Italia e Africa durante il V secolo dopo Cristo, quando l’impero crollò in Occidente.

2. Il significato di quella vittoria nella storia mondiale e italiana

Decisiva, quella vittoria,  per lo sviluppo della civiltà.  Se i Cartaginesi avessero vinto quella guerra, cosa perfettamente possibile, non ci sarebbe stato alcun impero romano (forse Roma sarebbe addirittura scomparsa) e noi saremmo molto diversi da ciò che siamo; o meglio, non saremmo affatto.  Invece della colonizzazione romano-italica dell’Africa del Nord (sant’Agostino ne è il prodotto più tardo e più illustre, essendo nato da madre punica (santa Monica)  e da padre di origine romana, Patricius) avremmo avuto la colonizzazione cartaginese dell’Italia e delle sue isole.  I Capuani traditori sarebbero stati premiati con un simulacro di Federazione italica, pienamente controllata da Annibale.  Cartagine, come aveva già fatto in Sardegna, avrebbe trapiantato africani tra noi e incoraggiato i matrimoni misti.  Avrebbe esportato da noi la sua mostruosa religione, con i sacrifici umani a Baal. Avrebbe, inoltre, sicuramente premiato a dovere i Celti della pianura padana, che si erano schierati compatti dalla parte di Annibale. L’Italia sarebbe ricaduta nel peggior particolarismo e nella barbarie, dai quali stava faticosamente uscendo, grazie all’opera conquistatrice ma anche di governo, civilizzatrice di Roma.
  L’attacco di Annibale fu particolarmente insidioso e quasi letale: si abbatté sull’Italia mentre stava emergendovi l’unica Potenza in grado di por fine all’anarchia che la distingueva; interruppe l’unificazione della Penisola mirando ad impedirla per sempre.  Ma la vittoria cambiò il destino dell’Italia, conferendole un’egemonia mediterranea che sarebbe durata sei secoli circa e ponendola per secoli al centro della storia mondiale.

 2.1 La situazione dell’Italia, immersa nella guerra di tutti contro tutti 

I popoli dell’Italia, sin da quando si hanno notizie storicamente affidabili, risalenti cioè al VII-VI secolo a. C., si erano sempre combattuti tra di loro per la sopravvivenza e l’egemonia locale, coalizzandosi via via (ricorrendo anche allo Straniero) contro quello che sembrava al momento il più forte e mostrava di esser capace di dominare tutti gli altri: uno schema che sarebbe puntualmente riapparso nell’Italia post-romana dopo la Guerra Gotica, del VI secolo d. C., devastata, impoverita, spopolata e divisa tra Longobardi e Bizantini.  Tra i popoli dell’Italia antica i più civili furono gli Etruschi e i Sicelioti e Italioti ossia i Greci di Sicilia e d’Italia. Sempre in lotta tra di loro,  fondarono due forti entità politiche, basate sulle confederazioni di città.  Lo Stato etrusco si estendeva in verticale, dalla Campania al Trentino e verso il Brennero, occupando, ad un certo punto, anche Roma e il Lazio .  Nella spinta verso sud fu bloccato dalla greca Cuma e dalla potenza soprattutto navale della greca Siracusa. I Cartaginesi tenevano la Sicilia occidentale e la Sardegna, senza avventurarsi nel montagnoso interno. Abitualmente tenevano le coste, con le loro basi ed empori.  Di fronte a Cuma, nel 474 a. C. i siracusani ottennero una grande vittoria navale contro gli Etruschi, cantata da Pindaro.  Siracusa ebbe temporaneamente dominio anche nel mare Adriatico, fondando una colonia ad Ancona. Ma sia lo Stato etrusco che le formazioni statali dei Greci d’Italia subivano l’iniziativa dei rudi ma bellicosi popoli italici che tenevano tutta la dorsale appennica, rampolli di antichi ceppi indo-europei.  Era la prolifica nazione osco-umbra, con le sue numerose ramificazioni, dai Campani ai Sabelli, ai Sanniti, ai Lucani: popolazioni di contadini, pastori, produttori di latticini, guerrieri e mercenari.  Gli Etruschi non riuscirono a varcare l’Appennino, a raggiungere l’Adriatico  mentre i Greci della Magna Grecia non riuscirono ad avanzare verso nord, nemmeno con l’aiuto delle spedizioni di capi e sovrani ellenistici, da Alessandro il Molosso, zio di Alessandro Magno, che fallì contro i  Lucani, ad altri capi minori sino a Pirro, re dell’Epiro, la cui grande spedizione fu fermata dallo Stato romano già abbastanza potente, nel 280-275 a. C.    
Lo Stato etrusco perdette la Campania, con le importanti città di Capua e Cuma, invasa dai Sanniti.  A Capua, la popolazione, di origine etrusca, fu massacrata e dispersa.  Roma, dopo la cacciata dei re etruschi aveva mutato regime, attraversando un periodo grigio ma si era ripresa e aveva  distrutto Veio, centro strategico etrusco.  Ma grave fu soprattutto l’attacco dei Celti, popolazioni estremamente primitive e feroci, che invasero l’Italia dai passi alpini occidentali a partire dall’anno 400 a. C.  e si stabilizzarono alla fine, con la loro struttura sociale tribale e prevalentemente cantonale, in Lombardia ed Emilia, formando un largo cuneo che divideva i Veneti (sempre alleati dei Romani) dai Liguri dell’odierno Piemonte e Liguria, ancora primitivi.  I Celti non formarono mai uno Stato.  Erano confederazioni di tribù, che vivevano in villaggi fortificati e borghi.  Periodicamente compivano vere e proprie razzie contro gli altri popoli ai quali si offrivano anche come mercenari, per le numerose guerre e guerriciole che infestavano la Penisola.  Erano “i lanzichenecchi del mondo antico” (Mommsen).  Praticavano una religione tenebrosa e sanguinaria, che ammetteva i sacrifici umani e il culto delle teste dei nemici conservate ricoperte da maschere d’oro e appese alle porte delle loro capanne e a volte trasformate in coppe. Erano odiati e temuti da tutto il resto d’Italia, in particolare da Etruschi e Romani.  In una delle loro puntate offensive verso sud distrussero l’esercito romano all’Allia, un piccolo affluente del Tevere, nel 390 a. C., devastando e bruciando la città tranne il Campidoglio.
Gli Etruschi si ridussero alla fine alla sola Etruria, che sarebbe stata alla fine conquistata dai barbari Celti senza l’intervento dei Romani.  Ma l’espansione dei popoli italici dagli Appennini non era comunque in grado di fondare uno Stato che non fosse una realtà meramente locale, regionale e tribale.  I vari popoli tendevano a formare Leghe, più o meno fluttuanti, e a mescolarsi in certe zone.  Anche a causa della sua geografia, l’Italia era in realtà aperta a tutte le invasioni e in preda ad una perenne frammentazione, dalla conflittualità diffusa e capillare.  E difatti era minacciata dai Cartaginesi e dai sovrani ellenistici, come dimostra l’attacco in grande stile portato da Pirro.  I Cartaginesi stavano conquistando la Spagna da sud, gradualmente.  Miravano a fare la stessa cosa con l’Italia, muovendo dalle isole e dal desiderato possesso dell’intera Sicilia, che mai loro riuscì perché non riuscirono a conquistare la Sicilia orientale. Circa mille anni dopo, arabi e berberi musulmani, avrebbero seguito le stesse direttrici per tentare di conquistare l’Italia. La difficile e faticosa conquista dell’Italia da sud è riuscita una sola volta nella storia, ai poderosi eserciti anglo-americani, nel 1943-45. 

2.2  L’ascesa di Roma, una necessità storica, un bene per l’Italia
  
Vige oggi un “politicamente corretto” pacifista, ugualitarista, femminista, umanitario e quant’altro, che si compiace di denigrare la romanità, ricordandone solo i difetti o il periodo della decadenza; tutto intento a rappresentare l’ascesa di Roma quale impresa di lupi rapaci in mezzo ai supposti agnelli costituiti dai popoli di un’Italia antica pacifica, industre e agreste, dedita alla pastorizia sui verdi Appennini, alle industrie e al commercio in Etruria; o alle arti, alla filosofia, e ancora al commercio nelle raffinate città della Magna Grecia; o all’agricoltura e alla poesia epica nei cantoni dei Celti, con i loro bardi.  Questo bel quadretto idillico, è ovvio, non ha assolutamente nulla a che vedere con la realtà storica.  
Si avversa oggi il ricordo stesso di Roma perché, nel suo aspetto positivo e duraturo, la civiltà da essa fondata si basava sui valori che oggi l’Occidente decadente e corrotto ha rinnegato:  dalla famiglia e dal matrimonio al senso dello Stato, del diritto, dell’autorità, del bene comune, del valore militare, della disciplina come norma di vita, della saggia politica.
I Romani iniziarono come gli altri, cercando cioè di costruire il loro staterello difensivo con le guerre e le alleanze. Inizialmente, sconfissero la Lega Latina nella battaglia del Lago Regillo nel 496 a. C. stabilendo però una Federazione con gli sconfitti (Foedus Cassianum), egualitaria sul piano militare.  Subirono successivamente la potenza estrusca, che fu anche benefica per la città.   Ridiventati indipendenti, ricominciarono le lotte assai dure per la sopravvivenza.  Il Tirreno era dominato dai Cartaginesi, che sbarcavano dove volevano e quando volevano.  Il nemico principale era ora costituito dai popoli italici, che premevano verso le coste tirreniche ed erano già dilagati in Campania.  Periodicamente colpivano le spedizioni dei Celti, rapide e devastanti, tra il militare e il banditesco.  Questa era l’Italia nel V e soprattutto nel IV secolo a. C.:, segnato da guerre quasi continue.  Limitate le  zone più colte e civili, rozzezza e barbarie ancora diffuse.  Poche le strade, le coste impraticabili perché devastate dalla malaria per centinaia di km., soprattutto quelle tirreniche.  Vi erano popoli in declino, come gli Etruschi e i Greci del Meridione, i più colti e raffinati. Vitali invece gli Italici e in espansione. Ma  nessuna alleanza bellica o confederazione di tribù sembrava  in grado di prevalere su tutte le altre o di opporsi ad un invasore straniero forte e organizzato.  I Celti, che occupavano la parte centrale e più ricca della pianura padana restavano un corpo estraneo, tant’è vero che spesso chiamavano i Celti transalpini e altri barbari a sostegno delle loro scorrerie, mentre i Greci d’Italia tendevano a ricorrere all’aiuto dei condottieri ellenistici, dell’Epiro, della Macedonia, con i loro provati eserciti di mercenari modellati sulla falange di Alessandro.  I Celti erano sentiti come un pericolo costante da parte di tutti gli altri popoli dell’Italia, una sorta di forza della natura che sembrava impossibile domare.
Nella guerra di tutti contro tutti, i Romani cominciarono un poco alla volta a vincere le loro guerre. Cominciarono a ristabilire la loro egemonia nel Lazio, dominando la Lega Latina.  Dopo l’incidente della distruzione di Roma da parte dei Galli (390 a. C.), i confederati cercarono di staccarsi ma Roma restò in controllo.  Nel 360 i Galli tornarono, alleati ai Peucezi, ma furono disfatti a Porta Collina. Nel 348 Roma stipulò un trattato di alleanza con Cartagine, rinnovato nel  306, che la difendeva contro Etruschi e Greci occidentali, ancora forti sul mare.  Quest’alleanza consentiva a Roma piena libertà d’azione nella penisola: non doveva temere attacchi dal mare, dominato dai punici, che in compenso potevano sbarcare dove volevano, tranne che sulle coste del Lazio. Nel 340 a. C., con la battaglia del Vesuvio, fu sconfitta una grossa coalizione di popoli italici e ribelli latini. La vittoria portò alla sottomissione della Lega Campana. Dal 324 inizia la lotta contro i Sanniti, che durò alcuni decenni.  Sanniti e Romani lottavano per la supremazia nell’Italia centrale e meridionale.  Roma si trovò ad un certo momento sola contro tutto il resto d’Italia coalizzato.  Ma a Sentino, nel 295 a.C., Etruschi, Umbri, Galli Senoni e Sanniti furono disfatti in una feroce battaglia.    
Dieci anni prima del formidabile attacco portato da Pirro, lo Stato romano, nel 290, comprendeva Lazio, Sabina, Etruria, Umbria, Piceno, Lucania e la colonia latina di Venosa in Apulia. Napoli era stata conquistata nel 326 a. C. ma aveva mantenuto il suo status di città greca, con propria moneta. 
I Romani deducevano colonie, costruivano fortezze collegate con strade militari, imponevano ordine e disciplina.  Dominavano senza infingimenti ma anche governavano, con la loro capacità organizzativa e la loro mentalità giuridica, dando agli altri popoli la possibilità di partecipare, a diverso titolo, ad un’opera comune, che apportava vantaggi a tutti.
“Perciò alle comunità cadute sotto il dominio di Roma, in luogo dell’indipendenza che avevano perduta, o fu accordato il pieno diritto alla cittadinanza romana, o una certa forma di regime proprio, che riuniva, a una larva d’autonomia, i vantaggi reali di partecipare alla grandezza militare e politica di Roma, e soprattutto di avere una liberissima costituzione comunale; e veramente negli stati federali d’Italia non si trova indizio di una comunità d’iloti” cioè di popolazioni poste in semischiavitù, come “comuni tributari”(Mommsen).
Nell’Italia centro-meridionale si formò un solido blocco, un vero Stato, cui aderirono anche gli ormai sfioriti Etruschi, dopo aver tanto combattuto contro i Romani, che di fatto li avevano salvati dall’occupazione dei Galli distruggendone un grosso esercito  al Lago Vadimone nel 285 a. C.   
“Se si osserva questa lotta di parecchi decenni per l’egemonia, la forza d’attrazione del sistema federale romano appare come il fattore più importante dello sviluppo politico.  Incalzate nel Sud dai Sanniti, nel Nord dai Galli, la maggior parte delle città e delle tribù [dell’Italia centrale e  meridionale] si decise per Roma, che malgrado la sottomissione lasciava ai suoi alleati una notevole indipendenza e compensava il servizio militare , facendo partecipare al bottino. Visto che Cere, Capua e Napoli erano stati esempi impressionanti di annessione vantaggiosa, ora i piccoli organismi del paese erano naturalmente spinti verso la lega romana”(Joseph Vogt).
Roma dimostrava di essere uno Stato dotato della forza e della volontà necessaria per fare una politica italiana.  Una politica, cioè, che non era di sola conquista e sfruttamento.  Essa mirava anche a costruire un’unità politica e un destino comune, sia pure con Roma in posizione di preminenza.  Lo Stato romano, con il suo eccellente esercito, stava diventando il protettore naturale degli altri popoli d’Italia contro le invasioni straniere, a cominciare da quelle endemiche dei Galli, rimasti stranieri.  Solo dopo la conquista romana della pianura padana, interrotta dalla guerra annibalica, i Galli si sarebbero integrati alla civiltà romana, all’Italia, dando un apporto significativo (e ancor più significativo in epoca imperiale). 
Come protesse gli Etruschi e tutti gli altri dai Galli e poi mosse decisamente alla conquista delle loro terre, per por fine alle loro devastanti scorrerie e garantire la sicurezza di tutti con il raggiungimento dell’arco alpino, nostra frontiera naturale; allo stesso modo, Roma venne a proteggere i Greci del Meridione contro i Cartaginesi, loro nemici naturali da secoli.  Tutta la Sicilia ma anche Taranto erano da sempre obiettivi dell’espansionismo marittimo punico, che contendeva all’Egitto ellenistico il possesso della Cirenaica e aveva attratto nella sua sfera d’influenza anche la Corsica, un tempo possesso etrusco.
“L’espansione romana è vittoriosa espansione dei popoli del Centro dell’Italia, organizzati sotto la direzione della classe politica dominante in Roma.  A poco a poco si forma un’unità e una coscienza nazionale italica nel segno della politica romana” (Ettore Paratore).
Con le guerre puniche, Roma fu tuttavia costretta, notano gli storici, p.e. Mommsen, ad uscire dalla “politica italiana”.  Fu questo un bene?

3. Con le guerre puniche Roma fu costretta ad uscire dalla politica italiana, con conseguenze anche negative

Il Senato romano esitò prima di sfidare la potenza cartaginese in una guerra che sembrava inizialmente limitata alla lotta per conquistare la base di Messina, strategica per il dominio dello Stretto.  Ancora oggi gli storici si chiedono se la prima e la seconda guerra punica fossero evitabili.  Sono le classiche domande che si pongono gli storici e non sono affatto illegittime.  Di fronte alle tante calamità che apportano le guerre, soprattutto quelle lunghe e accanite, ci si chiede sempre se tutto questo si sarebbe potuto evitare.  Avrebbe potuto Roma rimanere nella sua dimensione di potenza italiana, senza lasciarsi trascinare in un’impresa che avrebbe messo, almeno in parte, in crisi i valori tradizionali e l’avrebbe poi spinta sulla via dell’imperialismo?  Provocando anche gravi conseguenze sociali, quali ad esempio la crisi dell’agricoltura per via delle gravi perdite di soldati, nella vita civile contadini e agricoltori?
Il fatto è che proprio la dimensione di potenza egemone nella Penisola, avviata ormai all’unificazione sotto il suo dominio, impediva a Roma di isolarsi in una dimensione solo “italiana”.   La vittoria nelle guerre sannitiche e l’estendersi della Confederazione guidata dai Romani verso sud, allarmò a tal punto i Tarantini (non minacciati dai Romani) da indurli a chiamare in Italia Pirro, uno dei migliori generali del suo tempo, per difendere la libertà dei Greci d’Italia.  Egli mirava in realtà a fondare una monarchia militare tra Epiro, Italia meridionale, Sicilia, estendibile all’Africa.  Era una antica aspirazione dell’espansionismo ellenico. 
L’esito è noto.  Con la sua falange e gli elefanti vinse due volti i Romani, sia pure a caro prezzo, e marciò anche verso Roma per ottenere una pace che gli concedesse una larga parte dell’Italia meridionale. Ma senz’esito. La federazione italica dei Romani non cedette.  Napoli e Capua gli chiusero le porte in faccia.  Pirro si presentava come “liberatore” degli Italici dalla “tirannia” dei Romani.  Annibale lo avrebbe imitato non molto tempo dopo.  L’ultimo della lunga serie dei “liberatori” del nostro Paese sarebbe stato il generale Eisenhower, comandante in capo delle armate alleate che ci invasero e occuparono dal 10 luglio 1943 al maggio del 1945 e oltre, sino alla nostra firma del Trattato di Pace, a Parigi, nell’estate del 1947.  Le promesse di Pirro agli alleati dei Romani non fecero alcun effetto.  Giunse sino ad Anagni.  Tallonato da forti eserciti romani, ritornò alla base.  Nella terza battaglia, a Benevento (275 a. C.)  i Romani resistettero ed egli dovette ritirarsi, sconfitto, ritornando in Grecia poco dopo.  Lo schema posto in essere da Pirro fu poi attuato in modo più ampio e assai più pericoloso da Annibale.
Consolidandosi come Stato italiano, i Romani erano intervenuti efficacemente contro i pirati illirici che, dall’odierna Dalmazia, taglieggiavano duramente il traffico navale dei mercanti italici.  Avevano pertanto messo piede in quella zona, suscitando l’allarme del potente Regno di Macedonia.  Ma quest’azione doverosa contro i pirati, apparentemente solo aggressiva, era una conseguenza delle responsabilità che cominciavano ad incombere sui Romani in conseguenza della loro politica “italiana”:  erano obbligati a proteggere gli interessi e il buon diritto degli italici anche all’estero, venendo in conflitto con le altre Potenze.
 Con la vittoria contro Pirro, lo Stato Romano, che nel frattempo si era alleato a Cartagine per esser protetto sul mare, si estese sino allo Stretto, venendo a contatto con la Sicilia, obiettivo strategico primario per i Cartaginesi.  Ora, non fu proprio l’ascendere di Roma a prima potenza dell’Italia a provocare l’invasione di Pirro?  Chiamato dai Tarantini, un tipico rappresentante dell’imperialismo greco – era il periodo delle lotte accanite tra gli eredi dell’impero di Alessandro Magno – cercava di impedire che in Italia si consolidasse una potenza capace di dominare l’intera penisola.  Per resistere a Pirro, che attaccò senza risultati anche i Cartaginesi in Sicilia, Roma si alleò con Cartagine per esser protetta dalla sua flotta, venendo così coinvolta nella secolare lotta mediterranea tra i punici e il mondo greco.  Si può dire che, a causa di Pirro, Roma abbia cominciato ad uscire, per logica interna dei fatti e senza volerlo, dalla dimensione puramente “italica” della sua politica, per immergersi nella grande politica internazionale. 
Questa logica la si vede, a mio avviso, ancor più all’opera nelle guerre puniche.  La prima ebbe per oggetto il possesso della Sicilia.  La Sicilia era un bastione di importanza economica e militare essenziale per i Cartaginesi.  Unita al possesso della Sardegna e al controllo della Corsica, consentiva loro di chiudere l’Italia dentro il Tirreno, di conservare il monopolio commerciale e il controllo navale dell’intero Mediterraneo occidentale e di controllare anche quello centrale.  Con il possesso della Sicilia, Cartagine poteva controllare il Canale di Sicilia e, se voleva, bloccarlo con le sue flotte. 
Ma la Sicilia era anche per l’Italia di fondamentale importanza strategica.  Era ed è l’antemurale che la difendeva e la difende dall’Africa.  Il possesso della Sicilia consente all’Italia di affacciarsi sul Mediterraneo centrale e di controllare lo Stretto, a sua volta punto geografico di fondamentale importanza strategica, per l’Italia.  La Sicilia non poteva esser lasciata ad uno Stato nemico.  E nemmeno le altre due isole lo potevano, costituendo esse un baluardo difensivo naturale ed essenziale per la costa tirrenica.  Uno Stato, quello punico, che, per il modo in cui concepiva il commercio marittimo, avrebbe quasi sicuramente chiuso lo Stretto al commercio dell’Italia e alle sue flotte.
In un’epoca, come quella antica, nella quale la guerra era considerata un modo tutto sommato normale di risolvere le controversie, una guerra per decidere del possesso della Sicilia era in sostanza inevitabile.  La guerra, come sappiamo, fu lunga e sanguinosa (anche se non come la seconda punica), ed ebbe momenti di stanca.  Il padre di Annibale, Amilcare Barca, valente generale, pur ridotto alle fortezze della costa occidentale della Sicilia (Monte Pellegrino e Marsala, Trapani) resistette sempre.  Dovette cedere e ritirarsi, perdendo l’isola, quando la flotta romana distrusse completamente quella cartaginese alle Egadi, acquistando il dominio totale del mare, cosa che rendeva impossibile ai Punici il mantenimento delle piazzeforti siciliane.  In tal modo, quella guerra fece diventare Roma una potenza navale.  Essa si ritrovò così in mano lo strumento indispensabile per una politica di conquista a livello mediterraneo.
La “guerra annibalica” fu in un certo senso una conseguenza della prima.  Approfittando delle gravi difficoltà causate a Cartagine dalla rivolta dei mercenari, i Romani accolsero l’invito della guarnigione cartaginese ribelle della Sardegna, ad impadronirsi dell’isola, minacciando Cartagine di guerra se si fosse opposta.  I Cartaginesi dovettero subire.  La perdita economica derivante dalla perdita delle due isole fu però compensata con la conquista della Spagna sino all’Ebro da parte dei Barcidi, che organizzarono un forte esercito in loco.  Nonostante le perdite, Cartagine possedeva ancora uno Stato di tutto rispetto, con tre quarti quasi della Penisola Iberica con le sue ricchezze minerarie e agricole, le Baleari e tutto il Nord Africa sin alla Cirenaica.  Non aveva bisogno di una nuova guerra con Roma, dal punto di vista economico.  E nemmeno politico, restando una notevole Potenza.
Si può discutere all’infinito di chi sia stata la colpa sullo scoppio della guerra annibalica.  Ma la questione è, a ben vedere, secondaria.  Annibale aveva un disegno strategico preciso:  Roma si poteva abbattere solo portando la guerra in Italia.  I Romani pensavano lo stesso:  Cartagine si vinceva solo portando la guerra in casa sua, come aveva fatto Attilio Regolo nella I guerra punica, il quale si lasciò sfuggire una vittoria quasi certa a causa degli errori che commise.  Ora, la guerra in Italia Annibale, con il Mediterraneo dominato dai Romani, poteva portarla solo per via di terra, partendo dalla Spagna.  L’impresa militare si basava su di un calcolo politico preciso e per niente peregrino, in linea di principio:  sollevare contro i Romani tutte le tribù celtiche, dalla Francia meridionale alla pianura padana.  E in aggiunta, ed anzi soprattutto, staccare da Roma gli alleati italici, disfare la Federazione italica.  Era la strategia di Pirro, al quadrato, per così dire.  Il calcolo riuscì, grazie anche al genio militare di Annibale, che distrusse tre eserciti romani in tre grandi battaglie, e all'ascendente che aveva sui suoi soldati.  Riuscì però con i Galli, non con la Federazoni italica.  Le defezioni ci furono ma nell’insieme l’alleanza tra romani e italici tenne bene e questo fu decisivo per la vittoria finale.  Alla testa dei Galli aggregatisi al suo esercito, Annibale entrava nell’Italia centrale come condottiero del temuto nemico nazionale degli Italiani di allora.  All’estraneità dell’elemento cartaginese e africano,  che Greci e Romani avevano sempre sentito come qualcosa di nemico e ostile, barbaro in molti suoi aspetti, a cominciare dalla religione, si aggiungeva quella della barbarie celtica, che ora Annibale faceva dilagare per l’Italia, al suo servizio.
“Le popolazioni italiche rimaste fedeli avevano dato alla guerra il senso di uan guerra nazionale contro il nemico invasore” (Ettore Paratore)
“Molti Marsi, Peligni, Marrucini si arruolarono volontari con Scipione, in Africa e in Ispagna.  La nazione italica dimostrò compattezza.  I soldati migliori dell’esercito romano venivano dall’Appennino: dal dorso appenninico dell’Etruria; poi c’erano gli Umbri, i Marsi, le altre popolazioni sabelliche.  Si soleva dire: -- nessun trionfo sopra i Marsi e senza i Marsi” (Ettore Pais).
  La II guerra punica non ebbe un obiettivo limitato come la prima, la cui posta era la Sicilia.  La strategia ad ampio raggio di Annibale, che cercava anche di coinvolgere la Macedonia nell’attacco a Roma, dimostra che egli si proponeva di abbattere definitivamente la potenza romana, di distruggere dalle fondamenta lo Stato italico che su di essa si basava.  Non sappiamo se egli volesse anche distruggere Roma come città.  La questione è, a ben vedere, secondaria.  Ma indubbiamente egli impostò la guerra come guerra all’ultimo sangue per l’egemonia su una parte del mondo allora conosciuto, egemonia che implicava la distruzione politica e militare completa dello Stato avversario.  La vittoria dei Romani, ovvero dello Stato romano-italico che si estendeva da Sena Gallica sino allo Stretto e già aveva cominciato ad occupare la pianura padana, comportò il dominio secolare sull’Africa del Nord da parte di una potenza che aveva il suo centro nell’Italia e in Roma.   Durante il tardo impero, un’invasione massiccia della penisola iberica da parte dei Mauri, provenienti dall’odierno Marocco fu stroncata con alcune dure campagne in quella regione, ci informano succintamente le fonti, in poche righe.
 Dall’Africa l’assalto e l’occupazione di parti dell’Europa peninsulare sarebbe venuto solo mille anni dopo, con l’Islam, nell’VIII secolo d. C., che riuscì per lunghi secoli là dove  Annibale aveva iniziato la sua avventura, in Ispagna, e per un tempo assai  meno lungo in Sicilia,  finché la riscossa della Spagna cattolica non lo ricacciò in Africa, dopo che i Normanni avevano riconquistato la Sicilia alla Cristianità.      

Paolo  Pasqualucci

Venerdì 19 ottobre 2018

Fonte:  iterpaolopasqualucci.blogspot


giovedì 6 settembre 2018

Filosofia: P. Pasqualucci, Le 5 tesi preliminari della metafisica del soggetto - Sinossi



Paolo  Pasqualucci -
Le  cinque  tesi  preliminari  della metafisica  del soggetto -
Sinossi


NOTA   PREVIA

Dopo il  post pubblicato  recentemente su questo blog con la “prefazione” alla metafisica del soggetto. cinque tesi preliminari,  pubblico ora la “introduzione”,  ovvero la  “sinossi delle cinque tesi". ”   Per comodità del lettore riporto nuovamente in apertura le cinque tesi nella versione aggiornata  apparsa all’inizio del secondo volume dell’opera, dedicato a “Il concetto dello spazio”,  Giuffrè ed., 2015.   Questa versioen è leggermente ampliata rispetto al testo apposto in apertura al primo volume di questa stessa opera, uscito nel 2010. 
Il testo, risalente a  otto anni fa, ha subito qualche ritocco e una sostanziale aggiunta alla terza tesi, che tratta del  concetto del tempo.   


  
LE  CINQUE  TESI  PRELIMINARI  DELLA  METAFISICA  DEL SOGGETTO


I.       Il pensiero in atto non può mai darsi simultaneamente due o più contenuti diversi.  Il contenuto delle nostre operazioni mentali è sempre unico poiché è inserito in una irreversibile successione di pensieri nel tempo, uno per uno, uno dopo l’altro.

II.     Lo spazio è condizione empirica (e non trascendentale) della possibilità della nostra conoscenza.  Esso è la dimensione intrinsecamente vuota, continua, omogenea, identica in tutte le direzioni (isotropa), immobile, infinita, che permette alla materia e all’energia di avere luogo e moto (spazio assoluto).

       III.  Il succedersi del contenuto (sempre singolo ed individuale) del nostro pensiero in atto (nel linguaggio comune, il succedersi dei nostri pensieri) non può aver luogo altro che nel tempo.  Il tempo costituisce allora una dimensione reale, senza la quale i nostri pensieri non potrebbero essere :  non è creato dai nostri pensieri più di quanto lo sia lo spazio dal nostro movimento. ­

IV.   Il pensiero non può identificarsi tout court con la coscienza, che è solo un determinato contenuto del pensiero in atto, non il presupposto stesso del pensare.  L’idea di una consapevolezza implicita è inaccettabile.

V.   Esiste un ordine a fondamento della nostra conoscenza, che si rivela già nell’ordine temporale (la successione, come tale irreversibile) del contenuto dei nostri pensieri in atto.  Quest’ordine non è posto dal soggetto pensante ma deve esser da esso riconosciuto.  L’ordine che compare nell’Io è parte dell’Ordine che governa il Tutto.





SINOSSI  DELLE  CINQUE  TESI



Prima  tesi

Il pensiero in atto non può mai darsi simultaneamente due o più contenuti diversi.  Il contenuto delle nostre operazioni mentali è sempre unico poiché è contenuto in una irreversibile successione di pensieri nel tempo, uno per uno, uno dopo l‘altro


La tesi ha una portata universale.  Essa non vale solo per quel contenuto del nostro pensare in atto che si traduca in concetti, dedotti dall’esperienza o da altri concetti, intesi a rappresentarci il significato intrinseco di qualcosa, quale esso sia (del comportamento mio o di un altro, del bello in relazione a certe opere d’arte, dell’immagine contenuta in un certo ricordo, delle nuvole che compaiono all’orizzonte etc; ossia di un’azione, un concetto, un’immagine, una sensazione).  Vale, ugualmente, per quel contenuto del nostro pensiero in atto che esprima l’aver coscienza di qualcosa, il sapere di sapere (come si suol dire), sino alla coscienza di sé o autocoscienza;  sia costituito, il qualcosa, dall’attività dei nostri sensi (so di vedere, di sentire) o da un’attività mentale (so di leggere, di pensare) o da un fare in generale (so di camminare, di suonare uno strumento, di lavorare).
Affermo che, nella medesima unità di tempo, nell’istante dato o nella durata, noi non riusciamo mai a pensare simultaneamente a due o più azioni diverse o a due o più concetti diversi  a due o più immagini diverse, o a due sensazioni diverse.  Non riusciamo ad analizzarle ed interpretarle, a dar loro significato simultaneamente.  Né, similmente, ad aver coscienza di un sentire o di un fare o di un pensare, mentre siamo impegnati nelle nostre sensazioni o nel fare o nel pensare.  Il pensiero costituito dall’esser cosciente di vedere o di fare o di pensare già mi astrae dal vedere stesso, o dal fare, o da ciò cui stavo pensando.  È quindi un pensiero a sé, non simultaneo ad alcun altro, nemmeno al pensiero stesso del quale ci si senta consapevoli.
Il principio qui affermato si fonda sulla mia esperienza interiore, sull’indagine di me stesso in quanto soggetto pensante.  Ritengo impossibile far convivere, simultaneamente, nell’unità di tempo data, due o più contenuti del nostro pensiero in atto, quali che siano, perché, indagando in me stesso, io non vi sono mai riuscito.  Non sono mai riuscito a far emergere la consapevolezza di una siffatta simultaneità di contenuti e sono convinto che questo insuccesso non dipenda tanto da una mia incapacità quanto da un’impossibilità intrinseca della nostra mente, che è stata evidentemente costruita in un certo modo da Colui che ci ha creato, Iddio onnipotente.
Sulla base della mia esperienza interiore, che credo essere quella di tutti, invito pertanto il gentile lettore ad indagare parimenti in se stesso per verificare se io abbia ragione o torto.  Sono convinto che, per quanti sforzi potrà fare, egli non riuscirà mai a pensare simultaneamente a due o più cose.  Voglio dire, a pensarle nel senso proprio del termine, a rappresentarsele alla mente ognuna nello stesso tempo come suo contenuto, distinto e specifico :  quello e non altro.  Non abbiamo il dono dell’ubiquità mentale, la nostra mente non può bilocarsi, se mi si consente l’espressione.  Provi il lettore a pensare simultaneamente ai concetti che gli risultano dalla lettura del presente saggio e a qualsiasi altra cosa.  Oppure, più in generale, provi egli a pensare simultaneamente a cosa diversa da ciò che sta vedendo o sentendo attentamente, concentrato sui suoi particolari, teso a coglierne il significato intrinseco.  Oppure, dopo aver letto i Corollari che seguono e averli mentalmente riassunti in una definizione estremamente sintetica, di una sola parola (del tipo:  successione, non-coesistenza, irreversibilità, unicità, concretezza, temporalità dei nostri pensieri), provi a pensare tutti questi nomi (o solo un paio di essi) simultaneamente e non in successione.  I nomi delle cose o dei concetti li possiamo pensare solo in successione, allo stesso modo di ciò di cui sono il segno.

Corollari della prima tesi

1.  L’ordine dei nostri pensieri, quale che sia il loro contenuto, è sempre e solo quello della successione nel tempo.  Non potendo essere tra loro simultanei, i contenuti del nostro pensiero in atto devono per forza di cose disporsi in successione.  Ciò significa che la nostra capacità di pensare si attua sempre secondo una successione temporale dei suoi contenuti, secondo il prima e il dopo.
2.  Pertanto, un pensiero di qualcosa non coesisterà mai (nell’istante dato) con un pensiero di qualcos’altro ma verrà sempre prima o dopo di esso.
3.  La successione dei pensieri è irreversibile, nel senso che essa va in una sola direzione.  Il pensiero in atto, che è sempre il presente del soggetto che pensa, è sempre nuovo rispetto al pensiero precedente, anche se ne ripete il contenuto.   Ciò vale anche quando il contenuto del nostro pensiero in atto è costituito dal ricordo di qualcosa, dato che grazie al ricordo la mente si rende presente ciò che è già accaduto e quindi per sempre trascorso.  L’atto di pensiero il cui contenuto è il ricordo è pur sempre un atto che, per il solo fatto di accadere, si aggiunge inevitabilmente a quello che lo precede :  mentre ce l’ho, questo particolare pensiero è in quel momento l’ultimo pensiero nella successione quotidiana dei miei pensieri, a prescindere dal suo contenuto.
La memoria viene dopo, come la coscienza.  Altrimenti, di cosa sarebbe memoria?  Essa è un ri-proporre il passato :  ricordando, torno indietro rispetto alla realtà presente ma con un atto di pensiero che, mentre è in atto, è il mio presente attuale, di questo momento.  Ciò non deve, tuttavia, indurci a credere che si dia memoria anche del presente.  Infatti, la qualità specifica dell’atto di pensiero di cui consta la memoria è proprio quella di esser la rappresentazione interiore di un fatto del passato.  Del presente, come notava Aristotele, non si può avere memoria, più di quanto la si possa avere del futuro[1].  
4.  Il contenuto del nostro atto di pensiero è sempre singolo, nel senso che lo è sempre di una cosa alla volta, di un solo argomento, di una sola immagine.  Singolo, nel senso di contrapposto a plurimo, indicando quest’ultimo termine una pluralità simultanea di contenuti diversi, pluralità che il nostro pensiero è per natura impossibilitato a darsi.
Con questo corollario, voglio mettere in rilievo il fatto della concretezza individuale del nostro pensiero, che, quando è in atto, lo è sempre non di più cose ma di una cosa sola :  di una cosa alla volta, di un solo argomento, di una sola immagine, di una sola idea per volta.  Di una realtà ogni volta ben determinata nella sua assoluta individualità, quale essa sia, dato che la nostra mente è libera nel darsi come contenuto qualsiasi cosa.  In questo senso, ogni nostro pensiero deve ritenersi unico perché impossibilitato per natura ad esser pensato simultaneamente ad ogni nostro altro pensiero.
Preciso, inoltre, che quando affermo che il contenuto del nostro atto di pensiero è sempre singolo perché concerne un argomento (o cosa, o idea) alla volta, non voglio certamente escludere da esso la pluralità simultanea di elementi o parti che esso eventualmente contenga.  Mi spiego.  Se rifletto sul fatto che sto vedendo e sentendo, ciò non significa dichiarare incompatibili con l’unicità di questa riflessione (unica, perché non può coesistere con nessun’altra nella stessa unità di tempo) i molteplici elementi – oggetti in quiete o in movimento, suoni, luci ed ombre, colori, volumi – che compongono, come sue parti, il mio quadro visivo e sonoro della realtà ovvero tutto ciò che vedo e sento nell’unità di tempo data. Tutta questa molteplicità esiste obiettivamente nell’immagine mia del reale poiché esiste nella realtà quotidiana stessa.  Essa è contenuta nella realtà e nella sua immagine, nella sua intrinseca unità, dato che non la vediamo scomporsi da tutte le parti, ma permanere compatta in esse; unità che concerne la natura di ciò che mi sta di fronte e non ha nulla a che vedere con l’unicità del pensiero che io ne ho, nel senso sopra chiarito.
5.   Il pensiero in atto non pensa mai se stesso che pensa  ossia mentre pensa :  è sempre il pensiero concreto di qualcosa, di un che di determinato, circoscritto; di un pensato che il pensiero si pone come oggetto, come se fosse altro da sé.  Ciò vale a prescindere dalla natura del contenuto del nostro pensiero in atto.  Anche quando mi accorgo che “so di pensare” o penso un concetto o il concetto del pensare in quanto tale, anche questo è un contenuto determinato del mio atto di pensiero, non è l’atto a prescindere dal contenuto (ossia il pensante), e quindi non è pensiero che pensa il pensare (sé stesso in quanto pensante) più di quanto lo sia il vedere che vede sé stesso o il camminare che cammina sé stesso.  Infatti, il pensiero che pensa sé stesso dovrebbe avere in realtà a contenuto non ciò che viene (concretamente) pensato ma il puro pensante in quanto tale, come tale ancora privo di contenuti; in definitiva, il puro esser-pensante del pensiero (se così posso dire), che si fa fatica a distinguere dalla pura nostra capacità di pensare.  Quest’ultima non è rappresentabile alla mente, dato che essa si determina per noi solo nel pensato del singolo pensiero in atto. 
Il pensiero umano è quindi sempre pensiero in atto perché è sempre il pensiero di qualcosa di determinato, non quindi perché pensi sempre (implicitamente) sé stesso in tutto ciò che pensa, come ritenevano gli Idealisti.  Il contenuto del nostro pensiero in atto è pertanto sempre il pensato, non il pensante.  Per questo dico che il pensiero in atto non pensa mai sé stesso in quanto puro pensante, in tutto ciò che pensa.  Il concetto di un pensiero che pensa sempre sé stesso in tutto ciò che pensa (per il solo fatto di pensarlo) si può attribuire solo all’essere e all’operare della mente di Dio (che per noi non è effettivamente rappresentabile), come aveva già dimostrato Aristotele, con la ben nota ricchezza di argomentazioni, nel capitolo nono del libro XII della Metafisica. “L’intelligenza [del primo motore] pensa se stessa prendendo il posto dell’intelligibile; poiché essa diviene intelligibile a se stessa nell’atto di toccare e intendere il suo oggetto; onde l’intelligenza e l’intelligibile sono la stessa cosa”[2].
L’argomento di questo corollario verrà trattato in modo particolareggiato nell’esposizione della quarta tesi del presente lavoro.   L’affermazione che il pensiero in atto non può mai avere effettivamente come proprio oggetto sé stesso pensante, può apparire troppo forte anche a chi non condivide le posizioni speculative dell’Idealismo.  Mi si può obiettare:  va bene sostenere che, quando io penso a questo o a quello, non penso il mio pensiero mentre pensa e quindi non ho il pensare ad oggetto e contenuto del mio atto di pensiero.  Ma circa la domanda se il pensiero, quando pensa a sé stesso, pensi in realtà sé stesso che sta pensando, come dobbiamo rispondere? Ogni volta che mi sento consapevole di pensare (so che sto pensando) o quando mi dedico al concetto stesso del pensare, indagando nella mia mente che cos’è il pensiero, non pongo forse il pensare in quanto tale ad oggetto della mia indagine?  E non penso, allora, il pensare in quanto tale o in sé, ragion per cui il mio pensato viene ad esser costituito dal mio me stesso pensante? 
Rispondo.  Quando so di pensare, ciò significa che il mio atto di pensiero si è dato questo contenuto, diverso da ogni altro, contenuto che al momento mi occupa interamente, hic et nunc.  L’oggetto di questo mio pensiero è costituito dalla consapevolezza di qualcosa, non dal pensiero pensante in quanto tale, che non è un contenuto ma un puro porsi in atto spirituale, il puro porsi (di quest’atto) nel suo porsi.  Il fatto che la mia consapevolezza interiore qui riguardi il pensare invece che il vedere, il sentire, lo scrivere, l’agire in generale, nulla toglie che siffatto esser-consapevole sia un atto di pensiero il cui contenuto specifico non è dato dal porsi di sé stesso ma da ciò che è posto, costituito dall’esser-consapevole-di :  nel caso di specie, dall’esser consapevole del pensare.  Perciò, l’esser consapevole di una realtà (quella del fatto che sto pensando) non significa pensare il pensiero mentre pensa (il pensiero pensante) ma, più semplicemente, pensare a un determinato contenuto di pensiero, un pensato circoscritto in sé stesso e non mai il pensante  in quanto tale.  La distinzione tra pensante e pensato (omologa a quella tra potenza ed atto) è, a mio avviso, ineliminabile.  Va poi detto che esser consapevoli di pensare non è diverso, in quanto atto di pensiero, dall’esser consapevoli di qualsiasi altra cosa :  di vedere, di sentire, di camminare, etc.
Nella nozione “sapere di pensare” bisogna poi distinguere la semplice consapevolezza di pensare dal pensiero che indaga la natura stessa del pensiero.  La prima è in noi nel nostro ripetuto “so di pensare”, in generale:  constatazione interiore che sopravviene continuamente mentre pensiamo, quale che sia il contenuto del nostro atto di pensiero.  Siffatta consapevolezza altro non dice dallo scarno “so di pensare”; essa esprime la pura consapevolezza dell’esistenza in me di tutti questi atti di pensiero, nella loro quotidiana successione temporale.  Oltre non va.
Diversa appare invece la consapevolezza dell’atto di pensiero il cui contenuto è costituito dalla natura stessa del pensare, dalla domanda “che cos’è il pensiero?”.  Bisogna, infatti, chiedersi:  quando il soggetto si pone questa domanda, qual è l’oggetto proprio di essa?  Il pensiero mentre pensa se stesso?  Il pensiero del pensiero?  Sì, il pensiero “del” pensiero ma necessariamente inteso, questo pensiero, nella sua natura intrinseca, nella sua essenza, come la ricaviamo dal suo manifestarsi nel singolo pensiero concreto, in atto, nel pensato.  Per meglio dire:  non dal suo manifestarsi (mentre si manifesta, nel meccanismo interiore di questo manifestarsi) ma dal suo essersi manifestata, dal suo aver preso forma nel pensato.  Il pensato di siffatta indagine può essere allora il seguente:
   il pensiero è una realtà immateriale e invisibile, del tutto spirituale, situata nel tempo e non nello spazio e operante nel tempo, che agisce in noi grazie al collegamento con il nostro cervello, determinandosi nei vari contenuti che costituiscono via via nel tempo il pensiero in atto.  
Il concetto del pensiero che qui emerge è sempre quello che si ricava dal contenuto specifico di più atti di pensiero, contenuto che descrive (in un discorso logicamente concatenato) la natura del pensiero, ponendosela di fronte come dall’esterno, in quel determinato pensato.  Non è quello del pensiero mentre si pensa nel pensare sé stesso, condizione che può concepirsi solo implicitamente esistente perché impossibilitata a costituire il contenuto di un qualsivoglia, concreto atto di pensiero.  E qui, come si è visto, l’implicitamente esistente o presente equivale in realtà ad una pura astrazione. 
Quando poi analizziamo il principio di causalità, di ragion sufficiente, di non-contraddizione, e le categorie con le quali opera il nostro pensiero, ci soffermiamo sul  suo modo di operare, che presuppone la natura del pensiero.  Questi princìpi costituiscono sempre il contenuto di un pensiero in atto e valgono per ciò che essi significano in relazione alla realtà, non perché supposta manifestazione del pensiero che pensa se stesso nel pensarli.     
6.  Per ciò che riguarda il concetto della successione del tempo, risulta dai predetti  che la successione è reale perché i nostri pensieri in atto sono reali, dato che noi effettivamente pensiamo.  Il tempo è allora reale, è una realtà che esiste di per sé, non può essere solo il risultato di una nostra misurazione o comunque un rapporto dipendente dagli enti, nelle loro reciproche relazioni (vedi infra, tesi terza).  Se il tempo non costituisse una realtà effettiva, i contenuti del nostro pensiero in atto potrebbero succedersi l’un l’altro, potrebbero disporsi in una successione alla quale è inapplicabile il concetto stesso dello spazio?  Se il tempo non esistesse ma fosse solamente un rapporto creato da noi nel misurare le cose, dove si situerebbe la successione dei pensieri, in quale dimensione? 




Seconda  tesi

Lo spazio è condizione empirica (e non trascendentale) della possibilità della nostra conoscenza.  Esso è la dimensione intrinsecamente vuota, continua, omogenea, identica in tutte le direzioni (isotropa), immobile, infinita, che permette alla materia e all’energia di avere luogo e moto (spazio assoluto).


Ci si apre la via a questa fondamentale deduzione già muovendo dalla constatazione che il nostro pensiero in atto non può esser simultaneamente presente al formarsi delle nostre sensazioni in noi.  Infatti, in quel formarsi non vi è partecipazione del nostro pensiero.  Consideriamo come si costituisce in noi l’immagine del mondo.  L’onda elettromagnetica che si ritiene esser la luce produce nel fondo dell’occhio dei segnali.  Attraverso il nervo ottico raggiungono la corteccia cerebrale.  Quest’ultima  elabora in via definitiva la “visione primaria”, come viene chiamata[3].  Questo processo, studiato da fisica, fisiologia e psicologia, ci dà l’immagine del mondo esteriore, anche se non sappiamo esattamente come.  Infatti, non sappiamo come fanno tutti questi processi materiali, queste interazioni di materia ed energia a produrre per esempio la nostra sensazione del colore.  In realtà, i nessi profondi di tutto il processo visivo ci sfuggono[4]. Sappiamo, tuttavia, che quest’immagine ci dà una rappresentazione esatta del mondo esteriore, del tutto sufficiente alle nostre esigenze, tant’è vero che siamo normalmente in grado di distinguere tra un’immagine vera ed una falsa, dipenda quest’ultima da nostre patologie o da fenomeni esteriori.
Ma nel processo conoscitivo dei nostri sensi, qual è il ruolo del pensiero, sia come intelletto che indaghi nell’immagine offertagli dai sensi stessi, sia come coscienza di averla, quest’immagine?  Nella formazione naturale, fisiologica dell’immagine, che è del tutto fisico-chimica, materiale, il pensiero del soggetto non gioca alcun ruolo :  esso viene dopo.  Esso analizza ed interpreta “l’informazione” (come si dice oggi) fornitagli dai sensi, probabilmente servendosi anche della memoria.  La sensazione, cui si aggiunge il pensiero che la analizza ed interpreta, viene tradizionalmente chiamata percezione.  La percezione non è posteriore alla sensazione :  è la sensazione della quale siamo coscienti.  Ciò che è posteriore, è la coscienza.
Ci sono quindi diverse fasi nella formazione della conoscenza mediante i sensi, costituite tutte da tempi infinitamente brevi, dato che si svolgono alla velocità della luce, a quella dei nostri processi chimico-neurologici, a quella del pensiero.  L’istantaneità nella quale tutto ciò sembra accadere ci dà l’impressione della simultaneità tra l’immagine nostra del mondo e il mondo in essa contenuto, e tra quest’immagine e la consapevolezza che ne abbiamo, allorché quest’ultimo pensiero ci attraversa la mente.  Ma siffatta istantaneità è apparente già per il fatto che l’onda elettromagnetica della luce o le onde elastiche del suono non si trasmettono istantaneamente nello spazio, come se la loro velocità fosse infinita.  Esse possiedono una velocità determinata, per quanto elevata.  Ciò significa che impiegano un certo tempo a percorrere una distanza, un tratto di spazio :  non lo coprono mai istantaneamente.
La formazione dell’immagine del mondo in noi richiede dunque un intervallo di tempo, per quanto brevissimo.  Si ha una scansione temporale dovuta all’esistenza di un effettivo intervallo di spazio, una distanza reale, tra noi e l’oggetto posto fuori di noi (scansione che continua all’interno di noi, perché – come si è ricordato – la formazione dell’immagine nei circuiti del sistema occhio-cervello, rinchiuso nello spazio della nostra testa, richiede sempre un certo tempo ad effettuarsi, misurabile in millisecondi). Tutto ciò significa che lo spazio (allo stesso modo del tempo) è un elemento costitutivo (anche se passivo) della nostra conoscenza sensibile, costitutivo in senso empirico ossia come realtà dotata di una sua oggettività, che è quella della realtà fuori di noi, indipendente da noi che la percepiamo e pensiamo.  L’esistenza stessa dello spazio impedisce il formarsi istantaneo dell’immagine del mondo in noi.  Istantaneo :  immediatamente, senza intervallo alcuno di tempo.
E quindi :  condizione empirica, lo spazio, della possibilità della nostra conoscenza della realtà fuori di noi e non trascendentale, come sosteneva Kant, costituita quest’ultima da un’intuizione dello spazio come forma universale di tutti gli oggetti fuori di noi; intuizione non sensibile ma puramente interiore, rappresentazione immediata e a priori, cioè anteriormente ad ogni esperienza sensibile, dello spazio come forma universale delle cose.  Rappresentazione non voluta da noi ma connaturata (sempre secondo Kant) alla nostra mente; senza la quale – rappresentazione – non potremmo conoscere le cose che sono nello spazio reale, fuori di noi (conoscerle, si intende, alla maniera di Kant :  non come sono in se stesse ma come forme della nostra sensibilità e quindi come sono per noi).
Ma noi, va detto, non abbiamo bisogno di possedere nella nostra mente l’idea dello spazio o meglio lo spazio in idea; non abbiamo bisogno della kantiana intuizione a priori dello spazio (e del tempo) per esser poi capaci di conoscere empiricamente gli oggetti nello spazio e quindi la realtà spaziale che ci circonda da ogni lato (o per avere la sensazione interiore del tempo).  Non ne abbiamo bisogno, dato che la sensazione esterna, come si è detto, forma in noi le immagini e le sensazioni interiori del mondo esterno (gusto, tatto) in modo del tutto indipendente dal nostro pensiero, dalla nostra consapevolezza.  Come potrebbe, allora, il nostro pensiero costituire esso stesso, mediante un’intuizione (logicamente) anteriore ad ogni esperienza (quella dello spazio), la condizione che ci permette di conoscere il mondo esterno, quando invece questo mondo giunge a noi, sotto forma di immagini e sensazioni, in modo del tutto indipendente dal pensiero stesso?  E difatti, Kant non riesce a dimostrare l’esistenza indipendente di un’intuizione trascendentale.  Egli è costretto a darle un’esistenza solo implicita, che è quella di un mero postulato, come tale impossibile a dimostrarsi (vedi infra, esposizione della seconda tesi e critica del concetto kantiano dello spazio, nel secondo volume di quest’opera).
La verità è che, quando il contenuto del nostro pensiero in atto è costituito da una sensazione (che si traduce in una rappresentazione empirica della realtà esteriore), la sensazione (a causa della scansione spaziale tra noi e l’oggetto; scansione che ne implica una temporale, costituita dal tempo impiegato dalle onde luminose o sonore a percorrere la distanza spaziale stessa) deve esser venuta prima nel tempo, non può esser contemporanea (o simultanea che dir si voglia) al pensiero del quale costituisce il contenuto.  Il nostro aver coscienza della realtà sensibile è sempre posteriore alla nostra immagine di questa stessa realtà :  non può esserle dentro, svilupparsi simultaneamente ad essa.  Ammettere questo, significa concepire (al modo di Kant e degli Idealisti) una coscienza che esiste solo implicitamente, una coscienza per così dire inconscia, il che rappresenta una contraddizione patente del concetto stesso della coscienza (vedi infra, tesi quarta).


  
Terza  tesi

Il succedersi del contenuto (sempre singolo ed individuale) del nostro pensiero in atto (nel linguaggio comune, il succedersi dei nostri pensieri) non può aver luogo altro che nel tempo.  Il tempo costituisce allora una dimensione reale, senza la quale i nostri pensieri non potrebbero essere :  non è creato dai nostri pensieri più di quanto lo sia lo spazio dal nostro movimento


La successione dei nostri pensieri ci dà la percezione interiore  del tempo[5].  Ce la dà proprio perché è una successione.  Gli atti di pensiero (i contenuti via via diversi dei nostri pensieri in atto) hanno luogo secondo una successione irreversibile, che è quella del prima e del dopo, senza che questo prima e questo dopo possano riferirsi in qualche modo ad un’estensione ossia ad uno spazio.  L’esistenza del tempo non dipende qui da una misurazione esterna alla successione stessa, che si ottenga con strumenti rapportati alla luce del sole e al movimento della terra.  Ciò accade nel caso della percezione esterna del tempo.  Ma nel caso del succedersi dei nostri atti di pensiero, è la successione stessa che ci dimostra l’esistenza del  tempo, dato che il prima  e il dopo che la caratterizzano, non possono essere altro che temporali.  L’esistenza della successione (ed in conseguenza del tempo) è dimostrata dal nostro stesso pensare in atto e non ha bisogno di un’unità di misura che la rapporti a qualcosa di esterno e diverso.
Tutto ciò significa che noi (vedi supra, seconda tesi) non abbiamo bisogno di presupporre un’intuizione trascendentale del tempo, del tempo come forma pura, anteriore ad ogni esperienza.  La percezione del tempo risulta già dalla nostra percezione interiore del succedersi dei nostri pensieri.  I pensieri nostri sono immateriali e tuttavia esistono.  Ne consegue che la loro successione è reale.  Deve pertanto considerarsi reale il tempo, mediante il quale ci rappresentiamo il loro succedersi.  In altre parole :  se è reale la successione dei contenuti del nostro pensiero sempre in atto, il tempo è qualcosa di reale, per quanto resti sempre impalpabile in se stesso ed appaia infinito quanto al suo inizio e alla sua fine perché non delimitabile da un prima ed un dopo iniziali e finali. 
Ribadire la realtà del tempo può sembrare pleonastico al comune buon senso.  Ma non lo è, se riflettiamo sul fatto che la maggior parte dei Fisici odierni tende a concepire il tempo come una realtà priva di autonomia, funzionale allo spazio (“spazio-tempo”) o addirittura inesistente, in quanto realtà in sé.  Il tempo sarebbe il risultato di un nostro modo di misurare le cose, un’unità di misura non una realtà effettiva ed indipendente.
Il tempo come realtà intrinseca alle cose – la  d u r a t a   che eternamente sta e scorre per noi (proprio in quanto dura, sta) nel mutare degli enti e nell’accadere degli eventi, che mutano nel tempo e ad opera del tempo poiché li consuma il loro carattere temporale (la caducità del finito, spazialmente determinato) - questo modo tradizionale e spontaneo di intendere il tempo non avrebbe motivo di essere.  Esisterebbe solo il tempo rilevabile dall’evento fisico determinato in un punto; il tempo locale, perché tempo di ogni punto della rete infinita di eventi costituente il cosmo, misurabile solo relativamente al tempo di ogni altro punto.  È la prospettiva relativistica,  inaugurata da Einstein, il quale cercò di rendere il tempo una funzione dello spazio con lo stabilire  la luce (la sua velocità c) quale unità di misura del tempo stesso.  Pertanto oggi i Fisici negano che si possa determinare l’esistenza di un “ordine del tempo”, giusta il quale i fenomeni hanno luogo, un ordine indipendente dai fenomeni stessi[6].
Tale punto di vista viene tuttavia oggi ritenuto insoddisfacente da altri, i quali sostengono che, se si vuole riuscire a superare la frattura  tra la relatività generale (la teoria gravitazionale einsteiniana)  e la meccanica quantistitica (teorie che implicano due concezioni diverse dello spazio, non-euclideo la prima, euclideo la seconda), occorre recuperare il concetto dell’ordine del tempo nei fenomeni[7].
Ma proprio questo faccio notare:  l’esistenza dell’ordine del tempo nei fenomeni non appare forse già nel succedersi unidirezionale dei nostri pensieri?




Quarta   tesi

Il pensiero non può identificarsi tout court con la coscienza, che è solo un determinato contenuto del pensiero in atto, non il presupposto stesso del pensare.  L’idea di una consapevolezza implicita è inaccettabile.


Questa tesi si pone in aperto contrasto con il principio informatore del pensiero moderno e contemporaneo, quello dell’autocoscienza.  Essa sembra porre uno iato tra il pensiero in atto e la coscienza, come se quest’ultima non fosse anch’essa pensiero ed anzi quel pensiero di sé, quell’autocoscienza che si deve necessariamente porre a fondamento e presupposto, anche inconsapevole, di ogni nostro pensare.
Il mio punto di vista è lineare.  Ciò di cui si ha coscienza può essere costituito da una realtà esterna o interna al soggetto.  E quindi :  dalla sensazione esteriore oppure da un sentimento, uno stato d’animo (ricordo, fantasia, emozione, stato della coscienza morale) o dal puro pensiero (ragionamento, concetto).  Ciò di cui si può aver coscienza può essere, dunque, qualsiasi cosa, e risultare di un contenuto molteplice.
Allora l’aver coscienza è un atto di pensiero che necessariamente presuppone ciò di cui è coscienza, qualsiasi cosa sia “il qualcosa” del quale veniamo ad esser coscienti.  Lo presuppone e perciò non può mai essergli simultaneo, né esplicitamente né implicitamente.  È pertanto un atto di pensiero come un altro, in quanto atto di pensiero, nella continua successione degli atti di pensiero: esso ha semplicemente un contenuto diverso rispetto al pensiero il cui contenuto è dato non dall’aver coscienza ma da un altro oggetto, quale esso sia.
Così concepita, la coscienza non è posta fuori dal pensiero in atto o in opposizione ad esso.  Essa è semplicemente un atto di pensiero di diversa qualità rispetto agli altri atti di pensiero, ove per qualità si deve intendere un contenuto diverso (diverso, nel senso che ciò che lo costituisce, questo contenuto, è rappresentato dall’aver coscienza) non da un diverso modo di venire in essere, in quanto atto della nostra mente. 
La coscienza, diceva S.  T o m m a s o   d’Aquino, non è né potentia habitus ma actus :  “applicatio scientiae ad aliquid”.  Sapere di qualcosa in un atto di pensiero specifico, che si aggiunge a ciò che abbiamo sentito o pensato : “applicazione di un sapere ad un atto particolare” del nostro pensiero :  “conscientia addit supra scientiam applicationem scientiae ad actum particularem”[8].  Ciò significa che essa viene sempre dopo.  La definizione di S. Tommaso coglie, a mio avviso con assoluta precisione, il fatto che l’aver coscienza di qualcosa si aggiunge sempre (anche nel tempo) a questo qualcosa (il che non è lo stesso che dire, alla maniera degli Idealisti, che l’aver coscienza di qualcosa per ciò stesso aggiunge sempre qualcosa, sul piano del significato, a ciò di cui si ha coscienza).  Vi si aggiunge, nella definizione di S. Tommaso, in modo non implicito ma esplicito, altrimenti il prender o l’aver coscienza non sarebbe tale.  Infatti, è intrinseco al concetto stesso della coscienza, l’esser essa proprio quell’atto di pensiero mediante il quale ci rendiamo coscienti di qualcosa ossia lo rendiamo esplicitamente alla nostra consapevolezza, traendolo in tal modo alla luce del nostro intelletto, isolandolo dal contesto – concerna “il qualcosa” la reatà esteriore o quella nostra, interiore.
La giusta collocazione del concetto della coscienza nel contesto del nostro pensare in atto, fa vedere come la tesi qui affermata scaturisca per logica conseguenza dalla mia prima tesi, secondo la quale, come si è detto, il pensiero in atto non può applicarsi a due o più contenuti simultaneamente :  la quarta tesi ne costituisce l’applicazione al concetto della coscienza.
La mia tesi non vuol negare, ovviamente, l’esistenza di ciò che chiamiamo coscienza, inteso come consapevolezza di una realtà esteriore od interiore al soggetto, comprendente perciò anche ciò che il pensiero moderno chiama coscienza di sé o autocoscienza (quale che sia poi il modo nel quale i Moderni e Contemporanei concepiscono ciò che chiamano coscienza di sé, autocoscienza).  Vuol negare questo postulato :  che il concetto della coscienza debba costituire il fondamento stesso implicito della nostra conoscenza, il presupposto ineliminabile di ogni nostro conoscere, come afferma per esempio  K a n t  in un noto passo della Critica della ragion pura.  Partendo dal presupposto che solo nella coscienza può realizzarsi l’unità del molteplice oggetto della nostra conoscenza, Kant scrive :  “Questa coscienza (Bewusstsein) può sovente essere molto debole, cosicché noi la colleghiamo nell’effetto [cioè a posteriori] – e non nell’atto stesso cioè immediatamente – al prodursi [in noi] della rappresentazione [della realtà sensibile, esterna]; ma, nonostante questa differenza, una coscienza deve esser pur sempre presente, anche se mancante della chiarezza piena; senza questa coscienza [implicita], i concetti, e con essi la conoscenza degli oggetti [del mondo esterno], appaiono del tutto impossibili”[9].
Noi ci rendiamo conto del significato della nostra rappresentazione sensibile della realtà (di ciò che significa una nostra determinata immagine o “rappresentazione” del reale) solo una volta che si sia prodotta in noi, non mentre si produce ossia “nell’atto stesso” del suo prodursi, “cioè immediatamente”.  Che la nostra consapevolezza reale ed effettiva funzioni in questo modo, Kant è costretto a riconoscerlo.  Però, non gli sta bene.  Non concorda con il modo nel quale egli vuole impostare il problema della conoscenza.  Bisogna allora affermare che una “coscienza” in realtà ci deve essere sempre, deve esserci sempre stata all’interno del processo di formazione della nostra “rappresentazione” della realtà.  Deve esserci sempre stata, anche se noi non ne eravamo coscienti!  Come a dire :  poiché una coscienza deve esserci sempre stata; poiché qui non se ne trova traccia esplicitamente; allora, deve  esserci stata implicitamente, come di nascosto.
Ammettendo un presupposto del genere, si dovrebbe allora ammettere l’esistenza continua di una nostra consapevolezza implicita in ogni nostra rappresentazione :  continua e perciò simultanea ad ogni nostra rappresentazione, ad ogni fase del nostro processo cognitivo.  Ma in tal modo la nostra coscienza diventa il presupposto non solo del nostro pensare ma anche del nostro sentire, delle nostre sensazioni.  Inoltre, una consapevolezza implicita è concetto in sé contraddittorio perché, come si è detto, è proprio della consapevolezza l’esser esplicito.  Una consapevolezza implicita o inconscia, è inconsapevole.  E allora non è consapevolezza, non è coscienza.  Non è nulla.  Non esiste.  Kant ha dovuto ricorrere alla contraddizione in termini di una coscienza implicita o inconsapevole, cosiddetta oggettiva o logica[10], proprio per cercare di aggirare l’ostacolo insormontabile rappresentato dal fatto che noi non possiamo conferire simultaneamente più contenuti al nostro atto di pensiero, ragion per cui la nostra coscienza di avere delle rappresentazioni della realtà esterna è sempre posteriore alle rappresentazioni stesse, mai simultanea al loro venire in essere.
L’Idealismo non ha affatto superato la contraddittoria concezione kantiana; anzi, l’ha mantenuta e condotta all’estremo.  Consideriamo brevemente quanto  H e g e l  scrive sul concetto della coscienza (Bewusstsein).  La coscienza in senso immediato è quella “sensibile” o “empirica”, la quale registra  “la semplice ed immediata certezza” dell’oggetto costituito dalla realtà esteriore.  Questa coscienza, lo è sempre “di un qualcosa, di una cosa esistente, di un singolo, e così via”, nel qui e nell’ora, sì da essere “la più ricca nel contenuto ma la più povera di pensieri”[11].  La coscienza più ricca di pensieri, è invece l’autocoscienza, che è “la verità” e “il fondamento” della coscienza, onde la semplice “coscienza di un altro oggetto è [in realtà già] autocoscienza” perché quando “io so l’oggetto come mio ([mio perché] esso è mia rappresentazione [dell’oggetto stesso]), io perciò so in esso me stesso [Ich weiss daher darin von mir]”.  Io “so me stesso” vuol dire :  ho la consapevolezza di essere ciò che sono, ossia io=io.  Questa è “l’espressione dell’autocoscienza”, che nello stesso tempo fa apparire l’idea di una “libertà astratta”, perché è ancora quella dell’”idealità pura”[12], dell’io che si pone come io non ancora correlato ad un contenuto, ad una situazione concreta, storica;  che non ha ancora preso coscienza di sé come autocoscienza che dal particolare (dall’io dell’individuo empirico) deve elevarsi all’universale, allo Spirito.  Avendo ancora a contenuto solo se stessa, “l’espressione dell’autocoscienza” viene inizialmente ad essere “senza realtà, perché essa stessa, l’oggetto di sé, non è un oggetto, non essendovi [qui] alcuna differenza dell’oggetto e di sé”[13].   Si tratta, infatti, sempre della coscienza, che pone se stessa a suo proprio oggetto, si fa “oggetto di sé”. 
In queste brevi ma potenti pennellate, che mirano al superamento del dualismo di soggetto e oggetto, si noterà, tuttavia, la presenza di una contraddizione, consistente, a mio avviso, proprio nel concepire il primo gradino dell’autocoscienza come coscienza implicita.  Infatti, essa non appare sulla scena come il contenuto distinto di un atto di pensiero che il soggetto rivolga a se stesso (l’atto della coscienza di sé, dell’io=io) ma risulta oggettivamente (e quindi implicitamente) già nella semplice coscienza sensibile, quasi fosse connaturata ad essa.  Nel conoscere l’oggetto (esterno) io già “so in esso (darin = dentro) me stesso”: lo so, per il fatto stesso di conoscere e quindi senza saperlo esplicitamente; anzi, questo sapere me stesso (= questa coscienza dell’esser io il mio io) deve silenziosamente (kantianamente) precedere il contenuto concreto della coscienza sensibile.  Ma precedere, come?  Sempre oggettivamente, sempre restando nell’implicito, nel nascosto.  Ma, come si è detto, una coscienza implicita che coscienza è?  Il concetto di una coscienza che sia tale solo implicitamente appare contraddittorio poiché manca in esso proprio l’affermazione di quel rendere interiormente esplicito al soggetto pensante, di quel render manifesto un contenuto, che per definizione appartiene al concetto della coscienza.  
Che la coscienza di sé, come coscienza dell’io penso, giunga all’io esclusivamente come riflessione sul fatto interiore del pensare, e quindi posteriormente al pensiero concretamente in atto :  so di pensare in quanto io rifletta sul fatto che sto (già) pensando;  ciò è  addirittura esplicitamente escluso da  F i c h t e , per il quale il sorgere della coscienza sembra esser costituito da un’intuizione di sé autocreatrice, per così dire.
La natura del pensiero – afferma - non si stabilisce considerandone il nesso con la percezione e nemmeno la successione “di un pensiero ad un altro”.  Il pensiero ha, infatti, un carattere “assoluto” e pertanto “riposa su sé stesso”[14].  Perciò, “non possiamo affatto affermare che l’io pensi [proprio] in questo pensiero, grazie al quale successivamente si dimostra che l’io è divenuto [cosciente] a sé stesso per via della riflessione su di esso [pensiero]; bisogna invece dire che è il pensiero stesso a concepirsi da sé stesso come una vita indipendente, ad esser questo pensiero che si rende obiettivo”[15].
Fichte vuol stabilire come si debba intendere il concetto dell’io penso.  Grazie a quel pensiero, riflettendo successivamente sul quale, l’io è diventato cosciente di se stesso come io pensante?  E quindi grazie ad un sapere scalato nel tempo, grazie alla successione di sapere e sapere di sapere?  No.  Non ci sono qui un prima e un dopo.  Perché?  Perché è il pensiero stesso, secondo Fichte, in quanto “vita autonoma”, realtà indipendente, a “concepire sé stesso tramite sé stesso”, ad “obiettivarsi” in quanto pensiero, al di fuori di qualsiasi determinazione temporale. Contro ogni esperienza, che ci vincola alla successione dei nostri pensieri, il pensiero, ovvero l’autocoscienza di sé dell’uomo, acquista allora, nell’ottica di Fichte, i caratteri dell’eternità, autodivinizzandosi.  E difatti, il “sapere” non è più concordanza dell’intelletto con la cosa, visione troppo ristretta, bensì “libertà”,  libertà “assoluta”[16].  Al posto dell’io che pensa, la cui consapevolezza è in primis costretta a tener conto della successione temporale dei propri pensieri in atto, Fichte pone il pensiero che pensa sé stesso, al di fuori di ogni determinazione temporale.  Il che è del tutto assurdo.  Infatti, il pensiero  ha sempre un contenuto, che è diverso da quello di un altro pensiero, altrimenti bisognerebbe dire che esso pensa sempre la stessa cosa o che pensa simultaneamente tutto il pensabile.  Ma la diversità dei contenuti implica necessariamente la loro successione nel tempo.  L’idea di un pensiero che pensa sempre sé stesso, come autocontemplantesi in eterno, mette l’astratto al posto del concreto, fa del nostro pensare un qualcosa di indifferenziato ed inesprimibile.  In definitiva, di irrazionale.




Quinta  tesi

Esiste un ordine a fondamento della nostra conoscenza, che si rivela già nell’ordine temporale (la successione, come tale irreversibile) del contenuto dei nostri pensieri in atto.   Quest’ordine non è posto dal soggetto pensante ma deve esser da esso riconosciuto. L’ordine che compare nell’Io è parte dell’ordine che governa il Tutto.


Il corollario che, in relazione al problema della conoscenza e al concetto della verità, si ricava da queste quattro tesi, e che si può considerare a sua volta una quinta tesi, è il seguente :  esiste un ordine a fondamento della nostra conoscenza.  Il nostro conoscere, in quanto pensiero sempre in atto con un contenuto determinato, si colloca in un certo modo nel tempo e nello spazio.  Riflette un ordine, per così dire fisiologico, rigido ed immodificabile, un tassello fondamentale del quale è costituito dalla successione dei nostri pensieri nel tempo.  Questo ordine non è posto dal soggetto pensante.  Esso inerisce alla natura delle cose.  Ciò significa, pertanto, che lo si può dedurre dall’esperienza astraendo legittimamente da essa mediante concetti e definizioni, senza bisogno di doverlo fondare sulla nostra coscienza.
Non può in conseguenza sostenersi il concetto della verità tipico dei Moderni, fondato sulla coscienza di sé o autocoscienza del soggetto conoscente, una volta che l’autocoscienza venga tolta dal suo piedestallo per esser ridotta ad un atto di pensiero come un altro, nella successione dei pensieri, diverso solo per il suo contenuto o qualità.  Se si accetta quella che per me è una verità palmare, e cioè che la nostra coscienza non può implicitamente accompagnarsi alle nostre rappresentazioni, alle quali non può pertanto essere simultaneamente presente, si deve ammettere che l’unità, nel succedersi dei nostri pensieri, ossia l’unità della nostra conoscenza, non può fondarsi (unicamente) sulla nostra coscienza di sé, quale suo presupposto (necessariamente) implicito.  La nostra coscienza, se vuol esser tale, deve accompagnarsi esplicitamente  alle nostre rappresentazioni :  deve quindi presupporle, venir sempre dopo.
Il fondamento dell’unità della nostra conoscenza dovrà allora essere esplicito e non implicito, come in Kant – vedi supra).  Ma ciò che altro significa, se non che tale unità dovrà esser riconosciuta dalla nostra coscienza come risultante dall’intero processo conoscitivo, che ricomprende sia il soggetto che la cosa (l’oggetto del conoscere), nella loro reciproca adaequatio?  Un’unità, quindi, costituita dall’ordine  che il soggetto e l’oggetto vengono a costituire, ordine che è quello dell’essere e del quale il nostro pensiero è solo una parte.
La prima e la quinta tesi di questo lavoro spingono perciò a ritenere che, se la verità deve risultare dalla concordanza del nostro pensiero con un ordine obiettivo, allora essere e pensare  n o n  coincidono.  Coincidono solo nella “concordanza” che si realizzi, non in sé.  La separazione, tuttavia, non è assoluta, dal momento che il pensiero deve concepirsi come la parte immateriale dell’essere, allo stesso modo dell’anima.  L’essere non può concepirsi come parte del pensiero.  Infatti, mentre l’essere ricomprende il pensiero, quest’ultimo si limita a comprendere l’essere.  Non si può dire lo ricomprenda.
Ma  P a s c a l  non ha forse scritto:  “Par l’espace, l’univers me comprend et m’engloutit comme un point; par la pensée, je le comprends”?[17].  E tuttavia, questo “comprendere” non eleva affatto l’uomo all’altezza dell’universo, identificandolo all’essere dell’Universo tramite il pensiero stesso che lo “comprende”, quasi esso appunto ricomprendesse  l’Universo.  E difatti, nessuno come Pascal è consapevole dei limiti del nostro pensiero, per quanto grande sia la sua straordinaria capacità di comprendere.  “Toute la dignité de l’homme est en la pensée.  Mais qu’est-ce que cette pensée?  Qu’elle est sotte! […]  Qu’elle est grande par sa nature! Qu’elle est basse par ses défauts!”[18].  Tutto ciò che non si riesce a comprendere si eleva sempre al di là delle nostre conoscenze, pur vaste e veritiere, come un’insuperabile muraglia.  Già nella comprensione dello spazio, che costituisce ai nostri occhi la caratteristica prima dell’Universo, nella quale appare tutta la maestà dell’Essere,  si rivela un rapporto tra finito ed infinito che non riusciamo a spiegare, che resta incomprensibile, e che si mantiene imperturbato, impenetrabile nel suo mistero.  “Tout ce qui est incompréhensible ne laisse pas d’être. Le nombre infini.  Un espace infini, égal au fini”[19]. 
Proprio la dimensione infinita della natura, che le nostre scoperte non fanno altro che ampliare, schiaccia l’uomo, rendendolo consapevole della sua nullità di fronte all’Essere.  È inutile che “gonfiamo” le nostre costruzioni intellettuali “al di là degli spazi immaginabili” dal nostro intelletto.  Così facendo, “nous n’enfantons que des atomes, au prix de la réalité des choses”.  In realtà, il nostro pensiero si perde nell’immensità dell’Essere, che ci compare immediatamente nell’immensità dell’Universo, il quale possiamo ben concepire come “une sphère infinie dont le centre est partout, la circonférence nulle part”. Ma in una rappresentazione del genere, la nostra immaginazione ovviamente “si perde” e viene sovrastata dal “carattere sensibile dell’onnipotenza di Dio”[20].  L’onnipotenza divina che si manifesta nell’esistenza dell’Universo, non riusciamo a rinchiuderla in una rappresentazione geometricamente finita dell’Universo stesso.  In termini pascaliani, la “grandezza” dell’uomo deve dunque rivelarsi soprattutto nel riconoscere la sua “miseria”[21].  Il che non significa rinunciare a pensare e rifugiarsi nella disperazione cosiddetta esistenziale.  Significa, invece, esercitare la propria capacità di comprendere nel modo dovuto, tenendo conto dei suoi limiti e mantenendola nelle giuste proporzioni con la realtà effettiva delle cose.

* * *

Questa dunque la sinossi delle cinque tesi preliminari della metafisica del soggetto.  Seguirà l’esposizione analitica delle singole tesi, una per una.  Nell’ambito di essa, ampio spazio sarà dedicato alla confutazione della concezione kantiana dello spazio e del tempo, che deve tuttora considerarsi il fondamento speculativo del soggettivismo ancor oggi imperante nella teoria della conoscenza, presso filosofi e scienziati.
Secondo Heidegger, il § 10 della Critica della ragion pura, nel quale Kant tratta Dei concetti puri dell’intelletto o categorie, costituisce “la chiave di volta per la comprensione della Critica della ragion pura come fondazione della metafisica [moderna]”[22].  In questo paragrafo, Kant annuncia che procederà a rielaborare e riformare le categorie aristoteliche dal punto di vista della filosofia trascendentale, intendendole cioè come concetti puri ossia dati a priori, indipendentemente da ogni esperienza, che essi soli, anzi, renderebbero possibile.
Ma la deduzione dei concetti “puri” dell’intelletto non sarebbe stata possibile, se, anteriormente ad essa, Kant non avesse costruito una definizione trascendentale dello spazio e del tempo, da intendersi cioè come intuizioni a priori, anteriori ad ogni nostra conoscenza sensibile, resa anzi possibile proprio da siffatte intuizioni.  La kantiana “fondazione” della metafisica moderna mediante i concetti “puri” dell’intelletto poggia sui pilastri rappresentati dalla concezione trascendentale dello spazio e del tempo.  La restaurazione della metafisica deve pertanto cominciare dalla critica di questa concezione.
(La struttura assunta dal secondo volume dell’opera, sul concetto dello spazio, ha portato ad un notevole ampliamento del discorso, ben oltre Kant. Illustrare il quale, richiederebbe un intervento a parte).

Paolo   Pasqualucci

Giovedì  6  settembre  2018
  




























































[1] De Mem., 449 b.  Cfr. ARIST., Della memoria e della reminiscenza, in ID., I piccoli trattati naturali, tr. it. intr. e note di Renato Laurenti, Laterza, Bari, 1971, pp. 45-61; pp. 45-46 :  “ Non si può avere memoria del futuro, che è piuttosto oggetto di opinione e di aspettazione [...] né del presente si ha memoria, bensì sensazione :  e infatti con questa non conosciamo né il futuro né il passato ma il presente soltanto.  La memoria è di quanto è avvenuto :  del presente, quando è presente, ad es. quando uno vede che questo è bianco, nessuno direbbe che si ricorda e neppure di un oggetto che contempla con lo spirito, mentre lo contempla e ci pensa intorno :  dice solo che il primo lo percepisce con la sensazione, l’altro  lo conosce”.
[2] ARIST., Met., Λ, 1072 b; tr. it. cit., 12, 7 (1072 b), pp. 420-421.
[3] Per una descrizione di questo processo, cfr.  :  DARLEY, GLUCKSBERG, KINCHLA, Psicologia (1991), tr. it. di Maurizio Ricucci, Il Mulino, Bologna, 1993, vol. I, p. 114 ss.  Vedi anche:  C. UMILTÀ (a cura di), Manuale di neuroscienze, Il Mulino, Bologna, 1999, 2a ed., pp. 115-129 e 201-227.
[4] W. HEITLER, Causalità e teleologia nelle scienze della natura, tr. it. di A. Sparzani, Einaudi, Torino, 1967, pp. 44-45.  Non riusciamo a spiegare come faccia l’impulso elettromagnetico della luce a tradursi per noi nella sensazione di un colore.  Ma, ciò che è più grave, non sappiamo come la corteccia visuale del nostro cervello giunga alla fine ad elaborare in un’immagine unitaria tutte le “informazioni” che le sono giunte dalla retina attraverso il nervo ottico.  Sul punto, vedi i seguenti articoli:  J.S. WERNER, B. PINNA, L. SPILLMAN, Illusory Color & the Brain, in ‘Scientific American’, 296 (2007) 3, pp. 70-73; p. 72;  F. WERBLIN, B. ROSKA, The Movies in Our Eyes, in ‘Scientific American’, 296 (2007) 4, pp. 55-61; p. 55, 61.
[5] ARIST., Phys., IV, 219 a :  “Invero, noi percepiamo simultaneamente movimento e tempo, e se è buio e noi non subiamo alcuna affezione corporea, ma un certo movimento resta presente nell’anima, subito ci sembra che simultaneamente anche un certo tempo stia trascorrendo” (ID., La  Fisica, IV, 219 a, tr. it. introd. e note di Antonio Russo, Laterza, Bari, 1968, p. 110).   La percezione interiore del tempo mediante la successione dei nostri pensieri fu colta anche da altri filosofi. Vedi per esempio :  G. BERKELEY, Dialogues between Hylas and Philonous (1713), Third Dialogue:  Phil.  And is not time measured by the succession of ideas in our minds?  Hyl.  It is”(In ID., A New Theory of Vision and other Writings, a cura di e con introduz. di A. D. Lindsay, Everyman’s, London – New York, 1910, 1969, pp. 199-303; p. 221).  Nonché:  C. WOLFF, Deutsche Metaphysik (1719), tr. it. con testo tedesco a fronte, introd. e note di Raffaele Ciafardone, Rusconi, Milano, 1999, § 94 :  “Conoscendo che qualcosa può sorgere a poco a poco e, parimenti, prestando attenzione alla successione dei nostri pensieri, otteniamo un concetto del tempo”. 
[6] Questa impostazione è sostenuta, accanto ad altri, con particolare dovizia di scritti, anche divulgativi, dall’illustre fisico teorico Carlo Rovelli, da ultimo con: L’ordine del tempo, Adelphi, Milano, 2017.  L’espressione “ordine del tempo” risulta da un famoso frammento di Anassimandro, che il prof. Rovelli cita come esempio del modo nel quale la fisica classica ha costruito astronomia e fisica, modo non più attuale:  “Le cose si trasformano l’una nell’altra secondo necessità e si rendon giustizia secondo l’ordine del tempo [katà tèn tou chronou táxin]” (op. cit., p. 23).
[7] Vedi:  Craig Callender, Is time an illusion?, in “Scientific American’, numero speciale dedicato al problema del tempo in fisica, intitolato:  A Matter of Time, vol. 23, Nr. 4, Autunno 2014, pp. 14-21.
[8] Quaestiones disputatae, I, XVII, De conscientia, a. 1 e 2  ad IIum.  Vedi inoltre, Summa Theologiae, I,  q. 79, a. 13.  Per altri testi di S. Tommaso sul tema, rinvio a C. FABRO, Percezione e pensiero (1941, 1962), ora in ID., Opere complete, 6, a cura di C. Ferraro, EDIVI, Segni, 2008, pp. 275-277.   Tra di essi, particolarmente pregnante questa frase, scritta nel commentare Aristotele:  “prius est intelligere aliquid, quam intelligere se intelligere” (De Ver., q. 10 a.8).
[9] I. KANT,  Kritik der reinen Vernunft (=KdrV),  A 103-104;  ID., Critica della ragion pura, tr. it. e introd. a cura di Pietro Chiodi, UTET, Torino, 1967, p. 644.  Corsivi miei.  Ricordo che la prima edizione della Critica (= A) è del 1781; la seconda (=B) è del 1787, alla vigilia della Rivoluzione Francese.
[10] Sul punto, vedi :  I. KANT, Vorlesungen über die Metaphysik, ediz. di Erfurt (1821), rist. anast. Wissenschaftliche Buchgesellschaft, Darmstadt, 1975, pp. 134-6.  Questa edizione postuma dei corsi di Kant sulla metafisica, si basa su stesure manoscritte che risalgono in gran parte agli anni 1788 e 1789-1790, posteriori quindi alle due edizioni della Critica della ragion pura (cfr. la Vorrede  alle Vorlesungen, p. V).
[11] G. W. F. HEGEL, Enzyklopädie der philosophischen Wissenschaften im Grundrisse (1830), ed. Lasson,  tr. it.  con note e prefaz. di B. Croce, Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio (1907), Laterza, Bari, 1963, § 418, p. 392.
[12] Op. cit., § 424;  tr. it., cit., p. 395.
[13] Ivi.
[14] J. G. FICHTE, Die Thatsachen des Bewusstseyns (1817), in Fichtes Werke, a cura di I. H. Fichte (1845-1846), rist. De Gruyter, Berlin, 1971, vol, II, pp. 535-709; p. 548.
[15] Ivi.  Riporto anche l’originale :  “Man kann eben darum [...] keineswegs sagen, das Ich denke in diesem Denken, indem späterhin sich zeigen wird, dass erst durch die Reflexion auf dieses Denken das Ich zu sich selbst komme :  sondern man muss sagen, das Denken selbst als ein selbstständiges Leben denkt aus und durch sich selbst, ist dieses objectivirende Denken”.
[16] Op. cit., pp. 550-551.
[17] B. PASCAL, Pensées, editi dopo la morte, avvenuta nel 1662, in ID., Oeuvres complètes, ediz. con note a cura di J. Chevallier, Gallimard, Paris, 1954, pp. 1079-1345; p. 1157.
[18] Ivi, p. 1156.
[19] Ivi, p. 1226.
[20] Ivi, p. 1105.
[21] Ivi, p. 1156:  “La grandeur de l’homme est grande en ce qu’il se connaît misérable.  Un arbre ne se connaît pas misérable”.
[22]M. HEIDEGGER, Kant e il problema della metafisica (1929), tr. it. di M. E. Reina, con introd. di E. M. Forni, Silva, Milano, 1962, p. 81.